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Alessandro Berti Analisi finanziaria e di bilancio Banche Banche di credito cooperativo BCE Capitale circolante netto operativo Crisi finanziaria Cultura finanziaria Fabbisogno finanziario d'impresa Imprese Indebitamento delle imprese PMI

Modelli di business e modelli di valutazione.

Ma proprio perché esiste questa opportunità, è importante che anche le banche si concentrino sulle imprese del futuro, evitando di continuare a supportare aziende con modelli di business non sostenibili“. Così Claudio Torcellan, partner della società di consulenza Oliver Wyman, ripreso in un articolo di Alessandro Graziani sul Sole 24Ore on line di oggi, parlando delle leve per rilanciare la redditività delle banche e delle opportunità offerte al sistema delle imprese e al sistema bancario dalle misure previste nel Recovery Fund.

Se è vero, come pare, che Oliver Wyman sia la società di consulenza della stessa BCE in materia di vigilanza, ci sarebbe più di un motivo per riprendere in mano la questione del modello di business, e non solo perché è scritto nelle metriche degli Orientamenti EBA e diventa oggetto di vigilanza ispettiva: saper valutare il proprio business model, per le imprese e per le banche che le finanziano, diventa un elemento fondamentale del processo del credito, ovvero del processo di conoscenza reciproca che ruota intorno alla misurazione del rischio ma è, sicuramente, molto di più.

Nel prosieguo dell’articolo, che invito tutti a leggere, vi sono molti spunti di riflessione, alcuni dei quali sono veri e propri ossimori da risolvere, o se si preferisce, da sciogliere: si pensi, tra gli altri, al rapporto tra lavoro umano, indispensabile nel modello della banca di relazione, e intelligenza artificiale, capitolo non più eludibile, anche alla luce della marcata preferenza, ormai ben chiara, espressa dal regolatore per la grande banca a dimensione nazionale. Non c’è industrializzazione del processo del credito che possa prescindere da solide conoscenze e da una capacità di lettura che riesce difficile immaginare di appaltare a un robot; così come riesce difficile immaginare che le stesse riflessioni sul modello di business dell’impresa possano essere lasciate all’imprenditore senza che la banca condivida le proprie, sull’impresa stessa, sul settore e/o sulla filiera.

Prima ancora che sia la banca a razionare, di fatto, il credito a quelle imprese e a quei settori destinati inevitabilmente a diventare marginali o ancora più competitivi e quindi con una marginalità in progressiva, costante erosione, la riflessione dovrebbe essere agevolata da un ceto professionale che appare ancora un po’ troppo impaurito o forse preso alla sprovvista dalle novità (quando non “affonda” nella miriade di pratiche, dal 110% alle moratorie) e dalle banche stesse, unitamente alle associazioni di categoria, anche se al momento la preoccupazione principale sul tema è spostare in avanti le scadenze, prolungando le moratorie. Anche perché ogni allungamento delle moratorie aiuta a spostare in avanti il problema del credito deterioratosi a causa della crisi indotta dalla pandemia…

Bisogna intendersi: è difficile immaginare un mondo dove si possa fare a meno del commercio al dettaglio e della distribuzione retail, ma non è evidentemente pensabile che cessata l’emergenza, sia business as usual per tutti e amici come prima. Ovvero, un business model che nella distribuzione al dettaglio ignori le conseguenze della digitalizzazione e/o dei mutamenti nei comportamenti dei consumatori è destinato inevitabilmente a soccombere, così come quello di un classico terzista la cui formula competitiva sia tuttora basata sul body rental, senza offrire un reale valore aggiunto.

Dunque, guardando avanti, occorrerà agire ed agire in fretta; e se in questo ambito non è sicuramente il caso di occuparsi del policy maker e delle sue scelte –trop vaste programme-, non ci si può non fare, per l’ennesima volta, interpreti della necessità di un dialogo che riempia di contenuti la necessaria partnership tra banca e impresa, mai come in questo momento storico così importante e così decisiva per il nostro Paese e il suo sistema economico. E allora si deve dire chiaro e forte che non ci servono meno banche di relazione perché quello è un modello adatto a banche piccole, ma banche che sappiano crescere in maniera profittevole senza perdere il contatto con la realtà dei territori e delle imprese che vi lavorano: l’intelligenza artificiale elimina la relazione solo se viene concepita in un’ottica fine a sé stessa, non come strumento. Siamo uomini, non caporali.

