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Resilienza, valore e “risiko” bancario.

Resilienza, valore e “risiko” bancario.

Se c’è una cosa di cui essere grati al proprio Maestro, il prof.Giampaoli, è la diffidenza che mi ha insegnato nei confronti delle frasi fatte. Il titolo del post le riassume quasi tutte, manca solo “tesoretto” ma ci ha pensato Victor Massiah a tirarla fuori, nel presentare l’aggiornamento al piano industriale di UBI e nel definire come ostile e non concordata la proposta di Intesa. Tutto come da copione o quasi, salvo un chiaro atteggiamento a mio parere puramente difensivo (Intesa crescerà in Italia ma non all’estero, la fusione non crea valore per gli azionisti etc…) e, soprattutto, povero di argomenti veri. Le slides, scaricabili dal sito parlano più che altro di dividendi: e alla voce costo del lavoro si intuisce en passant che comunque, a prescindere dalla fusione, sarebbe un discreto bagno di sangue. Il vero argomento o, se si preferisce, la ciliegina sulla torta, è rappresentata  dal fatto che “si evidenzia un excess capital di circa €840 milioni di € che potranno essere distribuiti, corrispondenti a un cumulato di oltre 73 centesimi di euro per azione nel triennio. (…) . La crescita del monte dividendi disponibili rende inoltre evidente agli azionisti la dimensione del valore intrinseco della loro Banca.” 

Negli anni precedenti al 2008 Alessandro Profumo, parlava di free capital per fare acquisizioni, cresceva  e remunerava comunque gli azionisti: chissà cosa risulta a Massiah e al board di UBI simulando una bella fusione con MPS?

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Prima, dopo e durante un prestito Covid-19 (senza speranza).

Prima, dopo e durante un prestito Covid-19 (senza speranza).

Si è già discusso abbondantemente in questa sede sul fatto che un prestito Covid-19 con garanzia pubblica, laddove per tale si intende quella prestata dalla SACE o dal Fondo Centrale di Garanzia, non è un prestito che la banca è tenuta a erogare, tanto meno senza valutare approfonditamente il merito di credito del richiedente. A parte i motivi già illustrati, riguardanti le best practices in materia di affidamento e le prescrizioni della Circ.285 di Bankitalia, è ormai noto l’orientamento EBA circa il fatto che un prestito in moratoria possa divenire tranquillamente un’inadempienza probabile o comunque analizzato come tale. E se da un lato non si possono segnalare sofferenze da parte delle banche (quid juris quando dopodomani riapriranno i tribunali fallimentari?), come sancito dal Decreto Liquidità, che fine faranno le valutazioni che de plano devono essere fatte sulla incapacità di adempiere se non tramite escussione delle garanzie, ovvero le UTP?

Detto questo, l’audizione del Direttore Generale del Fondo Centrale di Garanzia ha bene illustrato quello che accade qualora la fideiussione, senza eccezioni e a prima richiesta, venga escussa: il FCG verificata la sussistenza dei requisiti, paga. Nello stesso istante, tuttavia (e per comprenderlo non serviva un’audizione parlamentare) si surroga negli stessi diritti che aveva il creditore originario, cioè la banca e per recuperare il proprio credito è autorizzato ad emettere cartelle esattoriali per l’importo dovuto, più interessi e spese. Con tutta evidenza, nulla di più distante da un contributo a fondo perduto: direi, poco rassicurante.

Ma un aiuto di Stato? Si. Autorizzato? Forse (ma probabilmente no, almeno in moltissimi casi di piccole e micro-imprese).  Come ricorda un ottimo articolo apparso sul Sole 24 Ore di oggi a cura di Paolo Meneghetti e Gian Paolo Ranocchi, per quel che riguarda il contributo a fondo perduto la circolare 15/E della Agenzia delle Entrate precisa che l’aiuto non può essere concesso alle imprese che si trovavano in una situazione di difficoltà al 31 dicembre 2019, in base alla definizione di cui all’articolo 2, punto 18 del regolamento (UE) n. 651/2014. Le 4 condizioni per le quali -ne è sufficiente anche una sola- una impresa è considerata in difficoltà e quindi non può essere aiutata sono le seguenti:

1)-nel caso di srl diverse dalle neo-costituite, il patrimonio netto ridottosi del 50% a causa di perdite cumulate;

2)-nel caso di sas o di snc, i fondi propri (ovvero il patrimonio netto) ridottisi del 50% a causa di perdite cumulate;

3)-assoggettamento a procedure concorsuali;

4)-interessi passivi superiori all’Ebitda.

