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Cosa minaccia davvero le banche italiane?

Cosa minaccia davvero le banche italiane?


 

Un articolo del prof.Onado sul Sole 24 Ore di ieri torna sul tema del credito deteriorato, prendendo, fin dal titolo, una chiara posizione, apparentemente assai ragionevole: “L’eccesso di zelo minaccia le banche italiane”.

L’occasione è quella ben nota della (per ora) mancata proroga dei termini di flessibilità accordati alle banche dalla European Banking Authority, scadenti il 30 settembre. Mentre appare certamente condivisibile la preoccupazione dell’Autore, che sottolinea il perdurare della pandemìa e l’attesa per l’adozione di misure, Recovery fund e non solo, che sono di fatto in divenire, appaiono più opinabili le conclusioni alle quali giunge, sicuramente dettate da buon senso e ragionevolezza ma che sembrano dimenticare, nei fatti, un dato di realtà: il credito deteriorato è tale anche se non correttamente classificato, magari con l’avallo delle regole della moratoria.

Al riguardo è bene rammentare che l’EBA ha invitato le banche “a non rinviare l’emersione di perdite altamente probabili” e proprio su questo punto il prof.Onado afferma che, usando tali parole, l’autorità di vigilanza Europea implicitamente ammette che, cito, “l’eccesso di severità è un’arma a doppio taglio, che può penalizzare indebitamente famiglie e imprese e lascia opportuni margini di discreziona-lità“.

I lettori minimamente addentro ai segreti del “bancariese” e ai cosiddetti Orientamenti dell’EBA (che sono in realtà vere e proprie prescrizioni alle quali ci si deve adeguare) sanno bene che l’EBA utilizza sempre il condizionale mentre rilascia i propri, appunto,  Orientamenti, usando fino in fondo un potere che è sì di prescrizione ma è anche di moral suasion. Ne ho già parlato in questo blog in altre occasioni, ma il tema delle inadempienze probabili (UTP) e degli sconfinamenti ed esposizioni scadute non aspetta le moratorie per manifestare fino in fondo gli effetti devastanti della crisi da Covid-19. In altre parole, non chiedersi che ne sarà di un certo numero (purtroppo elevato) di imprese, spesso piccole e piccolissime, destinate a fallire non appena cesseranno il divieto di licenziare e l’erogazione perinde ad cadaver della CIG, significa chiudere gli occhi mentre si sta andando a sbattere.

D’altra parte Marco Onado ha ragioni da vendere quando afferma che assimilare inadempienze probabili, sconfinamenti ed esposizioni scadute “svilisce il contributo che il banchiere può dare” nel risolvere i problemi delle imprese in difficoltà. La questione vera però è: in che modo? Con quali carte alla mano? Su quali piani, progetti, business plan? Su quelli che finora quasi nessuno ha portato (ma anche quasi nessuno ha chiesto e continua a non chiedere)?

Ovvero, è peggio la cecità di chi affida imprese di cui neppure conosce bene i conti a consuntivo -e figuriamoci a preventivo- oppure quella che, per dirla con Giorgio Gaber, fa “fingere di essere sani“?

Conosciamo gli effetti delle moratorie e dei rinvii, lo abbiamo sperimentato con la crisi scoppiata nel 2008: si allungano le scadenze ma non si mette mano al business model, alla formula competitiva, al conto economico: è già successo allora, rischia di riaccadere anche oggi, e non possiamo dimenticare che è proprio per questo atteggiamento che è nata e cresciuta a dismisura la montagna di credito deteriorato di cui ci stavamo faticosamente liberando.

Infine, se posso permettermi di chiosare (e solo quello: extra ecclesiam nulla salus e Marco Onado è per me un punto fermo e un riferimento costante) l’Autore: il mestiere del banchiere si rivaluta fino in fondo certamente con un atteggiamento elastico e attento di tutti i decisori, prima di tutto quelli politici, come il discorso di Mario Draghi al Meeting di Rimini ha fatto ben capire. Ma la diligenza che occorre in questo momento nel valutare il merito di credito richiede straordinarie capacità di intelligenza della situazione, anche in termini evolutivi: pensare che questo possa accadere lasciando che tutto prosegua come se nulla fosse, mi pare perlomeno irrealistico.

C’è da lavorare, e molto, ancora una volta, sul tema delle relazioni di clientela.

