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Alessandro Berti Analisi finanziaria e di bilancio Banca d'Italia Banche Capitale circolante netto operativo Fabbisogno finanziario d'impresa Imprese Indebitamento delle imprese Mario Draghi PMI

E la chiamano estate.

E la chiamano estate, questa estate senza te. Senza Mario Draghi, che rimane la governo per il disbrigo degli affari correnti, senza quel buon senso e quell’operosità che pareva aver preso la politica italiana da oltre un anno e che stava dando i risultati sperati, quelli che ogni cittadino sa che servono per il bene comune, se il bene comune è ancora un concetto civico dotato di valore.

Non voglio e non oso pensare a un Governo guidato dall’attuale leader dell’opposizione, ma i segnali non sono confortanti: e sono anche segnali di disimpegno di quel mondo bancario, quello che teoricamente dovrebbe essere maggiormente vicino alle PMI, che si preoccupa più della quantità che della qualità. Nel mentre a una micro-impresa si richiede un business plan per l’anno prossimo da parte di una grande banca di interesse nazionale, altri istituti decidono che si deve lavorare a tutti i costi e che per lavorare bisogna abbassare l’asticella: della qualità delle informazioni finanziarie e quindi della comunicazione finanziaria, della possibilità di instaurare un rapporto banca-impresa finalmente serio e concreto, basato su dati reali e su una relazione aperta, sincera, trasparente, evidentemente non importa a chi è preoccupato solo del giorno per giorno e, udite udite, spinge sulla rete per la vendita delle polizze.

E’ un’estate triste, ma l’autunno potrebbe essere peggio. questo blog si prende una pausa, anche se interventi, dibattiti, opinioni diverse saranno sempre bene accolte. Se scrivete, in altre parole, qualcuno vi risponderà. Una cosa si può dire, sulla quale posso assicurarvi il massimo impegno: di fronte a tutto questo si può solo lavorare bene, sapendo che, fino a quando non hai fatto tutto, non hai fatto niente.

Buona estate.

J.M.

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Alessandro Berti Banche BCE

Dell’arte del banchiere centrale.

Dell’arte del banchiere centrale.

“La Bce deve decidere se fare veramente la banca centrale, intervenendo selettivamente sul mercato al fine di frenare la speculazione o il panico finanziario, anche se potrà essere accusata di spingersi oltre il proprio mandato.” Così scrive l’amico Daniele Forti, concludendo un suo articolo su Tempi (https://www.tempi.it/bce-finira-ipocrisia-banca-centrale/) che invito tutti a leggere per la lucidità, priva di polemica, con la quale vengono riassunte e illustrate tutte le questioni relative ai tempi che stiamo attraversando. L’inflazione e il rialzo dei tassi, da una parte, la non-tempestività (per molti non solo della Lagarde, soprattutto della Federal Reserve, ovvero Jerome Powell) sono un dato di fatto ormai acclarato. Anche se, andando indietro con la memoria, non mi viene in mente nessun altro così capace di fare bene quel mestiere lì come Mario Draghi (che entrava al Meeting passando dalle cucine per non dover parlare con i giornalisti) e come Alan Greenspan, ex-governatore FED. Il primo con l’ormai proverbiale “whatever it takes“, il secondo con l’aver assecondato lunghi anni di sviluppo per l’economia USA.

Credo, per rispondere a Forti, che l’ipocrisia faccia parte dei ferri del mestiere, dunque non accuserei la Lagarde, pure presa da molti come il sacco delle botte (ho sentito a suo tempo squinternati di ogni risma sproloquiare contro la Lagarde che avrebbe fatto arricchire chissà chi con l’insider trading) di non esercitare la nobile arte del banchiere centrale. Il tema, piuttosto, è radicalmente diverso e fondato su altre questioni, ovvero la missione dichiarata della BCE e quella FED: quest’ultima tutta tesa a ridurre per quanto possibile la disoccupazione, la prima, per volontà dei fondatori -e forzatura germanica- avente come obiettivo quello di mantenere l’inflazione entro il 2%.

Infine, e a mio parere grazie al Cielo, qualcuno ha palesemente debordato dai limiti di statuto, et pour cause, e questo qualcuno, che Dio ce lo conservi a lungo, è Mario Draghi, con il suo quantitative easing. Ma il suo carisma, purtroppo, non si trova al supermercato.

