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Alessandro Berti Banche Banche di credito cooperativo Fabbisogno finanziario d'impresa Imprese Indebitamento delle imprese PMI Relazioni di clientela

Due diligence e cultura della relazione: il difficile sviluppo delle relazioni di clientela in Italia

La notizia che i fondi messi a disposizione del Governo, attraverso la Cassa Depositi e Prestiti, sono già stati prenotati, per l’intera quota loro riservata, dalle Banche di Credito Cooperativo –main bank delle Pmi-, e che lo stesso faranno Unicredit ed Intesa, non può che fare piacere a chiunque abbia a cuore la crescita e lo sviluppo dell’economia italiana, la cui ripresa non può avvenire senza che si riannodino i fili del rapporto banca-impresa. Isabella Bufacchi, in un articolo del Sole 24Ore di sabato, spiega la trafila dei prestiti che saranno erogati alle imprese, grazie ad un funding non così vantaggioso come quello consentito dalle iniezioni di liquidità delle banche centrali, sottolineando che la banca valuterà la Pmi, al fine di accertare che sia sana ed in ordine (definendo tale processo due diligence).

La teoria finanziaria e, più ancora, la prassi, dicono che i conti delle Pmi sono spesso opachi, inadeguati ad una comunicazione della realtà dell’impresa che metta in grado gli stakeholders esterni di percepire la qualità e l’effettiva consistenza dei risultati aziendali. Più ancora, si pone il problema dell’effettiva capacità dei valutatori bancari di approfondire natura, qualità e durata del fabbisogno finanziario d’impresa, mettendo in risalto, di quest’ultima, la capacità storica e prospettica di generare reddito e liquidità. In tutti questi anni le banche locali si sono giovate, oltre che di un continuo processo di miglioramento del proprio capitale umano, come testimoniano i bilanci, non solo sociali, delle tante Bcc presenti sul territorio italiano, anche di quelli che nella teoria dell’intermediazione finanziaria sono noti come vantaggi informativi e di localizzazione. Ovvero i vantaggi derivanti da una rete capillare sul territorio e dalla conoscenza che dello stesso da ciò deriva. Questo vale sicuramente per le banche locali: ma per tutte le altre? Per quelle, per esempio (si tratta di una delle due principali) che nel manuale per l’applicazione dei rating introdotti da Basilea 2 sintetizzano il comportamento del gestore imprese che si trovi di fronte ad una Pmi in difficoltà con l’espressione “disimpegnare progressivamente”? Ecco, per queste banche, cosa vale?

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Banche PMI Relazioni di clientela Unicredit

Dichiarazioni di intenti: come gettare (Pro)fumo negli occhi.

unicredit

L’Amministratore Delegato di Unicredit, Alessandro Profumo ha recentemente dichiarato che Unicredit non solo non ha mai smesso di erogare il credito alle Pmi, ma ha anche lasciato gran parte dei propri margini alla clientela.

Come documentiamo nelle pagine di Analisi e commenti la redditività di Unicredit si è appoggiata, al contrario di quanto dice Profumo -e forse anche in contrasto con quanto ipotizzabile ad una lettura superficiale del modello di intermediazione della più grande banca italiana- soprattutto sul margine di interesse, la cui incidenza sul totale del margine di intermediazione arriva ad essere pari ad oltre il 60%.

Inoltre, sempre con riguardo al margine di interesse, è ancora più interessante confrontarne la composizione e l’andamento rispetto alla media del sistema bancario italiano. In particolare, il lettore potrà constatare che il Margine di interesse sul totale dei Fondi Intermediati di Unicredit è costantemente superiore a quello medio del sistema italiano, fino ad arrivare, a fine 2007, al 3,15% contro l’1,37%. In definitiva, è agevole constatare che, lungi dall’essere stati “distribuiti” alla clientela, i benefici derivanti dalla redditività della banca sono andati, come da copione, esclusivamente agli azionisti. Sorprendono, infine, le dichiarazioni di Profumo, ove si rifletta sull’atteggiamento tenuto da Unicredit nei confronti delle imprese, specie Pmi, soprattutto negli ultimi anni: dapprima vendendo a mani basse derivati -che non hanno fatto danni solo presso gli Enti locali- a Pmi assolutamente non consapevoli, infine, soprattutto nel periodo “nero” del secondo semestre 2009, ritirando affidamenti già erogati, decidendo rientri immotivati, applicando meccanicamente i rating. Sulla logica della banca di transazione, decisamente improntata ad una logica di breve periodo, sarebbe interessante aprire un dibattito, in particolare considerandone il logico, e più difficile, contraltare: la banca di relazione, il relationship banking, improntato al lungo termine, caratteristico, ormai, delle sole banche di credito cooperativo.