 

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Banca d'Italia Banche Capitale circolante netto operativo Fabbisogno finanziario d'impresa Indebitamento delle imprese Mario Draghi Moratoria dei debiti PMI

Non rinviare l’emersione di perdite nei bilanci bancari (Considerazioni finali 2).

Non rinviare l’emersione di perdite nei bilanci bancari (Considerazioni finali 2).

Nel 2010 l’incidenza dei prestiti iscritti nell’anno a sofferenza è rimasta
elevata, all’1,9 per cento del totale dei finanziamenti all’economia, un
valore comunque assai inferiore a quello osservato dopo la recessione dei
primi anni Novanta. Le informazioni sui primi mesi di quest’anno segnalano miglioramenti.
Molti intermediari hanno sostenuto la clientela accordando ristrutturazioni dei debiti o temporanee sospensioni dei pagamenti rateali. Gli interventi, che raramente prevedono aumenti di capitale o nuovi piani industriali, devono
indirizzarsi a imprese effettivamente capaci di superare la crisi, non essere solo
un modo per rinviare l’emersione di perdite nei bilanci bancari.

Mario Draghi, Considerazioni finali

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ABI Banche di credito cooperativo Fabbisogno finanziario d'impresa Imprese Indebitamento delle imprese Moratoria dei debiti PMI Relazioni di clientela

Operazioni lunghe e costose.

Scrive Dario Di Vico, sul Corriere del 18 gennaio, a proposito della possibilità che si proceda -ed a quali condizioni- al prolungamento che “un passaggio qualificante di quest’ ipotetico patto per lo sviluppo è quello di una partnership tra le associazioni di categoria e il sistema bancario per migliorare il rating dei Piccoli, il cosiddetto merito di credito. Per una banca conoscere in profondità lo stato di salute di una piccola azienda è un’ operazione lunga e costosa, se invece questo gap informativo viene colmato da una rapporto costante con le associazioni e i Confidi, le banche possono conoscere di volta in volta meglio le esigenze dei clienti, le particolarità dei territori e nel contempo mettere a punto i prodotti più congeniali. La partnership è propedeutica ad affrontare il tema della crescita dimensionale dei Piccoli (se non ora, quando?), del rafforzamento delle competenze interne alle aziende e dell’ internazionalizzazione.

L’articolo è di grande respiro e tocca, con la consueta (ed insolita, in un giornalista) capacità di approfondimento di Di Vico, molte delle questioni che il rapporto banca-Pmi da sempre sollecita in Italia. Nel contempo, pur consapevoli che il dibattito e le numerose iniziative di conoscenza e di approfondimento che si devono al vice-direttore del Corriere sono assi meritori e degni di ripresa- non si può non nutrire qualche perplessità. Non certamente su internazionalizzazione, creazione di partnership sul territorio, aggregazioni distrettuali e non, spinta verso l’export etc… No, il punto non è questo.

Il punto dolente riguarda, al solito, la spasmodica ricerca, soprattutto, da parte delle imprese, e non solo Pmi, di quelli che Di Vico chiama “strumenti più congeniali“. Ovvero, riprendendo un tema caro a Piccola Industria di Confindustria, troviamo il modo di mettere capitali senza tirare fuori un soldo, oppure facciamoli mettere a qualcun altro, Stato, distretto o Confidi che sia. Il capitalismo italiano, condannato ad essere straccione a qualunque livello dimensionale, sembra girare a vuoto, fra parole d’ordine e petizioni di principio, senza riuscire ad andare al nocciolo dei problemi e, peraltro, confondendo(si) spesso le idee.

Che per le banche sia costoso conoscere le imprese, è ben noto: ma è anche noto che dovrebbe essere il loro mestiere, per il quale sono lautamente pagate, quello di saper pesare e valutare il rischio. Il gap informativo non può venire colmato dal rapporto con Associazioni e Confidi il cui ruolo sindacale e di lobbying li pone in evidente conflitto di interessi con la banca, né quest’ultima può pensare di delegare il proprio lavoro al soggetto, affidato o affidando, e/o ai suoi rappresentanti. Le banche sono alle prese con problemi di margini, difficile pensare che abbiano voglia di fare investimenti, soprattutto se si tratta di investimenti in capitale umano, pur con la lodevole eccezione delle Bcc. Forse sarebbe il caso che le imprese riprendessero in mano l’iniziativa, non appena nel senso della lamentazione, per la quale non hanno bisogno di stimoli, quanto piuttosto in quello della proposizione. Consapevoli che non si può essere capiti se non si è i primi a capire come si sta lavorando, da dove origina il proprio fabbisogno finanziario, perché manchi così spesso la liquidità; e che il problema non è quello della copertura, ma della sostenibilità. Solo allora, potremmo anche immaginare che si possa cominciare a scegliere, fra banche che non sono tutte uguali, quella con cui instaurare un rapporto di partnership. Si può chiedere tanto solo se si offre tanto, mantenendo il tiro alto: e non è appena un questione tecnica, è anche culturale. Non mancano i progetti in questo campo, né difettano le iniziative: ma finché si continuerà a parlare di nuovi strumenti, senza affrontare il nodo del fabbisogno finanziario d’impresa, continueremo a parlare di vestiti senza aver preso le misure al cliente. E senza sapere se potrà pagare l’abito che gli abbiamo cucito addosso.