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ABI Banche Crisi finanziaria Imprese Indebitamento delle imprese informazione PMI Relazioni di clientela

Piani (?) di rientro.

Piani (?) di rientro.

Sul Sole 24Ore di lunedì 23 maggio, un articolo a firma di Sandro Feole prende in esame i temi suscitati dal dibattito sull’iter negoziato per la composizione delle crisi d’impresa introdotto dal Dl 118/2021. Il tema è certamente scottante e riguarda le garanzie rilasciate da SACE e MCC che, una volta escusse, godrebbero del privilegio generale ex art.8 bis del Dl 3/2015, al contrario delle offerte transattive formulate alle banche, da considerarsi chirografe. Per avere un ordine di grandezza della questione, di parla di oltre 200 miliardi di € di crediti concessi a una platea di micro e Pmi di circa 2,5 mln di soggetti.

Nel regolamento a suo tempo emanato dal Ministero per lo sviluppo economico, in tema di procedura telematica che la banca può attivare per escutere le garanzie, si afferma che la stessa non può essere attivata se l’impresa non offre almeno il 15% di quanto dovuto: difficile non pensare alla miriade di concordati in bianco, dove le percentuali sono, nei fatti, di qualche decimale superiori allo zero. 

Come giustamente ricorda l’articolista la scelta spetta all’istituto di credito, che dovrà valutare la convenienza alternativa tra liquidazione e diniego, sbarrando la strada all’accordo e aprendo la strada alla procedura concorsuale più penalizzante e certamente non voluta dal legislatore, il fallimento.

Giustamente, tutta la legislazione recente in tema di crisi d’impresa cerca di garantire la continuità aziendale, ritenuta ormai “scopo primario” se non ultimo, delle procedure concorsuali, superando la vecchia concezione liquidatoria della par condicio creditorum: le modifiche del CCII propongono, d’altra parte, un termine di due anni per i piani di rientro. 

La questione proposta da Feole in finale dell’articolo è, tuttavia, “la questione”: usare gli stand still già proposti dalle banche, a patto che siano compatibili con le classificazioni a UTP o NPL. Qui rientra o, se si vuole, cade l’asino di tutta la vicenda: sulla base di quali presupposti analitici, previsioni basate su assumptions ragionevoli le banche faranno tali valutazioni, posto che a tutt’oggi risulta faticoso ottenere (forse ancora di più: decidere di chiedere!) un business plan a imprese in bonis? Ricordando, in maniera del tutto incidentale che siamo di fronte a una UTP ogni volta che l’impresa non è in grado di rimborsare le proprie obbligazioni passive se non attraverso l’escussione delle garanzie. Valutazione, ricordiamolo, lasciata alla discrezionalità della banca, a norma EBA, anche per i debiti in moratoria. Message in a bottle da un amico di un ufficio fidi, grossa banca del Nord-Est: “Ci chiedono la valutazione del DSCR prospettico 2022 (!) ma qui è già tanto che ci abbiano mandato i bilanci 2020”.

Tante care cose.

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Agnelli Alessandro Berti Banche Imprese

Capitani coraggiosi (e garantiti).

