Categorie
Banche Imprese Indebitamento delle imprese Sud Università

Le (finte) meraviglie del mezzogiorno

Mezzogiorno.svg
Il sito del Sole 24Ore di oggi si occupa, con grande enfasi, del problema dei tassi di interesse al sud e del costo della spesa per le famiglie meridionali: in entrambi i casi le famiglie e le imprese meridionali risulterebbero penalizzate.
Al di là del giusto rilievo dato alla questione, che da anni ritorna periodicamente (basterebbe andarsi a leggere i dati del bollettino statistico di Bankitalia, pubblicati su http://www.bancaditalia.it per capire che non è una novità), mi soffermo sul fatto con due sole considerazioni.
Il costo della spesa al Sud è più caro per le note questioni riguardanti la struttura distributiva commerciale in quelle regioni: e se questo è certamente un problema, lo stesso articolo sottolinea, ricordando quanto affermato non dai soli leghisti negli ultimi giorni, ovvero che al Sud la vita costa meno, che il carrello della spesa in Sicilia vale 90 euro contro 106 della Lombardia. E vorrà pur dire qualcosa se, ogni volta che si passa una vacanza al Sud e non solo, è immediato ed agevole notare che la frutta, la verdura, il pesce,il pane e la pasta costano meno, molto meno che la Nord?
Quanto alle banche: non è possibile, ogni volta che si dibatte su questi argomenti, dimenticare che i tassi di interesse dipendono dalla rischiosità dei prenditori. E che le sofferenze sugli impieghi si concentrano, prevalentemente al Sud. La storia dei vecchi, gloriosi e scomparsi banchi meridionali è la storia di banche cadute sotto il peso delle sofferenze sugli impieghi. Tempo fa, per ragioni professionali, ebbi modo di verificare che una Bcc della provincia di Agrigento, “costretta” dalla moral suasion di Bankitalia alla fusione, aveva ben l’80% di sofferenze sugli impieghi. Non credo sia sbagliato affermare che, in situazioni come queste, il costo del denaro deve essere adeguato alla rischiosità del prenditore. Lo dice Basilea 2, che nelle sue intenzioni è lastricata di bontà, ma lo dice anche il buonsenso. Quello che sembra mancare a tutti quelli che invocano una nuova politica del Mezzogiorno, quel Mezzogiorno che totalizza la maggioranza delle università di pessima qualità nella classifica del Miur, è una visione che rimetta al centro la responsabilità, personale, individuale, di chi al Sud lavora e vive. E che nessuna legge centrale potrà mai incrementare per decreto.

Categorie
Analisi finanziaria e di bilancio Borsa Indebitamento delle imprese Mariella Burani

I dubbi nei conti di Burani (sul Sole 24Ore)

sole24ore_borsa_c
Un interessante articolo, nella rubrica dal titolo emblematico “Autogol” di Carlo Festa, sul supplemento PLUS24 del quotidiano di Confindustria in edicola oggi, parla de “I dubbi nei conti di Burani”.
Rimando il lettore alla sana e sacrosanta lettura, come ogni sabato comanda, del supplemento in questione, limitandomi a sottolineare, a mo’ di tag, quelli che sono i caratteri imprenscindibili del cammino imprenditoriale del gruppo di Cavriago:
a)-la crescita eccessiva: Festa parla di una crescita avvenuta con “un dinamismo che non ha eguali nella storia recente della Borsa”;
b)-l’indebitamento, che, intanto, cresceva;
c)-ora i dubbi nella valorizzazione delle poste di bilancio (Festa ha preceduto, con i potenti mezzi di cui dispone, le conclusioni che avreste letto nella sezione Analisi e commenti), in particolare una plusvalenza, chiaramente destinata alla gestione extra-caratteristica, finita a gonfiare il Mol ed il Risultato operativo, oltre che, naturalmente, i ricavi;
d)-infine, le perplessità sulla consistenza degli intangibles (la creazione di valore, do you know?), superiori di ben 100 mln.al valore del patrimonio netto;
e)-aggiunge, modestamente, il sottoscritto: come mai, con un indebitamento sempre così pesante, la società ha sempre mantenuto livelli di liquidità così elevati?
Il seguito, per davvero, alle prossime puntate.

