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Borsa Capitalismo Imprese IPO

(S)quotarsi un po’: delisting Benetton per non addetti.

(S)quotarsi un po’: delisting Benetton per non addetti.

Ma Piazza Affari è un problema che, con ieri, Ponzano Veneto ha cominciato a mettersi alle spalle. Al termine di una riunione del cda durata un’oretta, Edizione ha spiegato le ragioni dell’addio. Ritiene che «anche in considerazione della protratta volatilità dei mercati azionari» il delisting «possa fornire al management la flessibilità richiesta nel medio e lungo termine» per sviluppare le «azioni necessarie a fronteggiare le sfide derivanti dal mutato contesto competitivo». Di fronte a scenari nuovi, occorre «una strategia di rafforzamento del modello di business su cui sono fondati la storia e il successo di Benetton».

Alla vigilia del cambio della guardia alla presidenza, con Alessandro Benetton destinato in primavera a succedere al padre Luciano, Piazza Affari non è più considerata funzionale a un progetto di rilancio industriale. Anzi. Di qui l’obiettivo di raggiungere almeno il 95% del capitale per procedere alla revoca dalla quotazione nel giro di qualche mese.

Francesco Spini, La Stampa.

Traduzione: ci ricompriamo l’azienda a prezzo vile, dopo aver monetizzato quanto possibile con l’IPO. Poiché non siamo più quotati non abbiamo più costi e noiose incombenze. Paghiamo molto bene i nostri consulenti di comunicazione perché riescano a non dire niente facendo finta di spiegare tutto.

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Borsa calcio minore Indebitamento delle imprese IPO Silvio Berlusconi

Quotare un po’ di debiti: e poi?

Quotare un po’ di debiti: e poi?

Quotazione o cessione di una minoranza. Due ipotesi per il futuro prossimo dell’Ac Milan, dopo la sentenza del Tribunale di Appello di Milano che ha condannato la Fininvest della famiglia Berlusconi, proprietaria del club rossonero, a risarcire con 560 milioni di euro la Cir di Carlo De Benedetti. L’Ipo, secondo indiscrezioni, sarebbe una delle idee sul tavolo con destinazione l’Hong Kong Stock Exchange, dove già il Manchester United debutterà con l’obiettivo di raccogliere 1,7 miliardi di sterline. Secondo indiscrezioni i dirigenti della Borsa asiatica, dove già si è quotata Prada e che punta ad attrarre marchi italiani conosciuti in tutto il mondo, avrebbero mostrato interesse per l’Ipo del Milan. Quest’ultimo resta un brand tra i più noti in Asia dove può contare su milioni di tifosi.

Altra opzione potrebbe vedere la Fininvest cedere una minoranza corposa del Milan in aumento di capitale. La holding dei Berlusconi potrebbe restare in maggioranza, ma il club avrebbe le risorse necessarie agli investimenti grazie al nuovo socio. In passato si erano avvicinati al dossier investitori arabi e il gruppo petrolifero russo Gazprom. Proprio la strada russa sembra ipotizzabile viste le buone relazioni tra Silvio Berlusconi e Vladimir Putin e altri oligarchi di Mosca. L’opzione di un disinvestimento della Fininvest circolava in ambienti finanziari, ormai da alcune settimane, in prossimità della decisione del Tribunale di Appello di Milano.

Così Carlo Festa su Finanza e Mercati del 12 luglio. JM è notoriamente di sponda nerazzurra, ma ricorda bene i bilanci pre-IPO di Lazio e Juve, per non parlare della Roma. Furono quotazioni fatte per fare cassa, debiti venduti al mercato, senza neppure prospettive reali di sviluppo. Solo la Juve sta completando l’investimento nello stadio di proprietà che tuttavia, dal punto di vista del gioco, ha lo stesso effetto che ha sulla qualità dei prodotti la proprietà del capannone dove ha sede la manifattura. Perché il merchandising e tutto il resto sono una gran bella cosa, ma non c’è garanzia di buon calcio e risultati solo con lo stadio di proprietà. D’altra parte, lo stesso Manchester che si quota a Hong Kong non riuscendo a pagare gli stipendi chiese ai suoi stessi campioni di sottoscrivere propri bond.

