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Come i risultati delle elezioni dai seggi siciliani.

Come i risultati delle elezioni dai seggi siciliani.

Con la stessa velocità con la quale arrivano i risultati dai seggi dell’ex Regno delle Due Sicilia sono arrivati gli esiti della ricapitalizzazione di Banca Carim. Mancano 43 milioni di €, mancano molti vecchi azionisti, mancano tante cose. Manca anche la sincerità, merce rara per dei cioccolatai, di ammettere un sostanziale flop; facendo finta che un prestito obbligazionario subordinato (in vista del 2019 sempre meno utile ai fini del rispetto dei regolamenti prudenziali di Basilea 3) sia assimilabile al capitale facente parte del c.d.Tier 1. Si attendono le mirabilia del nuovo CdA, confidando (contro ogni speranza) che non sia formato da addetti alla sepoltura della fu principale-banca-del-territorio-della-provincia-di-Rimini. Au revoir.

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#disperatimai 2, come rendere tutto inutile.

#disperatimai 2, come rendere tutto inutile.

Un’imprenditrice su Twitter mi ha segnalato questo manifesto della CNA: che faccio fatica a guardare per quanto è terribile, che faccio fatica a commentare. Anche se è difficile tacere.

Credevo di poter volare, ma la mia banca mi ha tagliato le ali. Un’impresa senza credito è un’impresa senza futuro. Ho tentato di leggere in quella foto una sorta di volo di Icaro malriuscito, un decollo difficile, qualcosa che non fosse quello che è: una donna che si ammazza. Il messaggio è chiaro ed inequivocabile, ed è anche molto manicheo: i sogni muoiono all’alba, e li uccidono le banche. La gente si ammazza per colpa delle banche, non ci sono altre cose da aggiungere, non ci sono altre spiegazioni da dare. Persino Oscar Giannino lancia un messaggio ambiguo, richiamando il D-day degli edili, che protesteranno contro lo Stato che non paga; come se lo Stato fosse l’unico cliente di tutti quanti, come se dipendesse tutto e solo dallo Stato, come se le imprese fossero solo buone e virtuose, non avessero commesso mai errori, non si fossero gettate, per prime, nella pazzesca corsa alla bolla immobiliare.

Ho avuto pudore a parlare dei suicidi, mi sembra sempre di entrare a gamba tesa laddove bisognerebbe entrare in punta di piedi: e pregare, nulla di più. Qualche tempo fa sul Foglio, Cristina Giudici scrisse articoli sui primi suicidi degli imprenditori veneti che dovrebbero essere riletti e mandati a memoria, per capire meglio. Ma era la prima parte della crisi, quella che non pensavamo sarebbe durata fino ad ora, senza la W, il double dip. Ora siamo nella parte discendente della seconda v, e non se ne vede la fine: lo Stato non paga, le banche tolgono il credito, gli imprenditori si ammazzano.

Bisogna dirlo, fare manifesti così non serve a nulla: non educa nessuno, non aiuterà nessuno a riprendere in mano la propria responsabilità personale, chiedendosi per cosa valga la pena vivere e, dunque, anche fare impresa. Fare manifesti così serve solo a dare la colpa a qualcuno ed a questuare: non a chiedere, a questuare, insistentemente, come un mendicante che fa questo come mestiere, come lavoro. Come professione, come le prèfiche che piangevano a pagamento nei funerali romani. Fare manifesti così non aiuterà nessuno a chiedersi da cosa potrebbe ripartire ed in che modo, eliminerà le domande e lascerà solo il lamento, perché tanto è colpa di qualcun altro. Non servono gli amici, i consulenti, il prete, figuriamoci le associazioni (già, le associazioni: la CNA lo è); non serve confrontarsi, non serve farsi aiutare, non serve nulla, perché tanto la colpa è delle banche. Oggi mi parlavano di una coppia di imprenditori che ha chiesto, con suprema disinvoltura, alla propria banca, un prestito di quasi 80mila € per comprare l’auto nuova, senza possedere né capacità di reddito, nè capacità di rimborso: qual’era il sogno di questi signori? Che nel frattempo si sono comprati un capannone, ovviamente. Qualche anno fa la professoressa decana della mia Facoltà, in uno scatto d’ira per lei assai frequente, disse che il guaio dell’Italia era il troppo cattolicesimo: perché si perdonava tutto. Si sbagliava. Ce ne vorrebbe molto di più, molto più di quanto immaginiamo. Per imparare dal cristianesimo come incominciare a guardare con misericordia almeno noi stessi.

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#disperatimai, una risposta a Flavio.

#disperatimai, una risposta a Flavio.

Dal blog di Simone Spetia traggo la lettura di una lettera che mi permetto di commentare e, commentandola, vi rispondo. Ricorda Spetia che “oggi Radio24 dedica la sua programmazione a artigiani, professionisti, imprenditori e lavoratori schiacciati dalla crisi. A Prima Edizione la lettura di una delle prime lettere che ci sono arrivate a disperatimai@radio24.it”.

Ed ecco la lettera, in corsivo. I commenti-risposte sono in grassetto.

