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ABI Alessandro Berti Analisi finanziaria e di bilancio Banca d'Italia Banche Capitale circolante netto operativo Fabbisogno finanziario d'impresa Imprese Indebitamento delle imprese PMI

Prima, dopo e durante un prestito Covid-19 (senza speranza).

Prima, dopo e durante un prestito Covid-19 (senza speranza).

Si è già discusso abbondantemente in questa sede sul fatto che un prestito Covid-19 con garanzia pubblica, laddove per tale si intende quella prestata dalla SACE o dal Fondo Centrale di Garanzia, non è un prestito che la banca è tenuta a erogare, tanto meno senza valutare approfonditamente il merito di credito del richiedente. A parte i motivi già illustrati, riguardanti le best practices in materia di affidamento e le prescrizioni della Circ.285 di Bankitalia, è ormai noto l’orientamento EBA circa il fatto che un prestito in moratoria possa divenire tranquillamente un’inadempienza probabile o comunque analizzato come tale. E se da un lato non si possono segnalare sofferenze da parte delle banche (quid juris quando dopodomani riapriranno i tribunali fallimentari?), come sancito dal Decreto Liquidità, che fine faranno le valutazioni che de plano devono essere fatte sulla incapacità di adempiere se non tramite escussione delle garanzie, ovvero le UTP?

Detto questo, l’audizione del Direttore Generale del Fondo Centrale di Garanzia ha bene illustrato quello che accade qualora la fideiussione, senza eccezioni e a prima richiesta, venga escussa: il FCG verificata la sussistenza dei requisiti, paga. Nello stesso istante, tuttavia (e per comprenderlo non serviva un’audizione parlamentare) si surroga negli stessi diritti che aveva il creditore originario, cioè la banca e per recuperare il proprio credito è autorizzato ad emettere cartelle esattoriali per l’importo dovuto, più interessi e spese. Con tutta evidenza, nulla di più distante da un contributo a fondo perduto: direi, poco rassicurante.

Ma un aiuto di Stato? Si. Autorizzato? Forse (ma probabilmente no, almeno in moltissimi casi di piccole e micro-imprese).  Come ricorda un ottimo articolo apparso sul Sole 24 Ore di oggi a cura di Paolo Meneghetti e Gian Paolo Ranocchi, per quel che riguarda il contributo a fondo perduto la circolare 15/E della Agenzia delle Entrate precisa che l’aiuto non può essere concesso alle imprese che si trovavano in una situazione di difficoltà al 31 dicembre 2019, in base alla definizione di cui all’articolo 2, punto 18 del regolamento (UE) n. 651/2014. Le 4 condizioni per le quali -ne è sufficiente anche una sola- una impresa è considerata in difficoltà e quindi non può essere aiutata sono le seguenti:

1)-nel caso di srl diverse dalle neo-costituite, il patrimonio netto ridottosi del 50% a causa di perdite cumulate;

2)-nel caso di sas o di snc, i fondi propri (ovvero il patrimonio netto) ridottisi del 50% a causa di perdite cumulate;

3)-assoggettamento a procedure concorsuali;

4)-interessi passivi superiori all’Ebitda.

Non è evidentemente questa la sede per discutere, per esempio, dell’inclusione o meno nella categoria delle imprese in difficoltà delle ditte individuali -come parrebbe pacifico- né dell’esclusione dei liberi professionisti, che pure non pare in discussione. La questione vera, che il legislatore pasticcione del Decreto Liquidità e del Decreto Rilancio pare avere scordato, riguarda il fatto che tutti i prestiti e le moratorie rischiano di configurarsi come aiuto di Stato proprio per quelle imprese che più ne hanno bisogno, le tantissime snc,, sas ed srl, che hanno da tempo il patrimonio netto negativo e che versano da tempo in condizioni di squilibrio economico, finanziario e patrimoniale.

Ma se queste imprese, a seguito del cumularsi di perdite, hanno ridotto la dotazione di capitale di oltre il 50% -e ci riferiamo a imprese, quelle italiane, normalmente sotto-capitalizzate- e non solo per perdite ma, per esempio, per prelievi soci c/utili anticipati, si stanno erogando finanziamenti a soggetti che quasi certamente non rimborseranno nulla di quanto dovuto. Con le conseguenze di cui sopra. Con l’aggravante che molte di esse, destinate a fallire, avranno tuttavia nel frattempo anche ricevuto contributi a fondo perduto. Che più perduto non si può.