Non è evidentemente questa la sede per discutere, per esempio, dell’inclusione o meno nella categoria delle imprese in difficoltà delle ditte individuali -come parrebbe pacifico- né dell’esclusione dei liberi professionisti, che pure non pare in discussione. La questione vera, che il legislatore pasticcione del Decreto Liquidità e del Decreto Rilancio pare avere scordato, riguarda il fatto che tutti i prestiti e le moratorie rischiano di configurarsi come aiuto di Stato proprio per quelle imprese che più ne hanno bisogno, le tantissime snc,, sas ed srl, che hanno da tempo il patrimonio netto negativo e che versano da tempo in condizioni di squilibrio economico, finanziario e patrimoniale.

Ma se queste imprese, a seguito del cumularsi di perdite, hanno ridotto la dotazione di capitale di oltre il 50% -e ci riferiamo a imprese, quelle italiane, normalmente sotto-capitalizzate- e non solo per perdite ma, per esempio, per prelievi soci c/utili anticipati, si stanno erogando finanziamenti a soggetti che quasi certamente non rimborseranno nulla di quanto dovuto. Con le conseguenze di cui sopra. Con l’aggravante che molte di esse, destinate a fallire, avranno tuttavia nel frattempo anche ricevuto contributi a fondo perduto. Che più perduto non si può.

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La La Bank

La La Bank

Oggi, su ilsussidiario.net “Le aziende hanno smesso di chiedere soldi agli istituti non perché stiano bene come stanno, perché non ne abbiano bisogno, bensì perché Governo, Abi e istituti di credito hanno dato vita all’ennesimo, indegno rimpallo di responsabilità durante la crisi Covid. E non parlo solo della questione Cig, parlo dell’erogazione di credito diciamo “ordinario”. L’esecutivo ha peccato di incompetenza, scrivendo i decreti con i piedi, perché ha sciorinato cifre inesistenti da un lato e ingestibili dall’altro, se non si garantiva alle banche la manleva penale rispetto a eventuali, future insolvenze sui prestiti concessi a soggetti “a rischio”. Le banche, dal canto loro, hanno usato questa ultima criticità come ennesimo alibi strutturale per dare soldi solo a chi volevano loro e alle loro condizioni: altrimenti, venivi gentilmente invitato ad aspettare che il peggio fosse passato. Ovvero, aspetta di fallire o di metterti in mano agli strozzini. Lo sanno tutti, banche in testa. Le quali, lo ripeto a scanso di equivoci, non sono enti di beneficienza, quindi è giusto che si tutelino e tutelino i loro azionisti, visto che le performance di bilancio pesano su quelle di Borsa.

A firma di Mauro Bottarelli, un giornalista che non ho mai amato e che probabilmente neppure mi conosce. il nostro ama i complotti e il pessimismo, talvolta venato da catastrofismo e da una solida avversione al potere, di qualunque tipo. Potere che alla fine sempre guadagnerà qualcosa a scapito del poveretto di turno. Questa volta sono di turno, lato potere, le banche (e quando mai!) che insieme al Governo e all’ABI (ABI: chi era costui?) sono colpevoli di un “indegno rimpallo“. Però…però se la norma è scritta con i piedi e l’hanno fatta al Governo, non è un rimpallo quello che sta andando in scena: è una presa d’atto, ti hanno messo in mezzo alla pista e devi ballare. Lo scudo penale ci vuole e Bottarelli lo sa benissimo, in questo Paese di avvocati in cerca di cause temerarie, che tali non sono mai contro le banche. Quanto all’ABI, basti vedere chi ne è il Presidente per comprenderne il peso politico.

Insomma, ho la sensazione che il nostro in una banca non sia mai entrato e che non abbia la più pallida idea di come vi si lavori. E, secondo me, neppure di come funzioni un conto economico, uno stato patrimoniale e i requisiti di vigilanza: perché nel frattempo che non si può mettere a sofferenza nessuno, il credito si deteriora lo stesso. E dubito che le banche stiano facendo utili con la raccolta a tassi negativi (sì, per carità, bellissimo) e facendo quali impieghi? A quali tassi?

