Private equity denaturato.

Private equity denaturato.

Un articolo sul Sole 24 Ore Finanza e mercati, a firma S.Fi. dà conto degli interrogativi che agitano il modo degli investitori in capitale di rischio. S.Fi. scrive che “il private equity è di fronte a un dilemma sul suo futuro: se i fondi vogliono sopravvivere devono cambiare natura e fisionomia. Meno speculazione e più credito alle imprese. Ma così rischiano di non poter mantenere l’impegno preso coi loro sottoscrittori di pingui ritorni. (…)

Ora, poi, i primi timidi segnali del risveglio stanno riportando alla luce anche i nodi irrisolti del private equity. Il «peccato originale» origina dalla promessa, in sede di raccolta, di alti rendimenti fatta ai sottoscrittori. Per garantire certi ritorni ci vuole per forza la leva, ma sul mercato il debito è ormai un tabù: oggi i livelli di leverage sono in media tra 3,5 e 4 volte. Quasi la metà rispetto agli anni d’oro della bolla quando si toccarono punte di 6 volte il margine operativo lordo. Chi vuol fare acquisizioni è costretto ad aumentare la quantità di capitale proprio. Insomma, più equity e meno debito, ma così salta il meccanismo alla base dei fondi stessi: la leva stessa che permette di moltiplicare le risorse e la redditività. I rubinetti delle banche, d’altro canto, non si sono ancora riaperti: i volumi di prestiti per acquisizione a debito sono ancora sotto del 30% rispetto al record del 2007. Ma il vero nodo non è sul versante finanziario, contrariamente alle apparenze.

Chi in Italia ha comprato aziende ai massimi, strapagandole, si è visto costretto a ristrutturare i debiti. Ma si è trattato di debiti puramente finanziari, quelli legati alla scalata stessa a leva. Ora, però, quelle stesse aziende hanno bisogno di finanziare il circolante, ossia il denaro che serve per l’attività corrente, per tenere il motore a regime. Non basta ristrutturare i debiti, ci vuole la «benzina» che fa muovere le aziende. Senza quel carburante si rischia di far pericolosamente avvitare le aziende.

Come se ne esce? Nelle casse del private equity europeo ci sono circa 170 miliardi di euro da spendere, la cosiddetta polvere asciutta (dry powder). Nel caso dell’Italia, perché non utilizzare quelle risorse dirottandole dentro le aziende? Una provocazione in piena regola perché significherebbe per i fondi abdicare alla loro stessa natura. E soprattutto convincere gli azionisti a minori guadagni in futuro. La sfida è aperta.
La sfida è certamente aperta e, fortunatamente, non riguarda piccoli risparmiatori, ai quali garantire ritorni impossibili, ma grandi investitori, che sanno o che dovrebbero sapere quello che fanno. Ecco, appunto: leggendo quest’articolo, difficile non usare il condizionale.

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