Silvio Berlusconi ha già venduto una volta i suoi debiti al mercato, grazie a Cesare Geronzi. Ma era la Fininvest e si tratta di un’azienda che soddisfazioni agli azionisti ne ha date. Il Milan ha dato purtroppo soddisfazioni ai suoi tifosi, ma il bilancio piange un profondo rosso, di oltre 69 milioni di euro. Perché comprare azioni di una società che difficilmente distribuirebbe dividendi? Infine, l’ipotesi della cessione della minority potrebbe avere senso se accompagnata alla quotazione, per rendere liquido l’investimento: ma chi avrebbe interesse ad acquistare una società dove il Presidente quando si sveglia la mattina vede nello specchio il suo ego smisurato e lo idolatra? Quale oligarca farebbe il portatore di borracce a Galliani? E quale sceicco? Il calcio è un bellissimo giocattolo, ma se ti diverti vincendo, devi anche sapere che è costoso, irrimediabilmente. Si possono fare soldi nel calcio, come Pozzo o come Cellino: ma non si vincono mai scudetti.

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Borsa Consob Imprese Indebitamento delle imprese IPO profitto

Moncler, mon cher!

Moncler, mon cher!

Moncler rinuncia alla quotazione

Il fondo Eurazeo rileva il 45% per 418 milioni – I francesi pagano 12 volte il Mol –  Carlyle ha venduto circa il 30% ed è uscito dal capitale, mentre gli altri azionisti hanno limato le partecipazioni

Salta la quotazione in Borsa di Moncler. A Piazza Affari non va in porto nemmeno l’attesa terza matricola: dopo i dietrofont di Philogen e di Rhiag, la griffe dei piumini sportivi avrebbe dovuto essere la prima società del 2011 a sbarcare sul listino. Ma ieri la doccia fredda: Moncler rinuncia allo sbarco in Borsa e la maggioranza, attualmente in mano al fondo Carlyle di Marco De Benedetti e all’imprenditore stilista Remo Ruffini, passa al fondo francese Eurazeo (che avrà il mentre l’imprenditore rimane col 32% e Carlyle con una quota di minoranza). I francesi, azionisti di Banca Leonardo in Italia, hanno pagato 418 milioni per diventare i primi azionisti col 45%.

A differenza di Rhiag, che ha detto addio il giorno prima del debutto, Moncler non ha nemmeno fatto partire il road show. Già nel fine settimana sono comparsi i primi dubbi: lo slittamento del road show, che sarebbe dovuto partire ieri, non è un segnale che lasciava ben sperare. Fin dai primi giorni di pre-marketing, il nodo è stato il prezzo: per i venditori Moncler non valeva meno di un miliardo; dal mercato, invece, sarebbe arrivata un’indicazione di forchetta tra i 700 e gli 800 milioni. Le borse sono ricettive, come dimostrano le stratosferiche Ipo negli Stati Uniti, ma almeno a Piazza Affari gli investitori non sono disposti a strapagare le aziende. I fondi, invece, riescono a offrire prezzi molto più generosi: nel caso di Moncler addirittura 12 volte il Mol che equivale 1,2 miliardi di euro di valorizzazione, ossia il massimo della forchetta stimata da Banca Imi (global sponsor della fallita quotazione). Ovvio che i venditori, specie se, come nel caso di Carlyle in Moncler, sono dei finanzieri puri, di fronte a valutazioni così alte hanno scelto la strada del secondary buy-out, lasciando l’amaro in bocca a Borsa Italiana.

