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Giuliano Ferrara Imprese Indebitamento delle imprese PMI

Evasori marginali.

Evasori marginali.

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Rientrato ormai dalle ferie, ma con ancora addosso i postumi dell’infarto (e delle medicine) leggo Giuliano Ferrara sul Foglio.it di oggi, riguardo alla ben nota polemica sollevata dall’intervento di Stefano Fassina, che ha impropriamente scandalizzato i moralisti delle imposte schierati nel PD. Come sa chi frequenta questo blog (ultimamente in modalità “infarto” prima e “vacanzina” poi, come da foto) sa che non abbiamo mai amato né gli evasori, né i moralisti, qualche tempo fa prendendocela con l’ex-presidente della Camera di Commercio di Rimini, Maggioli, il quale aveva più o meno ripetuto le stesse cose di Fassina.Ora la questione non è giustificare l’evasione, anche se la curva di Laffer dovrebbe, perlomeno, far riflettere qualcuno, se non insegnare qualcosa. La questione vera è un’altra e riguarda quelle imprese che non hanno nei loro margini sufficiente sostanza non solo per pagare le tasse esageratamente elevate del nostro Paese, ma che non pagherebbero nessuna altra aliquota, nemmeno molto più bassa, per una ragione molto semplice: non hanno margini, ovvero sono imprese che dovrebbero uscire dal mercato, marginali, appunto. Sono le stesse imprese che non pagano gli interessi alle banche, che sottopagano i dipendenti, che amano il nero, per amore o per forza.

Il problema dell’evasione di sopravvivenza, diventa allora, in realtà, quello di una concorrenza sleale fatta a chi le regole le rispetta, da parte di chi non le rispetta: e dovrebbe, duole dirlo ma è così, chiudere.

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Mini-bond e illusioni sviluppiste.

Mini-bond e illusioni sviluppiste.

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La convalescenza lascia tempo alla lettura e il Corriere della sera di oggi era bello robusto. Nelle pagine economiche Fabio Savelli riporta la storia della Caar, società piemontese di ingegneria, con 80 dipendenti e 4,5 mln.di € di fatturato, che ha collocato un mini-bond a 5 anni di 3 mln.di €. Non ci è dato di sapere a quanto ammontasse l’indebitamento senior, ma nuovo debito pari a 2/3 del fatturato non sembra proprio uno scherzo: nell’articolo non si parla di Mol o di redditività, ce ne faremo una ragione. Tuttavia, il responsabile finanza della Bcc di Cherasco –arranger dell’operazione- giura che la situazione patrimoniale fosse di prim’ordine (con buona pace dell’analisi della capacità di reddito, che evidentemente non è più di moda, o forse non lo è mai stata: che abbiano guardato il current test ratio? o forse il margine di struttura?) e, soprattutto, che fosse convincente il business plan, elaborato nei minimi dettagli. Il titolare della Caar, a sua volta, giura che nessuna banca avrebbe finanziato l’operazione (ma chissà se è stata veramente presentata a qualcuna di esse).
L’emissione del mini-bond ha consentito nuove assunzioni in Caar per un numero di 4 unità, e di questo non possiamo che rallegrarci, così come del superamento del ben noto “vincolo-finanziario-allo-sviluppo-delle-Pmi“, poiché, almeno nella fattispecie, i denari arrivati dal mini-bond serviranno a nuove acquisizioni e ad una crescita per linee esterne.
Mancano alcune notizie, non secondarie, dal momento che dopo l’emanazione del decreto sviluppo sono solo 6 (sei) le imprese che in tutta Italia hanno fatto ricorso ai c.d. mini-bond; e se lo strumento funziona così bene, in modo da consentire ad un’impresa di indebitarsi fino ad 2/3 del proprio fatturato, come mai è così poco diffuso in tempi di lamento sul credit crunch?
Quanto è costata l’operazione, a parte la trasformazione in SpA? Chi sono i sottoscrittori dei mini-bond (perché qualcuno se li deve essere comperati: e se non sono le banche, che sono cattive per definizione e non finanziano i progetti, chi è stato? risparmiatori rimbambiti? speculatori? indonesiani nerazzurri)? Quanti e quali collaterali sono serviti? E, infine, come era la situazione economico-finanziaria della Caar al momento dell’emissione? Proporre strumenti di mercato mobiliare come panacea per la soluzione dei problemi finanziari, senza tenere conto degli altri pezzi della realtà, assomiglia molto alla conclusione del film di Sergio Leone che amo di più, C’era una volta in America: quando Robert De Niro si stende a fumare l’oppio, dimenticando tutto il resto.