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ABI Alessandro Berti Analisi finanziaria e di bilancio Banca d'Italia Capitale circolante netto operativo CIG (cassa integrazione guadagni) Crisi finanziaria Cultura finanziaria Disoccupazione Fabbisogno finanziario d'impresa Imprese Indebitamento delle imprese PMI Relazioni di clientela

Se non ora, quando.

Se non ora quando.

Ovvero, se non ora, visto che tutto è garantito (?) dallo Stato e tutto o quasi sarebbe dovuto dalle banche, le quali nulla hanno da temere perché tanto pagherà la SACE o il Fondo Centrale di Garanzia, quando vogliamo metterci intorno a un tavolo per provare a capire che quello che serve per le nostre imprese non è credito facile o garantito, ma credito sostenibile. E magari rendersi conto che, nonostante le balle che vengono raccontate ovunque (Il Business Plan? Ma la banca X mica le lo ha chiesto? Ma la Banca Y mi ha dato 1 milione di € e non ha voluto niente e via di scempiaggine in scempiaggine).

Per questo rinnovo l’invito al webinar organizzato da R&A Consulting e al quale mi onoro di partecipare, introducendo la prima giornata. I relatori, a parte il sottoscritto, sono di tutto rispetto: e ci sono 6 crediti formativi. Vi aspetto.

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Alessandro Berti Analisi finanziaria e di bilancio Banche Capitale circolante netto operativo Crisi finanziaria Fabbisogno finanziario d'impresa Imprese Indebitamento delle imprese PMI Relazioni di clientela Unicredit

Più rischi, meno (!) accantonamenti (versare acqua nella sabbia).

Più rischi, meno (!) accantonamenti (versare acqua nella sabbia).
Sul Sole 24 Ore di oggi si legge, riguardo al Fondo Pmi, che “le nuove regole liberano 1,8 miliardi“.

Intanto, per la verità, ci viene detto che il Fondo farà meno accantonamenti, spiegabili solo con la necessità di poter disporre di maggiori risorse, non certo in funzione della diminuzione del rischio. Leggiamo infatti che “il Consiglio di gestione del Fondo di garanzia Pmi ha approvato la riduzione delle percentuali di accantonamento a titolo di coefficiente di rischio sui prestiti garantiti, al 100%, fino a 30mila euro. Un’operazione che consentirà di recuperare 1,8 miliardi rimandando di qualche settimana l’esaurimento dei fondi. Tutto questo in attesa che l’Economia, come preannunciato dal ministro Roberto Gualtieri, intervenga per stanziare nuove risorse. La stima di 1,8 miliardi di minori accantonamenti include l’applicazione delle nuove percentuali sia alle future garanzie da concedere sia alle operazioni finora già garantite. Fino alla seduta di ieri del Consiglio di gestione, per i mini-prestiti garantiti al 100% il Fondo accantonava il 30,2%, una percentuale molto elevata rispetto all’ordinaria amministrazione dello strumento e dovuta al profilo di rischiosità dei beneficiari.”

Il che significa che quando qualche grande banca, e absit iniuria verbis,  tutti sanno qual è la mia “prediletta”, decide di non partecipare per nulla alla gara al finanziamento delle Pmi, spiegando che il Fondo ha già finito o finirà a brevissimo i soldi, al di là dell’atteggiamento, insindacabile per carità, verso le imprese,  forse non ha tutti i torti.

Purtroppo ancora più illuminante è la statistica diffusa dal Fondo e riguardante la platea dei beneficiari dei prestiti garantiti. Leggiamo infatti che, quanto alle “caratteristiche dei beneficiari dei prestiti garantiti al 100%, partiti con un tetto a 25mila euro che poi in sede di conversione in legge del Dl liquidità è stato innalzato a 30mila euro, oltre il 99% delle imprese beneficiarie è costituito da società di capitali e di persone e da imprese individuali, lo 0,6% da professionisti o persone fisiche e lo 0,04% da studi professionali. Prevalgono le micro imprese (88,6%), seguite dalle piccole (10,3%) e medie (1,1%). Il 50,1% delle imprese è localizzato al Nord, il 23% al Centro e il 26,6% al Sud. Il settore con la quota maggiore di beneficiari è il commercio al dettaglio (16,6%), cui seguono i servizi di ristorazione (12,7%), le costruzioni specializzate (8,8%) e il commercio all’ingrosso (8,3%).”