Capitani coraggiosi (e garantiti).
“Discussions with state-owned credit insurer Sace SpA are ongoing for a guarantee over at least part of the amount, and there’s no certainty the parties will reach an agreement on the financing, they said. A Rome-based spokesman for Telecom Italia declined to comment. A spokesman for Sace wasn’t immediately available for comment. A new loan backed by Sace would help Telecom Italia boost its reserves after it booked an 8.6 billion-euro fourth-quarter loss because of impairments and avoid possible future downgrades. The company has been struggling for years from high indebtedness amid fierce competition in Italy’s telecoms sector.”
Così Daniele Lepido e Giulia Morpurgo su Bloomberg del 20 aprile u.s. riguardo alla richiesta di Telecom Italia spa circa una richiesta di 3,3 miliardi di euro di “facilitazioni” bancarie da garantirsi da parte di Sace spa.
Così termina la storia di una cash-cow, scalata a debito nel secolo scorso da Colaninno and co., ovvero da “capitani coraggiosi” (copyright Massimo D’Alema), talmente coraggiosi che il debito, come nelle più squallide e manualistiche storie di LBO, non solo è stato addossato alla target, ma la stessa si dibatte da anni nell’eccessivo indebitamento. Termina con una richiesta di fido garantita dallo Stato, come un ingrosso di casalinghi o una falegnameria qualunque, con rispetto parlando per le PMI.
Come finirà? Non finirà male, Telecom Italia è too big to fail, e poi mai come in questo caso varrebbe lo strumento della golden share in mano al governo per impedire che la Società cada in mani straniere; non è una storia da PNRR ma lo Stato ci metterà una pezza. Bene, ma non benissimo; forse male, per lo Stato, per il bilancio che viene fatto con i nostri redditi tassati assai.
Come è cominciata? Male per lo Stato, che ha fatto una privatizzazione, all’epoca, che definire “della mutua” sarebbe persino un eufemismo. Per chi ha memoria storica, quello che ne sortì fu un “nocciolino duro” che controllava l’allora monopolista delle telecomunicazioni con il 6% del capitale; e sempre scorrendo negli annali, si troveranno i nomi dei soliti noti, Agnelli, banche & Mediobanca, protagonisti, da una parte o dall’altra della vicenda. Duole ricordare che Tronchetti Provera, all’epoca, accortosi di avere acquisito il controllo a prezzi di gioielleria da Colaninno, trovò conforto nel Governo di Romano Prodi che, volonterosamente, gli diede una mano.
Visto che finisce a schifìo, almeno proviamo a trarne una morale: quando sovrainvesti a debito (Colaninno) o sei molto scaltro (e l’advisor era Mediobanca) oppure ti rimane in mano il debito e non riesci a pagarlo. Sovrainvestimento=sovraindebitamento, come insegno ancora nelle aule, il debito diventa insostenibile.
Allora non si presentavano le tabelle prospettiche sul rapporto PFN/Ebitda o sull’andamento futuro del DSCR -a quanto pare neppure adesso perché “già il credito rende poco, se poi dobbiamo perdere tutto quel tempo a chiedere i business plan”-; chissà cosa si presentava, bisognerebbe chiederlo agli advisor di Colaninno, che tutto era tranne che coraggioso, nel senso che D’Alema volle dare all’aggettivo. Era geniale, questo sì, ma aveva un bel paracadute, forse più di uno. Probabilmente era una operazione su cui la Borsa ha voluto scommettere, il sentiment degli operatori era positivo, chi si sarebbe messo di traverso. Sic transit gloria mundi, ormai della scalata del secolo scorso non si ricorda più nessuno. Se vi ho annoiato, non s’è fatto apposta.

P.S.: Telecom Italia è too big to fail anche perché i tribunali italiani hanno “riscoperto” il reato di ricorso abusivo al credito e l’illecito della concessione abusiva di credito.
Per gli altri, buon divertimento.

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Alessandro Berti Banche Fabbisogno finanziario d'impresa Imprese Indebitamento delle imprese PMI Relazioni di clientela Unicredit

Ossimori (ovvero, del piano industriale di Unicredit).

Andrea Orcel, Ceo Unicredit Group spa.

