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Alessandro Berti Analisi finanziaria e di bilancio Banca d'Italia Banche Fabbisogno finanziario d'impresa Imprese Indebitamento delle imprese PMI Relazioni di clientela

Conviene far bene i business plan.

Conviene far bene i business plan.

Vi ricordate quello (tal T.S.) delle richieste lunari delle banche, che ai primi di maggio si lamentava perché per poco meno di 5 milioni richiesti per “investimenti” la banca aveva chiesto il bilancio al 31.12.2019, una situazione intermedia, un forecast al 31.12.2020 e un business plan? Ecco, io non so che fine abbia fatto la richiesta del suo cliente: ma so che ieri, per un business plan fatto bene, abbiamo avuto i complimenti della banca e dell’impresa, anche se siamo stati conservativi e prudenti; per giunta evidenziando, inevitabilmente, perdite per il corrente anno e una risalita complessa ma possibile, lenta ma efficace . Spiegata. Documentata. Non è perché l’impresa ha avuto un finanziamento e io posso registrare un successo professionale. No:. è solo perché o si lavora bene oppure non serve a nessuno (con buona pace di T.S.), né alle banche, né alle imprese. Perché quel documento è servito anzitutto a quell’impresa per guidare i comportamenti dei manager nel bel mezzo della crisi da Covid-19; e poi perché puoi parlare di te stesso e dei tuoi progetti solo se sai quello di cui stai parlando. Se non hai fatto tutto (bene) non hai fatto nulla.

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ABI Alessandro Berti Analisi finanziaria e di bilancio Banca d'Italia Capitale circolante netto operativo CIG (cassa integrazione guadagni) Crisi finanziaria Cultura finanziaria Disoccupazione Fabbisogno finanziario d'impresa Imprese Indebitamento delle imprese PMI Relazioni di clientela

Se non ora, quando.

Se non ora quando.

Ovvero, se non ora, visto che tutto è garantito (?) dallo Stato e tutto o quasi sarebbe dovuto dalle banche, le quali nulla hanno da temere perché tanto pagherà la SACE o il Fondo Centrale di Garanzia, quando vogliamo metterci intorno a un tavolo per provare a capire che quello che serve per le nostre imprese non è credito facile o garantito, ma credito sostenibile. E magari rendersi conto che, nonostante le balle che vengono raccontate ovunque (Il Business Plan? Ma la banca X mica le lo ha chiesto? Ma la Banca Y mi ha dato 1 milione di € e non ha voluto niente e via di scempiaggine in scempiaggine).

Per questo rinnovo l’invito al webinar organizzato da R&A Consulting e al quale mi onoro di partecipare, introducendo la prima giornata. I relatori, a parte il sottoscritto, sono di tutto rispetto: e ci sono 6 crediti formativi. Vi aspetto.

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Alessandro Berti Analisi finanziaria e di bilancio Banche Capitale circolante netto operativo Crisi finanziaria Fabbisogno finanziario d'impresa Imprese Indebitamento delle imprese PMI Relazioni di clientela Unicredit

Più rischi, meno (!) accantonamenti (versare acqua nella sabbia).

Più rischi, meno (!) accantonamenti (versare acqua nella sabbia).
Sul Sole 24 Ore di oggi si legge, riguardo al Fondo Pmi, che “le nuove regole liberano 1,8 miliardi“.

Intanto, per la verità, ci viene detto che il Fondo farà meno accantonamenti, spiegabili solo con la necessità di poter disporre di maggiori risorse, non certo in funzione della diminuzione del rischio. Leggiamo infatti che “il Consiglio di gestione del Fondo di garanzia Pmi ha approvato la riduzione delle percentuali di accantonamento a titolo di coefficiente di rischio sui prestiti garantiti, al 100%, fino a 30mila euro. Un’operazione che consentirà di recuperare 1,8 miliardi rimandando di qualche settimana l’esaurimento dei fondi. Tutto questo in attesa che l’Economia, come preannunciato dal ministro Roberto Gualtieri, intervenga per stanziare nuove risorse. La stima di 1,8 miliardi di minori accantonamenti include l’applicazione delle nuove percentuali sia alle future garanzie da concedere sia alle operazioni finora già garantite. Fino alla seduta di ieri del Consiglio di gestione, per i mini-prestiti garantiti al 100% il Fondo accantonava il 30,2%, una percentuale molto elevata rispetto all’ordinaria amministrazione dello strumento e dovuta al profilo di rischiosità dei beneficiari.”