La mia è una storia uguale a mille altre, che condivido con altri miei colleghi. Ho una piccola impresa nel settore del commercio edile, -il primo aspetto: un settore in bolla da tanti anni, che qualcuno pensava potesse solo crescere- con un giro d’affari di circa 4 milioni di euro. Nel 2008, prima della crisi, avevamo affidamenti bancari per 2 milioni, -secondo aspetto: un’attività commerciale, con margini di norma non molto elevati, che ha debiti bancari pari alla metà del fatturato; come li ripagherà?  con i quali  abbiamo finanziato investimenti -temo di sapere di che investimenti si tratti: è una commerciale, non una manifatturiera, non trasforma nulla, non servono investimenti particolari: temo che Flavio e soci abbiano comprato un inutile capannone-. Dal 2009 è iniziato a cambiare il mondo. I nostri clienti (costruttori) hanno cominciato andare in crisi, poi a non essere regolari con i pagamenti e le cose sono andate peggiorando. Poi sono arrivate le perdite sui crediti con i fallimenti e le chiusure (un nostro cliente si è suicidato il 31 dicembre). Da lì sono iniziate le tensioni finanziare, il rating bancario è peggiorato e le banche hanno ridotto gli affidamenti. Dalla crisi al panico. Oggi (aprile 2012) abbiamo affidamenti per 850mila euro, gli ultimi 100mila ci sono stati ridotti 1 mese fa (alla faccia dei finanziamenti della Bce alle banche italiane). -qualcuno che non sia il prof.Berti, il quale non conta notoriamente nulla, può cominciare a guardare in faccia la realtà e spiegare a tutti che i quattrini BCE servono a non far diventare illiquide le banche che non hanno ancora messo a rientro tutti quelli che avrebbero dovuto, ovvero a salvaguardare i risparmiatori?- Siamo nel panico … la continua diminuzione dei fidi ci sta facendo fallire. -mi spiace, ma non si può dire questa cosa senza riflettere: non è la continua diminuzione dei fidi che sta facendo fallire l’azienda di Flavio, ma il mercato nel quale lavorano, che è in crisi di sovrapproduzione strutturale: ovvero di eccesso di offerta sulla domanda, irrimediabile, irreversibile. Dire che la bolla è colpa delle banche è troppo facile: che le banche l’abbiano assecondata, non c’è dubbio, ma a questo punto, se mai qualcuno non l’avesse capito, il problema è del mercato immobiliare in sè, non delle banche cattive- Non riusciamo ad onorare i fornitori, e gli stessi ci bloccano le forniture finché non paghiamo il debito. Stiamo vivendo alla giornata e non so quanto riusciremmo a sopravvivere. Stiamo ristrutturando, riducendo i costi più possibile, risparmiamo anche sul toner della stampante e fra licenziamenti e cassa integrazione permanente abbiamo ridotto di 5unità su 16. Altre ne verranno in futuro. -Forse sarebbe anche il caso di ripensare radicalmente al business in sè: l’edilizia in quanto tale non va più, e non andrà più a lungo, per tanto tempo. Ci sono troppe case, poco spazio, poche persone per abitarle. Non basta? Tagliare i costi non basta, si deve ripensare al lavoro, a farne un altro, letteralmente- Abbiamo proprietà immobiliari che valgono più del doppio del nostro debito, -no Flavio, non valgono, valevano più del doppio del vostro debito: ora valgono solo se vi decidete ad abbassare, e di molto, i prezzi, se accettate di perdere su beni il cui mercato è caratterizzato da troppa offerta e nessuna domanda.-   ma ad oggi non siamo riusciti a vendere e realizzare per autofinanziarci. –Fatevi una domanda sui prezzi che esigete e chiedetevi se prevale l’esigenza di autofinanziarvi, realmente, o quella di non perdere rispetto al valore che avete fissato dentro di voi per quegli immobili, che è puramente teorico.- Se non succede un miracolo prima delle ferie di Agosto abbiamo chiuso. A mio modesto modo di vedere la politica è lontana dalla realtà! … per noi non è un problema dei costi della politica, … dei benefit dei politici, .. dei finanziamenti pubblici, .. dell’art. 18, .. per noi il problema è la crescita!!! … è il finanziamento alle PMI!!! .. il mercato non c’è!! … e le banche!!!!!!!! Sono quelle che ci hanno rovinato dandoci affidamenti in momenti di abbondanza. -ma, Santiddio, quando chiedete i finanziamenti non vi chiedete mai se potrete renderli?? Davvero avete firmato le pratiche pensando che il debito fosse una passeggiata di salute? Ma siete imprenditori o cosa?? Chi deve preoccuparsene? Di chi è l’azienda??- Con tali affidamenti ci siamo esposti, e nel momento di crisi ci obbligano al rientro. Per noi è una batosta!!! … pensate che se le banche non avessero chiesto il rientro, nonostante la crisi e le perdite su crediti “staremmo ancora bene”  -no Flavio, non stareste ancora bene: semplicemente sareste ancora più indebitati e, probabilmente, i vostri debiti, supererebbero il fatturato: è pensabile una simile follia?ma così non si può andare avanti
Saluti, Flavio

Infatti così non si può andare avanti. Si può e si deve chiedere allo Stato, alle associazioni, ai commercialisti, alle università, di lavorare su percorsi di ristrutturazione e riconversione, di formazione, mai abbastanza predicata e frequentata. Perché non si possano più dire certe cose, senza riflettere, perché certe cose servono solo a dire che la colpa è di qualcun altro, banche in particolare. Perché, soprattutto, si cominci a pensare all’impresa in termini di responsabilità personale: sull’antropologia, sul modo di essere e di vedere il mondo delle persone si può lavorare solo a livello personale, con l’educazione. Fra l’altro, a non pensare che si sia definiti, come parola ultima, da un fallimento. Noi valiamo molto di più degli immobili nei quali riponiamo le nostre speranze.