Sta per arrivare la rivoluzione e non ho niente da mettermi! Ovvero, sta per scadere il fido e non so che bilancio portare in banca…

Sta per arrivare la rivoluzione e non ho niente da mettermi! Ovvero, sta per scadere il fido e non so che bilancio portare in banca…

L’inizio dell’estate coincide con il tempo delle dichiarazioni dei redditi. I bilanci annuali sono ormai chiusi, anche se non ancora pubblicati, chissà poi perché; nuove e più stringenti regole impongono alle banche di revisionare con maggiore cura gli affidamenti concessi alla clientela, valutando se la capacità di reddito e la capacità di rimborso si siano mantenute integre oppure si siano deteriorate, nuove e più improvvide regole consentono ai redattori di bilancio, soprattutto se Pmi, di presentare prospetti sempre più sintetici e incomprensibili, ormai criptici e ridotti quasi ad una somma, un “totalone” di costi e ricavi, di attivo e passivo, del tutto indistinti.

Le banche, anche se non lo dicono apertamente, sono da tempo alle prese con una classificazione del rischio che, se da un lato appare meramente per uso interno, dall’altro ha riflessi assai pesanti sul rapporto con i clienti: ci riferiamo al cosiddetto credito deteriorato che, lungi dall’essere confinato nella tradizionale distinzione binaria bianco/nero, buoni/cattivi ovvero bonis/sofferenza, ha molte più sfumature di quelle che si possano immaginare. E, soprattutto, di quelle che una clientela spesso a disagio con le questioni finanziarie possa immaginare.

Da alcuni anni esiste la categoria delle inadempienze probabili, o unlikely to pay, ovvero tutte quelle posizioni che la banca (e solo la banca) giudica essere tali perché il credito sarà soddisfatto solo dopo aver escusso le garanzie. La famosa ed abusata frase “ma vuoi anche il bilancio? Ti ho già dato anche le garanzie!” oltre ad essere tecnicamente sbagliata, appare sempre più vuota e stupida, proprio alla luce di questa nuova, più stringente classificazione. Il giudizio della banca, infatti, è del tutto indipendente, secondo la normativa, dall’esistenza di eventuali posizioni scadute e/o sconfinate e potrebbe essere attribuito anche in presenza di una situazione di perfetto adempimento. Le inadempienze probabili non sono quindi il nuovo nome da attribuire a quelli che una volta venivano definiti incagli, perché la tempistica di rilevazione dei problemi è molto più anticipata e basata su processi previsionali. Le conseguenze per il cliente di uno scadimento della propria qualità creditizia, anche solo percepita, sono facilmente immaginabili e non possono che consistere in restrizioni del volume di affidamenti in essere o mancata erogazione di nuovi affidamenti richiesti, nonché in un maggior costo del denaro (a clientela più rischiosa si applicano tassi più elevati).

Portare il bilancio per la revisione degli affidamenti, allora, non solo non è appena un adempimento formale, ma rappresenta un momento fondamentale di comunicazione (finanziaria) con una valenza che travalica la semplice osservanza periodica di un adempimento; non si dimentichi, infine, che tutte le banche sono alle prese con un monitoraggio sempre più costante e attento da parte delle Autorità di Vigilanza, nazionali ed europee, circa l’aggiornamento tempestivo dei processi di revisione degli affidamenti e non potrebbero che gradire una comunicazione puntuale e anticipativa.

Molti anni fa era in vigore il (mal)costume di presentare bilanci alle banche diversi da quelli ufficiali, redatti, così veniva detto, unicamente a scopi fiscali di abbattimento dell’imponibile; ovviamente si trattava spesso di affermazioni maliziose, rese possibili da un’impostazione del rapporto banca-impresa ancorato rigidamente all’esistenza di garanzie immobiliari. Se il mondo è cambiato e la crisi finanziaria ha sconvolto nel profondo il sistema dei rapporti economici del passato, il primo passo da compiere è prenderne atto, a partire dalla stessa consapevolezza di come sta andando la propri azienda. Dunque il bilancio non più come un obbligo formale da assolvere di malavoglia, anche se purtroppo la normativa pare spingere sempre più in tale direzione, quanto piuttosto uno strumento di conoscenza, che si forma nel tempo registrando la qualità della gestione e le performance economiche e finanziarie dell’impresa. Un bilancio che comunica correttamente la situazione aziendale serve anzitutto all’imprenditore, ai suoi collaboratori, ai manager per comprendere la bontà del cammino intrapreso e per adottare eventuali accorgimenti, correzioni di rotta, modifiche: ma soprattutto un bilancio annuale non può che essere una fotografia da inserire nel film più ricco e sperabilmente duraturo, della vita aziendale nel suo complesso. È facile intuire che se il bilancio annuale va spiegato e le performance rese note, questo vale sia che le stesse siano positive, sia che al contrario registrino andamenti non desiderati; il lettore “esterno” del bilancio sarà aiutato dalle spiegazioni e dai dettagli a non avere paura dell’ignoto, a non diffidare, a confrontarsi con spiegazioni che lo aiutino a comprendere gli andamenti aziendali. La legge italiana prevede obblighi di comunicazione davvero modesti, fissando oltretutto un limite eccessivamente alto per la tenuta della contabilità ordinaria. Sarebbe quanto mai opportuno, al contrario, che le imprese stesse integrassero l’informativa minima con un insieme di documenti (per esempio il rendiconto finanziario per flussi di cassa, già da oltre trent’anni obbligatorio in Francia) in grado di mettere l’interlocutore bancario nella migliore condizione per comprendere l’effettivo andamento dell’impresa; ovviamente tale tipo di documentazione integrativa necessiterebbe di una relazione in grado di spiegare esaustivamente i risultati ottenuti, tanto più se il bilancio consuntivo prelude a richieste per il futuro, che presuppongono a loro volta la redazione di piani economico-finanziari di previsione.

Dunque la revisione annuale degli affidamenti può diventare un’occasione di miglioramento e approfondimento del rapporto con la banca, anche e soprattutto in chiave di partnershipper la realizzazione dei progetti aziendali: e poiché la trasparenza e l’apertura non si impongono per legge, la questione, come sempre, diventa culturale. Perché una diversa cultura delle relazioni di clientela è possibile, lavoriamoci.

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