Il che significa che quando qualche grande banca, e absit iniuria verbis,  tutti sanno qual è la mia “prediletta”, decide di non partecipare per nulla alla gara al finanziamento delle Pmi, spiegando che il Fondo ha già finito o finirà a brevissimo i soldi, al di là dell’atteggiamento, insindacabile per carità, verso le imprese,  forse non ha tutti i torti.

Purtroppo ancora più illuminante è la statistica diffusa dal Fondo e riguardante la platea dei beneficiari dei prestiti garantiti. Leggiamo infatti che, quanto alle “caratteristiche dei beneficiari dei prestiti garantiti al 100%, partiti con un tetto a 25mila euro che poi in sede di conversione in legge del Dl liquidità è stato innalzato a 30mila euro, oltre il 99% delle imprese beneficiarie è costituito da società di capitali e di persone e da imprese individuali, lo 0,6% da professionisti o persone fisiche e lo 0,04% da studi professionali. Prevalgono le micro imprese (88,6%), seguite dalle piccole (10,3%) e medie (1,1%). Il 50,1% delle imprese è localizzato al Nord, il 23% al Centro e il 26,6% al Sud. Il settore con la quota maggiore di beneficiari è il commercio al dettaglio (16,6%), cui seguono i servizi di ristorazione (12,7%), le costruzioni specializzate (8,8%) e il commercio all’ingrosso (8,3%).”

La lista di cui sopra è tristemente caratterizzata da un unico, uniforme, connotato: sono i settori più tradizionali, meno innovativi e maggiormente investiti dalla digitalizzazione del nostro sistema economico. Qualche anno fa l’ISTAT aveva anche stimato che fossero i settori meno propensi agli investimenti. Sono i settori dei quali si stanno finanziando le perdite, ovvero il peggiore dei fabbisogni finanziari possibili: e, statene certi, senza neppure avere visto un simulacro di business plan, di progetto di rilancio. Come versare acqua nella sabbia.

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Richieste lunari?? Come far affondare il rapporto banca-impresa.

Richieste lunari?? Come far affondare il rapporto banca-impresa.

Leggo sul Sole 24 Ore di oggi questa lettera, che riporto integralmente omettendo solo la firma dell’autore.

Le richieste lunari della banca

“Sono un commercialista che ha la fortuna di assistere, su tutto il territorio nazionale, “primarie aziende” nei rispettivi settori in cui operano. Orbene, una delle mie suddette aziende, con ottimo rating e congrue linee di credito in essere, ha manifestato al settorista di una primaria banca, l’intenzione di avvalersi del “Decreto liquidità” relativamente al parametro “Fabbisogno per costi del capitale d’esercizio e per costi di investimento nei successivi 18 mesi”. Pur non specificando l’importo, ma pur sempre sotto la soglia dei 5 milioni di euro, il suddetto funzionario ha risposto che solo per poter esaminare la pratica avrebbe bisogno della documentazione di cui alla mail allegata. A) bilancio 2019 definitivo e, se preventivo, con firma del legale rappresentante.

b) situazione banche con dettaglio fidi accordati e debito residuo e leasing; c) piano di rimborso del debito rateale e dei leasing; d) relazione dell’amministratore sull’impatto dell’emergenza sanitaria sui conti aziendali (descrivere la situazione di mercato, andamento dei ricavi e margini economici, aspettativa sulla ripresa/normalizzazione dell’attività); e) business plan che copra l’intero piano di rimborso del finanziamento considerando che questo potrà superare i 72 mesi di cui 24 di preammortamento massimo. Dato che ritengo la suddetta richiesta “lunare” e in contrasto con quelle che sono le finalità conclamate, oserei dire “strombazzate” dai nostri governanti, gradirei che tale richiesta fosse portata a conoscenza dell’Abi, di Confindustria e di quanti altri hanno a cuore il problema della liquidità del nostro sistema economico in questo drammatico momento.”

Avrei risposto così, se solo la mail de il Sole non avesse rigettato quanto scritto (l’indirizzo l’ho scritto bene, poi non so…).