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Alessandro Berti Analisi finanziaria e di bilancio Banche Capitale circolante netto operativo Energia, trasporti e infrastrutture Fabbisogno finanziario d'impresa

Piantarla con i “ristori” e ritrovare la redditività: ripensare la competitività per non saltare nel vuoto.

Rathlin Island, Ulster. Copyright AB

Pare che il mondo non sia mai stato così liquido come in questo momento storico. Solo qualche giorno fa il presidente Biden ha annunciato di aver completato una manovra miliardaria (in dollari) in grado di attuare concretamente la nota idea di Ben Bernanke, ovvero la helycopter money. Nel medesimo solco, ma con importi evidentemente meno significativi, soprattutto per le imprese, gli ultimi due governi si sono attivati con l’erogazione di “ristori” o indennizzi che dir si voglia: per qualcosa di più importante dovremo aspettare il Next Generation EU.

Nel frattempo tiene banco, appunto, il tema dei “ristori”, parola in verità assai discutibile, come tema dominante, se non quasi esclusivo, del dibattito; e se questo è comprensibile e assolutamente necessario (nessuno mette in discussione la necessità di indennizzare i cittadini colpiti dal lockdown), non esime tuttavia dal ragionare sul futuro, perché per quanto l’incertezza sia uno stato di natura, come tale ineliminabile, non possiamo esimerci dal programmare, provando a prefigurare come sarà il new normal che, per certi versi, è già una realtà. Basti pensare che la Cina non è più la fabbrica del mondo e si è messa in proprio, alla digitalizzazione e alla robotica e al loro impatto sul lavoro che, a sua volta, o sarà qualificato o non sarà.

Per questo motivo, prima ancora che “perché sarà richiesto dalle banche“, la laboriosità di tutti coloro che hanno a cuore l’impresa, banche comprese, dovrebbe essere tesa a individuare, mediante riflessioni accurate e approfondite, la validità prospettica del business model, la sua sostenibilità, anche in chiave di fattori ESG, ma soprattutto, finanziaria. E poiché il primo (e quasi esclusivo) dei flussi di cassa in entrata è il reddito, non c’è riflessione, superando finalmente il tema dei “ristori”, che non possa essere basata su un serio business plan, che comprenda un piano economico-finanziario almeno triennale, supportato da assunti, spiegazioni, strategie.

Ce lo chiede l’E(uropa)BA, ma ce lo chiedono soprattutto le buone prassi, la cara vecchia economia aziendale: ne riparleremo, soprattutto delle metriche, che non sono solo prescrizioni contenute negli Orientamenti, bensì la vera e propria Stella Polare delle scelte imprenditoriali. Buon lavoro a tutti.

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Alessandro Berti Analisi finanziaria e di bilancio Banche Capitale circolante netto operativo Crisi finanziaria Cultura finanziaria Fabbisogno finanziario d'impresa Imprese Indebitamento delle imprese PMI

Ma davvero è solo una questione di moratorie?

Ieri pomeriggio ho avuto l’opportunità di assistere, finalmente in qualità di spettatore, a un webinar di grandissimo interesse, promosso da una banca di interesse nazionale, in collaborazione con un’associazione imprenditoriale di categoria del territorio. Argomento del webinar, secondo un titolo caro al sottoscritto, era, parafrasando, l’impresa vista dalla banca. Nessun accenno alle moratorie, che tutti vorrebbero prolungate usque ad mortem, così come nessun accenno alla documentazione richiesta per i nuovi affidamenti, né alle cosiddette “metriche” obbligatorie previste dall’EBA (European Banking Autority) in materia di affidabilità delle imprese e sostenibilità del debito.

Tuttavia, nel corso di una presentazione certamente agile e interessante, la banca in questione ha non solo evidenziato quali siano gli aspetti che più di altri rilevano ai fini delle proprie valutazioni interne, ma ha anche spiegato che tali valutazioni, soprattutto di tipo prospettico, sono indispensabili per capire come saranno le imprese nel new normal, in chiave pertanto evolutiva.

Paradossalmente, ma non troppo, non si è parlato di Orientamenti EBA ma è come se lo si fosse fatto: la ben scarsa presenza di imprenditori e di professionisti al webinar mi fa dubitare che il tema sia non appena fatto proprio, ma reso noto e conosciuto tout-court da chi di dovere, soprattutto le PMI.

Quindi, come diceva Lenin, che fare? Si può solo continuare a fare cultura d’impresa, in banca e fuori dalla banca: a proposito, con R&A Consulting proponiamo un appuntamento per il 13 aprile, save the date.