Piazza Affari troppo avara o fondi bulimici? Di certo sul mercato c’è un eccesso di liquidità che crea distorsioni: la presenza di un private equity, poi, ha fatto prevalere la natura più finanziaria. Ceduta a Eurazeo, assistita da Lazard, Moncler riprende la via della Francia, dopo quasi venti anni: la storica casa è nata Oltralpe, a Grenoble, nel 1952. Dopo il periodo d’oro a metà degli anni ’80, sulla scia del fenomeno, tutto italiano, dei Paninari, il marchio era finito in declino. L’accoppiata Ruffini-De Benedetti l’ha riportata ai fasti di un tempo, ma dietro l’ennesima retromarcia di un’azienda da Piazza Affari, secondo indiscrezioni, ci sarebbe stato anche un animato scontro tra i due soci, proprio nel fine settimana: nonostante le valutazioni più basse del previsto Ruffini sarebbe stato intenzionato ad andare avanti lo stesso con la quotazione. La Borsa rappresentava infatti l’approdo di un cammino industriale e aveva anche finalità commerciali (l’Ipo sarebbe stata usata per coinvolgere partner, clienti e fornitori). Secondo quanto si apprende, avrebbe anche accettato un prezzo nella parte bassa della forchetta, anche per garantire al titolo un rialzo post-quotazione (andando incontro anche ai desiderata del mercato). In più giocava anche la constatazione che Ruffini, dopo l’Ipo, sarebbe rimasto il principale azionista, visto che a vendere era soprattutto il fondo.

A Carlyle, un private equity di dimensioni mondiali mosso da logiche di ritorno sugli investimenti e di rendimenti da garantire ai propri sottoscrittori, lo sconto chiesto dal mercato era inaccettabile. Soprattutto se c’era già pronto un compratore privato disposto a riconoscere quel prezzo che il mercato azionario rifiutava. Chiaro che, nonostante tutto si sia deciso nel giro del fine settimana, Eurazeo non è comparso all’improvviso e che Moncler ha giocato su due tavoli contemporaneamente. La politica del doppio binario sta ormai diventando una prassi: Rhiag sta facendo lo stesso col fondo Pamplona. Dopo due quotazioni saltate, a Piazza Affari l’umore verso i private equity non è dei migliori: Salvatore Ferragamo, la prossima aspirante matricola, è un’azienda familiare. Si spera che sarà per davvero la prima matricola del 2011.

Così Il Sole 24 Ore sulla mancata e cara quotazione di Moncler. Ma vivaddio, perché dobbiamo fremere per ogni nuova o mancata quotazione? Le vecchie società quotate annoiano? Bisogna trovare nuovi temi di interesse? Il capitalismo è diventato un parco giochi, dove si cerca di ammazzare il tempo: a quanto pare, senza matricole, il tempo passa più lentamente. Fino al punto di far dire che “l’eccesso di liquidità crea distorsioni“. Va bene, ne abbiamo ascoltate tante, ascoltiamo anche questa. Chiedere, soprattutto ai giornalisti (ma anche a Vincenzo Boccia, ad Emma Marcegaglia, a Giuseppe Vegas etc…) la decenza di piantarla con le lamentazioni sulla mancanza di liquidità e sulla limitatezza della Borsa, è troppo?

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Borsa Consob Imprese Indebitamento delle imprese IPO

Ci vuole più private equity, venture capital, le imprese devono quotarsi, etc, etc, etc…

Ci vuole più private equity, venture capital, le imprese devono quotarsi, etc, etc, etc…

Morya Longo, Il Sole 24 Ore

Potremmo chiamarla la «crisi del quinto anno», come nei matrimoni (ma con due anni d’anticipo). Oppure potremmo puntare il dito sull’eccesso di liquidità, pompata dalle banche centrali, che alimenta le bolle. Sta di fatto che i fondi di private equity sono tornati a comprare e vendere aziende agli stessi valori del 2007. Quell’anno, passato alla storia per essere l’apice della «bolla» del private equity, i fondi in Italia acquisivano società valutandole mediamente 11,7 volte il margine operativo lordo. Oggi quei prezzi sono tornati. Proprio ieri i fondi Eurazeo hanno rilevato il 45% di Moncler valorizzando la società 12 volte il Mol: più della media del 2007. Pochi giorni fa Rhiag, di proprietà del fondo Alpha, non ha convinto gli investitori in Borsa, ma ha trovato un altro fondo disposto ad acquistarla ai prezzi che per Piazza Affari erano troppo elevati. Di recente i grandi magazzini Coin sono stati venduti dal fondo Pai a Bc Partners. Aziende che passano da un fondo all’altro, a valutazioni sempre più elevate, come fossero figurine. Sembra di rivedere il film del 2007.