Gentili Signori di Sos Liquidità,
non scrivo quasi mai ai giornali, ma leggendo certe lettere mi pare di essere tornato ai tempi della crisi del 2008, quando sulle banche si era gettata addosso lo stigma dell’infamia e le imprese e gli imprenditori erano, naturalmente, al di sopra di ogni sospetto.
La lettera del commercialista (dott…) che lamenta che le banche chiedano il bilancio 2019 e il business plan per gli anni a venire, con la stima dell’impatto Covid è quanto di più professionale, non lunare, si possa immaginare. Per quale motivo la banca dovrebbe dare denari a un imprenditore o a chiunque senza capire cosa ha combinato finora (a questo serve l’ultimo bilancio storico: e spero che la banca abbia già anche gli altri) e senza chiedergli cosa ha in mente di fare (e a questo serve il business plan). Se il collega avesse letto bene il decreto liquidità saprebbe che dall’anno prossimo occorrerà indicare in nota integrativa la stima dell’impatto Covid 19 sul risultato d’esercizio: e forse sarebbe meglio che ne parlasse al suo cliente, magari per capire se e in che modo valga la pena cambiare il business model se un evento esogeno così violento spariglia le carte in tavola per il mondo intero, non solo per lui.
Non andremo molto lontano lamentandoci, senza capire quale sia la nostra situazione, dove vogliamo andare e cosa serva per andarci: sicuramente la comunicazione governativa e quella dei media sul Decreto Liquidità non è stata smagliante, ma è stato il Presidente Bonomi (non il Presidente dell’ABI) a dire che non si risolve la crisi indebitando di più le imprese. Aggiungerei io, da ultimo, che indebitare le imprese per coprire le perdite, senza altre prospettive che chiedere i buchi per l’immediato, è una cosa, a dir poco, sconsiderata.
Mi consola vedere imprese che si stanno gettando a capofitto nei piani e nei progetti, anche facendosi aiutare da validi consulenti e da professionisti che li indirizzano verso scelte consapevoli. Lamentarsi e basta non serve a niente, non serve più: non aiuta e non aiuterà mai a migliorare i rapporti tra le imprese e le banche.

Alessandro Berti

 

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Alessandro Berti Analisi finanziaria e di bilancio Banca d'Italia Banche BCE Relazioni di clientela Vigilanza bancaria

Sta per arrivare la rivoluzione e non ho niente da mettermi! Ovvero, sta per scadere il fido e non so che bilancio portare in banca…

Sta per arrivare la rivoluzione e non ho niente da mettermi! Ovvero, sta per scadere il fido e non so che bilancio portare in banca…

L’inizio dell’estate coincide con il tempo delle dichiarazioni dei redditi. I bilanci annuali sono ormai chiusi, anche se non ancora pubblicati, chissà poi perché; nuove e più stringenti regole impongono alle banche di revisionare con maggiore cura gli affidamenti concessi alla clientela, valutando se la capacità di reddito e la capacità di rimborso si siano mantenute integre oppure si siano deteriorate, nuove e più improvvide regole consentono ai redattori di bilancio, soprattutto se Pmi, di presentare prospetti sempre più sintetici e incomprensibili, ormai criptici e ridotti quasi ad una somma, un “totalone” di costi e ricavi, di attivo e passivo, del tutto indistinti.

Le banche, anche se non lo dicono apertamente, sono da tempo alle prese con una classificazione del rischio che, se da un lato appare meramente per uso interno, dall’altro ha riflessi assai pesanti sul rapporto con i clienti: ci riferiamo al cosiddetto credito deteriorato che, lungi dall’essere confinato nella tradizionale distinzione binaria bianco/nero, buoni/cattivi ovvero bonis/sofferenza, ha molte più sfumature di quelle che si possano immaginare. E, soprattutto, di quelle che una clientela spesso a disagio con le questioni finanziarie possa immaginare.

