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A proposito di #creditodifficile (ho visto cose che voi umani non potete nemmeno immaginare).

A proposito di #creditodifficile (ho visto cose che voi umani non potete nemmeno immaginare).

Giovedì e venerdì scorso si sono svolte a Milano due giornate di formazione destinate agli addetti credito e finanza di un’associazione di imprenditori. Avevo dato sin dall’inizio un’impostazione pratica e non teorica alle due giornate di aula, invitando i partecipanti a condividere anticipatamente i casi aziendali dei loro associati che ritenessero utili o interessanti. I casi mi sono arrivati, eccome: e ho visto cose che voi umani non potete neppure immaginare. Purtroppo non navi incendiate al largo di Orione, niente di drammaticamente tragico e grandioso come in Blade Runner. Molto più banalmente, e tristemente, ho visto ciò che talvolta ho potuto solo immaginare e che invece, questa volta, mi ha colpito per ciò che rappresenta.

Ho visto i conti di aziende, anche note, o relativamente tali, che recavano numeri in profondo rosso, numeri che non sono nati all’improvviso, ma che vengono da lontano, da ben prima del 2007. Numeri che dicono, quanto alla prima azienda, che il margine operativo lordo è negativo da oltre sei anni, che i debiti sono pari ad oltre 5 milioni di € -più di tre volte le vendite- e che quelli bancari, da soli, superano il fatturato (1,7 mln.contro 1,5): numeri che testimonierebbero l’incapacità, ormai cronica dell’azienda, di generare un volume di ricavi adeguato a coprire i costi (meglio tralasciare le considerazioni sulle politiche di bilancio fatte rivalutando il magazzino, in quest’azienda, nota SpA, dotata pertanto di collegio sindacale, opportunamente accecato o ignavo). Numeri che, nonostante quanto appena evidenziato, spingono l’imprenditore a recarsi in associazione per essere aiutato a trovare “nuova finanza“. Nuova finanza, già: per cosa? Una sola notazione, del tutto o quasi incidentale: l’azienda poteva essere salvata, ma l’imprenditore non ha ritenuto opportuno cederla, poiché temeva di dover licenziare le persone che, a breve, saranno a piedi a prescindere.

La seconda azienda ha problemi leggermente inferiori, ma comunque tali da avere oltrepassato le potenzialità e le forze dell’impresa; anche qui i debiti superano ampiamente il fatturato. I conti erano (e sono) da tempo palesemente falsi, facilmente notabili da chiunque, anche dotato di una modesta esperienza. le rimanenze, e non solo, appaiono sproporzionate, impossibili da credere. Eppure, nonostante il conclamato credit crunch, a quest’impresa, tecnicamente fallita da molto tempo, solo di recente è stato chiesto di rientrare. E neppure questo è il motivo per cui l’impresa si è recata in associazione. Il motivo è che ai conti falsi dell’impresa ormai credevano tutti, l’imprenditore per primo, immerso in una sorta di second life, una seconda vita virtuale, fatta di profitti inesistenti, di prelievi consistenti, di una coniuge che pensava di essere ben maritata. La richiesta di nuova finanza è stata così motivata: “non posso rimanere senza soldi, mi portano via la casa a *** mia moglie mi lascia ed io cosa faccio?“.

Mi colpisce, in entrambi i casi, non appena la cattiva gestione, ma la totale mancanza di consapevolezza circa le sue conseguenze: guidare a fari spenti nella notte non basta, occorre anche bendarsi. E non stiamo parlando propriamente di micro-imprese, la prima impresa ha 40 dipendenti, la seconda coinvolge una quindicina di persone. Serve a qualcosa chiedersi chi è mancato? Se l’imprenditore, il suo commercialista, l’associazione? La banca, che doveva ritirare prima, molto prima, gli affidamenti? Serve a qualcosa trovare un colpevole, ammesso che ci sia? Non servirebbe piuttosto cominciare a farsi qualche domanda su cosa determini le scelte aziendali, quale sia il criterio, perché si arrivi alla rovina in maniera così incosciente? E magari smetterla di parlare di banche cattive e di povere Pmi buone ma cominciare a parlare, anche in pubblico, di cosa andrebbe fatto per evitare questi errori. Magari esigendo seri piani finanziari ed una comunicazione finanziaria non appena destinata ai terzi, ma utilizzata, prima di tutto, internamente. Magari cominciando ad invitare ai corsi di formazione non quelli che ci vengono sempre, e che ci vengono perché non ne hanno bisogno, dimostrando così la loro consapevolezza, ma quelli che, timorosi di perdersi tutte le loro cazzate, minuto per minuto, vogliono stare sempre lì. Ad osservare la nave, al largo, affondare.