Un deja vù che alcuni operatori spiegano con «la crisi del quinto anno». I fondi di private equity hanno una “vita” decennale: prima raccolgono soldi dagli investitori, poi hanno cinque anni di tempo per investirli, rilevando aziende, e infine hanno altri cinque anni per disinvestirli rivendendo le società a prezzi più elevati. Tra il 2006 e il 2007 sono state racimolate enormi quantità di denaro, ma poi i fondi non sono riusciti a usarle a causa della crisi. Dentro i fondi di tutto il mondo, stima di Morgan Stanley, c’è la bellezza di 434 miliardi di dollari non utilizzati.

Ecco, dunque, il problema: per chi ha raccolto denari tra il 2006 e il 2007, i cinque anni per l’investimento stanno per scadere. Questi fondi dunque devono, a qualunque costo, comprare qualcosa: anche perché, allo scadere dei cinque anni, perderebbero una buona fetta di commissioni pagate loro dagli investitori se non hanno investito i soldi loro affidati. Il bisogno di alcuni di comprare s’incontra poi con quello di altri di vendere: cioè i fondi che hanno acquisito società negli anni della bolla (2006 e 2007) e che ora devono rivenderle partendo da una base di prezzo già alta. È l’eterna legge del mercato.

Se la Borsa, dove pure c’è tanta liquidità, non è disposta a strapagare le aziende, come dimostrano i casi di Rhiag e Moncler, l’unica via d’uscita è di vendere le aziende ad altri fondi: quelli disposti a pagare qualsiasi cifra pur di fare operazioni. Il fenomeno è globale. E, probabilmente, anche italiano. Nella Penisola – calcola Morgan Stanley – tra gennaio e maggio 2011 sono state effettuate acquisizioni per 3,3 miliardi: poco sotto i 3,9 dell’intero 2010. Sta aumentano anche la leva: le banche stanno tornando a finanziare con crediti sempre più elevati le acquisizioni.

Siamo dunque di fronte a una nuova bolla? Molti ne sono convinti. Che succederà quando i fondi, che oggi comprano, dovranno rivendere tra qualche anno e dovranno farlo a prezzi ancor più alti? Non tutti però cedono agli allarmismi: il multiplo di 12 volte il Mol pagato per Moncler, per esempio, è in linea col mondo della moda (dove si vedono multipli anche più alti). C’è una logica dei numeri, si dice. Può darsi. Il problema è che queste giustificazioni si sono già sentite. Nel 2007.

L’ottimo articolo di Morya Longo dimentica di dire ciò che con cadenza martellante ripete Confindustria, Consob e chiunque pensi di avere qualcosa da dire sul capitalismo italiano, compresi i redattori di molti manuali e gli autori di molti libri sui mercati mobiliari: in effetti, abbiamo anche sentito, e non nel 2007, ma molto tempo prima, senza interruzione, che ci vuole più finanza mobiliare, più capitale di rischio, più strumenti innovativi di capitale. Adesso che scopriamo che c’è troppa liquidità, qualcuno vuole dirci dov’è l’errore?

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Borsa IPO Regno Unito

Ma davvero?

Ma davvero?

L’annuncio dell’offerta pubblica di vendita di Glencore sembra aver ottenuto effetti di trasparenza informativa, sia pure a posteriori, davvero notevoli, se, come nota un articolo di Luca Davi sul Sole 24 Ore del 26 aprile “(..) mentre in Russia e Ucraina la siccità e gli incendi mandavano in fumo gran parte dei raccolti, sui mercati c’era chi siglava una serie di scommesse speculative sull’ulteriore rincaro dei prezzi. E a farle non era un operatore qualsiasi bensì Glencore, la prima società al mondo di commercio di commodity. A rivelare ciò che accadeva sui mercati agricoli nel corso dell’estate 2010, quando i prezzi di grano e mais schizzarono ai livelli record del 2008, è stata la stessa società elvetica, le cui operazioni di trading – da sempre coperte da una stretta riservatezza – stanno ora venendo allo scoperto grazie all’avvio della procedura di Ipo, prevista per maggio. Glencore avrebbe infatti comunicato i suoi movimenti di “proprietary trading” a Ubs, una delle banche coinvolte nello sbarco in borsa del gruppo: operazioni di per sè lecite, che però possono procurare forte imbarazzo soprattutto se lette alla luce degli eventi di allora. Secondo il Financial Times, infatti, se da una parte la società svizzera assumeva posizioni speculative sull’aumento dei prezzi, dall’altra parte i manager elvetici chiedevano a gran voce a Mosca di bloccare temporaneamente l’export di grano.