Da alcuni anni esiste la categoria delle inadempienze probabili, o unlikely to pay, ovvero tutte quelle posizioni che la banca (e solo la banca) giudica essere tali perché il credito sarà soddisfatto solo dopo aver escusso le garanzie. La famosa ed abusata frase “ma vuoi anche il bilancio? Ti ho già dato anche le garanzie!” oltre ad essere tecnicamente sbagliata, appare sempre più vuota e stupida, proprio alla luce di questa nuova, più stringente classificazione. Il giudizio della banca, infatti, è del tutto indipendente, secondo la normativa, dall’esistenza di eventuali posizioni scadute e/o sconfinate e potrebbe essere attribuito anche in presenza di una situazione di perfetto adempimento. Le inadempienze probabili non sono quindi il nuovo nome da attribuire a quelli che una volta venivano definiti incagli, perché la tempistica di rilevazione dei problemi è molto più anticipata e basata su processi previsionali. Le conseguenze per il cliente di uno scadimento della propria qualità creditizia, anche solo percepita, sono facilmente immaginabili e non possono che consistere in restrizioni del volume di affidamenti in essere o mancata erogazione di nuovi affidamenti richiesti, nonché in un maggior costo del denaro (a clientela più rischiosa si applicano tassi più elevati).

Portare il bilancio per la revisione degli affidamenti, allora, non solo non è appena un adempimento formale, ma rappresenta un momento fondamentale di comunicazione (finanziaria) con una valenza che travalica la semplice osservanza periodica di un adempimento; non si dimentichi, infine, che tutte le banche sono alle prese con un monitoraggio sempre più costante e attento da parte delle Autorità di Vigilanza, nazionali ed europee, circa l’aggiornamento tempestivo dei processi di revisione degli affidamenti e non potrebbero che gradire una comunicazione puntuale e anticipativa.

Molti anni fa era in vigore il (mal)costume di presentare bilanci alle banche diversi da quelli ufficiali, redatti, così veniva detto, unicamente a scopi fiscali di abbattimento dell’imponibile; ovviamente si trattava spesso di affermazioni maliziose, rese possibili da un’impostazione del rapporto banca-impresa ancorato rigidamente all’esistenza di garanzie immobiliari. Se il mondo è cambiato e la crisi finanziaria ha sconvolto nel profondo il sistema dei rapporti economici del passato, il primo passo da compiere è prenderne atto, a partire dalla stessa consapevolezza di come sta andando la propri azienda. Dunque il bilancio non più come un obbligo formale da assolvere di malavoglia, anche se purtroppo la normativa pare spingere sempre più in tale direzione, quanto piuttosto uno strumento di conoscenza, che si forma nel tempo registrando la qualità della gestione e le performance economiche e finanziarie dell’impresa. Un bilancio che comunica correttamente la situazione aziendale serve anzitutto all’imprenditore, ai suoi collaboratori, ai manager per comprendere la bontà del cammino intrapreso e per adottare eventuali accorgimenti, correzioni di rotta, modifiche: ma soprattutto un bilancio annuale non può che essere una fotografia da inserire nel film più ricco e sperabilmente duraturo, della vita aziendale nel suo complesso. È facile intuire che se il bilancio annuale va spiegato e le performance rese note, questo vale sia che le stesse siano positive, sia che al contrario registrino andamenti non desiderati; il lettore “esterno” del bilancio sarà aiutato dalle spiegazioni e dai dettagli a non avere paura dell’ignoto, a non diffidare, a confrontarsi con spiegazioni che lo aiutino a comprendere gli andamenti aziendali. La legge italiana prevede obblighi di comunicazione davvero modesti, fissando oltretutto un limite eccessivamente alto per la tenuta della contabilità ordinaria. Sarebbe quanto mai opportuno, al contrario, che le imprese stesse integrassero l’informativa minima con un insieme di documenti (per esempio il rendiconto finanziario per flussi di cassa, già da oltre trent’anni obbligatorio in Francia) in grado di mettere l’interlocutore bancario nella migliore condizione per comprendere l’effettivo andamento dell’impresa; ovviamente tale tipo di documentazione integrativa necessiterebbe di una relazione in grado di spiegare esaustivamente i risultati ottenuti, tanto più se il bilancio consuntivo prelude a richieste per il futuro, che presuppongono a loro volta la redazione di piani economico-finanziari di previsione.

Dunque la revisione annuale degli affidamenti può diventare un’occasione di miglioramento e approfondimento del rapporto con la banca, anche e soprattutto in chiave di partnershipper la realizzazione dei progetti aziendali: e poiché la trasparenza e l’apertura non si impongono per legge, la questione, come sempre, diventa culturale. Perché una diversa cultura delle relazioni di clientela è possibile, lavoriamoci.