Ossimori (ovvero, del piano industriale di Unicredit).
Il CEO di Unicredit, Orcel, ha presentato ieri, 9 dicembre, il piano industriale della banca da lui guidata, dove secondo Alessandro Graziani, de IlSole24Ore, “archivia l’era del derisking, e torna a puntare sulla crescita delle attività, anche in Italia”.
Naturalmente, e non potrebbe essere altrimenti, si parla anche di redditività sostenibile, di mantenimento di solidi ratios patrimoniali, di rischio ragionato. Per il resto, molto in sintesi, il piano parla di un aumento dei ricavi da commissioni (difficile non chiedersi fino a quando la clientela sarà disposta ad accettare aumenti indiscriminati senza cominciare a guardarsi in giro e chiedere a qualche banca on line o simili tariffari più concorrenziali) ma anche di un aumento del volume dei crediti che, tuttavia, privilegerà il consumer finance al fine di non fare crescere l’RWA.
Insomma, “Pedro, adelante con juicio”, come fa dire il Manzoni al cocchiere spagnolo del Cancelliere.
Il piano è stato festeggiato dalla Borsa, anche perché annuncia un aumento di oltre il 30% della remunerazione da assegnare agli azionisti, tra buy-back e dividendi, anche se, a detta del cronista, il vero punto forte sarebbe la digitalizzazione, con la creazione di due fabbriche prodotto centralizzate (Corporate e Individual solutions) e la realizzazione di ampie economie di scala.
Unicredit resta fedele alla sua vocazione, quella di grande banca di transazione: non è mai stata una banca di relazione, con il piano industriale presentato ieri, coerentemente con quanto realizzato dai predecessori, punta alla creazione di valore, tentando di volta in volta di cavalcare l’onda migliore (allora, con Profumo, fu la crescita in Europa per linee esterne, con Jean Pierre Mustier quella di vendere i gioielli di famiglia e fare cassa etc…).
La lettura del piano industriale e il senso nemmeno troppo sottile che lo pervade, tuttavia, non possono lasciare indifferenti perché, come spesso ci è capitato di ripetere, nel rapporto banca-impresa occorre scegliere e farsi scegliere, perché ogni impresa è diversa dalle altre e perché le banche non sono fornitrici indifferenziate di denaro, come una facile pubblicistica e certo ceto professionale e imprenditoriale vorrebbero fare credere.
Peraltro, l’annuncio di un simile piano non può lasciare indifferenti i principali competitors di Unicredit, che pure, a parte Intesa, hanno i loro problemi organizzativi e dimensionali da risolvere; in altre parole, il piano industriale di Unicredit preannuncia una battaglia concorrenziale giocata sul digitale, la riorganizzazione dei processi, il puntare a prodotti standardizzati e facilmente collocabili sul mercato. Nulla che possa far piacere a Pmi e micro-imprese, alle quali, in questo momento, dice davvero tutto male, con l’eccezione, forse, dei fondi del PNRR, per chi saprà andarseli a prendere con piani finanziari seri e credibili.
Ma, come abbiamo potuto constatare nel corso di una lunga e approfondita tavola rotonda di presentazione del C.E.R.R.I. (Collegio degli Esperti per la Ripresa e il Rilancio delle Imprese) avvenuta ieri e alla quale ho avuto l’onore di partecipare, c’è ancora molta strada da fare, soprattutto da parte delle imprese -e, per conto mio, anche di molte banche che ancora discutono se sia accettabile un DSCR inferiore (sic) a 1- sulla strada di una vera relazione di clientela improntata alla partnership e perciò fondata sulla comunicazione finanziaria.
C’è da lavorare, occorre scegliere e farsi scegliere e con motivazioni approfondite.
Ovvero: è meglio una vera banca di transazione che una finta banca di relazione.

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Banche

Il fatturato è vanità, l’utile è verità, la cassa è realtà.

Il fatturato è vanità, l’utile è verità, la cassa è realtà.

Chi mi segue, nelle varie occasioni nel corso delle quali ho avuto modo di intervenire sui temi della gestione aziendale, conosce bene il significato di questa frase, pronunciata non da ultimo dal presidente di una popolare e nota squadra di calcio piemontese.

Paradossalmente è proprio al mondo del pallone cui si potrebbe cucire addosso la frase che apre questo articolo: certo parlando di soldi (nuovo Stadio più CR7 non significano che vincerai la Champions) ma anche parlando di passaggi riusciti e di possesso palla. Che ti assicurano, questo è certo, che la palla sia in mano agli avversari il meno possibile ma che non garantiscono il risultato finale. Come per la squadra del cuore di chi scrive che, due campionati fa, perse proprio al termine di una gara dominata per possesso palla e per passaggi, ma senza riuscire a fare gol, anzi, prendendone uno. Tre punti in meno che valsero il penultimo scudetto assegnato alla seconda squadra di Torino.

Majora premunt e dunque ritorniamo a parlare di imprese; lo facciamo anzitutto riproponendo a tutti il webinar di giovedì 4 novembre prossimo venturo (ore 9.00-12.30) e poi aggiungendo qualche considerazione più adatta al momento storico. Mentre scriviamo queste note, si apre la COP 26 a Glasgow e mai come in questi giorni è apparso chiaro che i problemi -del clima e dello sviluppo globale- non si risolvono da soli (“Non c’è sovranità nella solitudine” ha detto, insediandosi, il nostro Presidente del Consiglio), ma con la cooperazione di tutti, quel famoso multilateralismo che a qualcuno non piace ma certo è stato più efficace di tanto sovranismo.

