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Considerazioni iniziali.

Considerazioni iniziali.


Oggi è stata la prima volta di Ignazio Visco all’assemblea generale di Banca d’Italia. Le sue Considerazioni Finali sono tra i documenti del blog, vale la pena di leggerle per intero: Visco, peraltro, al termine della lettura ha chiesto come di consueto dispensa dalla lettura del bilancio della Banca, affermando tuttavia che gli sarebbe piaciuto poterlo illustrare.

Il neo-governatore ha un piglio diverso dal precedente, ma la sicurezza che ha mostrato non era neppure lontana parente della sua prima uscita pubblica, al Forex di Parma. E dietro la cortesia del gentiluomo meridionale, il Governatore non ha lesinato critiche e stimoli.

Me ne restano impressi alcuni, forse per sensibilità, forse per consonanza: così come mi ha stupito sentirlo affermare che in Italia non è scoppiata alcuna bolla immobiliare (probabilmente in rapporto alla Spagna è vero: ma basterebbe leggere il Corriere di ieri per farsi un’idea della pazzesca sovrapproduzione dei soli capannoni).

Anyway, per chi vuole capire:

  1. le imprese sono sottocapitalizzate e non è pensabile che continuino in questo modo; la ricerca e l’innovazione, peraltro, si finanziano con capitale di rischio;
  2. l’erogazione dei credito alle imprese non è calata, anche se nei mesi ha mutato assetto: resta un calo della domanda e, soprattutto, un ampio degrado della qualità del credito;
  3. la qualità della relazione con il cliente non è un costo, è un fattore positivo da valorizzare; motivo di grande riflessione per tutti i grandi manager delle grandi banche, per i quali la banca di relazione è affare dei piccoli, qua-si-fa-solo-transazione;
  4. le banche devono ridurre i Consigli di amministrazione, ridurne i componenti, ridurne i compensi: devono spendere meno ed essere più efficienti, vale per i piccoli, come per i grandi;
  5. e, infine, la fuoriuscita dalla crisi è questione, come sempre, di responsabilità personale. Solo riprendendola in mano si può pensare di farcela.

 

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Sono invecchiato aspettando Godot.

Sono invecchiato aspettando Godot.

Autostrada, GR1 delle 8, ascoltando le notizie provenienti dalla Renania Westfalia come se fosse Radio Londra che annuncia che gli Alleati sono sbarcati in Normandia. Poi, rassicurando me stesso interiormente che la signora ed il suo moralismo luterano continuano a starmi fortemente antipatici, rifletto su quanto sto ascoltando e sulle diverse interpretazioni: soprattutto rifletto sull’uso della parola crescita e sulla necessità di provvedervi immantinente (in proposito ascoltare gli onorevoli Di Pietro, Lupi o Gasparri che invocano la crescita è come ascoltare la rassegna stampa della Pravda di Radio Soviet, tanto monotòni sono certi politici nell’enunciazione dei concetti) che viene gridata da chiunque.

Ma la crescita non è compito di qualcuno che non lo fa, e che è cattivo, mentre qualcuno, che è buono, obviously, vorrebbe ma non può: altrimenti si ricade nella logica perversa dei manifesti CNA. Se qualcuno può fare qualcosa lo può fare a livello di cornice, di quadro, di sistema; ma nessuno può dipingere al mio posto, quello devo farlo io. Una delle cose sulle quali insisto di più nella parte iniziale del corso di bancaria è che le banche non sono il motore dello sviluppo, al più ne possono essere le levatrici. Non so quanto sia casuale, ma negli ultimi giorni ho ripensato a quelli che, nel 2007, alle prime avvisaglie della crisi, avevano ben pensato di chiudere, per non saper né leggere, né scrivere; non ricordo, all’epoca, alcuna campagna di stampa, nessun giornalista sulle tracce di questi eroi dell’imprenditoria, nessun manifesto. Non hanno aspettatto Godot, qualunque faccia avesse, ed hanno chiuso: e forse, forse, hanno fatto bene, perché in qualche caso hanno evitato guai peggiori successivi, dissesti, buchi nei bilanci delle banche. Qualcosa hanno fatto. Non sapremo mai perché lo hanno fatto, quanto fossero consapevoli, ma lo hanno fatto. Mi accontenterei, per il momento, che le Pmi almeno prendessero coscienza di dove si trova la loro barca, avessero idea della dimensione dei loro problemi.