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Alessandro Berti Banca d'Italia Banche BCE Fabbisogno finanziario d'impresa Formazione Imprese Indebitamento delle imprese Lavorare in banca Lavoro Liquidità PMI Relazioni di clientela

Fintech e altre storie.

Fintech e altre storie.

Oggi ho partecipato a un bellissimo convegno sul Fintech organizzato da Milano Finanza e Bebeez intitolato “Il processo del credito tra vincoli regolamentari ed esigenze commerciali”.

Se posso fare solo un piccolo appunto agli organizzatori (o forse ai relatori?) se certamente si è parlato di Fintech, ben poco o nulla si è parlato di vincoli regolamentari, quelli a cui restano assoggettate le banche; così come è stato liquidato fin troppo velocemente il tema del rating, trattato alla stregua di un capriccio bancario, quando dovrebbe (?) essere noto che è, appunto, un vincolo regolamentare che determina l’assorbimento del patrimonio di vigilanza.

Il fenomeno del Fintech, ovvero la digitalizzazione di operazioni che precedentemente le banche svolgevano esclusivamente al loro interno e che, al contrario, proprio attraverso la digitalizzazione sono loro sottratte, non è appena una questione di disintermediazione, fenomeno di cui parlavamo nell’accademia almeno 30 anni fa. E’ una questione, come giustamente sottolineato oggi dai relatori, di rapporti con la clientela, di relazioni, di necessità di avere non appena copertura per un fabbisogno, ma anche consulenza, spiegazioni, aiuto. Bene lo ha spiegato l’ottimo Fabio Bolognini @linkerbiz facendo presente che il Fintech non è una questione di semplici automatismi che rendono le operazioni più veloci e la copertura del fabbisogno (soprattutto di capitale circolante), maggiormente garantita: i bilanci vanno guardati, quelli in forma abbreviata precludono la procedibilità della pratica (sic), il cliente va compreso, capito, va letta la sua formula competitiva. C’era solo un imprenditore (perlomeno, a parlare) e si è lamentato della burocrazia e dei rating, perché dei tassi non può lamentarsi in questa fase: ma ha dimostrato che ancora sono le imprese, purtroppo soprattutto le PMI, a dover imparare a comunicare, a condividere, a raccontarsi. Il Fintech può aiutarle, ma non servirà a nulla se il problema continua a essere quello della “liquidità” “più in fretta che si può” “al minor costo possibile”: la questione vera era e rimane la capacità di stare sul mercato, la questione vera, soprattutto per la stragrande maggioranza di piccole e micro-imprese, è nel conto economico, non nello stato patrimoniale. Lavoriamoci, è un’occasione e non una minaccia.

 

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Alessandro Berti Analisi finanziaria e di bilancio Banche Fabbisogno finanziario d'impresa Imprese PMI Relazioni di clientela

Perché affrettarsi a portare il bilancio in banca appena sfornato…

Perché affrettarsi a portare il bilancio in banca appena sfornato…

…senza aspettare che te lo chiedano loro?

Perché la trasparenza è un valore, se si vuole la partnership, ovvero una banca che ti accompagni nei tuoi progetti e che sappia starti vicino: il partner non è un fornitore come un altro, è qualcuno che ti sta accanto e cammina insieme a te. Se gli fai vedere dove metti i piedi, forse camminate meglio, insieme.

Perché spiegare prima anziché aspettare a spiegare dopo (quando lo si fa: perché a volte non lo si fa e basta, lamentandosi che le banche sono lente…) significa battere un colpo, far capire che si sa quello che si sta facendo. Se mi spieghi prima che io interpreti, togli gli equivoci, diradi la nebbia, fai chiarezza sulla gestione della tua impresa; soprattutto impedisci che chi non riesce a vedere tutto, alla fine, decida di non vedere nulla e ti dia il piccone.

Perché il bilancio, anche se a volte lo hai pensato, non è una maledizione divina e non te lo chiede l’Europa e nemmeno la burocrazia di Bruxelles: te lo dovrebbe chiedere il tuo desiderio di capire dove sta andando la tua impresa, di misurare le sue performances, di migliorare sempre.

Perché il bilancio, anche se il mondo delle banche è ancora pieno di somari raglianti, grandi e piccoli, non riesce a nascondere le tue magagne. Che sono le tue, anche se tu pensi che non vedendole non esistano: il medico pietoso fece la piaga purulenta, ma il paziente ignorante morì senza accorgersene.

