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Inter

Lettera al Presidente (nuovo).

Lettera al Presidente (nuovo).

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La serata della finale di Champions League, il 22 maggio 2010, io recitavo al Piccolo. Con clamore sui giornali anticipai lo spettacolo di un’ora e mezza per poter fare vedere al pubblico la finale di Madrid. In realtà anche io ero molto coinvolto da questa cosa. Però avevo timore, perché il 5 maggio 2002 ero proprio al Piccolo. Allora, però, ritardai lo spettacolo di mezz’ora perché non riuscivo a riprendermi. Grande fu lo stupore perché in sala la metà della gente aveva sciarpe e bandiere per andare poi in piazza Duomo a vedersi Inter-Bayern sul maxi schermo. Guardai la finale nei camerini grazie a una piccola tv gentilmente fornita dall’organizzatore. Fu una serata bellissima e indecifrabile al tempo stesso. Camminavo per le vie di Milano e avevo una strana sensazione. Vedevo i ragazzi di 17-18 anni fare festa, io era più di 40 anni che aspettavo… Ci rimasi quasi male. Camminavo da solo. Andai fino in piazza Duomo a vedere, in disparte, la gente che impazziva. Poi mi diressi verso casa, in Porta Romana. Eppure sentivo che stavo dimenticando qualcosa.

Alle 6 del mattino mi svegliai di soprassalto. Mi stavo dimenticando una promessa fatta a mia mamma, mancata qualche anno prima. Mi aveva chiesto: “Se dovesse capitarmi qualcosa e l’Inter dovesse vincere la Champions, ricordati di portarmi un ricordo di quella serata”. Mia mamma era più di un ultras. L’ultima partita che vide a San Siro fu un Inter-Borussia Moenchengladbach di coppa Uefa. Era con me ai popolari. A un certo punto la vidi schiaffeggiare un tedesco. “Mi ha insultato”, si giustificò. E io: “Ma se non conosci nemmeno la sua lingua…”. Da quel giorno, quando giocava l’Inter, l’ho sempre tenuta a casa. Soffriva troppo allo stadio. Con il ricordo di quella promessa, alle otto uscii di casa per andare da lei. Per strada c’erano tutti i residui dei festeggiamenti. I ragazzini andavano in giro con la sciarpa nerazzurra al collo. Ma mi colpì una figura, in particolare. All’orizzonte mi apparve un ragazzo, barcollante, con bandiera e sciarpa, visibilmente euforico. Si avvicinò. E, dopo avermi riconosciuto, gridò: “Campioni! Campioni! Dove sono gli altri?”. “La festa è finita”, gli risposi. E gli domandai: “Hai visto baracchini che vendono bandiere, sciarpe o gadget dell’Inter? Perché ho fatto una promessa a una persona che non c’è più”. Lui si sfilò la sciarpa dal collo: “Questa è stata a Madrid, sono appena tornato. E’ tua!”.

 

a lambrate — Con la sciarpa al collo, andai al cimitero di Lambrate. Comprai delle margherite e la nascosi dietro ai fiori, non mi sembrava opportuno entrare in quel luogo come allo stadio. Mantenni la promessa fatta a mia mamma. Legai la sciarpa intorno alla sua foto. Ero imbarazzato. Mentre mi alzai, alla mia destra vidi un signore che stava piantando una bandiera dell’Inter di fronte a una tomba. Mi sorrise. C’era tanto nerazzurro al cimitero e il mio imbarazzo iniziale si trasformò in una risata quando vidi una Coppa dei Campioni gonfiabile attaccata all’ala di un angelo di un monumento funebre. Per me quel giorno in qualche modo è stato l’apice del calcio romantico. Oggi mi fermo a guardare i ragazzini che giocano proprio con quello spirito. Moratti questa storia la conosce già. Ora spero che il signor Thohir la legga per capire che cosa vuol dire essere interisti. Perché se l’atletica è uno sport, il calcio è una metafora della vita.

Paolo Rossi
*comico e interista” (da gazzetta.it)

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Bolla immobiliare Crisi finanziaria

Gli immobili si (s)valutano sempre (di più).

Gli immobili si (s)valutano sempre (di più).