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Alessandro Berti Crisi finanziaria Fabbisogno finanziario d'impresa Imprese Indebitamento delle imprese PMI Relazioni di clientela

A proposito di banche e imprese…

A proposito di banche e imprese…

Ne parliamo a Rimini, in un Convegno organizzato da CNA. La presentazione della ricerca, realizzata in collaborazione con R&A Consulting, sarà anche occasione per discutere di credito difficile e di rapporto banca-impresa.

L’invito è scaricabile qua. Invito Convegno Credito 29-2-2012

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Crisi finanziaria PMI Ripresa

Lo schema Ponzi del bagnino re-load.

Lo schema Ponzi del bagnino re-load.

Alcune chiacchiere domenicali mi inducono a ripubblicare, in forma ampliata per favorire la comprensione, un breve articolo apparso settimana scorsa su http://www.inter-vista.it. L’articolo in questione, occupandosi degli effetti delle liberalizzazioni sul mercato turistico riminese, segnatamente quello del prezzo delle concessioni demaniali, giungeva a conclusioni “obbligate” a partire da una constatazione realistica ed oggettiva: l’evasione fiscale è la cornice obbligata delle cifre e dei numeri forniti. Precisato quanto sopra, nell’articolo in questione mancavano proprio i numeri, per mancanza di spazio: nei documenti si riportano le tabelle utilizzate per la verifica, mediante foglio elettronico, dei calcoli di convenienza.

Lo schema Ponzi dei bagnini (ovvero, del perché liberalizzare le concessioni di spiaggia infastidisce qualcuno).

Charles Ponzi era un immigrato negli Stati Uniti origine italiana (di Lugo, per la precisione) che agli inizi del ‘900 divenne famoso per aver realizzato una truffa di enormi dimensioni.

La truffa, secondo uno schema che ha preso il nome dal nostro e che è stata più volte attuata negli anni , prevede che attraverso la promessa di extra-rendimenti, un numero sempre crescente di persone sia indotto a partecipare, versando somme cospicue, ad un investimento “alternativo”, i cui proventi, nella realtà, non esistono. I denari di coloro che man mano sono coinvolti nella truffa, infatti, servono a liquidare coloro che vogliono monetizzare l’investimento e, soprattutto, ad arricchire il truffatore di turno. In sostanza, l’investimento, se così può essere definito, frutta solo se si trova qualcuno che subentra al posto di chi vuole uscire.

Era necessario parlare di Charles Ponzi prima di parlare del mercato delle concessioni di spiaggia, ovvero le concessioni demaniali che consentono ad un bagnino di gestire uno stabilimento balneare. Com’è noto, nella proposta di riforma presentata dal Governo Monti, la durata delle concessioni è stata ridotta e portata ad 8 anni (4+4), novità che ha fatto insorgere i bagnini medesimi e le loro associazioni e cooperative; la motivazione consisterebbe nell’insufficiente tempo a disposizione per ammortizzare gli investimenti, recuperando il capitale.

Per capirci di più, siamo andati a verificare i conti di uno stabilimento balneare riminese,

in zona semi-centrale, con otto file di ombrelloni (a detta di alcuni commercialisti, di grandezza media). È passato di mano, fra il 2006 e il 2007, per la modica cifra di 700mila €, di cui 100mila dichiarati e tutto il resto in nero. Come è noto, il passaggio avviene davanti al notaio mediante cessione di azienda, consistente in avviamento e attrezzature (sdrai, ombrelloni, lettini etc…). Da tale investimento deriva un reddito annuo al lordo di imposte, per i due soci acquirenti, pari a 90.000 €. Poiché risulterebbe fuorviante ragionare in termini di cifre nette, il ragionamento che segue sarà fatto nell’ipotesi di assenza di imposte (per la cronaca: i due soci acquirenti non dichiarano come dovrebbero 45mila € a testa, ma poco meno di 15mila), quindi al lordo.