La lista di cui sopra è tristemente caratterizzata da un unico, uniforme, connotato: sono i settori più tradizionali, meno innovativi e maggiormente investiti dalla digitalizzazione del nostro sistema economico. Qualche anno fa l’ISTAT aveva anche stimato che fossero i settori meno propensi agli investimenti. Sono i settori dei quali si stanno finanziando le perdite, ovvero il peggiore dei fabbisogni finanziari possibili: e, statene certi, senza neppure avere visto un simulacro di business plan, di progetto di rilancio. Come versare acqua nella sabbia.

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Solo il 26% delle aziende ha usato i consulenti…

Solo il 26% delle aziende ha usato i consulenti…

…già, ma per fare cosa? Il Sole 24 Ore di oggi ci dice che per chiedere la Cassa Integrazione, in deroga e non, solo un quarto delle imprese ha fatto ricorso all’aiuto di consulenti.

La notizia merita molteplici riflessioni, soprattutto per l’argomento, di notevole importanza in questo momento storico, nel quale la questione della liquidità la fa da padrona (et pour cause). Il comportamento delle imprese, non solo PMI, nei confronti dei temi della gestione è da sempre frutto di una costante sottovalutazione di quelli strategici a vantaggio di quelli maggiormente fiscali e amministrativi, in sostanza, della gestione ordinaria.

In fondo lo si è potuto notare molto bene esaminando le varie questioni connesse ai prestiti Covid garantiti dallo Stato, per i quali si continua a sbandierare la necessità di liberarsi delle maledette “scartoffie”, impugnando la legge di conversione del decreto che avrebbe (ma non ha) eliminato ogni sorta di necessità di analizzare bilanci, budget, business plan. Ne sanno qualcosa coloro che lavorano in banca, trovatisi a operare in condizioni di totale mancanza di dialogo, certamente non favorito dall’assenza del ceto professionale proprio su un punto fondamentale, ovvero i piani e i progetti per il dopo. D’altra parte, mi giungono notizie, anche direttamente, di aziende che devono nominare il revisore legale (e, signori del Sole 24 Ore,  piantatela di dire che è solo un costo, grazie) che sono sotto ricatto del loro professionista di fiducia e che “devono” nominare Tizio o Caio. I quali verosimilmente, oltre a non approfondire troppo le questioni figlie della gestione preesistente, sottovalutando come i loro clienti il solo parziale rinvio del Codice delle Crisi di Impresa, intanto si insiederanno per constatare che gli assetti organizzativi sono inadeguati, o forse no…e poi?

La cultura d’impresa e un indirizzo più gestionale ai comportamenti imprenditoriali, comprese le relazioni di clientela intrattenute con le banche non arrivano certamente per decreto legge o DPCM, come usa ultimamente. Ma se neppure ci si vuole fare accompagnare da consulenti, peraltro a loro volta restii a una visione strategica, riusciremo certamente nel non invidiabile risultato di essere entrati nella crisi da Covid-19 per primi ed uscirne tra gli ultimi.

P.S.: quello nella foto è Luigi Malabrocca, maglia nera in numerose competizioni ciclistiche, ma lui lo faceva apposta…

 

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Sul budget di tesoreria e altre sciocchezze.

Sul budget di tesoreria e altre sciocchezze.

Sul Sole 24 Ore di oggi, sul tema ormai caldo della prevenzione delle crisi di impresa si legge che “pur rappresentando lo strumento principe degli adeguati assetti organizzativi, la tesoreria è spesso trascurata in azienda, e può persino accadere che l’imprenditore ritenga di disporne, quando invece possiede informazioni poco approfondite e talvolta incomplete. Molti direttori amministrativi, infatti, predispongono periodicamente un prospetto, talvolta ricavato dall’home banking, dal quale emergono gli affidamenti e gli utilizzi per banca e per linea, e anche un ulteriore previsione manuale delle entrate e delle uscite di cassa relative al mese successivo; queste informazioni, per quanto valide e rilevanti, non sono spesso sufficienti e talvolta possono persino risultare fuorvianti.”