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Banche Bolla immobiliare Liquidità Moratoria dei debiti

Fare il tagliando ai debiti.

Questa è l’espressione usata, secondo quanto scritto in un ottimo articolo sul Corriere della Sera di oggi di Mario Gerevini, per descrivere, minimizzandolo, lo stato dell’arte intorno al Gruppo Romano Acqua Marcia. Se si tratti di un tagliando o di una vera e propria ristrutturazione del debito non è difficile giudicare ove si rifletta sul fatto che il gruppo ha chiesto una moratoria dei pagamenti fino al 31 gennaio, fissando per il 14 dello stesso mese un incontro per illustrare i dati del piano industriale. Nel descrivere la situazione di Acqua Marcia si usano termini molto in voga in questo periodo -per esempio per SEAT Pagine Gialle- ovvero “ingolfamento di debiti” o “ingolfamento di scadenze“. Espressioni del gergo motoristico, ma che richiamano, in finale, lo stesso concetto: manca la liquidità per rimborsare i prestiti, occorre una moratoria e un bel piano di ristrutturazione, per spostare in avanti il problema. Le cui dimensioni sono ben circostanziate nell’articolo di Gerevini: 259 milioni di fatturato nell’esercizio 2009 (erano 302 nel 2008), 400mila euro di utili, debiti bancari per oltre 900 milioni, di cui 150 milioni a breve termine. In altre parole, i debiti finanziari sono pari a quasi 4 volte il fatturato. Come se non bastasse, anche le garanzie sono ingolfate: il patrimonio è stimato in 2,5 miliardi, ma su di esso e sugli snodi immobiliari e azionari gravano pegni ed ipoteche, fra le quali la più significativa è quella triplice iscritta da BNL sulla sede di Roma.

Più che a un tagliando, sarebbe il caso di pensare, se non ad una rottamazione, a quelle situazioni nelle quali ci si compra una Porsche per metterla a gas: o, se si preferisce, non si hanno i denari per fare il pieno. Figuriamoci un tagliando.

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Banche Indebitamento delle imprese Moratoria dei debiti Mutui e tassi di interesse PMI

Frozen credit and expired ideas.

Groenlandia

Secondo le stime di fine maggio del Ministero per l’Economia, le domande per la sospensione delle rate, in base al cosiddetto Avviso comune o moratoria, sono salite a quota 197mila, con circa 10,5 miliardi di debiti “congelati”, a fronte di un debito residuo pari ad oltre 4 volte (46 miliardi di euro).

Se il sistema bancario ha accolto il 77% delle richieste, dai Confidi sono arrivate garanzie per oltre 5 miliardi.

Francesco Bellotti, presidente di Federconfidi, in occasione dell’assemblea annuale ha evidenziato che, nonostante questi numeri, la situazione resta critica e che servono “interventi straordinari della politica per un rafforzamento patrimoniale.” Forse sarebbe il caso di dirlo a voce alta e non nascondersi più dietro ad un dito –in altri Paesi, la Francia per esempio, lo fanno già- evidenziando che i Confidi, originariamente nati con finalità mutualistica fra imprenditori, associati fra loro per ottenere una maggiore capacità contrattuale e di garanzia, sono diventati un ente pubblico, che svolge una funzione di interesse pubblico, con denari prevalentemente pubblici. Il che significa certamente chiedere allo Stato che faccia la sua parte, ma anche usare quei denari più responsabilmente di quanto numerose esperienze, al Sud come al Nord, documentino.

Quanto a Vincenzo Boccia, presidente della Piccola Industria di Confindustria, ha affermato che obiettivo del sistema imprenditoriale è rafforzarsi, ovvero (sic) “avere strumenti di finanziamento a medio termine, non più a breve, come è il private equity.”