Alla domanda: “Quanto rende uno stabilimento balneare?” risponderemo con alcune semplici valutazioni di convenienza, sulla base di un ragionamento economico noto e basilare, che afferma che il reddito d’impresa dovrebbe essere superiore a quello ottenibile da un’attività priva di rischio (risk-free), normalmente rappresentata da un BTP a 5 anni (pari al 3,77% nel 2007). Se si ipotizza che il premio al rischio richiesto nel settore alberghiero sia pari a circa l’8,3% si può concludere che, affinché ne valga la pena, l’investimento nello stabilimento balneare dovrebbe rendere almeno il 12% annuo lordo: altrimenti, sarebbe meglio stare a casa ed aspettare che maturino gli interessi, senza rischiare. Nell’effettuare il paragone, è importante ricordare che, se alla scadenza un BTP sarà rimborsato al valore nominale o in alternativa, venduto sul mercato e liquidato, lo stesso non può dirsi dello stabilimento balneare, per il quale occorre trovare un acquirente disposto a pagare perlomeno quanto versato a suo tempo dal venditore. La liberalizzazione pone un termine all’investimento, fissando in 8 anni l’orizzonte dell’investimento stesso, scaduti i quali si deve ipotizzare di non poter più ottenere redditi di sorta, tantomeno quelli legati alla cessione. Snodo cruciale della riforma, pertanto, è l’abrogazione, de facto, della possibilità per l’investitore di rientrare attraverso la rivendita della concessione, perché dopo 8 anni sarebbe  comunque messa all’asta; tutti quelli che hanno comprato prima della riforma non avrebbero più nulla da rivendere.

Inoltre si dovrebbe tenere presente che il reddito lordo annuo di 90mila € non dovrebbe essere considerato reddito d’impresa, se non per la parte non imputabile al lavoro dei soci: nell’ipotesi è presumibile che tale lavoro valga almeno 20mila € l’anno per ognuno di essi e, di conseguenza, il reale reddito d’impresa sia pari a 50mila € ((90.000-(20.000×2)=50.000).

Le conclusioni alle quali si giunge usando un semplice foglio elettronico su Excel, applicando le funzioni Tir (tasso interno di rendimento) e Van (Valore attuale netto) sono molto istruttive (la tabella generata mediante foglio elettronico è riportata, come detto, fra i documenti)

Date le ipotesi di cui sopra, alla fine degli 8 anni, i nostri bagnini:

1.         rientrerebbero a malapena dell’investimento solo se riuscissero a vendere l’azienda allo stesso prezzo al quale l’hanno pagata (700mila €), con un rendimento sul periodo pari al 12,857%, leggermente superiore a quanto richiesto dal settore,  facendo finta di lavorare gratis;

2.         se, al contrario, lo stabilimento non fosse più cedibile al termine degli 8 anni, il rendimento dell’investimento sul periodo sarebbe pari allo 0,63% annuo, ampiamente inferiore persino all’inflazione; se poi si considerasse che una parte di quei 90mila € è reddito da lavoro dipendente, cioè non si lavora gratis, l’investimento NON sarebbe più conveniente, non consentendo mai il recupero del capitale investito, se non in un arco di tempo molto più lungo;

3.         in sostanza, converrebbe fare il bagnino solo pagando un prezzo di ingresso, in sede di asta per la concessione demaniale, molto più basso, non superiore, nell’esempio, a 250.000 €;

4.         infine, volendo rispettare il tasso di rendimento obiettivo del settore senza fare finta di lavorare gratis, se continuasse lo schema Ponzi del bagnino, il prezzo al quale dovrebbe avvenire la cessione al termine degli 8 anni dovrebbe essere incrementato rispetto all’originale di almeno il 70%; nel nostro caso il bagno dovrebbe passare di mano per 1,2 mln.di €, ovvero si dovrebbe trovare qualcuno disposto a pagare tale cifra.

