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Capitani coraggiosi (e garantiti).

Capitani coraggiosi (e garantiti).
“Discussions with state-owned credit insurer Sace SpA are ongoing for a guarantee over at least part of the amount, and there’s no certainty the parties will reach an agreement on the financing, they said. A Rome-based spokesman for Telecom Italia declined to comment. A spokesman for Sace wasn’t immediately available for comment. A new loan backed by Sace would help Telecom Italia boost its reserves after it booked an 8.6 billion-euro fourth-quarter loss because of impairments and avoid possible future downgrades. The company has been struggling for years from high indebtedness amid fierce competition in Italy’s telecoms sector.”
Così Daniele Lepido e Giulia Morpurgo su Bloomberg del 20 aprile u.s. riguardo alla richiesta di Telecom Italia spa circa una richiesta di 3,3 miliardi di euro di “facilitazioni” bancarie da garantirsi da parte di Sace spa.
Così termina la storia di una cash-cow, scalata a debito nel secolo scorso da Colaninno and co., ovvero da “capitani coraggiosi” (copyright Massimo D’Alema), talmente coraggiosi che il debito, come nelle più squallide e manualistiche storie di LBO, non solo è stato addossato alla target, ma la stessa si dibatte da anni nell’eccessivo indebitamento. Termina con una richiesta di fido garantita dallo Stato, come un ingrosso di casalinghi o una falegnameria qualunque, con rispetto parlando per le PMI.
Come finirà? Non finirà male, Telecom Italia è too big to fail, e poi mai come in questo caso varrebbe lo strumento della golden share in mano al governo per impedire che la Società cada in mani straniere; non è una storia da PNRR ma lo Stato ci metterà una pezza. Bene, ma non benissimo; forse male, per lo Stato, per il bilancio che viene fatto con i nostri redditi tassati assai.
Come è cominciata? Male per lo Stato, che ha fatto una privatizzazione, all’epoca, che definire “della mutua” sarebbe persino un eufemismo. Per chi ha memoria storica, quello che ne sortì fu un “nocciolino duro” che controllava l’allora monopolista delle telecomunicazioni con il 6% del capitale; e sempre scorrendo negli annali, si troveranno i nomi dei soliti noti, Agnelli, banche & Mediobanca, protagonisti, da una parte o dall’altra della vicenda. Duole ricordare che Tronchetti Provera, all’epoca, accortosi di avere acquisito il controllo a prezzi di gioielleria da Colaninno, trovò conforto nel Governo di Romano Prodi che, volonterosamente, gli diede una mano.
Visto che finisce a schifìo, almeno proviamo a trarne una morale: quando sovrainvesti a debito (Colaninno) o sei molto scaltro (e l’advisor era Mediobanca) oppure ti rimane in mano il debito e non riesci a pagarlo. Sovrainvestimento=sovraindebitamento, come insegno ancora nelle aule, il debito diventa insostenibile.
Allora non si presentavano le tabelle prospettiche sul rapporto PFN/Ebitda o sull’andamento futuro del DSCR -a quanto pare neppure adesso perché “già il credito rende poco, se poi dobbiamo perdere tutto quel tempo a chiedere i business plan”-; chissà cosa si presentava, bisognerebbe chiederlo agli advisor di Colaninno, che tutto era tranne che coraggioso, nel senso che D’Alema volle dare all’aggettivo. Era geniale, questo sì, ma aveva un bel paracadute, forse più di uno. Probabilmente era una operazione su cui la Borsa ha voluto scommettere, il sentiment degli operatori era positivo, chi si sarebbe messo di traverso. Sic transit gloria mundi, ormai della scalata del secolo scorso non si ricorda più nessuno. Se vi ho annoiato, non s’è fatto apposta.

P.S.: Telecom Italia è too big to fail anche perché i tribunali italiani hanno “riscoperto” il reato di ricorso abusivo al credito e l’illecito della concessione abusiva di credito.
Per gli altri, buon divertimento.

