Fase presto (per ragionare sul Decreto Rilancio).

Fase presto (per ragionare sul Decreto Rilancio).

Da Il Foglio

Il decreto “Maggio”, finalmente arrivato in Gazzetta Ufficiale e quindi in Parlamento per la conversione, contiene una pluralità di misure a vantaggio delle imprese. Queste sono in parte di tipo risarcitorio, e sono quindi le più efficaci nel breve termine, perché dirette alle imprese colpite più o meno duramente dalla pandemia. Altre misure sono invece rivolte a tutte le imprese, presumibilmente per agevolarne la ripartenza (il “rilancio”) e, soprattutto, favorirne i piani di investimento produttivo. Le due diverse finalità, entrambe apprezzabili, minacciano tuttavia di tradursi in procedure attuative che affastellano misure eterogenee senza una chiara razionalità di impiego delle risorse. Mentre la finalità risarcitoria richiede infatti un’erogazione incondizionata di aiuti in proporzione ai danni subìti, l’obiettivo della facilitazione della ripartenza è più complesso e richiede un’articolazione appropriata dei sussidi, dei trasferimenti in conto capitale e degli altri incentivi. 

Tra questi, gli strumenti di espansione del capitale di rischio e di rafforzamento patrimoniale delle imprese dovrebbero avere un’assoluta priorità, sia per quanto riguarda le Pmi, sia per le medio-grandi, soprattutto per quelle che sono inserite nelle filiere produttive internazionali. Queste dovranno non solo fronteggiare, una volta uscite dallo choc di offerta endogeno, cioè dal lockdown, la caduta della domanda conseguente al lockdown degli altri paesi, ma anche un ambiente competitivo molto più complesso a causa della inevitabile almeno parziale ristrutturazione post Covid di queste filiere in molti settori. La condizione tradizionale delle Pmi italiane è stata sempre caratterizzata da una forte sottocapitalizzazione, ossia da una carenza cronica del cosiddetto capitale di rischio. Essa può essere attribuita a una varietà di cause, tra cui la struttura familiare delle Pmi, una legislazione fiscale tendenzialmente favorevole all’indebitamento bancario e la frequente ricerca di (imprevista) liquidità, oggi esacerbata dalla repentina caduta del flusso dei pagamenti conseguente alla crisi della pandemia. Quest’ultima rischia di creare un ulteriore problema, perché l’immissione di liquidità garantita dallo stato, se utilizzata come unica fonte di compensazione della caduta del fatturato, ha come conseguenza un incremento complessivo dei debiti, che tende a divenire, per la singola impresa, per il sistema produttivo, per le banche e per lo stesso governo, un peso difficilmente sostenibile già nel breve e medio termine. Appare quindi importante, nelle condizioni attuali, che la ripartenza dell’economia non sia perseguita esclusivamente attraverso incentivi all’incremento degli indebitamenti bancari, a crediti di imposta o ad altri strumenti temporanei che non incidono in modo strutturale sul capitale netto. Questi indebitamenti, infatti, inevitabilmente richiamano la necessità di remunerazioni a breve termine e di programmi di adattamento minimalisti che contrastano con le esigenze di lungo termine delle imprese, costringendole a percorrere sentieri di aggiustamento di corto respiro, che non ne assicurano la competitività e ne minacciano le capacità di resilienza rispetto a ulteriori choc di domanda e di offerta che potrebbero venire dalla ricorrenza di questa pandemia o da eventi imprevedibili della stessa portata.

Evidentemente i problemi sia di accesso al credito sia al capitale di rischio di imprese che si differenziano sia per dimensione sia per mercati di riferimento sono molto diverse. Tuttavia, dal punto di vista dell’attore pubblico, cioè del governo, almeno per due aspetti ogni intervento dovrebbe partire da premesse simili. La prima è che, se lo stato vuole intervenire nel mercato con strumenti che vanno oltre la creazione complessiva di un ambiente più favorevole all’attività d’impresa, allora dovrebbe prima chiarire quali sono i suoi obiettivi, qual è il suo piano o almeno la sua visione di crescita industriale dell’economia italiana, da cui deriva la sua azione di sostegno diretto, e quindi selettivo, delle imprese. Le modifiche dell’ambiente giuridico, sia di diritto societario sia più in generale di funzionamento della giurisdizione, e gli strumenti generali di alleggerimento fiscale temporaneo o strutturale dovrebbero essere inoltre coerenti con un programma adeguato di spesa e investimenti pubblici. La seconda premessa è che lo stato, quindi il governo, dovrebbe chiarire la corrispondenza tra fini, mezzi finanziari e capacità attuativa, o almeno averne una qualche idea.

Perché, per tornare al nostro dl “Rilancio”, la scelta è stata di giocarsi “one shot” l’aumento di indebitamento pubblico approvato dal Parlamento, come se fosse piovuta dal cielo una dotazione imprevista e si trattasse di decidere come spenderla. In realtà, la decisione di aumentare l’indebitamento deciso è stata sacrosanta, perché si trattava di tentare di frenare il collasso dell’economia e la caduta del pil e quindi impedire il risultato disastroso di avere una esplosione del deficit pubblico per perdita di gettito fiscale conseguente a tale collasso più che per spesa addizionale destinata a frenarlo. Ancora non sappiamo come andrà a finire, ma va distinto un deficit “non strutturale”, benedetto anche dai mercati e dall’Europa, da un programma futuro di finanza pubblica. Un tale programma non dovrà lesinare spesa per sostegno a crescita e investimenti, quindi spesa cui dovrà rispondere un rendimento tale da garantire la sostenibilità del maggior debito, ma dovrà certamente evitare di alimentare il finanziamento permanente di debolezze strutturali. Non si tratta evidentemente di vedere se ci sono dissensi su queste premesse, probabilmente non ci sono se ci si limita ai princìpi, ma la differenza tra le narrative e le realizzazioni sta tutta nella capacità di disegno e di attuazione delle policy. E allora, quel che disturba, al di là dell’apprezzamento per le buone intenzioni, è l’affastellamento in uno stesso decreto legge di provvedimenti destinati all’emergenza, al “ristoro” e alla “ripartenza”, già arrivati con notevole ritardo e provvedimenti quali quelli diretti a creare importanti fondi di intervento nelle imprese presso la Cdp e Invitalia, che richiedono certamente riflessione, maggiore definizione di fini e strumenti e molti altri passi procedurali. Non si tratta di schierarsi a favore o contro sogni di nuove Iri o nuove Gepi. Questi sogni sono peraltro smentiti anche da parti importanti della maggioranza e forse non appartengono ai proponenti, ma essi suggeriscono che appare per lo meno improprio unire nello stesso decreto misure urgenti di cui forse il governo potrebbe chiedere l’immediata approvazione in Parlamento come segno di unità nazionale e misure che, nello stesso spirito, richiedono una condivisione maggiore e dibattito più mirato. Sarebbe forse bene che queste parti fossero stralciate in sede di conversione del decreto e inserite in modo più congruo in un decreto separato.

Pasquale Lucio Scandizzo e Giovanni Tria

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