D’altra parte, l’iniziativa di ieri è meritoria, ma non basta, se poi gli imprenditori non vengono. O, che è peggio, se poi non capiscono che fare il business plan non serve “da dare alla banca”: serve a loro.

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Alessandro Berti Analisi finanziaria e di bilancio Banca d'Italia Banche Capitale circolante netto operativo Fabbisogno finanziario d'impresa Imprese Indebitamento delle imprese Mario Draghi PMI

La tempesta perfetta o la tempesta in un bicchiere d’acqua? Istruzioni per non affogare.

Stanchi di Covid-19 e con il vaccino alle viste, anche se solo Arcuri è stato capace di ordinare la quantità più elevata presso la multinazionale di Big Pharma meno preparata, ci si comincia a guardare intorno per parlare di altro e proporre nuovi problemi e questioni, possibilmente lamentandosi. Tale appare, per esempio, in una nota di La Presse di qualche minuto fa, la posizione di tutte le associazioni di categoria che esprimono “una forte richiesta di intervenire urgentemente su alcune norme in materia bancaria che, pensate in un contesto completamente diverso da quello attuale e caratterizzate da un eccesso di automatismi, rischiano di compromettere irrimediabilmente le prospettive di recupero dell’economia italiana ed europea“.

Devono essere, probabilmente, gli stessi “automatismi” che solo 8 mesi fa portavano un improvvido commercialista a lamentarsi, sul Sole 24 Ore, delle richieste “lunari” della banca, che per concedere fido per quasi 5 milioni di € a fronte di investimenti pretendeva, perbacco, un business plan, il bilancio al 31.12.2019 e una situazione intermedia.

Ne abbiamo già parlato su queste colonne, non resta che continuare a meravigliarsi della meraviglia. Una cosa è certa: non è mai l’ora di mettere le mani al rapporto banca-impresa, si doveva rinviare il Codice delle Crisi di Impresa, si doveva rinviare il revisore, rinviare rinviare, rinviare. Tutto va bene così come è, dateci i ristori, perché crucciarsi degli adeguati assetti organizzativi, amministrativi, contabili, perché preoccuparsi degli Orientamenti EBA in arrivo sul primo binario al 30 giugno dell’anno venturo?

In attesa di vederci da Mario, per parlare di imprese zombie, cioè di imprese che non dovrebbero stare sul mercato e invece ci restano e sono per giunta sussidiate a spese di quelle sane, rilanciamo e parliamo di “Adeguati assetti organizzativi, amministrativi e contabili” e dei relativi riflessi sul rapporto banca-impresa in queste date http://www.reaconsulting.com/news/approfondimenti/save+the+date+rapporto+banca+impresa

Per non affogare, per non perderci in un bicchiere d’acqua, per provare a riflettere e ragionare seriamente. Per provare, finalmente, a costruire qualcosa insieme, banche, imprese, professionisti.

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Alessandro Berti Analisi finanziaria e di bilancio Banca d'Italia Banche Fabbisogno finanziario d'impresa Imprese Indebitamento delle imprese PMI Relazioni di clientela

Conviene far bene i business plan.

Conviene far bene i business plan.

Vi ricordate quello (tal T.S.) delle richieste lunari delle banche, che ai primi di maggio si lamentava perché per poco meno di 5 milioni richiesti per “investimenti” la banca aveva chiesto il bilancio al 31.12.2019, una situazione intermedia, un forecast al 31.12.2020 e un business plan? Ecco, io non so che fine abbia fatto la richiesta del suo cliente: ma so che ieri, per un business plan fatto bene, abbiamo avuto i complimenti della banca e dell’impresa, anche se siamo stati conservativi e prudenti; per giunta evidenziando, inevitabilmente, perdite per il corrente anno e una risalita complessa ma possibile, lenta ma efficace . Spiegata. Documentata. Non è perché l’impresa ha avuto un finanziamento e io posso registrare un successo professionale. No:. è solo perché o si lavora bene oppure non serve a nessuno (con buona pace di T.S.), né alle banche, né alle imprese. Perché quel documento è servito anzitutto a quell’impresa per guidare i comportamenti dei manager nel bel mezzo della crisi da Covid-19; e poi perché puoi parlare di te stesso e dei tuoi progetti solo se sai quello di cui stai parlando. Se non hai fatto tutto (bene) non hai fatto nulla.

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Alessandro Berti Analisi finanziaria e di bilancio Banche Crisi finanziaria Fabbisogno finanziario d'impresa Imprese Indebitamento delle imprese PMI

Contrordine compagni! Le difficoltà non sono più un problema.