Così come, ritornando a cose più domestiche, è ormai abbastanza evidente che i temi del rapporto banca-impresa, un tempo ridotti essenzialmente a poche questioni (la conoscenza diretta, l’esistenza di garanzie etc…) sono molto più ampi, investendo la regolamentazione, sanzionando la negligenza, esigendo una piena e trasparente comunicazione finanziaria, richiamando a comportamenti virtuosi le banche anche con le sentenze sulle concessioni abusive di credito. 

Insomma, come diceva qualcuno, si deve tenere conto della realtà secondo la totalità dei suoi fattori, che non sono più (soltanto) economici, finanziari e patrimoniali, ma sono di sostenibilità, ambientale certo, ma anche di governance, di criteri di gestione, di diligenza e maturità professionale di tutte le parti in gioco. Per questo invito tutti, nel solco di una sempre più ampia proposta di temi di discussione, anche al webinar (sempre su http://www.reaconsulting.com) sulla gestione delle crisi di impresa.

Perché per lavorare male, non serve molto studio, a taluno basta applicare il proprio naturale talento. Ma a lavorare bene, non si finisce mai.

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Alessandro Berti Banche Capitale circolante netto operativo Crisi finanziaria Fabbisogno finanziario d'impresa Imprese Indebitamento delle imprese PMI

La riforma (?) del codice delle crisi di impresa.

La riforma (?) del codice delle crisi di impresa.

Il decreto legge 118 pubblicato sulla G.U. del 24 agosto scorso individua un nuovo “percorso di aiuto delle imprese in difficoltà”, come recita l’articolo del Sole 24 Ore di Lucia Mazzei, introducendo la figura di un soggetto terzo e indipendente al quale sono affidati compiti assai importanti, dalla valutazione della effettiva situazione aziendale -e di conseguenza delle sue effettive possibilità di rilancio- fino all’individuazione delle ipotesi di fuoriuscita dalla crisi e all’assistenza all’imprenditore. Come sottolinea l’articolo il percorso è “del tutto volontario ed extragiudiziale” e sarà operativo a partire dal 15 novembre p.v.: slitta addirittura al 31.12.2023 il sistema di allerta automatico ed obbligatorio previsto dalla stesura originaria del Codice delle Crisi d’impresa, ovvero quella che venne poi a deragliare con i provvedimenti emergenziali emanati a seguito della pandemìa (dal Decreto “Liquidità” in poi). Non a caso l’Ordine nazionale dei dottori commercialisti invoca, al riguardo, l’avvio di un processo di riforma definitiva del Codice stesso.

Se è evidente l’intento del provvedimento, ovvero evitare l’aggravarsi delle crisi aziendali a seguito del lockdown, meno evidente appare la sua organicità rispetto alla situazione normativa nella quale operano le banche, caratterizzata dall’entrata in vigore degli Orientamenti EBA dal 30.6.2021. Gli istituti di credito, come è agevole ricordare, sono sovente i principali creditori dell’impresa in difficoltà, insieme all’Erario e agli Enti previdenziali e il realismo imporrebbe che si tenesse conto delle loro esigenze, non appena gestionali ma, soprattutto in questo momento, di natura normativa.

Che le banche siano imprese lo dice a chiare lettere la riforma operata con il T.U.B. del 1993, ma che le banche siano imprese speciali, destinatarie perciò stesso di una legislazione ad hoc e di un sistema di vigilanza dedicato non deve essere mai dimenticato: non a caso il Position Paper n.30 (agosto 2021), “Rischio di credito 2.0” dell’AIFIRM (Associazione Italiana Financial Industry Risk Managers) parla esplicitamente di un quadro normativo che nel tempo è andato allargandosi, a partire da Basilea 2, fino ad arrivare alla trattazione di aspetti fino a quel momento dati per scontati o, più semplicemente, demandati alla prassi.