Categorie
Banche Borsa Capitale circolante netto operativo Crisi finanziaria Fabbisogno finanziario d'impresa Indebitamento delle imprese Mariella Burani

Mariella Burani Fashion Group: riflessioni a margini di una crisi

LogoBurani
Pubblicando la seconda puntata della storia economico-finanziaria del Gruppo Mariella Burani Fashion Group, nelle pagine di analisi e commenti, è difficile non domandarsi come certi problemi, certamente non patologici come in altre crisi cui abbiamo assistito, non abbiano mai interrogato nessuno dei soggetti coinvolti: analisti, banche d’affari, finanziatori, investitori, management.
Fin dagli inizi la storia del Gruppo Burani appare caratterizzata da una volontà di crescere a tutti i costi, a prescindere dalla compatibilità delle scelte adottate: ed anche la decisione di quotarsi, apparentemente finalizzata a risanare un’azienda indebitata -ante IPO- “ultra vires”, serve in realtà a moltiplicare le possibilità di raccogliere risorse finanziarie al servizio di un progetto di sviluppo molto problematico.
Mi sembrava opportuno dividere la storia, così la seconda puntata prende in esame il periodo del biennio immediatamente successivo a quello della quotazione. Alla prossima puntata.

Categorie
ABI Banche Banche di credito cooperativo Capitale circolante netto operativo CdO Fabbisogno finanziario d'impresa Imprese Indebitamento delle imprese Main bank PMI Relazioni di clientela Scuola d'impresa

Banche chiuse: per ferie?

IMG_0928
Alessandro Plateroti, in un bell’articolo sul Sole 24 Ore del 4 agosto, commentando l’intesa raggiunta fra Abi ed imprese, auspica che la banca “non chiuda per ferie”. L’articolo richiama l’importanza di relazioni di clientela più serie, solide e trasparenti, “senza le solite lamentele”, ed è raro nel nostro Paese, dove la cultura della main bank, della banca di riferimento, è tuttora assente, con la lodevole ma limitata eccezione delle banche di credito cooperativo.
Insomma, le banche facciano, a questo punto, la loro parte, non chiudano, appunto, per ferie. Ed è un invito senz’altro condivisibile, così come lo è quello, invero assai raro nel panorama italiano, che spinge per l’adozione di un “(…) codice di comportamento nelle relazioni creditizie, (senza ledere) il principio della libera concorrenza ma si incentiverebbe una migliore civiltà creditizia.”
Civiltà creditizia mi piace, è un’espressione che ricorda in modo forte non appena modi di fare garbati ed urbani, ma una concezione dei rapporti banca-impresa, una cultura, una visione delle cose che poi si dota di strumenti per realizzarli.
L’articolo del quotidiano confindustriale procede poi individuando nell’accordo non una “panacea” ma una modalità per dare ossigeno al sistema produttivo, che necessita, soprattutto le Pmi, di risorse per finanziare capitale fisso e capitale circolante. Soprattutto il circolante.
Difficile non essere d’accordo: il circolante netto operativo rappresenta circa il 75% del capitale investito delle Pmi italiane, se non “circola” ovvero non si riforma in continuazione perchè i clienti pagano i loro debiti e le imprese, con gli incassi fanno nuovi acquisti riformando le scorte e pagando i fornitori, si blocca la quasi totalità della gestione finanziaria e dunque anche operativa d’impresa.
Speriamo, pertanto, che le banche facciano la loro parte. Le notizie sul fronte delle trimestrali inducono, con espressione consunta, ad un “cauto ottimismo”. Ciò di cui mi permetto di dubitare, con lo scetticismo che l’esperienza di questi anni ha alimentato, è che l’auspicata nuova “civiltà finanziaria” coinvolga, finalmente, anche le imprese, consapevoli di natura, qualità e durata del loro fabbisogno finanziario ma, soprattutto, che il problema delle loro scelte non è la copertura, ma la sostenibilità. La questione torna prepotentemente di attualità proprio ora, perchè i mesi scorsi sono stati impiegati, molto spesso, in lamentele, così come lo erano stati gli anni precedenti: le banche chiudono l’ombrello quando piove etc etc…
Dunque non si è fatto nulla per costruire una cultura diversa del rapporto banca-impresa: il che rappresenta, oggettivamente, un’ipoteca pesante per lo sviluppo delle relazioni di clientela del dopo-crisi. Ma non si possono fare sconti “culturali” alle imprese, anche a costo di risultare antipatici e saccenti occorre ricordare che il problema del fabbisogno finanziario e della sua compatibilità è, anzitutto un problema di gestione, non di copertura. Non basta trovare i denari, occorre anche saperli restituire. E l’ubriacatura della bolla immobiliare dei tempi recenti non ha aiutato a ragionare in questi termini. Lo schema “io faccio l’imprenditore, la banca deve darmi i soldi che servono, perchè questo è il suo mestiere” è diventato obsoleto. Il lavoro da fare, al riguardo, è imponente e concerne anzitutto gli strumenti della formazione e della cultura d’impresa, soprattutto nelle Pmi. L’esperienza dalla Scuola d’impresa della CdO, ma anche di tante iniziative di banche locali, in molte zone d’Italia fa sperare che, a partire da questa consapevolezza, l’agognato sviluppo dein prossimi anni possa essere solido e duraturo.