Le notizie vanno date e commentate, ed è ciò che fanno i giornalisti. Ciò che qui viene messo in discussione, tuttavia, non riguarda il mestiere altrui, né tantomeno il rilievo dell’operazione, di ammontare davvero inusitato, too big to ignore, ma la solerzia di commentatori che rivelano che un big mondiale delle materie prime ha effettuato movimenti di proprietary trading. Non deve sembrare cinismo ma, in tutta franchezza, la notizia sembra l’equivalente di certi servizi dei Tg estivi, quando gli ascoltatori scoprono, guardando la televisione, ciò che avvertono quotidianamente sulla loro pelle: c’è l’afa.

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Banche Borsa IPO

Vorrei, ma non ce la posso fare.

Per la seconda volta nel giro di 3 anni, la Philogen s.p.a. di Siena, società attiva nel settore farmaceutico, ha fermato le macchine della quotazione ed ha revocato il collocamento.

La ragione dichiarata, indubbiamente validissima, risiede nel fatto che la Bayer Schering, principale cliente (pressoché unico, con il 94,5% del fatturato della società senese) ha risolto il contratto di fornitura, a quanto pare non avendo gradito l’evidenziazione, nel prospetto informativo, del marchio Bayer, a mo’ di lustrino o di medaglietta. Il Corriere della Sera non manca di sottolineare la pessima figura che avrebbero fatto Consob e Borsa Italiana se la risoluzione del contratto fosse intervenuta ad IPO ormai fatta e si chiede che management sia quello di un’impresa che non si rende conto che l’unico cliente sta evaporando.

Si potrebbe aggiungere che il management è in buona compagnia: quella di Banca Imi e di UBS, che hanno curato e coordinato il collocamento. Non c’era bisogno di aver fatto un Master per capire che il rischio di concentrazione del fatturato -pure correttamente evidenziato nel prospetto informativo- era elevatissimo. E che, anche senza la quotazione di Borsa, qualunque studente di Economia Applicata avrebbe sottolineato la situazione di un terzista, sia pure high-tech, tenuto in pugno dal principale cliente. Ma in tutta questa vicenda quelli che rischiavano meno erano i banchieri e, probabilmente, in finale avranno anche guadagnato. O forse sapevano tutto, sia i banchieri, sia il management: semplicemente, dal loro punto di vista, Philogen era perfetta per essere quotata e, soprattutto, era perfetta, per consentire che i soci senior facessero cassa. Peccato che i tedeschi…

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Borsa IPO Rischi Risparmio e investimenti

Cerini (a cosa serve la borsa 3).

Gianfranco Ursino, con un articolo su Plus 24 di ieri, dal titolo “Il no-profit inciampa sull’Aim” mette insieme una discreta mole di semplificazioni giornalistiche e, con rispetto parlando, di distorsioni, riguardo all’etica ed alla finanza, al ruolo della quotazione, ai criteri di valutazione del buon esito delle quotazioni stesse.