E’ conveniente, allora, investire in uno stabilimento balneare? Lo è solamente a due condizioni concomitanti e connesse:

a)        che sia possibile rivendere ad un prezzo almeno pari a quello di acquisto (e la riforma abolisce questa possibilità);

b)        che i redditi ottenuti ed il capitale investito siano assoggettati ad imposte il meno possibile, ovvero massimizzando l’evasione fiscale.

Se questo è vero, date le ipotesi che si sono illustrate, allo schema Ponzi del bagnino si deve aggiungere un elemento non quantificabile ma molto importante nel valutare perché i prezzi siano così elevati e nell’immaginario collettivo siano anche giustificati: nel prezzo pagato, in effetti, vi sono motivazioni extra-economiche riassumibili nel concetto “fare-il-bagnino-è-il-lavoro-dei-sogni”. Il prezzo pagato misura quanto saremmo disposti a pagare per il-lavoro-dei-sogni. E le liberalizzazioni delle concessioni, impedendo l’eventualità che si possa rientrare del prezzo pagato alla scadenza, interrompono lo schema, soprattutto per chi vi è già coinvolto, facendo scoppiare la bolla dei prezzi: perché nessuno sarà più disposto ad investire ingenti capitali, sia pure per svolgere il-lavoro-dei-sogni, con contratto a tempo determinato non rinnovabile (gli 8 anni fissati dal Governo), sapendo che non sarà più in grado di recuperare i denari esposti al rischio d’impresa.

 

 

 

 

 


[1] Fra gli altri da Vincenzo Cultrera, a.d. dell’Istituto Fiduciario Lombardo, poi fallito e coinvolto in una bancarotta fraudolenta, che negli anni ’80 comprò il Grand Hotel di Rimini per poi rivenderlo sotto forma di certificati immobiliari.

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Banca d'Italia Banche BCE Crisi finanziaria Imprese Indebitamento delle imprese PMI

Also sprach Ignazio V.

Also sprach Ignazio V.

Il neo-governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco ha esordito al Forex di Parma intervenendo, come di consueto, in apertura dei lavori di sabato. Il testo dell’intervento è consultabile qua. Il Governatore, il cui carisma è diverso da quello di Mario Draghi, ma non nella lucidità, nell’intelligenza e nell’onestà intellettuale ha anzitutto richiamato l’importanza dell’avere una banca centrale che faccia il suo mestiere, con un vero e proprio endorsement a quanto sta facendo il suo predecessore ora a Francoforte. Ha poi sostenuto non solo che le riforme che il Governo Monti sta portando avanti, compresa quella del mercato del lavoro, sono fondamentali, ma che esse vanno accompagnate da liberalizzazioni.

“Le riforme decise vanno rapidamente completate e rese operative, in particolare quelle volte a rendere l’assetto normativo e amministrativo favorevole e non ostile allo sviluppo economico: liberalizzazione di importanti settori dei servizi, effettiva semplificazione degli atti amministrativi, migliore funzionamento del mercato del lavoro, attenzione particolare al capitale umano e all’innovazione, più rapide risposte del sistema giudiziario. Anche se i singoli interventi esplicheranno i propri effetti con gradualità, la definizione di un disegno organico e di ampio respiro già nel breve termine può incidere positivamente sulle aspettative e, per tale via, stimolare la domanda aggregata e la ripresa degli investimenti. Si tratta di garantire a chi investe e crea occasioni di lavoro nel nostro paese condizioni favorevoli, non per il tramite di agevolazioni finanziarie ma grazie alla presenza di adeguate infrastrutture immateriali (..) . La crescita economica favorisce l’aggiustamento della finanza pubblica, che è comunque su un sentiero sostenibile anche sotto ipotesi poco favorevoli sulla crescita e sui tassi di interesse. Con una dinamica reale modesta, dell’ordine dell’1 per cento, e con uno spread sui BTP decennali stabilmente al livello, comunque elevato, di 300 punti base, avanzi primari del 5 per cento del prodotto, come quello previsto per il 2013, garantirebbero una riduzione del rapporto tra debito pubblico e prodotto maggiore di quella richiesta dalle nuove regole europee di bilancio”.