Contrordine compagni! Le difficoltà non sono più un problema.

Contrariamente a quanto evidenziato ieri sul blog, anzi, in concomitanza all’uscita del post, la Commissione europea ha stabilito che lo stato di difficoltà accertato alla data del 31 dicembre 2019 valga solo nel caso che la società medesima sia assoggettata a procedura di insolvenza o a un piano di ristrutturazione. Ci sarà di che gioire, forse, per le piccole e le microimprese, destinatarie dei prestiti Covid-19: ma per farci un’idea, appena abbozzata, di cosa questo significhi, mettete insieme tante piccole Alitalia sparse per lo Stivale, e il gioco è fatto. Bene, ma non benissimo.

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ABI Alessandro Berti Analisi finanziaria e di bilancio Banca d'Italia Banche Capitale circolante netto operativo Fabbisogno finanziario d'impresa Imprese Indebitamento delle imprese PMI

Prima, dopo e durante un prestito Covid-19 (senza speranza).

Prima, dopo e durante un prestito Covid-19 (senza speranza).

Si è già discusso abbondantemente in questa sede sul fatto che un prestito Covid-19 con garanzia pubblica, laddove per tale si intende quella prestata dalla SACE o dal Fondo Centrale di Garanzia, non è un prestito che la banca è tenuta a erogare, tanto meno senza valutare approfonditamente il merito di credito del richiedente. A parte i motivi già illustrati, riguardanti le best practices in materia di affidamento e le prescrizioni della Circ.285 di Bankitalia, è ormai noto l’orientamento EBA circa il fatto che un prestito in moratoria possa divenire tranquillamente un’inadempienza probabile o comunque analizzato come tale. E se da un lato non si possono segnalare sofferenze da parte delle banche (quid juris quando dopodomani riapriranno i tribunali fallimentari?), come sancito dal Decreto Liquidità, che fine faranno le valutazioni che de plano devono essere fatte sulla incapacità di adempiere se non tramite escussione delle garanzie, ovvero le UTP?

Detto questo, l’audizione del Direttore Generale del Fondo Centrale di Garanzia ha bene illustrato quello che accade qualora la fideiussione, senza eccezioni e a prima richiesta, venga escussa: il FCG verificata la sussistenza dei requisiti, paga. Nello stesso istante, tuttavia (e per comprenderlo non serviva un’audizione parlamentare) si surroga negli stessi diritti che aveva il creditore originario, cioè la banca e per recuperare il proprio credito è autorizzato ad emettere cartelle esattoriali per l’importo dovuto, più interessi e spese. Con tutta evidenza, nulla di più distante da un contributo a fondo perduto: direi, poco rassicurante.

Ma un aiuto di Stato? Si. Autorizzato? Forse (ma probabilmente no, almeno in moltissimi casi di piccole e micro-imprese).  Come ricorda un ottimo articolo apparso sul Sole 24 Ore di oggi a cura di Paolo Meneghetti e Gian Paolo Ranocchi, per quel che riguarda il contributo a fondo perduto la circolare 15/E della Agenzia delle Entrate precisa che l’aiuto non può essere concesso alle imprese che si trovavano in una situazione di difficoltà al 31 dicembre 2019, in base alla definizione di cui all’articolo 2, punto 18 del regolamento (UE) n. 651/2014. Le 4 condizioni per le quali -ne è sufficiente anche una sola- una impresa è considerata in difficoltà e quindi non può essere aiutata sono le seguenti:

1)-nel caso di srl diverse dalle neo-costituite, il patrimonio netto ridottosi del 50% a causa di perdite cumulate;

2)-nel caso di sas o di snc, i fondi propri (ovvero il patrimonio netto) ridottisi del 50% a causa di perdite cumulate;

3)-assoggettamento a procedure concorsuali;

4)-interessi passivi superiori all’Ebitda.

Non è evidentemente questa la sede per discutere, per esempio, dell’inclusione o meno nella categoria delle imprese in difficoltà delle ditte individuali -come parrebbe pacifico- né dell’esclusione dei liberi professionisti, che pure non pare in discussione. La questione vera, che il legislatore pasticcione del Decreto Liquidità e del Decreto Rilancio pare avere scordato, riguarda il fatto che tutti i prestiti e le moratorie rischiano di configurarsi come aiuto di Stato proprio per quelle imprese che più ne hanno bisogno, le tantissime snc,, sas ed srl, che hanno da tempo il patrimonio netto negativo e che versano da tempo in condizioni di squilibrio economico, finanziario e patrimoniale.