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Agnelli Disoccupazione Energia, trasporti e infrastrutture Fiat Imprese Indebitamento delle imprese Lavoro PMI Ripresa Sud Sviluppo

Il blocco (mentale) dell’autotrasporto.

Il blocco (mentale) dell’autotrasporto.

Curiosando sulla rete alla ricerca di cifre e di informazioni circa la suddivisione del trasporto merci fra gomma, rotaia etc..mi sono imbattuto solo in articoli datati, come questo, peraltro interessante e ben argomentato. E ho ricordato gli anni ’60 ed il nuovo modello di sviluppo di Ruffolo, quello che voleva togliere l’auto dal centro del mondo per favoleggiare di altro, in anni in cui a Torino si diceva che ciò che era bene per la Fiat era bene anche per l’Italia. Giorgio Ruffolo e gran parte della sinistra sindacale di quei tempi erano se non massimalisti, spesso solo velleitari, scollegati dalla realtà come solo il PdL di adesso sa fare, ma forse qualcosa di quello che dicevano si potrebbe recuperare. Provo a capirci qualcosa guardando i numeri e scopro che:

  1. i trasporti su rotaia non sono convenienti per le distanze entro 1000 km (ovvero mai in Italia);
  2. per rendere convenienti i trasporti su rotaia bisogna investire sulla medesima, come hanno fatto i francesi ed i tedeschi (hai visto mai?);
  3. l’Italia NON ha investito sulla rotaia, come prova lo schifoso viaggio che ho fatto ieri mattina, dismettendo stazioni e tratte che non erano convenienti, in una logica molto privatistica, tranne che per le relazioni sindacali (consiglio a Stella e Rizzo di andare a curiosare nei dopolavoro ferroviari, per esempio);
  4. dunque i camionisti, o camionari, come dicono in Veneto, godono di una rendita di posizione, mi spiace dirlo, ma è così, insidiata solo dalla concorrenza dell’Est (benedetta UE, almeno a qualcosa serve); un camionista bulgaro costa un terzo di uno italiano, 15mila euro del primo contro 45mila del secondo;
  5. nonostante la rendita, gli sgravi fiscali e le molte altre agevolazioni, i camionisti non ce la fanno, o perlomeno, molti di loro; d’altra parte se basta un aumento del prezzo delle materie prime ad azzerare i margini, significa che già erano bassi.

Fin qui le “scoperte” dell’acqua calda. Dalle scoperte alle conclusioni.

La prima: forse non è un business conveniente? Forse a certe dimensioni non lo è mai stato, se è vero che tanti bilanci visti personalmente di aziende di autotrasporto, in molti e molti anni, recavano l’utile solo grazie alle plusvalenze per la cessione degli autocarri riscattati in leasing, inquinando la redditività operativa con ricavi extracaratteristici. Il buon senso, prima ancora della logica economica, imporrebbero di essere coscienti che chi ha margini modesti non può giocare con la finanza (inevitabile pensare a quante aziende di autotrasporto hanno debiti che non pagheranno mai perché non dovevano farli, non potevano permetterseli), ovvero che queste aziende se faticano a pagare i dipendenti, tanto più non possono farlo a debito.

La seconda: gli investimenti in infrastrutture, compreso il Ponte sullo Stretto, potevano prefigurare, se fatti per tempo, un nuovo vero modello di sviluppo. Ma non si riesce a fare partire la TAV (a proposito, perché nessun blocco in Val di Susa?), figuriamoci qualsiasi altra iniziativa: in ogni caso, ne godranno i nostri nipoti. Ma sono necessari, meglio farli tardi che non farli mai.

Infine: tagliare le rendite, liberalizzare, privatizzare può servire, può dare risorse, può aiutare questo gigantesco processo di riconversione delle infrastrutture, senza farci precipitare nella sindrome cilena (ma Mario Monti in elmetto e mitra a Palazzo Chigi non ce lo vedo). Ma deve essere guidato, sorretto da idee e da un progetto. Si cercano idee forti per la politica, mentre questa ha abdicato a se stessa. Buon lavoro a tutti.