In pochi lo hanno notato, ma mai smentita è stata più autorevole per tutti coloro, piagnoni di Confindustria in testa, che gridando “Fate presto” invocavano le dimissioni di Silvio Berlusconi pensando che solo dalla sua inettitudine dipendesse lo spread. Le cose migliori il neo-Governatore le ha però riservate al rapporto banca-impresa, oggetto mai come ora del dibattito politico e non solo. “(..)  le imprese si trovano nuovamente a fronteggiare un inasprimento delle condizioni creditizie; anche in questa occasione sarà essenziale la capacità delle banche di valutare attentamente il merito di credito, senza far mancare il sostegno finanziario ai clienti solvibili e meritevoli. Un adeguato e stabile volume di finanziamenti è essenziale per l’attività delle stesse banche”.

E ancora (e, forse, soprattutto), Visco ha affermato che “le banche dovranno dimostrare di saper svolgere bene la loro funzione di allocazione del credito, in una gestione sana e prudente, con acuita capacità selettiva. Lo richiede la loro stessa ragion d’essere; è cruciale che l’economia non entri in asfissia creditizia, deperendo e trascinando con sé anche le prospettive del sistema bancario.” Che questo sia il punto della questione, questo blog lo ripete da tempo: al riguardo è interessante leggere ciò che oggi dice Dario Di Vico nel suo blog. Non so quanto lo strumento del rating, come Di Vico sostiene, possa essere utile allo scopo, perché l’esperienza di questi dieci anni di Basilea 2 ci insegna che i rating sono stati usati per ridurre i costi di analisi delle Pmi, per poi, alla fine, razionarle. Il lavoro da fare è ancora grande, ed è un lavoro di mentalità, ovvero di cultura, prima ancora che tecnico. E purtroppo non dipende dai bancari, che fanno ciò che viene loro richiesto, dipende dai loro Presidente, dai loro CdA e dai loro manager: uno di loro ieri, giustappunto, dormiva in prima fila. Seduto accanto al Direttore Generale di Banca d’Italia Saccomanni.

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ABI Banche BCE Fabbisogno finanziario d'impresa Indebitamento delle imprese Liquidità PMI Relazioni di clientela

#Creditodifficile, #schematismifacili.

#Creditodifficile, #schematismifacili.

Se #creditodifficile è divenuto in breve tempo uno degli hashtag più popolari di Twitter un motivo deve pur esserci. Oggi leggevo di un utente che si lamentava di aver ricevuto un rifiuto per un prestito, teso all’acquisto di un’auto (se ho ben compreso), pur potendo dimostrare un reddito da lavoro dipendente di 900 € mensili. Ergo, il credito come diritto civile e non come scelta consapevole, il credito come una sorta di servizio pubblico, che deve essere assicurato a tutti: a tutti i costi. A spese di chi sia possibile tutto questo, non si dice, ma è scontato che siano le banche a doversene fare carico, cariche come sono, nell’immaginario di molti, di liquidità che per misteriosi motivi non viene erogata. Sempre su Twitter oggi si invitava a presentare testimonianze e storie di vita vissuta quanto ai dinieghi bancari. Potrei scrivere un libro sulla sconfinata stupidità di certe pratiche di fido, non certamente “difficile” che da almeno 20 anni mi è capitato di esaminare: non lo faccio, non ora, ma sarebbe facile. E servirebbe a mostrare che gli schematismi non funzionano mai per descrivere la realtà.

Intendiamoci, le banche hanno molte colpe e l’ABI riesce a sintetizzarle tutte molte efficacemente, per l’azione improvvida che ne caratterizza gli atti e le prese di posizione, per l’incapacità di essere propositiva e costruttiva, per il non sapere andare oltre la difesa, talvolta d’ufficio, dei comportamenti delle associate, soprattutto se di grandi dimensioni. Ma attribuire alle banche tout court ogni colpa per il credit crunch significa, nella migliore delle ipotesi, essere, appunto, schematici. Per tornare all’esempio precedente, chi si lamentava del diniego nulla ha detto circa il suo tenore di vita, i debiti preesistenti, gli altri impegni per sostentamento della famiglia, affitto, bollette, etc…

Infine, en passant, non sarebbe male ricordare alcuni aspetti strutturali, difficilmente controvertibili:

  1. le banche guadagnano se fanno credito. Rifiutare credito a priori significa rifiutare guadagni, va bene la stupidità, ma anche quella delle banche ha un limite;
  2. se le banche non fanno credito è possibile che ci sia un problema di liquidità? a qualcuno è venuto in mente che ne hanno fatto fin troppo prima e che ora i denari BCE servono a poter essere solvibili verso i risparmiatori?
  3. si invoca spesso “il mestiere perduto” delle banche, ovvero la loro incapacità di rischiare, dimenticando che le banche non rischiano il loro, ma i sudati risparmi del popolo: e che chi si lamenta, molto spesso, è il primo a non mettere denari nella sua azienda.