È proprio il documento in parola, i cui Autori sono stati coordinati dall’autorevole Collega prof.Giacomo De Laurentis, che sottolinea il rischio che, fra le conseguenze degli Orientamenti, vi sia un credit crunch, un razionamento del credito certamente, almeno all’apparenza, improvvido, in questo momento storico: il che, d’altra parte, sarebbe coerente con gli intenti dichiarati degli Orientamenti EBA, ovvero quelli di prevenire pro-attivamente il deteriorarsi del credito fin dall’origine. Teoricamente i due provvedimenti convergono sul tema dell’evitare la deflagrazione della crisi d’impresa e delle sue conseguenze, ma sarebbe troppo ingenuo immaginare un immediato automatismo, senza riflettere su alcuni aspetti.

Il Decreto Legge 118, infatti,  pone almeno due ordini di problemi:

  1. la reale professionalità e le reali competenze di commercialisti, avvocati e consulenti del lavoro in materia bancaria, rispetto alle quali è lecito nutrire qualche dubbio, alla luce delle ben note lacune in materia di normativa bancaria e di una visione spesso ancorata ad un passato (il valore delle garanzie in primis): sotto questo profilo non resta che augurarsi che i corsi di formazione di cui parla il DL e i cui contenuti dovranno essere definiti dal Ministero della Giustizia entro il 24 settembre, siano imperniati sui temi della valutazione dell’equilibrio economico e finanziario storici e prospettici, sulla programmazione finanziaria, sulla corretta determinazione dei fabbisogni finanziari d’impresa;
  2. la reale volontà e consapevolezza degli imprenditori (e dei consulenti che li assistono), di assoggettarsi a un processo che, su basa volontaria, inevitabilmente metterà in luce le criticità della gestione, magari fino a quel punto sottaciute o ignorate: in altre parole, il tema che si pone è senza dubbio quella della tempestività, problematica che da sempre affligge le imprese in crisi, la cui auto-coscienza si rifiuta, sovente, di guardare in faccia alla realtà.

L’indipendenza del professionista coinvolto nella composizione negoziata della crisi  e la sua terzietà da sole non bastano, del resto se, sia pure volontariamente, si pone mano al tema della crisi d’impresa quando ormai è troppo tardi o quando il processo di degrado delle condizioni di gestione è pressoché irreversibile. Il tema, in altre parole, è squisitamente di natura culturale e riguarda non solo i professionisti, la cui cultura d’impresa si è comunque fortemente accresciuta negli anni, ma soprattutto gli imprenditori, ancora prigionieri di una mentalità che considera il fallimento come una condanna, anziché come una possibilità, e la crisi come un problema che è meglio rimandare il più avanti possibile, come quasi sempre si è fatto nel passato, inseguendo spesso soluzioni finanziarie anziché economiche, di rinvio delle scadenze anziché di ripensamento del business model.

Solo così, a ben riflettere, sarà possibile che l’ennesima riforma delle crisi d’impresa non si traduca in un provvedimento utile tutt’al più a soggetti interessati esclusivamente ad incarichi professionali, ma agevoli il cambiamento della mentalità delle imprese e di coloro che le assistono.

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Alessandro Berti Analisi finanziaria e di bilancio Banche Capitale circolante netto operativo Fabbisogno finanziario d'impresa Imprese Indebitamento delle imprese informazione PMI

Redditività & liquidità: la strana coppia.

Quando facevo il “bocia” del mio Maestro, il compianto prof.Giampaoli, nell’apprendere le segrete arti dell’analisi per flussi commentavamo spesso, insieme agli studenti in aula o in sede d’esame i bilanci di determinate aziende. Ricordo con chiarezza la frase da lui pronunciata e che, inevitabilmente, dirimeva o quasi, all’inizio di ogni discussione, il dibattito successivo: “azienda a buon andamento economico” vs “azienda a cattivo andamento economico.” Ma ricordo anche molto bene come la frase stessa la dessi, dentro di me, un po’ per scontata, volendo tornare subito a esplorare l’azienda sotto quel profilo così affascinante che è l’analisi per flussi.

Sono passati molti anni e molti anni passate nelle aule, nelle aziende e, soprattutto, negli uffici fidi delle banche sono serviti -oltre che a lasciare i segni del tempo, cosa di cui si farebbe volentieri a meno- anche a consolidare una convinzione: che l‘analisi della redditività è l’aspetto più importante dell’analisi aziendale e che “l’andamento economico”, riassunto negli Orientamenti EBA nell’analisi del fatturato, del ROE, del ROI e del risultato netto di gestione, oltre che dell’exit e dell’Ebitda non è solo il punto di partenza logico, ma anche l’aspetto più importante del processo valutativo.