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Questo signore non è una meteora.

“Questo signore non è una meteora, quando dice di pensare a portare Fiat fuori dall’Italia, lo pensa veramente”.

Francesco Giavazzi, intervista al Foglio.

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Agnelli Fiat

Stile Juve, sfilate ginevrine

In un articolo comparso oggi il Corriere riporta le ben 48 domande vietate sull’eredità Agnelli.

Fra queste, fa riflettere la seguente:

«Vero che tutte o parte delle azioni Exor cedute mediante Opa nel 1998 la cui titolarità era rimasta sconosciuta erano direttamente o indi­rettamente riconducibili a Giovanni Agnelli quale beneficiario economico?».

La cosa curiosa è che i legali di Margheri­ta avrebbero rivolto la domanda anche al loro teste Antonio Giraudo, ex ammi­nistratore delegato della Juventus, rite­nendolo quindi ben introdotto negli affa­ri privati degli Agnelli.

Che valesse anche l’opposto? ovvero che anche gli Agnelli erano ben introdotti negli affari della Juve e privati (distinzione assai labile in questi casi) di Giraudo?

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Agnelli

Stile Juve 2: dedicato a Christian Rocca.

Lapo Elkann
Lapo Elkann

“Un conto di qua, un conto di là, un testamento tradito, un altro testamento camuffato, miliardi celati in Lussemburgo o chissà dove, Torino annichilita, la tradizione nobile sfregiata, una figlia che s’impunta, avvocati che fanno i furbi e giornalisti, diciamo, di famiglia, che fanno come al solito gli gnorri.
Tutto molto importante, intendiamoci bene.
Dopo lo scoop di primavera, secondo cui l’Amor nostro scopava, e quello dell’estate, secondo il quale l’Avvocato, ma va là?, non pagava le tasse, ci aspettiamo, per l’autunno, la strepitosa notizia che a Napoli vada ancora forte la pizza.”

Andrea Marcenaro, Il Foglio, 25 agosto 2009

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Agnelli Fiat

Stile Juve

Platini_Agnelli
MILANO- Colpo di scena nella querelle sull’eredità di Gianni Agnelli. L’Agenzia delle Entrate avrebbe avviato un’inchiesta sull’eredità contesa di Gianni Agnelli. Nel mirino, ci sarebbe una somma superiore al miliardo di euro depositata in Svizzera e mai dichiarata al Fisco. Lo afferma il Tg5.
LA VICENDA- È stata la figlia dell’avvocato Margherita, quando ha chiesto di censire l’eredità, a far aprire l’indagine. L’azione legale aveva coinvolto i gestori del patrimonio del padre, Franzo Grande Stevens, Gianluigi Gabetti e Siegfrid Maron, e di conseguenza anche la madre, Marella Agnelli. Il patrimonio finito nel mirino del fisco italiano, e che dimostra l’impegno del governo contro i paradisi e l’evasione fiscale, è ingente e di non facile quantificazione. Il tesoro ammonterebbe a un miliardo e 950 milioni di euro. Calcolato partendo da una valutazione della rivista Forbes, che attribuiva giá nel 1990 all’Avvocato un miliardo e 700 milioni di dollari. Si sarebbe inoltre tenuto conto dei movimenti positivi della borsa e anche di due drammatici eventi: il crollo della bolla internet e l’attacco alle Torri Gemelle del 2001.
LO STATO- Attraverso le Agenzie delle Entrate, lo Stato ha deciso di capire le ragioni della causa di Margherita Agnelli. E approfondire e origini delle attività e dei passaggi di mano successivi alla scomparsa dell’Avvocato. E questo, secondo il Tg5, perché il patrimonio, a chiunque sia destinato è comunque all’estero e soprattutto non è mai stato dichiarato al Fisco. E sulla base delle disposizioni del recente decreto anticrisi gli eredi potrebbero dover pagare tra imposte, sanzioni ed interessi un importo addirittura superiore a quello del capitale conteso.
Dal Corriere on-line di oggi, 12 agosto 2009.