E se invece del lamento continuo provassimo ad uscire dalla polemica e tentassimo a ricostruire un tessuto di relazioni di clientela che metta al primo posto la responsabilità personale? Dell’impresa e della banca? Se mettessimo al centro della valutazione natura, qualità e durata del fabbisogno finanziario, anziché le garanzie che, al più, rappresentano un dissuasore? Se provassimo a pensare ai progetti delle imprese in termini di sostenibilità, raccontandoli e documentandoli, magari piantandola di ritenere i bilanci annuali un tributo burocratico? Proviamoci. Le cose belle e fatte bene non sono facili e non sono immediate. Ma se non ci proviamo mai, non accadrà mai niente.

 

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Crisi finanziaria fiducia

Aspettando piazza Syntagma…

Aspettando piazza Syntagma…

…l’economia reale europea gela nelle stazioni italiane.

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Banche Energia, trasporti e infrastrutture Giulio Tremonti Imprese Indebitamento delle imprese PMI Relazioni di clientela

Fare a meno delle banche?

Fare a meno delle banche?

La giornata di ieri, cominciata alle 9 con una riunione e, lavorativamente parlando, terminata alle 19, ha avuto un seguito di circa 6 ore di viaggio, dalla Brianza a Riminibirsk, come ormai andrebbe ribattezzata la città dove vivo. In 6 ore hai molto tempo per pensare, per ascoltare la radio (Isoradio e le sue comunicazioni tardive sulla chiusura di tratti autostradali nonché sul divieto di transito ai Tir superiori a 7,5 tonn., che invece circolavano impuniti), pensare alle infrastrutture ed al deficit italiano delle medesime, maledire camionari, NO TAV, Nimby vari ed assortiti. Però durante il viaggio, come una sorta di sottofondo mentale, ho continuato a pensare sia a quanto avevo discusso presenziando al CdA di una banca locale, sia a quanto ero riuscito a leggere, di contrabbando, su internet e su twitter. Ovvero, del rapporto banca-impresa e, addirittura, se si possa fare a meno delle banche. Comincio dalla fine, ovvero da un mondo senza banche: credo sia nei sogni di quel campione di liberismo che è Giulio Tremonti, che qualche sere fa in televisione ha ripetuto il noto slogan della banca rapinatrice e non rapinata. Le banche nascono per raccogliere il denaro delle persone, che non saprebbero come impiegarlo e come custodirlo, come farlo rendere e come essere sicure di ritrovarlo: possono farlo perché su base fiduciaria e regolamentata raccolgono i risparmi dei cittadini, facendo da tramite per questi verso gli investimenti. Il punto di partenza è, appunto, il risparmio, ci piaccia o no; rifletterci servirebbe a capire che l’unica vera alternativa alle banche è il materasso. O cialtroni truffaldini, di cui nessuno ha memoria, che negli anni ’80 proponevano forme di risparmio alternative e ladronesche, come i vari Cultrera dell’IFL ed altri storie simili. Possiamo discutere che lo facciano bene, possiamo esigere che lo facciano meglio: e proprio per questo dovremmo sceglierle, molto più di quanto non facciamo ora, in una sorta di pretesa che tutte si comportino allo stesso modo in automatico. Sarebbe come pretendere che tutti i whisky fossero come il Bowmore, per spiegare poi perché costano così tanto.