Etica e finanza spesso non riescono ad andare a braccetto. E la quotazione di Vita Società Editoriale non è stata, al momento, un’eccezione. La casa editrice, attiva nel settore dell’informazione e della consulenza sul mondo del «no-profit», è sbarcata all’Aim (Alternative investment market) di Borsa Italiana lo scorso 22 ottobre ed è partita subito con il botto. Dopo aver archiviato brillantemente il collocamento, a un prezzo di 0,94 euro per azione, il titolo ha chiuso il primo giorno di negoziazioni con un balzo del 22,34%, per poi proseguire l’ascesa nei tre giorni successivi fino a quota 1,648 euro (+77,3%). Un rialzo vanificato, nel giro di poche sedute, con una discesa vorticosa su valori prossimi al prezzo di collocamento. Un brusco andirivieni su cui molti investitori hanno lasciato le proverbiali penne, perdendo forse un po’ di fiducia verso gli investimenti cosiddetti «etici». All’Aim possono infatti accedere anche i piccoli risparmiatori che, attratti dai balzi iniziali, acquistano le azioni sul mercato secondario (mentre il collocamento è stato finora riservato agli istituzionali) con il rischio di restare con il classico cerino in mano.”

Fin qui l’attacco dell’articolo di Ursino: che lascia a desiderare sia che l’articolo sia destinato ad esperti, sia che il lettore sia un profano. Cosa significa che il rialzo è stato vanificato? Che qualcuno lo aveva garantito? E, vivaddio, se qualcuno dopo aver guadagnato il 77,3% in pochi giorni non vende, di chi è la colpa? Del mercato? Dei titoli “etici”? Perché i titoli etici devono essere incolpati di normali saliscendi di mercato e, soprattutto, del fatto che coloro che, secondo Ursino, sono rimasti col cerino in mano, facciano troppo spesso merenda a “pane e volpe”? Era così difficile realizzare le prese di beneficio dopo una crescita iniziale così ampia? E ancora, veramente questo episodio dimostra che è colpa del mercato se etica e finanza non vanno d’accordo?

Ursino prosegue con la scoperta dell’acqua calda (ovvero l’underpricing): “Ma la partenza a razzo nei primi giorni di quotazione, con successivo crollo dei prezzi, non è solo una prerogativa della società di area Comunione e Liberazione che opera nel terzo settore. Tutte le 11 società quotate all’Aim, chi più chi meno, dopo un esordio scoppiettante hanno visto precipitare le loro quotazioni. Solo Vrway communication quota attualmente sopra il valore del prezzo di collocamento. E su qualche operazione si è anche acceso il faro della Consob: House Building su tutte. Con la quotazione di Vita, quindi, il segmento di Borsa dedicato alle Pmi, ha perso ancora una volta l’occasione per rendere veramente appetibile il mercato per gli investitori e per le stesse piccole e medie imprese. La prossima società pronta a sbarcare all’Aim è First Capital, investment company indipendente costituita nel 2008 per iniziativa di Gabbrielli & Associati, Alessandro Binello e Strategy Invest Srl, finanziaria della famiglia di imprenditori bresciani Torchiani, soci di Banca Profilo. Vedremo se gli uomini del private equity riusciranno a dare fiducia a un mercato che stenta a decollare, là dove anche il «no-profit» ha fallito.”

In altre parole, anche la quotazione di Vita (che mi sentirei, peraltro, di escludere faccia parte dell’area di C.L.) deve essere ascritta all’incapacità del mercato dedicato alle Pmi di rendersi “appetibile” per i risparmiatori. Che si fa per rimediare? Si fanno salire le quotazioni “il giusto“? Qualcuno fa in modo che i piccoli risparmiatori guadagnino, ma non troppo? Chi decide cosa sia il giusto? Che cosa è appetibile?

Infine, in un mercato, come quello azionario italiano, di qualunque taglia e dimensione, anche tenendo conto della fusione con il LSE e della sua esperienza con l’AIM inglese, il problema, da tempo immemorabile resta quello della scarsità dell’offerta, non della domanda, come Ursino ben sa, per avere certamente letto gli articoli dei suoi colleghi che assimilano le scarsissime IPO alla nascita dei panda allo zoo di Pechino. E, con buona pace di tanta speranza, non lo risolveranno certamente gli uomini del venture capital.

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Borsa Energia, trasporti e infrastrutture IPO

A cosa serve la Borsa 2.

Il processo che ha preceduto la quotazione in Borsa delle azioni Enel Green Power e quanto avvenuto il primo giorno di quotazione, con il titolo sceso al disotto del prezzo di offerta dell’IPO e risalito, solo in chiusura, alla pari, consentono alcune riflessioni finalmente libere dal consueto schema da manuale, per cui obiettivo-della-quotazione-è-raccogliere-capitali-freschi-per-crescere.

