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E di San Marino (nelle cause) non c’è traccia.

E di San Marino (nelle cause) non c’è traccia.

Immediatamente dopo il loro insediamento i Commissari hanno avviato una ricognizione delle problematiche esistenti rilevate dall’Organo di Vigilanza nel corso degli accertamenti ispettivi svolti, in uno con l’impegno per assicurare piena continuità all’attività della Banca, che è proseguita regolarmente.
L’esame della situazione aziendale ha evidenziato che la Banca sta attraversando un momento critico per:

Fattori endogeni
forte crescita dimensionale (è passata, in meno di un decennio, da una dimensione provinciale con poco più di 50 sportelli ad una interregionale con 120 sportelli e una banca controllata a San Marino) non accompagnata da un adeguamento organizzativo e dei controlli; cambio del sistema informativo, che, oltre a modificare in modo rilevante tutti i processi, senza che si prestasse la necessaria attenzione alle caratteristiche del nuovo sistema, richiede una gestione molto più attiva rispetto al precedente; importante gap generazionale (il 25% del personale ha meno di 5 anni di anzianità)
Fattori esogeni
perdurante crisi economica finanziaria, con forti impatti sulla redditività, sul rischio di credito e sulla liquidità del mercato; rilevante evoluzione normativa alla quale non hanno fatto fronte i necessari interventi su procedure e risorse umane e tecniche.
Banca Carim si è quindi trovata ad affrontare un contesto esterno molto difficile in una condizione interna di impegnativa trasformazione, con conseguenze visibili anche sul piano reddituale nonché sul rischio di credito, con un progressivo deterioramento della qualità degli impieghi, per i quali, a partire dal 2008, si è registrata una consistente crescita delle sofferenze nette e degli incagli, oltre che una notevole concentrazione quantitativa e qualitativa.

Dalla dei relazione commissari, assemblea straordinaria del 29 gennaio 2012.

Tutta colpa di San Marino, in effetti.

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Banche BCE Capitale circolante netto operativo Crisi finanziaria Fabbisogno finanziario d'impresa Giulio Tremonti Imprese Indebitamento delle imprese Liquidità Mario Draghi PMI

Illuminare il dibattito o le menti?

Illuminare il dibattito o le menti?

Dario Di Vico, in un editoriale sul Corriere di oggi, lamenta l’atteggiamento delle banche italiane, che hanno ricevuto denaro dalla BCE all’1% e non lo reimpiegano affidandolo alle Pmi, che ne avrebbero bisogno; al contrario, e nonostante gli inviti di Francoforte, le banche italiane mettono i denari in impieghi finanziari, per lucrare margini ridotti ma sicuri, evitando come la peste il rischio di credito.

Ho già provato a spiegare perché è un’illusione pensare che i 115 miliardi della BCE finiscano dritti sparati nelle tasche delle imprese che ne fanno richiesta: il problema, molto banalmente, riguarda la mancanza di liquidità, quella che serve non a fare nuove operazioni, ma ad impedire di troncare le vecchie con rientri e richieste di rimborso che i prenditori non potrebbero sopportare. E non più tardi di qualche giorno fa, partecipando in qualità di consulente al consiglio di amministrazione di un istituto di credito locale, ho potuto notare, letteralmente, la paura di sbagliare negli occhi dei consiglieri, della direzione, di tutti coloro che dovevano decidere. Di Vico non ne parla, non forma l’oggetto del suo articolo: ma la vera questione che le banche locali, cioè quelle che lavorano per i piccoli e con i piccoli, si trovano ad affrontare, riguarda la liquidità, ovvero il requisito che consente loro di continuare a stare sui territori mantenendo stabilità e continuità di relazioni con i risparmiatori. E se solo recentemente, grazie a Draghi, la BCE ha dato la sensazione di poter intervenire laddove ce ne fosse bisogno, come prestatore di ultima istanza, non è difficile immaginare quanto le incertezze legate all’atteggiamento della sig.ra Merkel abbiano pesato, vista anche la massiccia presenza di titoli di Stato nei portafogli bancari.

Che fare, dunque? Come rimettere in collegamento datori di fondi e prenditori di fondi, risparmio e investimenti? Di Vico rifugge da tentazioni dirigistiche, rammentando il fallimento delle commissioni prefettizie di tremontiana memoria e parla di “illuminare a giorno il dibattito tra banche e imprese“, auspicando un forum nel quale si possano confrontare le diverse opinioni e “monitorare l’utilizzo della liquidità BCE“. Più che di un forum, tuttavia, si ha la sensazione che serva un salto culturale, una concezione diversa del fare impresa e del fare banca, che sia fatta propria dal capitale umano, a tutti i livelli. E, sinceramente, non saprei a quale delle due questioni dedicarmi per primo, facendo formazione in entrambi gli ambiti. Servono imprenditori che abbiano voglia di rischiare e non solo i denari altrui, magari nell’immobiliare, che siano coscienti delle coordinate dentro alle quali si muovono, che sappiano gestire e misurare il loro fabbisogno finanziario (il grande assente delle relazioni di clientela in Italia), che siano trasparenti delle loro esigenze. Ma servono anche banche, banchieri e bancari che abbiano voglia di fare il mestiere: ovvero di fare la fatica di studiarle, le Pmi, di stare loro accanto, di capirne le esigenze, di misurare il rischio e, appunto, il fabbisogno. Dicendo anche dei no, e magari spiegandoli, ma sapendo dire dei sì che non siano semplici giri di valzer. La banca di transazione non ci serve, l’abbiamo già ed è il modello dei grandi: abbiamo bisogno di più banca di relazione. Senza dimenticarsi che per ballare bisogna essere in due.