L’Ebitda, appunto: inequivocabile nella sua formulazione, sia da parte dell’economia aziendale, sia da parte degli Orientamenti EBA, non può che essere composto da Ebit più ammortamenti e svalutazioni, ovvero da risultato netto, più imposte, più interessi passivi, più ammortamenti e accantonamenti (*). E se l’Ebit è la ricchezza creata, gli ammortamenti e gli accantonamenti, sebbene siano di natura non monetari, sono pur sempre costi.

Una prima conclusione: l’Ebitda è fondamentale, in tutte le analisi, interne o esterne, ma occorre comprenderne bene la composizione. Se prevalessero i costi non monetari rispetto alla creazione di nuova ricchezza, infatti, presto o tardi il bilancio aziendale dovrebbe pagare il suo tributo alla necessità di nuovi e più costosi investimenti o, in ogni caso, alla necessità di mantenere efficiente il capitale fisso. Al contrario pare maggiormente tranquillizzante, anche in prospettiva, il maggior peso assunto dall’Ebit, a significare l’importanza della capacità della gestione caratteristica o operativa, di generare ricchezza.

Una seconda e non meno importante conclusione: intorno all’Ebitda ruotano ormai da qualche anno (con gli Orientamenti EBA tali prassi è stata assunta dal regolatore) tutte le valutazioni di sostenibilità storica e prospettica dell’azienda che si esamina, sia utilizzando il rapporto Debiti finanziari (o Posizione finanziaria netta) su Ebitda, sia calcolando il DSCR.

Pertanto la liquidità, così tanto invocata, soprattutto nel periodo più grave della pandemia, non solo non si autogenera magicamente ma, soprattutto, è figlia di un processo che mira a un’efficiente e duratura produzione di ricchezza.

Riflettiamoci, e continuiamo a riflettere sui numeri della nostra azienda: per voi i nostri link a https://www.reaconsulting.com/utility/ e per verificare che i vostri conti aziendali siano EBA compliant per la vostra banca https://www.reaconsulting.com/utility/eba-compliance/ .

(*): e quindi l’incremento degli impianti per lavori interni a incremento della consistenza dell’Ebitda, così come avviene nel modello CE.BI., riga 6.44, è una vera eresìa.

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Banche

La fonte della capacità restitutiva.

Copyright Manuel Ghedina

Un bel titolo noioso, non c’è che dire, detto in buon “bancariese”, un titolo che non suscita brividi o emozioni, un argomento tuttavia capace di mettere con le spalle al muro chiunque si arrampichi sugli specchi della conoscenza storica e favorevole, della bontà del nominativo, della consistenza delle garanzie. Appunto. Capacità restitutiva, ovvero capacità di rimborso, ovvero flussi di cassa. I debiti si rimborsano con i liquidi, anche quei debiti dei quali il Maestro, l’Emerito prof.Biffis dell’università di Venezia, diceva che si rinnovano, non si rimborsano.

Per poterti indebitare, devi dimostrare di saper restituire: ovvero, ci deve essere il sole quando ti prestano l’ombrello, un’ovvietà che sembra tale solo a chi si ricorda che nel nostro Paese il risparmio è costituzionalmente tutelato e che le banche rischiano prestando soldi presi a prestito dalla gente che li ha depositati. Al contrario, troveremo sempre chi sia disposto a dire che le banche devono finanziare la qualunque: non così, non certamente in base agli Orientamenti EBA, ormai da qualche giorno entrati in vigore.

La banca è un posto dove ti prestano l’ombrello quando c’è bel tempo e te lo chiedono indietro quando inizia a piovere.” Mark Twain

Abbiamo già fatto una precisazione importante proprio a proposito di quel reddito che è alla base di ogni considerazione sull’equilibrio aziendale e sulla bancabilità dell’impresa, considerazioni che ci rimandano alla centralità dell’Ebit e al suo grado di copertura degli interessi passivi, l’ICR. Ma il reddito è solo una parte della costruzione del flusso di cassa, anche se la più importante; per capire se effettivamente diverrà cassa occorre valutare la variazione del capitale circolante netto operativo ed il suo “effetto spugna”, che rettifica, spesso in negativo, il contributo del cash-flow (risultato netto+ammortamenti+accantonamenti).