Categorie
ABI Analisi finanziaria e di bilancio Banche Crisi finanziaria Fabbisogno finanziario d'impresa Indebitamento delle imprese Main bank Moratoria dei debiti PMI

Moratoria sui debiti delle Pmi: accordo ABI-imprese

L’accordo di oggi, raggiunto grazie all’intervento del Ministro dell’economia Tremonti, assume caratteri di straordinarietà e, per una volta, pare contenere non solo impegni reali ma, soprattutto, circonstanziati e mirati.
La delimitazione dell’accordo all’ambito delle Pmi è ovvia, stante che per le grandi imprese, come insegna il (tentativo di) salvataggio della Risanamento di Zunino, è la dimensione del debito a spingere la buona volontà di chi vuole evitare perdite di analoga grandezza. L’argomento probabilmente fornirà nuovo combustibile al luogo comune per il quale le banche chiudono l’ombrello quando piove solo alle Pmi e che i soldi si danno solo a coloro che non ne hanno bisogno.
Tornando all’accordo, per il cui testo rimandiamo alla sezione documenti del blog, pare importante altresì la specificazione che l’accordo stesso non si limita a spostare in avanti, senza aggravio di condizioni per le imprese, i pagamenti per la quota capitale di mutui e di leasing, anche immobiliari, ma riguarda anche le linee di credito a breve termine per la parte riguardante i tardivi pagamenti della clientela, anticipati dalle banche. L’ulteriore specificazione riguardante il fatto che le imprese devono trovarsi in bonis, ovvero in una condizione di non “sofferenza” o “debito ristrutturato”, lungi dall’essere restrittiva evidenzia, a mio parere, la bontà dell’accordo, perchè comprende anche i cosiddetti “incagli”, pur rimandando alla prudente valutazione delle banche: in sostanza, la platea delle imprese interessate è quanto mai vasta, mentre chi resta fuori deve ricorrere alla normativa fallimentare o ad accordi stragiudiziali. Non va dimenticato che l’accordo, nella sua parte finale, riprende il tema della cronica sottocapitalizzazione delle Pmi italiane, impegnando le banche ad individuare idonee forme tecniche atte a favorire la copertura del fabbisogno delle imprese che rafforzano il capitale di rischio.
Infine, alcune notazioni che l’accordo, che va salutato positivamente, non deve e non può assolutamente far dimenticare.
1)-I debiti verso le banche non sono un flagello di Dio, imposto dalle banche avide e cattive ad imprenditori buoni e bravi: i debiti sono stati contratti dalle imprese a fronte di un fabbisogno finanziario generato, come insegna l’analisi per flussi, o dall’autofinanziamento negativo e/o da eccesso di prelievi e/o da investimenti (compresi quelli, davvero famigerati, di tipo immobiliare). Dunque i debiti, il cui pagamento sarà rinviato, su richiesta delle imprese, da parte delle banche che decideranno di aderire all’accordo, devono essere pagati attraverso la gestione operativa, ovvero attraverso una formula competitiva in grado di generare ricchezza: e questo, ad evidenza, non è un problema bancario ma tipicamente imprenditoriale.
2)-L’accordo è subordinato ad un’ampia e completa informazione, tanto più necessaria se si vuole comprendere natura, qualità e durata del fabbisogno finanziario delle imprese. Mi auguro, in futuro, di ascoltare sempre meno idiozie del tipo “Ma perchè devo dare il mio bilancio vero ad una banca che redige il suo falso?”. Provate a portare ad analizzare, anzichè il vostro sangue, quello di qualche parente o di un amico, per vedere se le cure corrisponderanno alle vostre necessità ed al vostro quadro clinico.
3)-La capitalizzazione delle imprese, se mai è stata un tema importante, man mano che la crisi è andata avanti è divenuta uno dei capitoli principali dell’agenda, come anche il testo dell’accordo insegna. Su questo punto è bene capirsi, anche a costo di apparire antipatici: sottrarre risorse all’azienda, per arricchire l’imprenditore, pur rappresentando una scelta lecita, mette l’azienda in condizione di debolezza: è come se la barca sulla quale si naviga fosse costruita di materiali meno robusti, dimodochè si può essere anche degli ottimi marinai, ma quando si incappa nella tempesta, perfetta o meno, ci si può fare male.
4)-La scelta del sistema bancario di aderire su base volontaria (e non poteva del resto essere altrimenti), richiama le imprese ad un altro ordine di scelte, quello del partner bancario sul quale poter contare per lo sviluppo, la crescita, il risanamento. Se è vero che le banche si scelgono, questo non potrà che avvenire a cura delle imprese tese, finalmente, non più a cercare un indistinto “fornitore di soldi”, al quale chiedere denaro al minor prezzo possibile e con le minori informazioni possibili, ma, appunto, un vero e proprio partner. Si può cominciare a parlare di banca di riferimento, la tanto agognata main-bank?