Ma se queste imprese, a seguito del cumularsi di perdite, hanno ridotto la dotazione di capitale di oltre il 50% -e ci riferiamo a imprese, quelle italiane, normalmente sotto-capitalizzate- e non solo per perdite ma, per esempio, per prelievi soci c/utili anticipati, si stanno erogando finanziamenti a soggetti che quasi certamente non rimborseranno nulla di quanto dovuto. Con le conseguenze di cui sopra. Con l’aggravante che molte di esse, destinate a fallire, avranno tuttavia nel frattempo anche ricevuto contributi a fondo perduto. Che più perduto non si può.

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Quadri.

Quadri.

“(…) Ma è davvero questo il quadro più realistico? Secondo Equita no. L’Eba per ammissione esplicita non considera ad esempio i potenziali effetti benefici legati alle moratorie e alla garanzie, che di certo rallentano il processo di deterioramento del credito. Da qua il tentativo della Sim di incorporare il set di «indicazioni, input e feedback ricevuti durante questi mesi senza precedenti al fine di produrre la stima più accurata, affidabile e realistica degli effetti» dell’improvviso crollo del sistema, si legge nell’analisi.

Lo studio è partito dall’assunto che, nell’incertezza sugli effetti da Coronavirus, la cosa più ragionevole è che ciò che «era traballante prima del Covid-19, cada a causa della crisi». L’attenzione in particolare si è concentrata sui «prestiti ad alto rischio», quelli che più realisticamente passeranno a default. Lo stock di prestiti che secondo Equita è in bilico è pari a 184 miliardi, ovvero il 13% del portafoglio prestiti, bacino che comprende i prestiti in bonis “forborne” (che evidenziano primi segnali di difficoltà), gli Unlikely to pay e i prestiti oggetto di moratoria.

Ipotizzando che il 50% dei forborne diventi Utp, che ci sia un raddoppio del tasso di decadimento rispetto al 2019 (ovvero del passaggio da Utp a sofferenza) e che il 10% dei prestiti in moratoria diventi Utp, dalla crisi potrebbero dunque emergere per Equita 22 miliardi di crediti malati in più, con un Npe ratio che passerebbe dal 6,9% attuale all’8,4%. Da qua, la necessità come detto di 12 miliardi di accantonamenti extra, pari a 75 punti di Cet 1.

Così l’ottimo Luca Davi sul Sole 24 Ore on line di oggi, in relazione a un report di Equita Sim sugli effetti della pandemia. Difficile non concordare su un assunto incontrovertibile a parere di chi scrive: la crisi impatterà, anzi, ha già impattato in maniera devastante su chi, già prima del suo verificarsi, presentava andamenti economici incerti, indebitamento elevato, insostenibilità degli impegni assunti. Il Governo attualmente in carica, nel tentativo disperato di buttare la palla in tribuna, ha vietato i licenziamenti, i fallimenti e già che c’era, ha vietato pure la classificazione a sofferenza delle posizioni che tali sarebbero. Leggere nel report di Equita Sim, il cui contenuto sarebbe più ottimistico delle stime dell’EBA, che i prestiti in Bonis forborne manifestano già segnali di difficoltà significa evidenziare quello che ha già detto qualcuno parlando in generale del cosiddetto  new normal, ovvero che non saremo migliori, “perché gli uomini non imparano mai” (Francesco Guccini).
Un prestito classificato forborne, come è noto, è tale perché la concessione, l’aiuto, la forbearance che dir si voglia è stata concessa in relazione a difficoltà temporanee (o presunte tali) che grazie al prestito potrebbero essere superate. Il buon senso, prima ancora che le buone prassi, imporrebbero che tale status (forborne e in bonis) sia assegnato sulla base di documenti, carte, piani, progetti, business plan, budget di tesoreria che documentino, appunto la temporaneità. Temo che, come nel 2008 e a seguire, nulla di tutto questo si sia verificato. E temo che, questa volta molto più velocemente di allora, il credito deteriorato emergerà, perché le regole sono molto più chiare e stringenti, senza dimenticare che l’impatto del Covid non è solo sui livelli del CET1 ratio ma anche sulla liquidità (dunque non solo ICAAP ma anche ILAAP). Occorrerà una soluzione di sistema, a livello europeo e internazionale, certamente: la ricapitalizzazione, anche solo “formale” delle banche -attraverso i ratios patrimoniali- è comunque un problema di policy. Ma come si eroga credito in questo momento e come lo si valuta, resta un problema di best practices, che, a quanto pare, nessun decreto riesce a imporre.
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ABI Analisi finanziaria e di bilancio Banca d'Italia Banche BCE Crisi finanziaria