P.S.: Bottarelli, c’hai presente la voce 130?

 

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Se non ora, quando.

Se non ora quando.

Ovvero, se non ora, visto che tutto è garantito (?) dallo Stato e tutto o quasi sarebbe dovuto dalle banche, le quali nulla hanno da temere perché tanto pagherà la SACE o il Fondo Centrale di Garanzia, quando vogliamo metterci intorno a un tavolo per provare a capire che quello che serve per le nostre imprese non è credito facile o garantito, ma credito sostenibile. E magari rendersi conto che, nonostante le balle che vengono raccontate ovunque (Il Business Plan? Ma la banca X mica le lo ha chiesto? Ma la Banca Y mi ha dato 1 milione di € e non ha voluto niente e via di scempiaggine in scempiaggine).

Per questo rinnovo l’invito al webinar organizzato da R&A Consulting e al quale mi onoro di partecipare, introducendo la prima giornata. I relatori, a parte il sottoscritto, sono di tutto rispetto: e ci sono 6 crediti formativi. Vi aspetto.

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Informare male, fa male: non giudicare è peggio (ancora su banche e imprese).

Informare male, fa male: non giudicare è peggio (ancora su banche e imprese).

Stefano Elli scrive sul Sole 24 Ore di oggi, 10 maggio 2020.

Impresa di abbigliamento (chiusa). Fa richiesta in banca dei 25mila euro del decreto liquidità. La banca nega: posizione segnalata in Centrale rischi. Quindi niente soldi. Richiesta analoga da agenzia turistica (inattiva). Domanda respinta. Stessa motivazione. Padroncino autotrasportatore (fermo). Chiede finanziamento. Negato: medesima ragione. Non si contano più le mail giunte al Sole24 Ore che rappresentano lo stesso umiliante canovaccio. Chi non ha pagato rate, leasing, affitti, per più di due mesi consecutivi si ritrova sul capo la fiammella segnalatrice di elevato rischio creditizio. Una pentecoste debitoria che significa una cosa sola niente soldi. Almeno per coloro che si trovavano in difficoltà già prima del Covid-19. Perché per gli “investiti” dal tornado coronavirus almeno uno scudo c’è: le linee guida dell’Abi ,sulla scorta di quanto previsto dal decreto liquidità, prevedono che la garanzia venga concessa anche in favore dei debitori sofferenti o deteriorati purché tale classificazione non sia precedente al 31 gennaio 2020. Oltre a questo per finanziamenti sino a 25mila euro non si prevede alcuna attività istruttoria.

D’altra parte il titolo dell’articolo è Una odissea per 2 milioni di cattivi pagatori. Sottotitolo. Molte Pmi sono escluse dai crediti garantiti perché erano in crisi prima del Covid.

Da quando è cominciata la crisi da Covid-19, Il Sole 24 Ore, probabilmente per un riflesso pavloviano, si lamenta per conto delle imprese, deprecando la qualunque: con questo articolo, unitamente alla lamentela pubblicata su Sosliquidità l’altro giorno del famoso (famigerato?) commercialista che parlava di richieste lunari, si sale in un crescendo che dimentica, con disinvoltura eccezionale, i mille discorsi fatti sul mercato e la concorrenza.

Qualcuno dovrebbe spiegarmi perché un imprenditore che ha chiuso e che è stato segnalato in CR come sofferenza prima del 31.1.2020 deve essere finanziato da qualche altra banca: perché?? Dove è scritto che alle banche competa la previdenza sociale? L’articolo prosegue, sulla scorta di molti che ho letto in questo periodo, parlando di non necessità di istruttoria per le pratiche di fido inferiori a 25.000 €. Non è vero. Non è così. Anche per questa, che è pura e semplice beneficenza travestita da operazione di prestito, la banca dovrebbe fare un’istruttoria (e grazie a Dio, a mia notizia e per i contatti che ho, la fa e spesso dice di no); per chi non è convinto, basti andare a leggere l’orientamento dell’Autorità bancaria Europea o ABE (EBA per gli anglofoni) che fa chiaramente capire che, tanto più in un’ottica di medio termine, non si può che chiedere business plan, progetti, bilanci numeri. Perché i progetti vanno selezionati, le imprese vanno scrutinate, tanto più adesso. Non si possono finanziare le perdite di chi perdeva già senza neppure chiedergli come pensa di fare per non perdere più.