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Incontro un amico e parliamo di vita e di cose materiali, di come va la sua attività e come funzionano gli affari. Mi dice “male, non riesco a vendere i miei appartamenti e non voglio più affittarli“. Approfondisco e scopro che non li ha mai comprati, sono ereditati, dunque il valore di carico è zero: come mi fa notare mio figlio, non per caso revisore, non si sono minusvalenze che rovineranno bilanci, c’è solo da far cassa. Eppure la risposta alle mie obiezioni è quella standard (forse dettata da Confedilizia?): “sì, ma non possiamo nemmeno svendere“. Per svendere bisogna avere un parametro di riferimento in testa, ed in questo caso non è neppure il costo, no; è il sospirato valore di mercato, quello di 6 o 7 anni fa. Ci lasciamo sulla mia conclusione: “Gli immobili, a stare lì, si svalutano da soli.” Non gli è piaciuta.

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Alessandro Berti Bolla immobiliare

Disordine e regresso, Favela Chic (Riministan).

Disordine e regresso, Favela Chic (Riministan).

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Questa mattina decido di mettermi alla prova su una distanza più lunga nelle mie performance di romagnolo-walking e compio i 18,2 km tra Rimini e Riccione e ritorno in 2h e 48′ (pulsante applausi dalla regìa). Percorro dapprima il lungomare di Rimini e fino al Marano (un orrido fiume, in un orrido luogo, dove tuttavia i locali all’aperto impazzano con musica et alio tutta l’estate, richiamando orde di emiliani, bolognesi in specie, che sembrano non cercare altro) non incontro altro che stranieri. Russi che passeggiano, indiani, pachistani, qualche cinese che gestisce (?) negozi di infimo ordine, dove si vendono, al freddo e con gli espositori sulla strada, articoli di infimo ordine. I primi italiani li incontro oltrepassato il Marano, poi a Riccione cambia tutto. Bisogna andare a piedi, anche se a velocità sostenuta, per notarlo: cambia lo stile degli edifici, non ci sono locali di infimo ordine (certo, mi dicono, saranno da un’altra parte), ma l’impressione è la stessa di quando a Londra passi da una zona Londonistan ad una zona british. Il problema non è che ci sia un Riministan, che non pare oltretutto somigliare al suo preoccupante omologo britannico. Il problema è, molto semplicemente, il significato in termini economici e di offerta turistica: un’offerta turistica sempre più al ribasso coinvolge tutto, qualunque cosa intorno a sè, generando una sorta di distretto della mediocrità e dell’approssimazione. Ed è proprio nel Riministan che, d’altra parte, giganteggiano gli scheletri degli edifici delle colonie, taluni bellissimi, ma tutti tetri nel loro abbandono. Perché non c’è amministrazione che non abbia bloccato qualunque progetto che non passasse dal partito secondo regolamento. Ho sentito che a Milano, nel quartier Isola, dove abita una mia conoscente assai snob, si sono lamentati della skyline delle nuove realizzazioni edilizie. Chissà se vorrebbero fare cambio con una skyline dove troneggia -zona Marano- un locale la cui insegna (cattivo gusto? idiozia del pubblicitario?) è, esattamente “Disordine e regresso. Favela Chic”?

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Banca d'Italia Banche Vigilanza bancaria

Come una sentenza.

Come una sentenza.

The good the bad and the ugly_2 Un articolo di Maximilian Cellino sul Sole 24Ore di ieri rammenta a tutti che dal primo gennaio è entrata in vigore “Basilea 3”, ovvero l’insieme di regole che mutano il quadro regolamentare riguardo ai rischi che le banche possono assumersi. Coerentemente all’impostazione del giornale per cui scrive (ed a tante filippiche ascoltate su Radio 24, per esempio da parte di Sebastiano Barisoni) Cellino dipinge un quadro molto pessimistico, nel quale è facile riconoscere un colpevole, il regulator (ed i politici in generale) ed una vittima designata, ovvero le Pmi. Basilea 3, alla stregua di una sentenza già scritta, condanna le Pmi al credit crunch, con tutte le conseguenze immaginabili. Può essere certamente così, anche se le stesse preoccupazioni, più di dieci anni fa, occupavano le pagine dei giornali riguardo a Basilea 2 e poi quello che accadde fu credito più facile per tutti. Le imprese talvolta sembrano avere la memoria corta: quando invocano più mercato e più selezione dimenticano (forse?) che la selezione riguarda anche il merito di credito, ovvero la capacità di reddito e di rimborso. E che sostenere aziende decotte, da parte delle banche, sottrae risorse a quelle sane e falsa il mercato. Riparliamone.

Buon 2014.