La seconda questione è legata alla prima, perché con altrettanta insofferenza in questo periodo di crisi ci si lamenta dei comportamenti delle banche nei confronti delle imprese (qualcuno ieri, scherzando ma non troppo, parlava sul web di banche che potrebbero de-localizzare, per guadagnare di più), razionate, tartassate, richieste di rientri cui non possono adempiere, prive dei denari per andare avanti. Sul punto è facile essere manichei e seguire il mainstream, che agevola chiunque strizzi l’occhio alle Pmi, tanto le banche sono indifendibili. Un bel post di Fabio Bolognini ci ricorda invece che se le banche talvolta non sono capaci di esaminare un piano di risanamento, è altrettanto vero che le imprese, specie le Pmi, non sono capaci di presentare un piano decente, quando lo presentano. Ovvero, si limitano a fare presente un problema, quello della mancanza di liquidità, ipotizzando che di tutto il resto, compresi gli stipendi, le ritenute etc..debbano farsi carico, appunto, le banche. Che se non lo fanno, diventano subito colpevoli. Cercare colpe, in questo momento non è molto produttivo; può essere tranquillizzante, ma non costruisce nulla. Non aiuta le imprese a guardare dentro di sé, a capire errori e problemi, lavorando sulla formula competitiva e cercando di capire dove non funziona; dare dell’untore alla banca, d’altra parte, serve per continuare ad eludere la grande questione che la crisi, da almeno 5 anni, sta ponendo, ovvero la necessità di ricapitalizzare le imprese. Con soldi veri, buoni, degli imprenditori, non di qualcun altro, come piace dire a Vincenzo Boccia. Su questo punto, con buona pace di tanti, le Pmi non ci sentono, né per amore, né per forza; auspicano piuttosto un rinnovo della moratoria, che non serve a nulla, perché sposterebbe, di nuovo, in avanti il problema. E’ giusto pretendere che le banche ti stiano almeno a sentire, magari anche che ti spieghino perché ti hanno detto no. Ma con altrettanta chiarezza andrebbe detto che non puoi pretendere che qualcuno capisca quello che nemmeno tu sai o conosci: sarebbe come se mi mettessi a spiegare reazioni chimiche o fenomeni fisici. Non è appena questione di avere un buon commercialista (altrimenti, mutatis mutandis, mi basterebbe avere delle buone slides per spiegare ciò che non conosco), si tratta proprio di un’altra cosa: si tratta di cominciare a capire le coordinate principali del lavoro imprenditoriale, si tratta di cominciare ad usare l’informazione, ad analizzare i dati, a sapere, per esempio, perché si ha bisogno di soldi. E’ un altro modo, è una cultura diversa del fare impresa, diversa dal semplice, e talvolta vano, sforzo titanico del “tirare avanti”. E proprio perché è un’altra cosa, ci vuole la pazienza, quella che solo un’educazione consente. Su questo punto ci vuole il lavoro di tutti, perché solo questo costruisce. Continuare a lamentarsi e pretendere sarebbe sterile come la protesta degli indignados. Per costruire non ci si può solo lamentare, si deve avere uno sguardo positivo sulla realtà.

Con chi ci vuole stare, siamo pronti per questo lavoro. Vaste programme.

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Crisi finanziaria Disoccupazione don Giussani Educazione PMI

Con i soldi che portava a casa mangiavamo.

Con i soldi che portava a casa mangiavamo.

Non mi permetto di giudicare la storia, raccontata oggi dal Corriere Veneto, di un imprenditore e di sua moglie, lui salvato da lei dal suicidio, lei subito dopo decisa a prostituirsi pur di sfamare la famiglia. Basterebbe l’ammonimento evangelico a non giudicare per non essere giudicati; e rammentare che c’è una Misericordia più grande di ogni nostra, personale, miseria. Però non riesco a finire questa giornata senza pensare a questa vicenda piena di dolore e di solitudine. Il dolore di chi non riesce più, attraverso il lavoro, ad esprimere fino in fondo la propria vocazione: e la solitudine di lui che decide di farla finita, di lei che per aiutarlo si prostituisce.  Non ci sono insegnamenti da trarre, non ci sono lezioni, ci sono domande, per ognuno di noi. Ogni volta che leggo di queste cose mi chiedo se con il mio, di lavoro, potrei fare di più. Se non si debba insistere di più con la formazione alle imprese, a parlare e riparlare di metodo, di affronto della realtà, di una compagnia di persone che ti possa aiutare, dandoti, appunto, un criterio ideale ed un’amicizia operativa. Se non si debba continuare a parlare, con tutti coloro che si lamentano e pensano che il problema sia fuori di loro: non necessariamente per risolverlo, ma per far capire loro che li riguarda e che dovranno affrontarlo, ma che non sono soli. Che non c’è niente da dare per scontato ma, proprio per questo, si può chiedere: agli amici, a chi hai accanto, a chi si mostra vivo di fronte a te. Vuol dire anche che bisogna “farsi vedere” di più: che ci siano iniziative, opere, scuole, che costruiscano questo atteggiamento di fronte alla realtà. Vuol dire insegnare ai bancari che le imprese sono fatte da persone e che occorre rapportarsi con loro per capirle fino in fondo; vuol dire insegnare alle imprese che la realtà è fatta di numeri e che fare impresa è una responsabilità; vuol dire insegnare ai miei studenti, in università, che la realtà non sta dentro gli schemi delle teorie economiche, ma che è molto più grande. Vuol dire, in finale, sperimentare per sè e per gli altri quello che don Giussani insegnava dicendo: “Se ci fosse un’educazione del popolo, tutti starebbero meglio.”