Se c’è qualcosa di fuorviante è proprio l’incipit dell’articolo, peraltro redazionale, che appare su Norme e Tributi di oggi e che sembra dare per scontato che l’adozione dello strumento sia di per sé sufficiente a scongiurare il rischio di crisi dell’impresa, così come si è tentato di prevenirlo nella norma che entrerà in vigore l’anno prossimo.

Prosegue infatti l’articolo affermando che “l’orizzonte temporale di riferimento della previsione finanziaria non è peraltro un dato negoziabile, in quanto l’articolo 13 del Codice della crisi d’impresa concentra la sua attenzione proprio sulla circostanza che i debiti siano sostenibili o meno per i sei mesi successivi: questa è quindi la durata minima per la quale i flussi di cassa devono essere visibili da parte degli amministratori. Con una tesoreria che consenta tra una rilevazione e l’altra di disporre di informazioni previsionali sulla sostenibilità dei debiti (ovvero sulla capacità di avere entrate finanziarie in grado di coprire le uscite) si può quindi ritenere che si riesca a presidiare in modo serio il rischio di crisi aziendale.

Il budget di tesoreria era (talvolta è ancora) l’unico documento che presentavano certi professionisti della crisi d’impresa quando si recavano in banca a contrattare concordati stragiudiziali e tentativi, più o meno tardivi, di salvataggio. Ma soprattutto il budget di tesoreria è uno strumento di talmente corto respiro (la sua attendibilità non può superare i 6/12 mesi) che poco conta che l’articolo 13 si soffermi sulla sostenibilità dei debiti a 6 mesi. La prevenzione si attua con strumenti un po’ più complessi e davvero anticipativi, come la programmazione economico-finanziaria pluriennale, la redazione di bilanci pro-forma e di rendiconti finanziari di previsione. Purtroppo si deve ammettere che tali strumenti non solo non fanno sempre parte della cultura professionale, ma anche che ben poche aziende ne sono davvero dotate, a cominciare da quelle di più grandi dimensioni. Si tratta, appunto, di una questione culturale prima ancora che normativa. Senza dimenticare, da ultimo, che nessun budget di tesoreria potrà rimediare al peggiore dei fabbisogni finanziari, quello che deriva dalle perdite.

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Da dove cominciare? Dal conto economico (sempre sulla prevenzione).

Da dove cominciare? Dal conto economico (sempre sulla prevenzione).

Se prevenire la crisi d’impresa significa istituire e/o implementare sistemi di controllo di gestione interni adeguati a comprendere l’evoluzione dell’andamento aziendale, non c’è dubbio che tali sistemi debbano essere metodologicamente corretti e verificati alla luce di un semplice assunto: i problemi delle imprese nascono anzitutto (e si manifestano, soprattutto) a livello di conto economico e in particolare a livello di risultato operativo, ovvero di EBIT, quel margine intermedio così importante da essere utilizzato anche da analisti esterni, quali le banche, per comprendere se l’impresa possieda oppure no capacità di reddito.

Se l’EBIT o RO deve essere analizzato attentamente, in specie in rapporto agli oneri finanziari, ancora più importante è conoscerne la genesi, poiché, dal momento che esso è frutto unicamente dei costi strettamente attinenti la gestione tipica ed esclude la gestione straordinaria, finanziaria e accessoria, si deve valutare in maniera approfondita la congruità di costi e ricavi, soprattutto in rapporto ad eventuali politiche di bilancio. Purtroppo sono proprio queste ultime, spesso non individuate per tempo o addirittura stratificate da tanto tempo da essere divenute parte dell’arredamento contabile, che dicono che la consistenza dell’EBIT nel tempo è quantomeno discutibile, magari in rapporto a un margine commerciale lordo che cresce inopinatamente proprio grazie alle rimanenze finali o a fatture da emettere tutte da giudicare nella loro veridicità.

Sinteticamente di dovrà pertanto esaminare, nell’ordine:

  1. andamento delle vendite nel tempo e in rapporto al settore di appartenenza;
  2. congruità delle componenti del costo del venduto, tasso di rigiro delle scorte e corrispondente livello del primo margine;
  3. andamento delle voci relative agli ammortamenti e ai costi per servizi, in particolare per quanto riguarda il tasso medio di ammortamento e le lavorazioni esterne;
  4. livello e composizione dell’Ebitda, in particolare per quanto riguarda l’effettiva capacità dell’azienda di creare ricchezza;
  5. da ultimo, il grado di copertura (o di assorbimento) da parte degli oneri finanziari in rapporto al RO, ricordando che se la ricchezza prodotta dalla gestione tipica è appena sufficiente a ripagare il costo del debito, come si potrà fronteggiare quest’ultimo?

