Il magazzino: un amante ingrato, un segnale di (in)efficienza, una macchina della verità.

Il magazzino: un amante ingrato, un segnale di (in)efficienza, una macchina della verità.
Macchina-della-verità

Nel Sole 24Ore del 27 marzo c’è un interessante articolo sulla “sfida” che il livello delle scorte pone ad una società quotata italiana, la Emak (cfr.”La sfida di Emak: meno magazzino per contrastare i mercati volatili.”). Certo, pensare che ridurre il magazzino serva ad affrontare le sfide dei mercati,  farà storcere il naso a più di un imprenditore: probabilmente agli stessi che del magazzino si innamorano, tristemente non ricambiati, pensando che “intanto però gli sconti-quantità, l’approvvigionamento etc…”. Il magazzino è un componente negativo di reddito, è un costo: più magazzino uguale più costi. Per giunta, costi che si deteriorano, diventano obsoleti, invendibili, fuori mercato. Per questo la sfida di Emak è una sfida che dovrebbe essere raccolta da ogni impresa, grande o piccola, perché il livello del magazzino segnala, nel migliore dei casi, l’inefficienza della gestione, l’incapacità di ottimizzare gli approvvigionamenti, la carenza di cultura finanziaria delle Pmi.

Da ultimo, in maniera quasi ossessiva nei conti annuali delle imprese, anche in quelle che sembrano avere oltrepassato la crisi, talvolta anche in quelli delle quotate, il magazzino segnala politiche di bilancio volte a mostrare un utile solo contabile, quando in realtà il reddito sarebbe nullo o negativo. Il magazzino, dunque, come una macchina della verità che -a differenza del poligrafo- non sbaglia mai: basterebbe utilizzare il rendiconto finanziario per comprenderlo.

Talvolta, più semplicemente, basterebbe il buon senso e la semplice analisi del conto economico: che ve ne pare di 1 miliardo e 400milioni di shopper di plastica (vulgaris: sportine) stipati in 500 mq.? o dell’equivalente di 250mila pallets (vulgaris: pancali) nel piazzale di un produttore dei medesimi? Non è tanto grave che qualcuno lo abbia scritto in un bilancio: è grave che qualcuno in banca continui a crederci.

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