Fintech, ovvero come risolvere i problemi di chi non ne ha.

Fintech, ovvero come risolvere i problemi di chi non ne ha.

Un articolo su Repubblica.it di giovedì scorso analizza il fenomeno dell’anticipo fatture digitale, ovvero di quel canale (alternativo o complementare?) al finanziamento bancario del credito commerciale che sta prendendo piede nel nostro Paese. Il meccanismo, ormai noto, è quello dell’asta di crediti commerciali che imprese private, aderenti a piattaforme digitali, effettuano per poter ricevere fino al 90% del credito anticipato in un massimo di 4 o 5 giorni. Tutto bene? Parliamone. L’ottimo Fabio Bolognini, qualche settimana fa, in un articolo dedicato al credit crunch, concludeva per due sole alternative al credito bancario, ormai in ritirata dalle Pmi: o il capitale di rischio o, appunto, i canali alternativi.

Chi scrive sostiene da tempo che le nostre Pmi siano sottocapitalizzate e l’evidenza empirica le mostra indebolite rispetto alle concorrenti europee, talvolta caratterizzate da un debt/equity ratio dimezzato rispetto a quello italico. Ma non c’è forma alternativa di finanziamento, nemmeno la migliore di tutti, ovvero l’equity, che possa rendere buona un’impresa che distrugge valore, che possa farne cambiare la prospettiva di valutazione, come Modigliani e Miller hanno insegnato. La questione è sempre quella del fabbisogno finanziario, del perché si necessita di denari e a cosa servono e serviranno, in un mondo dove, cone buona pace di tutti, le banche prestano il denaro solo a chi può restituirlo, anche a costo di guadagnare poco o nulla, perché adesso il mondo va così. Amen.

In altre parole, il vero problema non sono quel 20% di imprese 4.0 di cui parlava Bonomi qualche giorno fa a Radio 24 e, forse, nemmeno il 20% di quelle che ormai sono decotte (ma se sono decotte perché continuiamo a parlarne? Perché non spegniamo i fornelli?) bensì quel 60% che sono “tra color che son sospesi“. Le imprese che appartengono al gruppo 4.0 si finanzieranno come vogliono o forse non si finanzieranno affatto esternamente, perchè sarà sufficiente il capitale creato mediante gli utili; potranno utilizzare gli strumenti Fintech ma la loro vita non cambierà per questo. Cambierà invece per le banche, che in questo momento finanziano solo ottimi prenditori, preferibilmente di dimensioni medio-grandi, perché, nonostante tutto, non hanno ancora imparato a valutare il fabbisogno finanziario delle Pmi: e i processi di apprendimento, sono anzitutto una questione culturale, cioè di scelte di fondo, di mentalità, di valori, anche di impresa. In quel 60% ci sono tante Pmi che, per varie ragioni, sono rimaste indietro: che hanno smesso di investire per non smettere di pagare di debiti, che magari hanno sovrainvestito nell’immobiliare e si sono sovraindebitate, che non riescono a mettere in atto nessuna strategia valida per uscire dal guado per mancanza di lucidità, di risorse manageriali, di competenze. A queste imprese la finanza digitale non serve: serve qualcuno che stia loro accanto (professionisti, associazioni, banche) e che abbia voglia di ripartire dagli strumenti più elementari -ma credetemi, più ignorati- per ricominciare a parlare seriamente di gestione, non solo finanziaria.

P.S.: da quando è iniziata la Grande Crisi 10 anni fa, gli unici strumenti (moratoria 1 e 2, consolidamenti delle esposizioni, forbearance, varie ed eventuali) che tutti hanno richiesto, usato, pensato, sono stati di tipo finanziario. Ma qualcuno MM gliel’ha mai spiegato?

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