P.S.: ricordati, quando fai il bilancio in forma abbreviata e sei contento, perché il tuo commercialista ti ha spiegato che così risparmi; facci caso, stai ridendo come un idiota. Come un idiota che quando vede la nebbia e sta guidando, chiude gli occhi.

P.P.S.: è il 6 aprile e tutti i bilanci sono già fatti, pronti e chiusi. Piantala di dire stupidaggini e vai in banca.

 

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Alessandro Berti Analisi finanziaria e di bilancio Banche Banche di credito cooperativo Fabbisogno finanziario d'impresa PMI Relazioni di clientela

Eppur si muove (il rapporto banca-impresa).

Eppur si muove (il rapporto banca-impresa).

Mentre finisco di parlare in un’aula di bancari, dopo tre giorni di intenso lavoro sul processo del credito e sulla qualità degli affidamenti (che oltre ad essere un libro dovrebbe essere un metodo di lavoro) chiedo a qualche partecipante delle esperienze precedenti in materia di formazione, dando quasi per scontato che l’analisi per flussi sia stata assimilata come il latte materno e gli omogeneizzati per i bimbi. Scopro, non so se con rassegnazione (il mio Maestro me lo aveva detto, il sistema bancario è irredimibile) o sorpresa (io continuo a illudermi) che questi professionisti della relazione di clientela hanno fatto il corso fidi base e poco altro esclusivamente sull’analisi per indici: che il loro docente era un bancario andato in pensione, che ovviamente sarà costato poco, e che i casi aziendali che hanno visto in aula riguardavano multinazionali o società quotate. Ci sarebbe di che deprimersi, o forse di che esultare, perché, in finale, si tratta di lavoro: e vista la preparazione di fondo, ci sarà sempre ignoranza da estirpare.

Eppure…eppure qualcosa si muove: a cominciare, pochi giorni dopo, da un piccolo imprenditore alberghiero riminese che, con mio grande stupore, ha chiesto al sottoscritto di preparare il piano economico-finanziario, mostrando di ben conoscere il tema della pianificazione strategica e del controllo di gestione in hotel. Non sapeva fare tutto, ma sapeva dove mettere le mani, sapeva che domande farsi, si poneva e si pone problemi: confrontarsi con lui è stato rigenerante. A proseguire, una grande banca di interesse nazionale ha mostrato attenzione ad un’impresa purché documentasse correttamente l’evoluzione del proprio fabbisogno finanziario, ai fini del sostegno ad un piano di investimenti, esigendo un piano finanziario. E, da ultimo, alcune laureande che si sono improvvisate imprenditrici chiedendo finanziamenti per un’impresa di fantasia, per verificare il tipo di risposte ricevute: se quasi tutte le banche interpellate volevano le firme dei genitori (qualcuna, in pratica, solo quella) più d’una ha mostrato interesse a sviluppare un piano finanziario, assistendole o consigliando loro di verificare attentamente la fattibilità del progetto. Una di queste era una Bcc…

Basta poco per consolarsi, o forse per vedere il bicchiere mezzo pieno. Però se è vero che si può ripartire solo da un lavoro, non da un’idea astratta, qualcuno lo sta facendo. Bisognerebbe raccontarlo più spesso.

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Banche BCE Relazioni di clientela Rischi

Perché il bail-in riguarda anche le Pmi, non solo i risparmiatori.

Perché il bail-in riguarda anche le Pmi, non solo i risparmiatori.