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Richieste lunari?? Come far affondare il rapporto banca-impresa.

Richieste lunari?? Come far affondare il rapporto banca-impresa.

Leggo sul Sole 24 Ore di oggi questa lettera, che riporto integralmente omettendo solo la firma dell’autore.

Le richieste lunari della banca

“Sono un commercialista che ha la fortuna di assistere, su tutto il territorio nazionale, “primarie aziende” nei rispettivi settori in cui operano. Orbene, una delle mie suddette aziende, con ottimo rating e congrue linee di credito in essere, ha manifestato al settorista di una primaria banca, l’intenzione di avvalersi del “Decreto liquidità” relativamente al parametro “Fabbisogno per costi del capitale d’esercizio e per costi di investimento nei successivi 18 mesi”. Pur non specificando l’importo, ma pur sempre sotto la soglia dei 5 milioni di euro, il suddetto funzionario ha risposto che solo per poter esaminare la pratica avrebbe bisogno della documentazione di cui alla mail allegata. A) bilancio 2019 definitivo e, se preventivo, con firma del legale rappresentante.

b) situazione banche con dettaglio fidi accordati e debito residuo e leasing; c) piano di rimborso del debito rateale e dei leasing; d) relazione dell’amministratore sull’impatto dell’emergenza sanitaria sui conti aziendali (descrivere la situazione di mercato, andamento dei ricavi e margini economici, aspettativa sulla ripresa/normalizzazione dell’attività); e) business plan che copra l’intero piano di rimborso del finanziamento considerando che questo potrà superare i 72 mesi di cui 24 di preammortamento massimo. Dato che ritengo la suddetta richiesta “lunare” e in contrasto con quelle che sono le finalità conclamate, oserei dire “strombazzate” dai nostri governanti, gradirei che tale richiesta fosse portata a conoscenza dell’Abi, di Confindustria e di quanti altri hanno a cuore il problema della liquidità del nostro sistema economico in questo drammatico momento.”

Avrei risposto così, se solo la mail de il Sole non avesse rigettato quanto scritto (l’indirizzo l’ho scritto bene, poi non so…).

Gentili Signori di Sos Liquidità,
non scrivo quasi mai ai giornali, ma leggendo certe lettere mi pare di essere tornato ai tempi della crisi del 2008, quando sulle banche si era gettata addosso lo stigma dell’infamia e le imprese e gli imprenditori erano, naturalmente, al di sopra di ogni sospetto.
La lettera del commercialista (dott…) che lamenta che le banche chiedano il bilancio 2019 e il business plan per gli anni a venire, con la stima dell’impatto Covid è quanto di più professionale, non lunare, si possa immaginare. Per quale motivo la banca dovrebbe dare denari a un imprenditore o a chiunque senza capire cosa ha combinato finora (a questo serve l’ultimo bilancio storico: e spero che la banca abbia già anche gli altri) e senza chiedergli cosa ha in mente di fare (e a questo serve il business plan). Se il collega avesse letto bene il decreto liquidità saprebbe che dall’anno prossimo occorrerà indicare in nota integrativa la stima dell’impatto Covid 19 sul risultato d’esercizio: e forse sarebbe meglio che ne parlasse al suo cliente, magari per capire se e in che modo valga la pena cambiare il business model se un evento esogeno così violento spariglia le carte in tavola per il mondo intero, non solo per lui.
Non andremo molto lontano lamentandoci, senza capire quale sia la nostra situazione, dove vogliamo andare e cosa serva per andarci: sicuramente la comunicazione governativa e quella dei media sul Decreto Liquidità non è stata smagliante, ma è stato il Presidente Bonomi (non il Presidente dell’ABI) a dire che non si risolve la crisi indebitando di più le imprese. Aggiungerei io, da ultimo, che indebitare le imprese per coprire le perdite, senza altre prospettive che chiedere i buchi per l’immediato, è una cosa, a dir poco, sconsiderata.
Mi consola vedere imprese che si stanno gettando a capofitto nei piani e nei progetti, anche facendosi aiutare da validi consulenti e da professionisti che li indirizzano verso scelte consapevoli. Lamentarsi e basta non serve a niente, non serve più: non aiuta e non aiuterà mai a migliorare i rapporti tra le imprese e le banche.