Ma chi scrive i discorsi del Presidente Boccia? Ma davvero è convinto che il credito a medio-lungo termine ed il private equity risolvano i problemi delle Pmi, il cui fabbisogno è spesso tutto da verificare, legato ad iniziative avventate, sbagliate alla radice, frutto di speculazione immobiliare? Perché il private equity possa svolgere il compito di sostenere il capitale di rischio delle imprese occorrono certamente gli operatori: ma se c’è l’offerta e manca la domanda? Se la questione è, di nuovo e drammaticamente, quella del modello del capitalismo italiano, familiare e perciò chiuso, a cosa serve il private equity? Se Myers (non proprio uno qualunque) documenta l’esistenza del famoso ordine di preferenze delle Pmi, nel quale al primo posto, dopo l’ovvio autofinanziamento c’è il debito bancario e solo all’ultimo c’è il capitale di rischio di provenienza esterna, il private equity è destinato a fare la fine di un concerto di musica classica programmato la sera della Notte Rosa.

Infine, l’ignoto, ma certamente poco innovativo ghost writer del Presidente Boccia gli fa dire che le aziende chiedono di essere valutate non solo sulla base dei numeri di bilancio, ma sulla base dell’analisi qualitativa. Se l’analisi qualitativa è quella che mi è capitato di esaminare in tante pratiche di fido, dove si chiedeva alla banca di fidarsi ciecamente di numeri non documentati, di percentuali in crescita prive di riscontro, forse sarebbe meglio lasciar perdere. E rimettere al centro la questione, dai più dimenticata, che il problema delle Pmi è anzitutto di gap di cultura gestionale e finanziaria. Nessun Confidi, private equity investor o banca specializzata del credito a medio-lungo termine può cavare il sangue dalle rape. Se poi le rape sono immobili, meglio, molto meglio lasciar perdere.

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Banche Crisi finanziaria Fabbisogno finanziario d'impresa Moratoria dei debiti Mutui e tassi di interesse

Il treno (non) era in orario.

Edward Hopper, The El Station

Da un’indagine di Confindustria su un campione di circa 2000 Pmi emerge che quasi un’impresa su due è interessata alla moratoria dei debiti verso le banche, ma anche che il tasso di rigetto si colloca intorno all’8,5% e che fra queste ultime, nella motivazione del rifiuto, quella relativa alla mancanza di adeguate prospettive economiche è certamente minoritaria (il 12%: sul totale delle domande presentate si tratta solo di poco più dell’1% del totale). La lettura dei risultati dell’indagine lascia perplessi laddove emerge che la maggior parte delle domande di moratoria riguarda i mutui (59,5% dei casi), mentre solo nel 5,8% dei casi le imprese hanno chiesto finanziamenti connessi alla patrimonializzazione. Gli ultimi due dati sembrano connessi, in altre parole, alle conseguenze dell’onda lunga dello scoppio della bolla immobiliare, da un lato, alla cronica sottocapitalizzazione delle Pmi italiane, dall’altro.

Giampaolo Galli, direttore generale di Confindustria, peraltro, ha rilevato che “preannunciare misure più restrittive per i coefficienti patrimoniali potrebbe accentuare la prociclicità di Basilea 2”. Come a dire: alle imprese non interessa ricapitalizzarsi, le banche non importa che lo facciano, anzi. E se proprio dovessero farlo, meglio aspettare a chiedere requisiti più stringenti, meglio allungare ancora un po’ l’orario di arrivo del treno.

La prociclicità di Basilea 2 è un falso problema, come più volte su questo blog si è tentato di illustrare. Il vero problema, banche a parte, riguarda le imprese, poiché l’onere di dimostrare che vale la pena aspettare il loro treno spetta alle imprese stesse. Chi, se non l’imprenditore, può essere in grado, certamente con opportuno aiuto e supporto consulenziale, di dimostrare che la sua impresa possiede adeguate prospettive economiche e di ripresa? Se questa dimostrazione è l’inizio di un processo di presa di coscienza che la finanza d’impresa è un aspetto gestionale importante, che le risorse finanziaria sono orizzontali, cioè riguardano tutte le aree della gestione e che, come affermava il Maestro, Prof.Attilio Giampaoli, è necessario redigere piani finanziari seri e credibili nell’ambito di un corretto processo di pianificazione finanziaria d’impresa, se tutto questo avviene, allora la moratoria sarà stata utile. Diversamente avremo solo perso tempo, senza risolvere problemi che, lasciati a marcire, non evolvono certamente in meglio da soli.