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Banche BCE Giulio Tremonti Relazioni di clientela Risparmio e investimenti

Che abbia ragione Tremonti?

Milano Finanza di oggi dà notizia della destinazione della liquidità ricevuta dalle banche europee dalla Bce: pare che la stessa si trovi presso la BCE.
Indubbiamente sembrano concretizzarsi le riserve e le perplessità avanzate dal Ministro dell’Economia in più occasioni, da ultimo quando ha affermato che le banche non possono avere più potere dei Governi stessi, condizionandoli.
La stagione che ci attende sarà senza dubbio fervida di opere, di novità legislative, di strette regolamentari: insomma, le regole ri-prenderanno il sopravvento. Ma le regole, come ha dimostrato la crisi, da sole non bastano: serve un diverso atteggiamento di tutti i protagonisti dello scambio finanziario. Gli intermediari finanziari e creditizi, certo: ma i risparmiatori e le imprese non possono solo lamentarsi. Devono cominciare a scegliere, consapevolmente.

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Banche Banche di credito cooperativo Imprese Indebitamento delle imprese Keynes Liquidità Relazioni di clientela

Basilea 2: le mistificazioni del dibattito

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Il Corriere della Sera di ieri, nella pagine interne, dà voce al grido di dolore degli industriali italiani e tedeschi con il titolo “Confindustria italiana e tedesca: allentare i vincoli di Basilea 2”.
L’idea, mai del tutto sopita fin dai tempi della prima applicazione delle norme regolamentari di vigilanza prudenziale note sotto la sigla Basilea 2, è nota: Basilea 2 è pro-ciclica, allarga il credito quando le cose vanno bene e lo restringe -effetto credit crunch– quando le cose vanno male. Soprattutto, il ritornello è ben noto, Basilea 2 penalizzerebbe le Pmi, sottocapitalizzate, con bilanci perennemente in perdita, incapaci ad usare correttamente i fidi loro accordati.
Ovviamente in tutte queste affermazioni non c’è solo propaganda o lobbying, ed un fondo di verità è rintracciabile in ognuna di esse: dovendo scegliere chi tenere in cima alla torre e chi buttare, terrei sicuramente quella che si riferisce alla pro-ciclicità, perlomeno in linea teorica.
Però: c’è un però grosso come un macigno e che riguarda il trattamento sostanziale, e non solo formale, riservato alle Pmi.
Senza dilungarci troppo in questa sede, le Pmi sono “salvate”, perlomeno formalmente, dai rigidi vincoli di Basilea 2 dall’applicazione del cosiddetto criterio dell’esposizione retail, riservata alle Pmi con ammontari di affidamento inferiori a determinati limiti quantitativi. Il criterio retail è sempre stato formalmente in vigore, ma non è mai stato applicato: ovvero, le grandi banche hanno sempre sostenuto che avrebbero applicato tale criterio più favorevole alle Pmi, senza farlo effettivamente. Prova ne sia l’imponente migrazione di affidamenti erogati alle Pmi dalle Bcc, che non applicano le regole di Basilea 2.

Il problema, allora, è altrove. E risiede in una concezione del rapporto banca-impresa che ha sempre visto la gran parte del sistema bancario attestarsi su posizioni note come “prassi del fido multiplo” o multibanking e le imprese chiedere più affidamenti del lecito, al fine di ottenere fidi da molte banche ed evitare il razionamento.

In questa chiave di lettura, appare evidente che ciò che manca in Italia, essendo presente esclusivamente nei territori dove operano le banche locali, le banche di credito cooperativo o banche di prossimità, è una relazione di clientela impostata nell’alveo della tradizione anglosassone della main bank, della banca di riferimento. Basterebbe, al riguardo, rileggere alcuni passi, invero agghiaccianti, dei manuali di istruzioni per l’uso di Basilea 2 rilasciati da una delle due principali banche italiane ai propri gestori per affermare, senza tema di smentita, che il noto detto per cui le banche affidano coloro che non ne hanno bisogno è non solo vero, ma verissimo.

