Riformare il credito cooperativo non è solo questione di regole.

Riformare il credito cooperativo non è solo questione di regole.

L’approdo alla versione finale del Decreto Legge che ha riformato il credito cooperativo dopo una lunga gestazione ed una sostanziale imposizione dal centro (su questo, e solo su questo, a parere di JM, hanno ragione i vari “colonnelli” che hanno fatto veri e propri pronunciamenti latino-americani sul tema) non può che far riflettere non solo tutti coloro che hanno a cuore la democrazia economica e la “biodiversità” mutualistica, ma anche chi, più semplicemente, si interroga sul futuro delle relazioni di clientela nel nostro Paese, soprattutto per quel che riguarda le Pmi. Su Linkiesta ci sono le considerazioni di Luca Barni, che riesce a sintetizzare efficacemente il vero pregio della riforma: l’avere accolto le linee principali dell’autoriforma che Federcasse stava discutendo, riuscendo, nello stesso tempo, a rafforzare patrimonialmente le Bcc senza far loro perdere il nesso col territorio.

Ovviamente, non è mai stata una questione di regole in passato e non lo può essere nemmeno ora: la riforma rimette in gioco per tutti i valori, ovvero la cultura, il modo che hai di leggere la realtà, con buona pace di coloro (p.e.l’ottimo Sebastiano Barisoni di Radio 24) che dal crac delle 4 banche avevano tirato giudizi frettolosi e sommari sulle banche locali. La mutualità ed il localismo possono venire distorti così come la grande dimensione extra-nazionale: Deutsche Bank, ma non solo, rappresenta l’esempio più lampante di come la grande dimensione non garantisca comportamenti virtuosi, non eviti conflitti di interessi, non impedisca il moral hazard.

Mi piace, invece, ricordare due esempi che in una sola settimana ho potuto ri-conoscere ed incontrare di nuovo: una piccola Bcc, con un record di sofferenze irrisorie (talmente basse da sembrare quasi insultanti, visti gli elevati accantonamenti prudenziali comunque effettuati) che lavora strettamente sul territorio ma che osserva continuativamente le buone prassi in materia di valutazione del merito di credito. E poiché ho lavorato e lavoro per questa banca, evito di nominarla, sapendo che non me ne vorranno.

Il secondo esempio è sul lago di Ledro, dove la Cassa Rurale ha riunito -indubbiamente senza alcun merito del sottoscritto- ben 80 imprenditori per incontri serali (dalle 20 alle 23!) sulla cultura d’impresa, il bilancio ed il fabbisogno finanziario. Si può decidere di rimettersi in gioco su ciò che si ha di più caro, i propri conti aziendali, se chi te lo chiede è la banca che da sempre ti è accanto nelle tue scelte sul territorio: per giunta venendo ad ascoltare un illustre sconosciuto, che ti parla senza fare sconti, o almeno ci prova, nonostante l’ora. Cultura d’impresa e buone prassi, non solo regole: su queste basi la riforma del credito cooperativo non è appena una normativa illuminata, ma l’occasione per tutto il Movimento di riformarsi ritrovandosi.

 

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