fotostoriabig
A parte i ben noti effetti della cattiva informazione, piovuta sugli italiani subito dopo il salvataggio delle 4 banche, con Movimento 5 Stelle ed associazioni consumatori in prima fila a saccheggiare l’armamentario dei luoghi comuni, vi sono alcune considerazioni sulla direttiva europea in materia di bail-in che non ho ascoltato da parte di (quasi?) nessuno e che riguardano, in maniera assai evidente le imprese.
Mi riferisco con tutta evidenza alle imprese che sono debitrici nette del sistema bancario, pertanto non alle grandi imprese ma alle Pmi, che dipendono dal credito bancario per ogni loro fabbisogno finanziario.
Le banche, soprattutto quelle regionali e medio-piccole (resta da vedere cosa accadrà delle Bcc una volta convertito il decreto e quante di esse decideranno, sciaguratamente, di fare come Jack Frusciante) non se la stanno passando troppo bene sul versante raccolta: le notizie che giungono dai back-office di alcuni importanti istituti in sede locale sono di coefficienti di liquidità tirati all’estremo, molto, forse troppo vicini al coefficiente minimo attualmente in vigore. Perché la raccolta sia in tensione è facile da spiegare: i tassi negativi da una parte, la sfiducia dall’altra, spingono i risparmiatori verso altri tipi di impieghi. D’altra parte la BCE, quale prestatore di ultima istanza, si è dichiarato addirittura disposto ad offrire tassi negativi, purché il re-impiego sia indirizzato verso famiglie ed imprese, ovvero all’incremento del portafoglio prestiti.
Ed allora perché il bail-in dovrebbe rappresentare un problema per le Pmi, che infatti non ne parlano, non dibattono e al più (come fa per esempio Radio 24) si soffermano sui riflessi per i risparmiatori?
Perché il bail-in, unitamente a tutta una serie di regole perlopiù ignote, soprattutto al mondo imprenditoriale ed al ceto professionale, impone una maggiore asset quality, ovvero una maggiore selezione nello scrutinio del merito creditizio delle imprese.
In sintesi: è liquido tutto ciò che è si caratterizza per elevata qualità della controparte creditizia e, di conseguenza, per modestia del rendimento, per giunta accentuata dall’appiattimento a medio-lungo termine della curva dei tassi. E l’ipertrofia della voce 130 nel conto economico dei bilanci bancari non è più compatibile con un margine di interesse a volte negativo, a volte nullo o inconsistente.
Dunque il credito non potrà più essere erogato -e non può più essere erogato fin da ora- con i medesimi criteri di questi anni, anche se è tuttora sorprendente il massiccio ricorso alla garanzia Mediocredito Centrale 80% per operazioni ben poco orientate alla crescita ed allo sviluppo; la motivazione obbligatoria per fruire delle agevolazioni in base alla legge 662 che disciplina la messa a disposizione della garanzia è “ripristino liquidità”, dunque per finanziare il circolante che non circola. E non è male ricordare che Mediocredito Centrale ha nella sua denominazione giuridica, secondo quanto voluto da uno dei peggiori ministri dell’economia del dopoguerra, Giulio Tremonti, la dicitura “Banca del Mezzogiorno”.
Se da una parte la garanzia Mcc è solo parziale, dall’altra, come tutti gli strumenti di credit risk mitigation, non può evitare un’accurata misurazione del rischio di credito, secondo parametri che siano, finalmente, imperniati sulla capacità restitutiva e quindi di generare flussi di cassa, non su immobili o inconsistenti business plan.
Se la normativa del bail-in pone il risparmiatore al centro, anche come soggetto attivo, in grado di spostare la sua raccolta indirizzandola verso approdi (gestionalmente) sicuri, dall’altro impone alle banche che vorranno essere scelte, e non scartate, nel beauty contest del mercato, di migliorare i propri parametri gestionali e la qualità dei propri attivi.
Restano solo due piccole domande, e non riguardano le banche, strette dentro modelli di business che fanno un ricorso sempre più massiccio all’information technology e la necessità di mantenere la relazione dentro un cammino sempre più segnato, dall’altra.
Gli interrogativi, infatti, riguardano da un lato la consapevolezza, prima ancora della preparazione, delle imprese richiedenti il fido; dall’altro rimettono al centro la figura del consulente, in questi anni di crisi tragicamente assente o teso perlopiù a rincorrere passivamente le situazioni, spesso incapace di portare un contributo efficace al risanamento aziendale, quasi mai in grado di predisporre un business plan.
In altre parole, beauty contest per tutti.

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Default è quando Banca Centrale Europea dice (La misurazione del rischio di credito 3: quello che le imprese neppure lontanamente immaginano).

Default è quando Banca Centrale Europea dice (La misurazione del rischio di credito 3: quello che le imprese neppure lontanamente immaginano).