Alcune considerazioni tratte da un articolo del Sole 24 Ore possono aiutare a fare chiarezza.

“(..) L’intervento in extremis del consorzio di collocamento che ha permesso a Enel green power (Egp) di chiudere la seduta al prezzo dell’Ipo non salva il bilancio del primo giorno di Borsa della matricola. Occorre ripercorrere gli step che hanno portato Egp in Piazza Affari per capire le dinamiche di quest’esordio stentato. Enel aveva bisogno dei 3 miliardi di questo collocamento per centrare il target del debito a fine dicembre. Ed era quindi poco propensa a “svendere”. Quando è stata proposta la forchetta che individuava in 1,8 euro il prezzo minimo, gli investitori istituzionali avevano storto il naso, anche perchè per dimensioni il “boccone” era impegnativo in queste condizioni di mercato. «Così non compriamo», avevano fatto sapere, «a 1,6 sì». Ma Enel ha tenuto duro, convinta che se avesse abbassato il prezzo il mercato l’avrebbe abbassato ancora di più. Anche gli investitori istituzionali però hanno tenuto duro e a tre giorni dal termine dell’offerta, rimasta aperta sull’arco di due settimane, avevano prenotato solo il 5% del quantitativo da collocare. Il giorno prima della scadenza Enel si è decisa quindi a ridurre il prezzo minimo a 1,6 euro. Ma a quel punto, anche chi tra gli istituzionali era interessato all’acquisto ha preferito aspettare, nella convinzione di poter comprare i titoli in Borsa a un prezzo ancora inferiore.”

Viva la chiarezza e, soprattutto, viva la sincerità: varrebbe la pena avere questi due concetti sempre chiari, dentro di sé, quando parliamo di nuove quotazioni.

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Borsa Fabbisogno finanziario d'impresa IPO Regno Unito Risparmio e investimenti

Regole di seduzione.

Audrey Hepburn

Antonella Olivieri, sul Sole di mercoledì 11 agosto, rileva la perdita di appeal di Piazza Affari, che anche dopo la fusione con la Borsa di Londra continua a quotare meno di 300 imprese e che vede gli scambi dominati dai day-trader, ovviamente concentrati sui titoli più liquidi. Seguendo un ritornello già molto ascoltato e già molto in voga negli anni passati, Olivieri, riportando il pensiero di Michele Calzolari, presidente di Assosim, non si sottrae dallo stigmatizzare che le “società di media capitalizzazione sono trascurate e questo è indubbiamente un freno alle nuove quotazioni, considerato il nostro tessuto industriale“. Neppure la presenza a Londra di fondi specializzati in Pmi sembra essere risolutiva.

Poiché dunque manca l’appeal, sarebbe il caso di farsi l’unica domanda che nessuno si fa mai: perché non gli/le piaccio? Oppure, meglio ancora, siamo sicuri che sia interessato/a? Come ben pochi studiosi hanno rilevato in tempi non sospetti (di Toro, per intenderci), il problema della Borsa Italiana non pare essere né il mercato in quanto tale -ormai caratterizzato da requisiti molto blandi per la quotazione- né i capitali in caccia di opportunità di investimento: il vero problema è di offerta. Ovvero di quante imprese abbiano, e soprattutto perché, voglia di quotarsi. Perché se mancano le aspiranti Miss, che ci va a fare il pubblico al concorso di bellezza?

Anche

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Borsa Indebitamento delle imprese IPO Rischi Risparmio e investimenti USA

A cosa serve la Borsa.

Sulla scorta della Relazione Consob per il 2009 Massimo Mucchetti sul Corriere Economia di oggi (“Se la Borsa non serve alle imprese“)  riflette sulle finalità della Borsa stessa. Mucchetti ricorda che le funzioni del mercato sono quelle di fissare il prezzo degli strumenti quotati, favorire la riallocazione dei diritti proprietari sulle imprese e consentire l’incontro fra datori di fondi (risparmiatori) e prenditori di fondi (le imprese). Tutto vero, come da manuale. Meno comprensibile appare la riflessione riguardante Cardia, presidente uscente della Consob, che “non si pone il problema di come i mercati finanziari non siano stati in grado di valutare il rischio implicito nell’assunzione smodata di debito da parte di imprese e famiglie“. Aggiunge Mucchetti che “i debiti si vedevano“.