La La Bank

La La Bank

Oggi, su ilsussidiario.net “Le aziende hanno smesso di chiedere soldi agli istituti non perché stiano bene come stanno, perché non ne abbiano bisogno, bensì perché Governo, Abi e istituti di credito hanno dato vita all’ennesimo, indegno rimpallo di responsabilità durante la crisi Covid. E non parlo solo della questione Cig, parlo dell’erogazione di credito diciamo “ordinario”. L’esecutivo ha peccato di incompetenza, scrivendo i decreti con i piedi, perché ha sciorinato cifre inesistenti da un lato e ingestibili dall’altro, se non si garantiva alle banche la manleva penale rispetto a eventuali, future insolvenze sui prestiti concessi a soggetti “a rischio”. Le banche, dal canto loro, hanno usato questa ultima criticità come ennesimo alibi strutturale per dare soldi solo a chi volevano loro e alle loro condizioni: altrimenti, venivi gentilmente invitato ad aspettare che il peggio fosse passato. Ovvero, aspetta di fallire o di metterti in mano agli strozzini. Lo sanno tutti, banche in testa. Le quali, lo ripeto a scanso di equivoci, non sono enti di beneficienza, quindi è giusto che si tutelino e tutelino i loro azionisti, visto che le performance di bilancio pesano su quelle di Borsa.

A firma di Mauro Bottarelli, un giornalista che non ho mai amato e che probabilmente neppure mi conosce. il nostro ama i complotti e il pessimismo, talvolta venato da catastrofismo e da una solida avversione al potere, di qualunque tipo. Potere che alla fine sempre guadagnerà qualcosa a scapito del poveretto di turno. Questa volta sono di turno, lato potere, le banche (e quando mai!) che insieme al Governo e all’ABI (ABI: chi era costui?) sono colpevoli di un “indegno rimpallo“. Però…però se la norma è scritta con i piedi e l’hanno fatta al Governo, non è un rimpallo quello che sta andando in scena: è una presa d’atto, ti hanno messo in mezzo alla pista e devi ballare. Lo scudo penale ci vuole e Bottarelli lo sa benissimo, in questo Paese di avvocati in cerca di cause temerarie, che tali non sono mai contro le banche. Quanto all’ABI, basti vedere chi ne è il Presidente per comprenderne il peso politico.

Insomma, ho la sensazione che il nostro in una banca non sia mai entrato e che non abbia la più pallida idea di come vi si lavori. E, secondo me, neppure di come funzioni un conto economico, uno stato patrimoniale e i requisiti di vigilanza: perché nel frattempo che non si può mettere a sofferenza nessuno, il credito si deteriora lo stesso. E dubito che le banche stiano facendo utili con la raccolta a tassi negativi (sì, per carità, bellissimo) e facendo quali impieghi? A quali tassi?

P.S.: Bottarelli, c’hai presente la voce 130?

 

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ABI Alessandro Berti Analisi finanziaria e di bilancio Banca d'Italia Capitale circolante netto operativo CIG (cassa integrazione guadagni) Crisi finanziaria Cultura finanziaria Disoccupazione Fabbisogno finanziario d'impresa Imprese Indebitamento delle imprese PMI Relazioni di clientela

Se non ora, quando.

Se non ora quando.

Ovvero, se non ora, visto che tutto è garantito (?) dallo Stato e tutto o quasi sarebbe dovuto dalle banche, le quali nulla hanno da temere perché tanto pagherà la SACE o il Fondo Centrale di Garanzia, quando vogliamo metterci intorno a un tavolo per provare a capire che quello che serve per le nostre imprese non è credito facile o garantito, ma credito sostenibile. E magari rendersi conto che, nonostante le balle che vengono raccontate ovunque (Il Business Plan? Ma la banca X mica le lo ha chiesto? Ma la Banca Y mi ha dato 1 milione di € e non ha voluto niente e via di scempiaggine in scempiaggine).

Per questo rinnovo l’invito al webinar organizzato da R&A Consulting e al quale mi onoro di partecipare, introducendo la prima giornata. I relatori, a parte il sottoscritto, sono di tutto rispetto: e ci sono 6 crediti formativi. Vi aspetto.