Se il conto economico è il punto di partenza, sarà l’analisi dello stato patrimoniale e del capitale circolante netto operativo, con il suo noto effetto spugna, a confermare, come quasi sempre avviene, quanto riscontrato a livello di analisi economica.

Infine, solo una piccola notazione: l’analisi della redditività è l’ultimo dei problemi che l’imprenditore vuole mettere  in discussione, perché così facendo mette in discussione sé stesso. Ed è qui che “si parrà la nobilitate” del bravo consulente e l’efficacia del sistema di prevenzione delle crisi adottato.

 

 

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Banca d'Italia Banche BCE Capitale circolante netto operativo Fabbisogno finanziario d'impresa Imprese Indebitamento delle imprese PMI

Se il mercato del credito non dipende solo dai tassi bassi (best practices e costi operativi).

Se il mercato del credito non dipende solo dai tassi bassi (best practices e costi operativi).

Un bell’articolo di Vito Lops e Isabella Bufacchi sul Sole24Ore di oggi esamina con attenzione e spirito critico la questione dei target di inflazione della BCE (ma anche della stessa Federal Reserve americana), ponendo l’accento, tra le altre cose, sul fatto che i tassi così bassi lasciano sul mercato le imprese marginali, quelle che dovrebbero essere espulse in quanto più rischiose e che, se pagassero il debito con il pricing corretto uscirebbero dal mercato. Ora, a parte che l’esempio dei lemons del buon vecchio Akerlof rimane valido, oltre che per il mercato delle auto usate, anche per quello del credito, il ragionamento che essi fanno presuppone un legame un po’ troppo automatico tra selezione del merito di credito e tassi di interesse. Ovvero, i tassi sono bassi, non ci sono barriere all’entrata per i cattivi prenditori e, al massimo, ci sarà un po’ di sussidio incrociato tra buoni e cattivi prenditori, con un tasso mediamente un po’ più alto per i primi e mediamente un po’ più basso per i secondi. Si tratterà comunque di tassi bassissimi, come gli attuali. Può essere che sia così ma questo presupporrebbe, nonostante dieci anni di crisi finanziaria alle spalle, che le banche valutino ancora il merito di credito sulla base delle garanzie e dei modelli anziché sui flussi di cassa, sull’Ebitda e sul DSCR: e forse è proprio su questo punto che si dovrebbe dare meno per scontato che il comportamento delle banche sia improntato a canoni di best practices, per un semplice motivo: le cose fatte bene sono costose.

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Analisi finanziaria e di bilancio Banca d'Italia Banche Capitale circolante netto operativo Fabbisogno finanziario d'impresa Imprese Indebitamento delle imprese PMI

Prevenire è meglio che curare, ma solo se fatto davvero “prima” (a proposito di crisi d’impresa).

Prevenire è meglio che curare, ma solo se fatto davvero “prima” (a proposito di crisi di impresa).

Per comprendere meglio quello di cui ci stiamo occupando si può ricorrere a una similitudine relativa alla sicurezza e alla prevenzione nei luoghi di lavoro, ovvero la normativa anti-incendio. Come è noto a chiunque osservi uffici, fabbriche, luoghi di lavoro e in generale locali aperti al pubblico, in ognuno di questi luoghi dovrebbero essere state introdotte e adottate efficaci e doverose misure di prevenzione antincendio, dagli estintori ai naspi etc..; allo stesso modo è obbligatorio frequentare o far effettuare corsi ai propri dipendenti e, più in generale, fare propria una cultura delle sicurezza basata, prima ancora che sui dispositivi, sulla attenzione quotidiana e costante, al fine di evitare anche il solo insorgere di situazioni di pericolo.

Sempre per rimanere in argomento sarebbe quantomeno singolare, per esempio, che i pompieri aspettassero, prima di intervenire, che l’incendio abbia attecchito bene, che le fiamme stiano divorando un fabbricato, che vi siano danni estesi: al contrario, essi dovrebbero intervenire anche solo se si dovesse sprigionare un filo di fumo che possa segnalare eventuali allarmi.