Ora, sarebbe utile capirsi anzitutto sul concetto di mercati finanziari, un’entità nebulosa ed astratta, di volta in volta malvagia o saggia, (quando i mercati speculano al ribasso sono malvagi, soprattutto se prendono di mira gli stati sovrani del PIGS, quando selezionano -già, quando?- buone opportunità di investimento sono saggi). Ma a parte provare ad intendersi sulla definizione di “mercati”, talvolta democraticamente evocata, talaltra furbescamente demonizzata, sarebbe utile fermarsi a pensare se i mercati siano razionali. Basterebbe scorrere i grafici dei listini degli ultimi dieci/quindici anni per capire che si tratta di un’affermazione velleitaria, come peraltro documentato da una letteratura scientifica ormai sterminata. Chi doveva vedere i debiti? I mercati, o forse le banche, che avevano contribuito ad alimentarli?

E allora? Mucchetti, forse costretto dallo spazio, arriva rapidamente alla conclusione che “le Borse hanno fallito il compito primario di fare i prezzi, e l’italiana più delle altre”. Sì, ma quali prezzi? Quelli efficienti? Chi decide se i prezzi siano efficienti? Non certamente la Consob, così come nessuna autorithy; quando i prezzi sono decisi da qualche autorità, non è mai un bel segnale, la democrazia economica non viaggia mai da sola. D’altra parte, per il solo fatto che uno scambio avvenga, a quel prezzo, il prezzo non solo viene fatto ma consente di incrociare preferenze contrapposte, dunque la Borsa non ha fallito, i prezzi sono stati segnati, gli scambi effettuati.

Mucchetti giustamente sottolinea che la conseguenza del malfunzionamento della Borsa Italiana è rappresentata principalmente dal non aver favorito “l’afflusso di capitali dai soci vecchi e nuovi alle imprese quotate, ma esattamente il contrario.” In sostanza, dividendi e buy-back, che peraltro non sono un’esclusiva tricolore, sono sempre più elevati in rapporto alle risorse raccolte, come se la Borsa assolvesse il suo compito al contrario.

Ma se il problema, come giustamente Mucchetti adombra nella sua conclusione, è “cambiare motore modificando in radice la finanza d’impresa”, ovvero se la questione è culturale, perché non dire che il problema della Borsa Italiana, a dispetto, appunto, di tanta retorica -la cui matrice accademica è ben nota, con libri e contributi pseudo-scientifici di una banalità sconvolgente- perché non dire che il problema è dal lato dell’offerta, ovvero delle imprese? E, soprattutto, perché non dire che il problema non è appena italiano, ma mondiale? Fare a meno del moralismo non significa necessariamente meno regole, significa solo essere più realisti e non credere nel potere taumaturgico delle regole. La SEC che ha fatto “sputare” indietro i compensi ed i superbonus dei manager USA, non fissa prezzi, non decide sugli ingressi in Borsa, non vaglia le intenzioni di imprese e risparmiatori. Aspettarsi che più regole rendano più attrattivo e meno speculativo e volatile il mercato mobiliare italiano, gestito peraltro da una società privata e per azioni, è come pensare che il codice penale non serva più a nulla perché vige la pena di morte. Come insegnano proprio gli USA, non è così. Proprio per questo c’è solo un modo per realizzare ciò che auspica Mucchetti, ovvero il cambiamento in radice. Ma si realizza non con le regole, ma con una concezione del fare impresa e del risparmio che rimetta al centro questioni dimenticate. Ovvero che l’impresa non mi appartiene, che ha uno scopo che va oltre la speculazione ed il profitto; e che il risparmio è sacrificio, non azzardo. Per tutto questo occorre tempo e lavoro, sui giornali, nelle università, nelle scuole, nelle aule di formazione, perché la questione, come sempre, è personale.