A proposito di #creditodifficile (ho visto cose che voi umani non potete nemmeno immaginare).

A proposito di #creditodifficile (ho visto cose che voi umani non potete nemmeno immaginare).

Giovedì e venerdì scorso si sono svolte a Milano due giornate di formazione destinate agli addetti credito e finanza di un’associazione di imprenditori. Avevo dato sin dall’inizio un’impostazione pratica e non teorica alle due giornate di aula, invitando i partecipanti a condividere anticipatamente i casi aziendali dei loro associati che ritenessero utili o interessanti. I casi mi sono arrivati, eccome: e ho visto cose che voi umani non potete neppure immaginare. Purtroppo non navi incendiate al largo di Orione, niente di drammaticamente tragico e grandioso come in Blade Runner. Molto più banalmente, e tristemente, ho visto ciò che talvolta ho potuto solo immaginare e che invece, questa volta, mi ha colpito per ciò che rappresenta.

Ho visto i conti di aziende, anche note, o relativamente tali, che recavano numeri in profondo rosso, numeri che non sono nati all’improvviso, ma che vengono da lontano, da ben prima del 2007. Numeri che dicono, quanto alla prima azienda, che il margine operativo lordo è negativo da oltre sei anni, che i debiti sono pari ad oltre 5 milioni di € -più di tre volte le vendite- e che quelli bancari, da soli, superano il fatturato (1,7 mln.contro 1,5): numeri che testimonierebbero l’incapacità, ormai cronica dell’azienda, di generare un volume di ricavi adeguato a coprire i costi (meglio tralasciare le considerazioni sulle politiche di bilancio fatte rivalutando il magazzino, in quest’azienda, nota SpA, dotata pertanto di collegio sindacale, opportunamente accecato o ignavo). Numeri che, nonostante quanto appena evidenziato, spingono l’imprenditore a recarsi in associazione per essere aiutato a trovare “nuova finanza“. Nuova finanza, già: per cosa? Una sola notazione, del tutto o quasi incidentale: l’azienda poteva essere salvata, ma l’imprenditore non ha ritenuto opportuno cederla, poiché temeva di dover licenziare le persone che, a breve, saranno a piedi a prescindere.

La seconda azienda ha problemi leggermente inferiori, ma comunque tali da avere oltrepassato le potenzialità e le forze dell’impresa; anche qui i debiti superano ampiamente il fatturato. I conti erano (e sono) da tempo palesemente falsi, facilmente notabili da chiunque, anche dotato di una modesta esperienza. le rimanenze, e non solo, appaiono sproporzionate, impossibili da credere. Eppure, nonostante il conclamato credit crunch, a quest’impresa, tecnicamente fallita da molto tempo, solo di recente è stato chiesto di rientrare. E neppure questo è il motivo per cui l’impresa si è recata in associazione. Il motivo è che ai conti falsi dell’impresa ormai credevano tutti, l’imprenditore per primo, immerso in una sorta di second life, una seconda vita virtuale, fatta di profitti inesistenti, di prelievi consistenti, di una coniuge che pensava di essere ben maritata. La richiesta di nuova finanza è stata così motivata: “non posso rimanere senza soldi, mi portano via la casa a *** mia moglie mi lascia ed io cosa faccio?“.

Mi colpisce, in entrambi i casi, non appena la cattiva gestione, ma la totale mancanza di consapevolezza circa le sue conseguenze: guidare a fari spenti nella notte non basta, occorre anche bendarsi. E non stiamo parlando propriamente di micro-imprese, la prima impresa ha 40 dipendenti, la seconda coinvolge una quindicina di persone. Serve a qualcosa chiedersi chi è mancato? Se l’imprenditore, il suo commercialista, l’associazione? La banca, che doveva ritirare prima, molto prima, gli affidamenti? Serve a qualcosa trovare un colpevole, ammesso che ci sia? Non servirebbe piuttosto cominciare a farsi qualche domanda su cosa determini le scelte aziendali, quale sia il criterio, perché si arrivi alla rovina in maniera così incosciente? E magari smetterla di parlare di banche cattive e di povere Pmi buone ma cominciare a parlare, anche in pubblico, di cosa andrebbe fatto per evitare questi errori. Magari esigendo seri piani finanziari ed una comunicazione finanziaria non appena destinata ai terzi, ma utilizzata, prima di tutto, internamente. Magari cominciando ad invitare ai corsi di formazione non quelli che ci vengono sempre, e che ci vengono perché non ne hanno bisogno, dimostrando così la loro consapevolezza, ma quelli che, timorosi di perdersi tutte le loro cazzate, minuto per minuto, vogliono stare sempre lì. Ad osservare la nave, al largo, affondare.

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