Bene, se tutto questo poteva essere vero in ambito di gestione economico-finanziaria delle imprese fino a qualche anno fa, ora la situazione è radicalmente mutata: le situazioni di possibile crisi d’impresa vanno individuate e tempestivamente affrontate prima che peggiorino.

Con la recente riforma, che obbliga le imprese a dotarsi di sistemi interni di autovalutazione dei segnali di possibili crisi d’impresa, la prevenzione diventa un obbligo, con possibili conseguenze, in sede di eventuali dissesti, ancora tutte da valutare nella realtà (non esiste e non può esistere giurisprudenza al riguardo) ma che facilmente riguarderanno il reato di bancarotta, semplice o fraudolenta che sia, il ricorso abusivo al credito e quella fattispecie per ora solo giurisprudenziale nota come “concessione abusiva di credito” e che riguarda, ad evidenza, in primis le banche.

Le imprese, tutte le imprese, non solo quelle di medie e grandi dimensioni, dovrebbero dotarsi pertanto di un modello di controllo interno che metta a sistema e organizzi un’adeguata reportistica di indicatori, ratios e dati, su base pluriennale, che aiutino anzitutto il consiglio di amministrazione, il proprietario-imprenditore, i soci, a comprendere quale possa essere l’evoluzione negativa della situazione aziendale. Sotto tale profilo si tratta, a nostro parere, di niente altro che innalzare il livello della cultura d’impresa, senza fermarsi semplicemente ai controlli ex-post ma adottando un’adeguata pianificazione economico-finanziaria ex-ante. Solo in questo modo, in effetti, è possibile evitare che le crisi non solo degenerino, ma che non siano affrontate e prese in tempo, evitando l’ampliarsi di ricadute economiche, finanziarie  e patrimoniali.

 

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Nuovi paradigmi della sostenibilità nel rapporto banca-impresa: il rapporto PFN/Ebitda o debiti finanziari lordi/Ebitda

Guardando indietro nel tempo ai tanti anni trascorsi a leggere, studiare e scrivere in materia di valutazione del merito di credito ci si rende conto di come ormai alcuni strumenti siano entrati nell’uso e nella prassi comuni -basti pensare all’analisi per flussi in contrapposizione all’obsoleta e superata analisi per indici- mentre altri lo sono diventati nel tempo, probabilmente figli della necessità di avere certezze, parametri di riferimento, indicatori dirimenti in materia di misurazione del rischio.

Così, se per quanto riguarda la valutazione della capacità di reddito e del flusso principale generato a servizio del debito, ovvero l’Ebit, non vi sono discussioni in materia e tutta la migliore dottrina e le best practices parlano senza tema di smentita della necessità che il risultato operativo (o, appunto, Ebit) sia in grado di assorbire adeguatamente gli oneri finanziari, con un rapporto tra questi ultimi e RO pari o inferiore al 50%, in materia di struttura finanziaria, sostenibilità del debito e capacità di fronteggiarlo non tutto è, evidentemente, acclarato.

Il passaggio tra la valutazione della capacità di reddito e quella di rimborso, lungi dall’essere chiaro, risulta ancora non del tutto pacifico, ove si consideri che sovente, anche in relazioni redatte da esperti blasonati, banchieri e non, non si accenna quasi mai alla problematicità del capitale circolante netto operativo (o funzionale) ed al ben noto effetto spugna. Cosicché il free cash flow liberamente disponibile per fare nuovi investimenti e per rimborsare prestiti, o autofinanziamento al netto dei prelievi, non è (quasi) mai esplicitato nelle istruttorie bancarie, né viene analizzato nella sua composizione, anche mediante raffronti temporali. Basti pensare alla questione relativa alla consistenza dell’Ebitda in rapporto alla variazione del CCNO, laddove evidentemente la prima componente dovrebbe rappresentare quella più importante, sotto il profilo quantitativo, della liquidità prodotta dalla gestione.