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Prima del crack.

Il fallimento, dalla rete

Francesco Bellotti, presidente di Federconfidi, intervistato dal Sole 24 Ore di sabato 21 novembre, in una pagina tesa a sviscerare gli effetti della crisi, non manca di prendersela con Basilea 2, i cui vincoli, obviously, sarebbero da allentare, alla luce anche della discesa del rating delle imprese. In altre parole, Basilea 2 è prociclica, è necessario allentarne i parametri, altrimenti le imprese non si salveranno, neppure le migliori.
Tre anni fa, un Confidi di importanza regionale concesse la propria garanzia ad un’impresa che aveva 200mila euro di debiti e 200mila euro di fatturato e che, pur presente su piazza da almeno 35 anni, richiedeva un finanziamento scorte. La banca, di dimensione regionale, avrebbe concesso il credito a condizione che il Confidi avesse dato la sua garanzia.
E’ abbastanza evidente che se un’impresa, per giunta commerciale, necessita di finanziamento scorte, essendo giunta ad avere tanti debiti quanto fatturato, o non vende abbastanza, o preleva troppo, o una combinazione delle due ipotesi precedenti. A tacer del fatto che il finanziamento scorte, rectius, finanziamento perdite, sarebbe servito a pagare fornitori scaduti.
Forse Basilea 2 è prociclica, ma quello erogato all’impresa in questione è un prestito (garanzia) deliberato contro le regole della professione: forse sarebbe stato meglio chiedere all’impresa di ristrutturarsi, sistemare i propri conti, ricapitalizzare.
I proclami provenienti dal mondo Confidi perdono di credibilità se provengono da soggetti che, in maniera quasi lobbistica, difendono posizioni imprenditoriali indifendibili, senza “costringere” la Pmi ad un serio lavoro di rimessa a punto della propria formula competitiva. Ma, soprattutto, si tratta di proclami inutili. Come le recenti dichiarazioni dell’A.D. di Unicredit, Alessandro Profumo e qui riportate dimostrano, il problema non sono i vincoli di Basilea 2. E’, molto più semplicemente, la volontà delle banche di gestire i rischi o di astenersene. La storia di questi mesi dimostra che, molto probabilmente, se si allentassero i vincoli di Basilea 2, le banche si getterebbero in altre operazioni, trading compreso, meno costose e più redditizie. Crack delle imprese oppure no.

 

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ABI Analisi finanziaria e di bilancio Banche Crisi finanziaria Fabbisogno finanziario d'impresa Imprese Indebitamento delle imprese Moratoria dei debiti PMI