“Il fatturato è vanità, l’utile è verità, la cassa è realtà.” Anonimo, riferito da C.Ripani.

Ecco, questo EBA non lo dice, ma se serve solo la cassa a restituire quanto dovuto, se il fabbisogno finanziario si circoscrive e si tiene a bada solo con un sufficiente livello di liquidità, allora la definizione di cassa deve non solo essere soddisfacente in termini accademici ma, soprattutto ai fini pratici, ovvero per l’analista fidi. Colui che “al meglio delle conoscenze dell’Ente (la banca: ndr) al momento della concessione” valuta il merito di credito. Parlare di cash-flow come unità di misura della capacità restitutiva significa non solo non sapere fare l’analisi per flussi, ma neppure saperla leggere, attraverso il rendiconto finanziario. Quello strumento che, obbligatorio per tutte le società che presentano il bilancio in forma ordinaria, consente di misurare con esattezza la liquidità prodotta dalla gestione corrente, quella impiegata per dividendi et similia, quella che è servita per fare investimenti e rimborsare prestiti. Se vi piace l’inglese, sarebbe il free cash flow. Appunto, free: proprio per questo la valutazione deve essere già depurata anche dei prelievi, dividendi, soci c/utili anticipati. Perché quei denari erano cassa: erano.

Per non sbagliare, e provare ad approfondire il tema, vi suggerisco due link: https://www.reaconsulting.com/utility/ e, naturalmente https://www.reaconsulting.com/utility/eba-compliance/

Buon lavoro.

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Alessandro Berti Analisi finanziaria e di bilancio Banche Capitale circolante netto operativo Crisi finanziaria Fabbisogno finanziario d'impresa Imprese Indebitamento delle imprese PMI

79 anni e non sentirli (sull’art.218 del RD 267/42).

Uno dei migliori che io abbia mai assaggiato, se non il migliore. Purtroppo non è lo sponsor di questo blog.

E così la Suprema Corte di Cassazione, con ordinanza n.18610, proprio il 30 giugno, ha stabilito (per l’ennesima volta) la responsabilità della banca nell’erogazione abusiva del credito all’impresa in crisi.

Nell’affrontare il tema, la Suprema Corte intitola il paragrafo 3.2.1. “I doveri dell’operatore bancario” e individua come condotta illecita quella della “concessione abusiva di credito” con la quale “il finanziatore concede o continua a concedere, incautamente credito in favore dell’imprenditore che versi in stato di insolvenza o comunque di crisi conclamata”. Nell’integrazione della fattispecie, ovvero perché si verifichi la concessione abusiva di credito, (…) rilievo primario assumono, accanto alla regola generale del diritto delle obbligazioni relativa all’esecuzione diligente della prestazione professionale ex.art.1176 c.c., la disciplina primaria e secondaria di settore e gli accordi internazionali (sic).”

Il soggetto finanziatore, sulla base della disciplina dei cui sopra, (…) “è invero tenuto all’obbligo di rispettare i principi di c.d. sana e corretta gestione, verificando, in particolare, il merito creditizio del cliente in forza di informazioni adeguate.

Dunque, nell’affrontare un tema che risale a una legge che ha solo 79 anni, la Cassazione non solo fa presente che vi sono discipline primarie e secondarie, oltre che accordi internazionali, ma anche che, per usare le parole degli Orientamenti EBA, la banca deve valutare il merito di credito al meglio delle informazioni possedute al momento della concessione.

E quindi ancora per citare la suprema Magistratura, “è peraltro richiesto che, nella formulazione delle proprie valutazioni, la banca proceda secondo lo standard di conoscenze e capacità, alla stregua della diligenza esigibile da parte dell’operatore professionale qualificato, e ciò sin dall’obbligo ex-ante di dotarsi dei metodi, delle procedure e delle competenze necessari alla verifica del merito creditizio.”

Che EBA, 79 anni dopo, non stia dicendo nulla di nuovo lo testimonia il passaggio della sentenza che recita “in sostanza, sovente il confine tra finanziamento meritevole e finanziamento abusivo si fonderà sulla ragionevolezza e fattibilità di un piano aziendale.”

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