Vujadin-Boskov

Riassunto delle puntate precedenti: come si misura il rischio di credito? E cosa comporta tale misurazione nei comportamenti e nei rapporti bancari?
Dopo gli incagli oggettivi, le sofferenze oggettive: ovvero se ci sono criteri per rendere meno opinabile la constatazione dello stato di difficoltà temporanea, devono esisterne altrettanti per dichiarare lo stato di insolvenza irreversibile e conclamato.
In altre parole, la dichiarazione dello stato di insolvenza non a sentimento, non dopo un bel “parliamone”, non in una riunione del consiglio di amministrazione nella quale si dice che “però poi i suoi dipendenti sono “mutualizzati” da noi” o ancora “però così poi smette di pagare i fornitori”. No, semplicemente una bella definizione di default oggettivo, rispetto alla quale non resta che prendere atto che la posizione del cliente è da svalutare, portare a sofferenza etc…
Anche in questo caso, se ci si chiede la genesi di un simile provvedimento (per amor di precisione il tutto trovasi all’art.178, regolamento UE 575/2013) è facile rintracciarla nella ritrosìa delle banche –in questo sempre incoraggiate da imprese altrettanto restìe a prendere atto della realtà- a dichiarare lo stato di deterioramento di crediti derivanti da operazioni spesso nate male e proseguite peggio.
E poiché la discrezionalità in materia implica, molto semplicemente, la sostanziale falsità dei bilanci bancari e l’inconsistenza del patrimonio in rapporto ai rischi, meglio eliminare la discrezionalità.
Ecco come:
“Il default di un debitore:
1. Si considera intervenuto un default in relazione a un particolare debitore allorché si verificano entrambi i seguenti eventi:
a) la banca giudica improbabile che, senza il ricorso ad azioni quale l’escussione delle garanzie, il debitore adempia integralmente alle sue obbligazioni creditizie verso la banca stessa;
b) il debitore è in arretrato da oltre 90 giorni su una obbligazioni creditizia rilevante verso la banca (n.d.a.: ovvero è in situazione di incaglio oggettivo).”
E ancora:
• “la rilevanza di un’obbligazione creditizia in arretrato è valutata rispetto a una soglia fissata dalle autorità competenti. Tale soglia riflette un livello di rischio che l’autorità competente ritiene ragionevole;
• gli enti hanno politiche documentate in materia di conteggio dei giorni di arretrato (una banca popolata da genii, recentemente commissariata, si vantava di aspettare 99 rate di impagato per dichiarare l’incaglio NdA) Queste politiche sono applicate in modo uniforme nel tempo e sono in linea con i processi interni di gestione del rischio e decisionali dell’ente”.
Inoltre, a parte ovviamente incagli, fallimenti e ristrutturazioni del debito con saldo e stralcio, si ha default quando:
• “la banca riconosce una rettifica di valore su crediti specifica derivante da un significativo scadimento del merito di credito successivamente all’assunzione dell’esposizione (traduzione dell’autore: bisogna monitorare il credito, sempre, e soprattutto bisogna evitare che scada…);
• la banca cede il credito subendo una perdita economica significativa”.

Infine, tanto per non dimenticare che il merito di credito non è un’opinione, la stessa direttiva disciplina all’articolo 179 “i requisiti generali per il processo di stima”, e in particolare, stabilisce che:
• “Le stime di basano sull’esperienza storica e su evidenze empiriche e non semplicemente su valutazioni discrezionali (…) Quanto più limitati sono i dati di cui dispone una banca, tanto più prudente deve essere la stima”.

L’ultimo punto merita un piccolo commento, rimandando altre considerazioni alla prossima puntata.
Esperienza storica ed evidenze empiriche fanno rientrare dalla porta l’analisi fondamentale, quella che i rating avevano scacciato nelle grandi banche e quella che la conoscenza diretta (e la storicità del rapporto) avevano fatto accantonare nelle piccole.
Non solo: appare evidente come la conoscenza del cliente non possa che essere fondata su dati (bilanci, performance, etc…) e non su mere opinioni di confidenza: “In Dio infatti noi confidiamo, ma tutti gli altri ci portino dei dati”, ci ricorda uno studioso USA.
Ne deriva che (chissà se di queste cose Sebastiano Barisoni ne parla a Radio 24?) minori sono i dati disponibili, scarni i bilanci e semplificate le contabilità, minori dovranno essere i rischi assunti: in altre parole, le idee le finanzi qualcun altro.

(segue: la puntata precedente è stata pubblicata il 1 luglio 2014)