Piccolo manuale per la richiesta di moratoria sui debiti bancari

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L’ABI ha diffuso l’elenco delle 107 banche che hanno già aderito, volontariamente, all’accordo firmato con Confindustria e Ministro per l’economia e di cui abbiamo già parlato qualche settimana fa.
Quanto ai parametri dimensionali (meno di 250 dipendenti e un fatturato di 50 milioni di € o un totale attivo di bilancio fino a 43 mln.di €) ed alla situazione in bonis alla data del 30 settembre 2008, la determinazione è agevole e rapida per chiunque. E, inoltre, per chi non lo sapesse, la singola impresa ha diritto di conoscere come viene segnalata in Centrale dei Rischi ed è, pertanto, in grado di sapere se la sua posizione debitoria dovesse essere segnalata a sofferenza o come ristrutturata. La posizione “incagliata” non è pubblica nell’attuale censimento accentrato compiuto dalla Centrale, tuttavia non dovrebbe trattarsi di informazione di difficile ottenimento, nell’ambito di un corretto rapporto banca-impresa.
Infine, le rate possono essere in scadenza o già scadute ma da non più di 180 giorni al momento di presentazione della domanda.
Fin qui il quadro tecnico-formale dell’accordo, completato dalla notazione che le risposte dalla banca devono arrivare entro 30 giorni lavorativi, sotto tre specifiche: a)-l’impresa è in bonis e non ha pagamenti di rate ritardate: in tale caso la richiesta è ammessa, salvo esplicito e motivato rifiuto; b)-l’impresa è ancora in bonis ma ha un ritardo nei pagamenti inferiore a 180 giorni: in tal caso si dovrà valutare attentamente se esiste la possibilità di continuare la gestione aziendale; c)-la posizione debitoria è classificata a”incaglio”: in tal caso si metterà in moto una procedura più articolata e complessa di valutazione della situazione aziendale.
Le aziende che faranno richiesta potranno ottenere:
1)-sospensione di 12 mesi del pagamento della quota capitale dei mutui;
2)-sospensione di 6 o di 12 mesi del pagamento della quota capitale delle operazione di leasing mobiliare o immobiliare;
3)-la traslazione in automatico del piano di ammortamento per un periodo analogo, con lo stesso tasso e la stessa scadenza;
4)-previa determinazione di adeguate ed idonee forme tecniche ad hoc, appositi finanziamenti “pari ad un multiplo dell’aumento di capitale effettivamento versato dall’imprenditore e dai suoi soci”, al fine di rafforzare il quoziente di indebitamento o debt/equity ratio.
Fin qui il testo degli accordi ed i contenuti operativi. Vediamo ora quale dovrebbe essere il comportamento dell’imprenditore e dei suoi collaboratori che intendono presentare richiesta di moratoria ai propri partner finanziari.
E’ del tutto evidente che, anzitutto, dovranno essere presentati i bilanci storici aggiornati, non solamente per quanto riguarda l’ultimo documento ufficiale previsto in base alla normativa fiscale o civilistico, ma anche una situazione contabile a data recente, la più completa ed esauriente possibile.
Da questi documenti dovrà risultare la performance aziendale e la sua evoluzione, opportunamente spiegati e commentati perlomeno per quanto si riferisce all’ultimo triennio: accanto ai prospetti di conto economico e di stato patrimoniale, occorrerà presentare adeguati e chiari schemi di rendiconto finanziario (quelli usati per le società quotate nei documenti ufficiali-vedi caso Mariella Burani nella sezione analisi e commenti- non vanno bene), al fine di illustrare le modalità di produzione, impiego e raccolta di risorse finanziarie ovvero, soprattutto, l’effettiva capacità di autofinanziamento aziendale.
In generale gli schemi presentati e prospettati dovranno rispettare un principio elementare per una narrazione efficace: dovranno contenere riferimenti chiari e condivisi, in primo luogo all’imprenditore, che chiede, perchè la sua richiesta sia ben spiegata ed accoglibile, almeno in prima battuta, perchè chiara. Il riferimento a bilanci malfatti e non spiegati, sintetici e frutto di politiche manipolatorie, genererà diffidenza ed ostacoli nella trattazione della pratica.
Inoltre, cosa ancora più importante, dalla richiesta dovrà emergere la consapevolezza aziendale circa la possibilità che dalla richiesta di sanatoria derivino dei benefici non legati soltanto al rinvio, ma anche alla possibilità che, attraverso di essa, l’impresa sia messa in condizioni di rafforzare e ristrutturare in maniera più efficiente la propria formula competitiva. In altre parole, sarà opportuno presentare un piano economico-finanziario serio e credibile, che documenti la reale sostenibilità del debito e le implicazioni per l’evoluzione del fabbisogno finanziario d’impresa.
Infine non va dimenticato che la richiesta di adesione alla moratoria ed il suo eventuale accoglimento, non garantiscono, di per se stessi, alcun tipo di risanamento automatico: si tratta semplicemente di uno spostamento in avanti della tempistica di restituzione dei debiti contratti, che nulla toglie o aggiunge al giudizio su natura, qualità e durata del fabbisogno finanziario d’impresa. Giudizio, quest’ultimo, del quale l’imprenditore deve essere consapevole fino in fondo.

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Moratoria sui debiti delle Pmi: accordo ABI-imprese