Alessandro Berti

 

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L’oroscopo 2017 del Mago Alex per banche, banchieri, bancari, governatori: ovvero cosa ci salverà dal disastro prossimo venturo?

L’oroscopo 2017 del Mago Alex per banche, banchieri, bancari, governatori: ovvero cosa ci salverà dal disastro prossimo venturo?

wizardofid

In ritardo di un solo giorno, ma in fin dei conti puntuale come un Frecciabianca, ecco l’Oroscopo 2017 del Mago Alex per banche, banchieri, bancari e governatori.

Perché non più solo i bancari e perché non più segni zodiacali? Perché con soli 35 anni di ritardo si avvera -di più: viene superata- la profezia del prof.Mazzocchi, Università Cattolica, anno 1978, corso di Politica Economica: “Prima o poi anche in Italia il lavoro dei bancari sarà, come negli USA, un lavoro per donne e per neri”, ovvero sottopagato, dequalificato, da ultimo reso addirittura seriale e dis-umanizzato dal robot e dalla filiale virtuale. A che serve parlare d’amore e di carriera ad un robot? A una filiale virtuale? A una postazione video?

E dunque…

uforobot

Banche: secondo molti idioti, peraltro, mi duole dirlo, assai votati, le banche sono al Governo, in Italia, in Europa, in Germania, praticamente ovunque (magari ci fosse Goldman Sachs al governo: dove si firma per Lloyd Blankfein Presidente?). Quindi bisognava votare loro contro, quindi la vittoria del NO. Bravi. Complimenti. Sono gli stessi genii che sventolavano gli striscioni a Montecitorio con su scritto “La casa non si tocca”, quando si tentava di rendere più veloci le procedure di recupero dei crediti; mi piacerebbe assistere all’esame di Tecnica Bancaria fatto da qualcuno di costoro, per chiedere come pensano di difendere il risparmio, tutelato dalla nostra immarcescibile costituzione? La madre degli imbecilli è sempre incinta.

Di overbanking ha parlato Mario Draghi, scrivendo lui l’oroscopo per le banche e ponendo fine a decenni di discussioni accademiche se sia meglio la banca grande o la banca piccola; di una sostanziale soppressione delle banche locali parla da tempo il suo mediocre successore Ignazio Visco.

Concentrazione è la parola scritta nelle stelle: meno banche.

E meno banchieri: poiché le cadregh si riducono si cerca disperatamente di sedersi su quelle superstiti, man mano che il gioco crudele della sedia/concentrazione settoriale ne toglie una alla volta: a chi fosse sfuggito, importiamo banchieri (Mustier a Unicredit ne è l’esempio più solare): mentre la categoria è rappresentata da un gagliardo giovanetto, di nome Patuelli, che fu nella Prima Repubblica segretario del PLI (!). Tancredi Bianchi si rivolta nella tomba.

Foto Federico Bernini - LaPresse 12 11 2015 Torino cronaca Fondazione Ugo La Malfa. Piemonte industriale in trasformazione. Ruolo del credito, dell'innovazione, delle start-up. Grattacielo Intesa San Paolo. Nella foto: Antonio Patuelli, presidente ABI
Foto Federico Bernini – LaPresse

Impressiona la parabola della categoria professionale del bancario, specie in via di estinzione e di cui nessuno sente la necessità di patrocinare la protezione. Non esiste nessun Landini in banca, la felpa della FABI, se mai è esistita, viene usata come pigiamino.

E poiché le banche si stanno ritirando dai business rischiosi perché sono costosi (i.e. il credito), o ne accettano solo quote che consentano di ridurre il costo operativo per eccellenza, il personale, il nostro bancario non ha grandi prospettive, perlomeno a breve termine. O diventa capace di vendere di tutto, e sarà valorizzato per quello, o rischierà il peggiore dei mismatching, quello tra competenze acquisite e competenze richieste. La chiusura delle filiali e gli esuberi, da una parte, l’esternalizzazione e la vendita di prodotti “fabbricati” altrove -le polizze- dall’altra, sono due facce della stessa medaglia: l’impresa bancaria, impresa di servizi ad alta intensità di fattore lavoro, sceglie di robotizzare i processi, riducendo l’intensità del fattore lavoro. Che evidentemente non potrà più essere de-qualificato, perché quel tipo di lavoro lì lo faranno i robot, non ci sarà più.