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Capitalismo Disoccupazione Imprese Lavoro

L’art.18 e il pubblico impiego sono casse da morto.

L’art.18 e il pubblico impiego sono casse da morto.

(…) L’articolo 18 e il pubblico impiego sono casse da morto dove per pigrizia ci si rinchiude. Chi ambisce a così poco, si accomodi, è libero di farlo, ma lo stato non può fornirgli la cassa, è eutanasia. Lo stato deve fomentare la voglia di vivere, e vivere significa lottare, inventare, cambiare, fare quel che si ama e amare quel che si fa. Dio ci scampi dai disinteressati. L’interesse crea l’etica nell’uomo, se non si ha interesse per quel che si fa, lo si fa male e si fa del male; ma si può essere interessati solo a quello che liberamente si sceglie in uno slancio amoroso, non per una comodità o un tornaconto. Il posto ciascuno se lo deve creare, a misura del proprio desiderio, solo allora si sentirà vivo. Appena possono, gli impiegati a tempo indeterminato si abbandonano al lamento e all’ipocondria, raccontandosi l’un l’altro le proprie malattie, vere o presunte; vivono nell’attesa della morte, metafora di quel licenziamento che li scaraventi in una qualche impresa. Pubblici o privati che siano gli operai non parlottano, non si lamentano, non ne hanno il tempo, non possono distrarsi, rischiano la pelle. C’è tanto amore e tanto prigioniero desiderio nel loro affannoso destino che quando sento che si mettono insieme fondando una cooperativa o qualche padrone li associa all’impresa, mi si apre il cuore.
Umberto Silva, Il Foglio, 4 febbraio 2012

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Borsa Capitalismo Imprese IPO

(S)quotarsi un po’: delisting Benetton per non addetti.

(S)quotarsi un po’: delisting Benetton per non addetti.

Ma Piazza Affari è un problema che, con ieri, Ponzano Veneto ha cominciato a mettersi alle spalle. Al termine di una riunione del cda durata un’oretta, Edizione ha spiegato le ragioni dell’addio. Ritiene che «anche in considerazione della protratta volatilità dei mercati azionari» il delisting «possa fornire al management la flessibilità richiesta nel medio e lungo termine» per sviluppare le «azioni necessarie a fronteggiare le sfide derivanti dal mutato contesto competitivo». Di fronte a scenari nuovi, occorre «una strategia di rafforzamento del modello di business su cui sono fondati la storia e il successo di Benetton».

Alla vigilia del cambio della guardia alla presidenza, con Alessandro Benetton destinato in primavera a succedere al padre Luciano, Piazza Affari non è più considerata funzionale a un progetto di rilancio industriale. Anzi. Di qui l’obiettivo di raggiungere almeno il 95% del capitale per procedere alla revoca dalla quotazione nel giro di qualche mese.

Francesco Spini, La Stampa.

Traduzione: ci ricompriamo l’azienda a prezzo vile, dopo aver monetizzato quanto possibile con l’IPO. Poiché non siamo più quotati non abbiamo più costi e noiose incombenze. Paghiamo molto bene i nostri consulenti di comunicazione perché riescano a non dire niente facendo finta di spiegare tutto.