L’accordo di oggi, raggiunto grazie all’intervento del Ministro dell’economia Tremonti, assume caratteri di straordinarietà e, per una volta, pare contenere non solo impegni reali ma, soprattutto, circonstanziati e mirati.
La delimitazione dell’accordo all’ambito delle Pmi è ovvia, stante che per le grandi imprese, come insegna il (tentativo di) salvataggio della Risanamento di Zunino, è la dimensione del debito a spingere la buona volontà di chi vuole evitare perdite di analoga grandezza. L’argomento probabilmente fornirà nuovo combustibile al luogo comune per il quale le banche chiudono l’ombrello quando piove solo alle Pmi e che i soldi si danno solo a coloro che non ne hanno bisogno.
Tornando all’accordo, per il cui testo rimandiamo alla sezione documenti del blog, pare importante altresì la specificazione che l’accordo stesso non si limita a spostare in avanti, senza aggravio di condizioni per le imprese, i pagamenti per la quota capitale di mutui e di leasing, anche immobiliari, ma riguarda anche le linee di credito a breve termine per la parte riguardante i tardivi pagamenti della clientela, anticipati dalle banche. L’ulteriore specificazione riguardante il fatto che le imprese devono trovarsi in bonis, ovvero in una condizione di non “sofferenza” o “debito ristrutturato”, lungi dall’essere restrittiva evidenzia, a mio parere, la bontà dell’accordo, perchè comprende anche i cosiddetti “incagli”, pur rimandando alla prudente valutazione delle banche: in sostanza, la platea delle imprese interessate è quanto mai vasta, mentre chi resta fuori deve ricorrere alla normativa fallimentare o ad accordi stragiudiziali. Non va dimenticato che l’accordo, nella sua parte finale, riprende il tema della cronica sottocapitalizzazione delle Pmi italiane, impegnando le banche ad individuare idonee forme tecniche atte a favorire la copertura del fabbisogno delle imprese che rafforzano il capitale di rischio.
Infine, alcune notazioni che l’accordo, che va salutato positivamente, non deve e non può assolutamente far dimenticare.
1)-I debiti verso le banche non sono un flagello di Dio, imposto dalle banche avide e cattive ad imprenditori buoni e bravi: i debiti sono stati contratti dalle imprese a fronte di un fabbisogno finanziario generato, come insegna l’analisi per flussi, o dall’autofinanziamento negativo e/o da eccesso di prelievi e/o da investimenti (compresi quelli, davvero famigerati, di tipo immobiliare). Dunque i debiti, il cui pagamento sarà rinviato, su richiesta delle imprese, da parte delle banche che decideranno di aderire all’accordo, devono essere pagati attraverso la gestione operativa, ovvero attraverso una formula competitiva in grado di generare ricchezza: e questo, ad evidenza, non è un problema bancario ma tipicamente imprenditoriale.
2)-L’accordo è subordinato ad un’ampia e completa informazione, tanto più necessaria se si vuole comprendere natura, qualità e durata del fabbisogno finanziario delle imprese. Mi auguro, in futuro, di ascoltare sempre meno idiozie del tipo “Ma perchè devo dare il mio bilancio vero ad una banca che redige il suo falso?”. Provate a portare ad analizzare, anzichè il vostro sangue, quello di qualche parente o di un amico, per vedere se le cure corrisponderanno alle vostre necessità ed al vostro quadro clinico.
3)-La capitalizzazione delle imprese, se mai è stata un tema importante, man mano che la crisi è andata avanti è divenuta uno dei capitoli principali dell’agenda, come anche il testo dell’accordo insegna. Su questo punto è bene capirsi, anche a costo di apparire antipatici: sottrarre risorse all’azienda, per arricchire l’imprenditore, pur rappresentando una scelta lecita, mette l’azienda in condizione di debolezza: è come se la barca sulla quale si naviga fosse costruita di materiali meno robusti, dimodochè si può essere anche degli ottimi marinai, ma quando si incappa nella tempesta, perfetta o meno, ci si può fare male.
4)-La scelta del sistema bancario di aderire su base volontaria (e non poteva del resto essere altrimenti), richiama le imprese ad un altro ordine di scelte, quello del partner bancario sul quale poter contare per lo sviluppo, la crescita, il risanamento. Se è vero che le banche si scelgono, questo non potrà che avvenire a cura delle imprese tese, finalmente, non più a cercare un indistinto “fornitore di soldi”, al quale chiedere denaro al minor prezzo possibile e con le minori informazioni possibili, ma, appunto, un vero e proprio partner. Si può cominciare a parlare di banca di riferimento, la tanto agognata main-bank?

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Analisi finanziaria e di bilancio Banche Banche di credito cooperativo Crisi finanziaria Fabbisogno finanziario d'impresa Imprese Liquidità Moratoria dei debiti

Salvagente…di liquidità?