I Governatori, da parte loro, soprattutto il nostro, in questo frangente storico mostrano di assomigliare sempre più alla Sindaca di Roma: sono etero-diretti, sostanzialmente irrilevanti. Per nostra fortuna a Francoforte non c’è la Casaleggio e Associati, ma non c’è motivazione intrinseca all’esistenza di Via Nazionale se non quella di essere un’agenzia al servizio di Eurotower.

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Il futuro, dunque, non è roseo, non serviva il Mago Alex per dirlo. Qualcuno vagheggia un mondo senza banche, qualcuno, anche di recente (SB, innominabile) è arrivato a dire che l’euro non va bene e che ci vorrebbe una doppia circolazione monetaria, come nel 1945, con le AM lire.

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Una sola cosa, realisticamente, ci può salvare, ed è quella che ci ha portato close to the edge: il credito deteriorato. Perchè di una tale montagna di quattrini si tratta,  e di un problema di così ampia portata, che ci vogliono ancora troppe persone e, soprattutto, troppo denaro, per risolverlo. Nemmeno Salvini, Brunetta, Di Maio, Dibba, M.me LePen hanno soluzioni magiche, anche se le spacciano come tali.

Coraggio fratelli, le sofferenze salveranno le banche.

Buon 2017 a tutti (e buon ascolto: non c’è nemmeno la pubblicità).

Il Mago Alex

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ABI Banca d'Italia Banche

Un salvataggio bancario è un atto di violenza (re-load).

Un salvataggio bancario è un atto di violenza (re-load).

Un salvataggio bancario non è un pranzo di gala. Non è un convegno dell’ABI su Basilea 3, non si può fare come se fosse la rivalutazione di un immobile.

Un salvataggio bancario non è una festa letteraria, non è un disegno o un ricamo. Non è il premio Strega, non si fa con le vignette di Vauro o le battute di Bergonzoni. Non si può fare con la carta o con i debiti, ci vogliono soldi, veri. Pubblici.

Un salvataggio bancario non si può fare con tanta eleganza, con tanta serenità e delicatezza, con tanta grazia e cortesia. Un salvataggio bancario non si può fare consultando la Camusso, chiedendo alle parti sociali, telefonando in Confindustria. Un salvataggio bancario non si può fare castigando i banchieri cattivi e con l’efficienza purificatrice del mercato.

Un salvataggio bancario non si può fare senza mettere le mani nelle tasche degli italiani.

Un salvataggio bancario è un atto di violenza.

Prof Ze Dong

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ABI Alessandro Berti Banche Crisi finanziaria

Pannicelli caldi.

Pannicelli caldi.

Impacchi_camomilla

Quando, una vita fa, facevo ancora un mestiere vagamente assomigliante a quello del commercialista, ricordo che una delle domande più frequenti da parte degli imprenditori riguardava il pagamento delle imposte: anzi, la domanda esattamente era: “Ma adesso posso scaricare questo anzichè quello, la macchina anzichè il cellulare etc…?” Nessuno che mi abbia mai chiesto come fare a monitorare la redditività o a controllare i costi, l’utile pre-tax era concepito come normale, scontato.

Leggere dei provvedimenti del Governo Renzi sulla deducbilità dei crediti bancari come toccasana di tutti i mali fa sorridere: se da una parte pone rimedio ad un’evidente incongruità (le perdite su crediti si verificano e basta, e quando si spesano in bilancio devono poter essere dedotte, tutte, al 100%, come avviene in tutti gli altri Paesi), dall’altro non rende le banche più capitalizzate e, improvvisamente, più disponibili ad erogare credito. Le attività fiscali erano e sono un elemento negativo del patrimonio di vigilanza, ma non faranno lievitare il capitale di rischio di banche che generano perdite su crediti ed intaccano il patrimonio non per colpa delle attività fiscali, ma perché non sanno più fare il loro mestiere. Il quale, come ricorda la circolare 263 di Bankitalia (che forse qualche giornalista ed anche qualche tecnico di associazione di categoria dovrebbe cominciare a studiarsi) consiste nella misurazione del rischio.