Quegli stessi imprenditori che, se ora non vogliono sentirsi dire che il ciclo monetario è un problema, già allora, nel 2007, avevano incominciato a non aprire neppure l’estratto conto bancario.

“…ed anche la notte di nozze però, io non feci nulla, aspettavo Godot.” (Paolo Lolli)

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L’adeguamento fiscale (diventare marginali, uscire dal mercato e dirsi addio).

L’adeguamento fiscale (diventare marginali, uscire dal mercato e dirsi addio).

Da un commento ad un post di Filippo Facci su Chi suicida chi?

ro55ma says:
11 maggio 2012 at 14:49

“perché non dovremmo chiedere conto delle personalissime stime sui suicidi fatte dalla Cgia di Giuseppe Bortolussi”
Perchè la CGIA è un associazione di rappresentanza datoriale che, appunto, fa solo il suo mestiere, esattamente come lo ha svolto negli ultimi quarant’anni nei propri uffici di consulenza fiscale – a quegli stessi imprenditori di micro aziende artigiane – con strepitosi risultati in termini di risparmio per i medesimi ed evasione ed elusione fiscale per l’Agenzia delle Entrate.
Lo scandalo sta invece in chi, l’osso demagogico e lobbistico della CGIA, l’ha addentato e ci ha venduto copie e allarme sociale (ad ottoemezzo, ieri sera, da vergognarsi, ecc. ecc.).
D’altra parte, il problema è enorme e reale; solo per gli artigiani la percentuale dei 450.000 datori di lavoro con dipendenti, in procinto d’essere catapultata completamente fuori mercato dal semplice adeguamento fiscale è da capogiro: si parla del 30-50% di aziende che non sarebbero in grado di reggere e quindi chiudono e licenziano i loro dipendenti.
Che in questa situazione ci sia chi si preoccupa di trovare soluzioni (deroghe, condoni, ..?) utilizzando qualunque mezzo di pressione è “normale”, meno normale è che nessuno spieghi al Paese cosa sta succedendo..

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Per ora rimando il suicidio (far finta di essere sani).

Per ora rimando il suicidio (far finta di essere sani).

(Non sanno se ridere o piangere, battono le mani).

Accade tutto contemporaneamente, troppo in sequenza per non pensarci. Dopo una fastosa ed impegnativa presentazione di quasi un mese fa -nella quale non ero stato né tenero né accondiscendente verso le imprese- al Museo 1000 Miglia di Brescia, mi comunicano che la Scuola d’Impresa, modulo sui rapporti banca-impresa, è saltato per mancanza di iscritti. A Brescia, dove i promotori sono ricchi e forti, sono tanti e la sensibilità imprenditoriale non è mai mancata.

Poi riparlo con la responsabile marketing di una Banca di Credito Cooperativo, che mi ha chiesto di stendere i contenuti di due progetti formativi, uno destinato ad imprenditori che avevano già partecipato a precedenti iniziative, uno per soggetti che non abbiano mai fatto formazione in materia finanziaria. Cerco di modulare il tutto, faccio il fine tuning, taglio, cucio e faccio le asole, evito di spalmare il tutto su troppe giornate, sintetizzo e stipo: insomma, faccio due vestiti su misura, richiesti con urgenza.

Telefonata dopo qualche giorno:

Ciao, abbiamo guardato le tue proposte: non potresti metterci qualcosa di più commerciale?

– Volentieri, ma cosa intendi dire?

Intendo che non possiamo parlare sempre delle stesse cose, del fabbisogno finanziario e del ciclo monetario: gli imprenditori queste cose le conoscono (sic); dovremmo parlare di qualcosa che dia il senso di un’evoluzione futura positiva (ri-sic).

– Cioè?

Secondo noi dovresti parlare del credit crunch, dovresti dire che finirà: dovresti mostrare dei dati che facciano capire che se ne può uscire. Dovresti parlare di cose positive, altrimenti non vengono.

– Ma io pensavo di parlare di ciclo monetario, di come affrontare la carenza di liquidità, di come provare a relazionarsi costruttivamente con le banche…

Se parli di queste cose non vengono: cambia, altrimenti non si fa.

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