salvagente
Si sente parlare di salvagente di liquidità per le PMI, di un patto Abi-Confindustria che, oltre ad aiutare le imprese a postergare le proprie scadenze per debiti a medio-lungo termine verso gli Istituti di credito, ricomprenda nel pacchetto degli interventi anche il credito a breve termine.
Nel frattempo, IlSole24Ore definisce “paradossi” l’avanzare delle Casse Rurali -magari rimaste tali solo in Trentino, altrove, più correttamente, Banche di Credito Cooperativo- proprio nei distretti industriali, laddove dovrebbe essere evidente, a contrariis, la presenza di grandi banche.
Entrambe le notizie meritano qualche riflessione, basata non appena su questioni terminologiche, ma di vera e propria sostanza.
In primo luogo, se è vero, come risulta dall’analisi delle serie storiche della Banca d’Italia, che le Pmi italiane ricorrono perlopiù al credito a breve termine, è anche vero che quest’ultimo riveste caratteristiche di stabilità e di durata tali da avere, nei fatti, travalicato la formale durata “fino a revoca” o simili delle relative forme tecniche. Nella realtà il vero problema del credito alle Pmi, trascurato quasi sempre dal dibattito, è quello della sostenibilità del debito, qualunque sia la sua durata, e della compatibilità delle scelte di sviluppo e di investimento adottate.
Insomma, non è tanto una questione di avere più credito a medio-lungo, quanto piuttosto di consistenza di risultato operativo e di MOL rispetto alle vendite e, soprattutto, rispetto agli oneri finanziari. In questo senso il cosiddetto “salvagente”, se è giusto che comprenda anche e soprattutto i debiti a breve termine, non può tuttavia rappresentare una scusa per non effettuare o per rinviare sine die i necessari interventi di risanamento e ristrutturazione. Il salvagente, diversamente, assomiglierebbe pericolosamente alla scelta di un Ministro dei Trasporti dei primi anni ’80, il non rimpianto Rino Formica, che non potendo ovviare ai ritardi dei treni rispetto agli orari normali, allungava il tempo di percorrenza (rendendo così le tratte concorrenziali anche per i cavalli e le diligenze).
In altre parole: se i viaggiatori, ovvero le banche, sono disposte a tollerare ritardi nei treni, ciò non può e non deve in alcun modo rappresentare una scusa per evitare di rendere i treni più moderni, rapidi ed efficienti. In altre parole, per intervenire sulla formula competitiva delle imprese: e questo è e rimane compito esclusivo di chi della piccola e media impresa è l’owner-manager.
Quanto alle Casse Rurali, soppiantate dal 1993 (IlSole24Ore non sa che è uscito il Testo Unico delle Leggi in materia Bancaria e creditizia?) dalle Bcc, il trend di sviluppo degli impieghi, con cifre in media doppie rispetto al resto del sistema, procede da almeno 5/6 anni, in coincidenza con l’applicazione delle regole di Basilea 2.
Se dunque non è una novità lo sviluppo del lavoro bancario verso le banche locali anche nei distretti industriali (il Servizio Studi di Banca di Italia lo aveva già rilevato in un eccellente paper di qualche anno fa), lo è forse la “sorpresa” con la quale la notizia viene accolta e registrata. quasi che lo sviluppo della crisi non avesse insegnato nulla, come se non fosse stato -ed in che modo (!)- messo in discussione il modello della banca di transazione a favore di quello della banca di relazione.
La sensazione, prima ancora culturale che effettivamente verificata, è che molti stiano pensando a ciò che è accaduto come ad un fastidio, certamente assai esteso, terminato il quale sia tuttavia possibile ricominciare come prima. Ovvero, il modello di intermediazione basato sulla creazione di valore a tutti i costi rimane valido: la crescita delle Banche locali è solo un passaggio, temporaneo, che sarà riassorbito e riequilibrato.
E’ evidente la parzialità e, soprattutto, la cecità di una simile lettura: le imprese hanno bisogno di un banchiere che stia loro vicino, che dia loro non solo finanziamenti, ma anche finanza, ovvero non solo denari, ma anche criteri per usarli. Esattamente quello che le banche di credito cooperativo stanno facendo: e quello che, a differenza di tante associazioni di categoria, sta facendo con grande successo la Compagnia delle Opere con la propria Scuola d’Impresa, tenuta in tutta Italia, con un programma teso esattamente ad offrire, anzitutto, metodi e criteri per la gestione, anche in materia finanziaria.
Non sarebbe il caso, allora, di rimettere al centro del dibattito sul rapporto banca-impresa la questione del fabbisogno finanziario, della qua natura, qualità e durata e, in particolare, della sua sostenibilità? Non sarebbe il caso, ancora, di mettere le imprese, specie Pmi, in condizione di conoscere ed essere consapevoli preventivamente delle loro scelte gestionali?
Intorno a questi temi si gioca non solo la fuoriuscita dalla crisi ma la possibilità di uno sviluppo più sano ed equilibrato per le imprese italiane, e le banche che le assistono, nei prossimi anni.