Se si misura correttamente il rischio lo si remunera, e attraverso lo spread, come sa ogni studente di economia, si coprono le perdite: nè servirà a fare buon credito accelerare le procedure di recupero, se, appunto, il primo recupero non comincia dalla “sana e prudente gestione“. Diversamente, ridurre il carico fiscale sotto la riga dell’utile pre-tax, lasciando che sopra continui a farla da padrone la voce 130 è, appunto, un impacco di camomilla. Dà sollievo, ma dopo che lo hai tolto non ti trasformi in Uma Thurman: rimani Cita, Cita Hayworth.

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ABI Banca d'Italia Banche Banche di credito cooperativo

I cattolici si muovono (?) per le banche popolari. Ne vale la pena?

I cattolici si muovono (?) per le banche popolari. Ne vale la pena?

Scudo_Crociato

Secondo l’Huffington Post la riforma delle popolari realizzata per decreto legge (siamo ansiosi di conoscere i requisiti di necessità ed urgenza del medesimo) ha smosso l’associazionismo cattolico, pronto a “smontare” la riforma in parlamento. Dai vecchi democristiani fino al Ministro Lupi sarebbe tutto un tramare dietro le quinte per evitare la riforma. Ne vale la pena?

Ieri mattina, sul Sole 24 Ore, Marco Onado evidenziava l’ambiguità dell’intervento di Renzi, il quale nel sottolineare “l’eccesso di banchieri” sembrava parlare a nuora, le popolari, perché intendesse suocera, le bcc. Ad essere realisti, infatti, non sembrano le popolari essere troppe quanto piuttosto, se questo fosse il criterio, le banche di credito cooperativo, quelle che “nessuno (sic) le tocca”. Poiché grande è la confusione sotto il cielo, oltre a rimandare all’ottimo intervento del professor Onado, forse vale la pena fare qualche riflessione sull’opportunità di una battaglia pro o contro il modello cooperativistico che, almeno sulla carta, è messo sotto scacco con l’intervento legislativo sulle popolari.

A dispetto di tante affermazioni di facciata succedutesi nel corso degli anni, in effetti tale modello non ha mai goduto di grande favore presso le lobbies europee, che lo hanno sempre ritenuto contrario ad un’idea di mercato basato sulla contendibilità (che il principo del voto capitario, ovvero una testa un voto a prescindere dalle quote possedute impedirebbe di realizzare) e sull’efficienza. La proposizione è non solo non dimostrata nella teoria finanziaria, ma palesemente disattesa nella pratica: ovvero, maggiori dimensioni ed un modello capitalistico non comportano, automatically, maggiore efficienza ed una migliore managerialità. Basti pensare, per citare un caso macroscopicamente noto, al Monte dei Paschi di Siena, spa.

Il principio del voto capitario, come tutti gli strumenti, può essere male utilizzato o può esaltare la democrazia economica: i padri-padroni (Fiorani in Popolare Lodi, per esempio) così come il sindacato dei bancari in Popolare Milano sono pessimi esempi non già di un principio errato quanto piuttosto di una sua distorsione. Altrimenti non si spiegherebbero altri eccellenti esempi di cooperazione di credito, anche su grandi dimensioni territoriali: tra gli altri il Credito Cooperativo Ravennate e Imolese o la Cassa Rurale di Treviglio.

Il principio del voto capitario è dunque un falso colpevole e l’intervento del Primo Ministro Renzi sembra solo rappresentare una ripresa di iniziativa della politica rispetto ad un settore dove domina incontrastata, e senza alcuna accountability, l’autorità di Vigilanza, lasciata libera di distruggere il Credito Cooperativo in nome dell’indipendenza delle autorities. Non so cosa possano concludere di buono i cosiddetti politici cattolici in materia, e forse ignoro i meccanismi della comunicazione in materia. Ma ritengo che quanto sta accadendo, prima ancora che rappresentare un campanello d’allarme per un modello di democrazia economica che affonda le sue radici nella cultura cattolica, dovrebbe richiamare un’altra, più pressante questione: la politica ha qualcosa da dire sul mondo del credito? O anche quest’ultimo, come quello delle imprese, orfano da decenni di una politica industriale degna di questo nome, può tutt’al più formare oggetto di lamentele per il credit crunch?

Aspettando la risposta, godiamoci il dibattito: magari estendendolo agli interventi al napalm della Banca d’Italia sul credito cooperativo.