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Illuminare il dibattito o le menti?

Illuminare il dibattito o le menti?

Dario Di Vico, in un editoriale sul Corriere di oggi, lamenta l’atteggiamento delle banche italiane, che hanno ricevuto denaro dalla BCE all’1% e non lo reimpiegano affidandolo alle Pmi, che ne avrebbero bisogno; al contrario, e nonostante gli inviti di Francoforte, le banche italiane mettono i denari in impieghi finanziari, per lucrare margini ridotti ma sicuri, evitando come la peste il rischio di credito.

Ho già provato a spiegare perché è un’illusione pensare che i 115 miliardi della BCE finiscano dritti sparati nelle tasche delle imprese che ne fanno richiesta: il problema, molto banalmente, riguarda la mancanza di liquidità, quella che serve non a fare nuove operazioni, ma ad impedire di troncare le vecchie con rientri e richieste di rimborso che i prenditori non potrebbero sopportare. E non più tardi di qualche giorno fa, partecipando in qualità di consulente al consiglio di amministrazione di un istituto di credito locale, ho potuto notare, letteralmente, la paura di sbagliare negli occhi dei consiglieri, della direzione, di tutti coloro che dovevano decidere. Di Vico non ne parla, non forma l’oggetto del suo articolo: ma la vera questione che le banche locali, cioè quelle che lavorano per i piccoli e con i piccoli, si trovano ad affrontare, riguarda la liquidità, ovvero il requisito che consente loro di continuare a stare sui territori mantenendo stabilità e continuità di relazioni con i risparmiatori. E se solo recentemente, grazie a Draghi, la BCE ha dato la sensazione di poter intervenire laddove ce ne fosse bisogno, come prestatore di ultima istanza, non è difficile immaginare quanto le incertezze legate all’atteggiamento della sig.ra Merkel abbiano pesato, vista anche la massiccia presenza di titoli di Stato nei portafogli bancari.

Che fare, dunque? Come rimettere in collegamento datori di fondi e prenditori di fondi, risparmio e investimenti? Di Vico rifugge da tentazioni dirigistiche, rammentando il fallimento delle commissioni prefettizie di tremontiana memoria e parla di “illuminare a giorno il dibattito tra banche e imprese“, auspicando un forum nel quale si possano confrontare le diverse opinioni e “monitorare l’utilizzo della liquidità BCE“. Più che di un forum, tuttavia, si ha la sensazione che serva un salto culturale, una concezione diversa del fare impresa e del fare banca, che sia fatta propria dal capitale umano, a tutti i livelli. E, sinceramente, non saprei a quale delle due questioni dedicarmi per primo, facendo formazione in entrambi gli ambiti. Servono imprenditori che abbiano voglia di rischiare e non solo i denari altrui, magari nell’immobiliare, che siano coscienti delle coordinate dentro alle quali si muovono, che sappiano gestire e misurare il loro fabbisogno finanziario (il grande assente delle relazioni di clientela in Italia), che siano trasparenti delle loro esigenze. Ma servono anche banche, banchieri e bancari che abbiano voglia di fare il mestiere: ovvero di fare la fatica di studiarle, le Pmi, di stare loro accanto, di capirne le esigenze, di misurare il rischio e, appunto, il fabbisogno. Dicendo anche dei no, e magari spiegandoli, ma sapendo dire dei sì che non siano semplici giri di valzer. La banca di transazione non ci serve, l’abbiamo già ed è il modello dei grandi: abbiamo bisogno di più banca di relazione. Senza dimenticarsi che per ballare bisogna essere in due.

Di johnmaynard

Associate professor of economics of financial intermediaries and stock exchange markets in Urbino University, Faculty of Economics
twitter@profBerti

2 risposte su “Illuminare il dibattito o le menti?”

Lavoro per una banca locale dove di norma l’imprenditore di successo è quello che “c’ha il capannone..”. Tra un po, anche se non lo spero, qualcuno dovrà cominciare a pagare i fornitori con le tegole del tetto…. La famosa Tremonti che agevolò l’immobiliare artigiano, oltre a differire nel tempo il carico fiscale, ha ingessato sia gli artigiani, sia le banche (e le società di leasing, ora sull’orlo di una crisi di nervi…). Con quale risultato??? Bei capannoni vuoti e un territorio devastato!!! Non era meglio una Tremonti “tecnologica”, incentrata sull’innovazione di processo (nuovi macchinari) e informatizzazione? Ora avremmo magari capannoni brutti ma prodotti all’altezza del mercato; tra i miei clienti, quelli che soffrono meno la crisi hanno investito in tecnologia (mi sovvengono una tipografia, una carpenteria e un bottonificio, non propriamente mercati emergenti). Non è troppo tardi, anche per creare quei posti di lavoro qualificati che i nostri giovani meritano. Problema insormontabile: chi convince l’imprenditore medio (indebitato) a mettere più soldi e, soprattutto, il comitato crediti a metterci gli altri (già il nome è un programma)??? Chi li convince al cheek to cheek??
Ultima considerazione: se la concorrenza too big to fail offre conti deposito al 5% (senza costi, bolli spesati ecc…), come posso io raccogliere e poi prestare soldi a tassi “umani”???
Cordialità
Marco
PS:il comitato crediti ha un’età media di 60 anni….

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Chiedo scusa anzitutto per il ritardo, ma la salute non sorride in questo periodo (malanni stagionali). Comincio dalla fine, dall’età media del comitato crediti, espressione fedele dell’età media del CdA, come sempre accade nelle banche locali. Qui c’è una questione che riguarda il senso dell’essere socio, la voglia di impegnarsi e di assumersi responsabilità da parte dei giovani, che spesso invece non ne hanno: e non per colpa loro, ma perchè la proposta della banca locale (Bcc, I presume) è debole, non culturalmente spessa e fondata. Poco più che un WWF un po’ più etico: ed il convegno di Roma non ha aiutato. Quanto ai costi della raccolta, sinceramente non credo sia questo il problema, quanto piuttosto la voglia di rischiare della banca e dell’imprenditore. Di credere l’uno nell’altro, di affidare credito, appunto, reciprocamente. Il capitale ci vuole perché non può essere solo il debito (che è oneroso) a sostenere una barca, l’impresa, che fa fatica a navigare: è una questione di buon senso, prima ancora che di equilibrio delle fonti. Poi c’è una questione “culturale” ovvero di modo di pensare: che cosa sia per me l’impresa, ma anche cosa sia per me il rapporto con la banca (un partner? oppure un fornitore indifferenziato di soldi?) e quanto decido di investirci. Le varie Tremonti, bis o ter, sono state dannose perchè hanno stimolato comportamenti orientati alla rendita o speculativi che c’erano già. Chi voleva investire in tecnologia, lo ha fatto, chi pensava al capannone, ci avrebbe pensato a prescindere dal pessimo Tremonti. Resta il lavoro di persone come lei, fondamentale e decisivo, perché la faccia che le Pmi vedono della banca siete voi: aiutateli, prima di tutto a capire come sono messi, quali sono i principali problemi della loro gestione. Quella che io, ultimamente, ho definito spesso una “cordiale serietà”. Se lavoriamo su questo si può vedere la fine del tunnel. Grazie.

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