La mancata consapevolezza rispetto all’importanza dell’Ebitda, ovvero al Margine operativo lordo nella sua accezione finanziaria (in sintesi: Ebit, più ammortamenti, più accantonamenti) è ancora più grave se si considera che, viceversa, dopo essere entrato a pieno titolo nelle valutazioni delle società quotate, i cui debiti finanziari non dovrebbero superare 4/5 volte l’Ebitda stesso, questo indicatore viene esplicitamente usato da Bankitalia nelle proprie ispezioni per isolare le posizioni ritenute maggiormente rischiose. In altri termini, tutte le volte che l’indicatore PFN/Ebitda, utilizzando al numeratore la posizione finanziaria netta, o l’equivalente Debiti finanziari lordi/Ebitda, senza tenere conto al numeratore delle disponibilità liquide, supera il valore di 6, gli ispettori della Vigilanza ritengono che l’impresa sia indebitata oltre i limiti massimi di sostenibilità.

Sostanzialmente, alla base di questa valutazione, stanno due ipotesi sulle quali è opportuno riflettere: l’Ebitda da flusso di cassa potenziale viene virtualmente ritenuto un flusso di cassa effettivo; tale flusso viene interamente destinato al rimborso dei soli debiti finanziari.

Vi sono sicuramente numerose questioni sia sulla costruzione dell’indicatore, sia sul suo significato, anche in rapporto al settore di appartenenza dell’impresa: questioni che certamente vale la pena approfondire in uno dei prossimi post, annotando intanto, anche in chiave di lettura del tema della prevenzioni delle crisi di impresa, che valori superiori a tale soglia rappresentano già da adesso, per le banche affidanti, una soglia trigger che può segnalare difficoltà finanziarie prospettiche per l’impresa affidata.

Vi sono sicuramente numerose questioni sia sulla costruzione dell’indicatore, sia sul suo significato, anche in rapporto al settore di appartenenza dell’impresa: questioni che certamente vale la pena approfondire in uno dei prossimi post, annotando intanto, anche in chiave di lettura del tema della prevenzioni delle crisi di impresa, che valori superiori a tale soglia rappresentano già da adesso, per le banche affidanti, una soglia trigger che può segnalare difficoltà finanziarie prospettiche per l’impresa affidata.

 

 

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Alessandro Berti Analisi finanziaria e di bilancio Banche Capitale circolante netto operativo Cultura finanziaria Fabbisogno finanziario d'impresa

Il magazzino: un amante ingrato, un segnale di (in)efficienza, una macchina della verità.

Il magazzino: un amante ingrato, un segnale di (in)efficienza, una macchina della verità.
Macchina-della-verità

Nel Sole 24Ore del 27 marzo c’è un interessante articolo sulla “sfida” che il livello delle scorte pone ad una società quotata italiana, la Emak (cfr.”La sfida di Emak: meno magazzino per contrastare i mercati volatili.”). Certo, pensare che ridurre il magazzino serva ad affrontare le sfide dei mercati,  farà storcere il naso a più di un imprenditore: probabilmente agli stessi che del magazzino si innamorano, tristemente non ricambiati, pensando che “intanto però gli sconti-quantità, l’approvvigionamento etc…”. Il magazzino è un componente negativo di reddito, è un costo: più magazzino uguale più costi. Per giunta, costi che si deteriorano, diventano obsoleti, invendibili, fuori mercato. Per questo la sfida di Emak è una sfida che dovrebbe essere raccolta da ogni impresa, grande o piccola, perché il livello del magazzino segnala, nel migliore dei casi, l’inefficienza della gestione, l’incapacità di ottimizzare gli approvvigionamenti, la carenza di cultura finanziaria delle Pmi.

Da ultimo, in maniera quasi ossessiva nei conti annuali delle imprese, anche in quelle che sembrano avere oltrepassato la crisi, talvolta anche in quelli delle quotate, il magazzino segnala politiche di bilancio volte a mostrare un utile solo contabile, quando in realtà il reddito sarebbe nullo o negativo. Il magazzino, dunque, come una macchina della verità che -a differenza del poligrafo- non sbaglia mai: basterebbe utilizzare il rendiconto finanziario per comprenderlo.

Talvolta, più semplicemente, basterebbe il buon senso e la semplice analisi del conto economico: che ve ne pare di 1 miliardo e 400milioni di shopper di plastica (vulgaris: sportine) stipati in 500 mq.? o dell’equivalente di 250mila pallets (vulgaris: pancali) nel piazzale di un produttore dei medesimi? Non è tanto grave che qualcuno lo abbia scritto in un bilancio: è grave che qualcuno in banca continui a crederci.