Il problema non è allentare i vincoli, che sono giusti e che, ove non fossero rispettati e basati su un serio rispetto dei criteri che presiedono alla gestione del rischio di credito -ovvero una valutazione professionale ed attenta, anche in prospettiva, del merito di credito- porterebbero a seri problemi di gestione banche che, tuttora, non sono ancora “guarite” dai postumi della crisi.

Il problema è instaurare, senza paura di confrontarsi, un serio confronto fra sistema imprenditoriale e sistema bancario, che metta il primo in condizioni di scegliere le banche con le quali lavorare, il secondo in condizione di scrutinare correttamente, come avrebbe detto Keynes, il merito di credito. Non servono banche più lassiste, ma banche più serie, impegnate in una relazione di medio-lungo termine: con imprese altrettanto serie.

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ABI Banche Banche di credito cooperativo Capitale circolante netto operativo CdO Fabbisogno finanziario d'impresa Imprese Indebitamento delle imprese Main bank PMI Relazioni di clientela Scuola d'impresa

Banche chiuse: per ferie?

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Alessandro Plateroti, in un bell’articolo sul Sole 24 Ore del 4 agosto, commentando l’intesa raggiunta fra Abi ed imprese, auspica che la banca “non chiuda per ferie”. L’articolo richiama l’importanza di relazioni di clientela più serie, solide e trasparenti, “senza le solite lamentele”, ed è raro nel nostro Paese, dove la cultura della main bank, della banca di riferimento, è tuttora assente, con la lodevole ma limitata eccezione delle banche di credito cooperativo.
Insomma, le banche facciano, a questo punto, la loro parte, non chiudano, appunto, per ferie. Ed è un invito senz’altro condivisibile, così come lo è quello, invero assai raro nel panorama italiano, che spinge per l’adozione di un “(…) codice di comportamento nelle relazioni creditizie, (senza ledere) il principio della libera concorrenza ma si incentiverebbe una migliore civiltà creditizia.”
Civiltà creditizia mi piace, è un’espressione che ricorda in modo forte non appena modi di fare garbati ed urbani, ma una concezione dei rapporti banca-impresa, una cultura, una visione delle cose che poi si dota di strumenti per realizzarli.
L’articolo del quotidiano confindustriale procede poi individuando nell’accordo non una “panacea” ma una modalità per dare ossigeno al sistema produttivo, che necessita, soprattutto le Pmi, di risorse per finanziare capitale fisso e capitale circolante. Soprattutto il circolante.
Difficile non essere d’accordo: il circolante netto operativo rappresenta circa il 75% del capitale investito delle Pmi italiane, se non “circola” ovvero non si riforma in continuazione perchè i clienti pagano i loro debiti e le imprese, con gli incassi fanno nuovi acquisti riformando le scorte e pagando i fornitori, si blocca la quasi totalità della gestione finanziaria e dunque anche operativa d’impresa.
Speriamo, pertanto, che le banche facciano la loro parte. Le notizie sul fronte delle trimestrali inducono, con espressione consunta, ad un “cauto ottimismo”. Ciò di cui mi permetto di dubitare, con lo scetticismo che l’esperienza di questi anni ha alimentato, è che l’auspicata nuova “civiltà finanziaria” coinvolga, finalmente, anche le imprese, consapevoli di natura, qualità e durata del loro fabbisogno finanziario ma, soprattutto, che il problema delle loro scelte non è la copertura, ma la sostenibilità. La questione torna prepotentemente di attualità proprio ora, perchè i mesi scorsi sono stati impiegati, molto spesso, in lamentele, così come lo erano stati gli anni precedenti: le banche chiudono l’ombrello quando piove etc etc…
Dunque non si è fatto nulla per costruire una cultura diversa del rapporto banca-impresa: il che rappresenta, oggettivamente, un’ipoteca pesante per lo sviluppo delle relazioni di clientela del dopo-crisi. Ma non si possono fare sconti “culturali” alle imprese, anche a costo di risultare antipatici e saccenti occorre ricordare che il problema del fabbisogno finanziario e della sua compatibilità è, anzitutto un problema di gestione, non di copertura. Non basta trovare i denari, occorre anche saperli restituire. E l’ubriacatura della bolla immobiliare dei tempi recenti non ha aiutato a ragionare in questi termini. Lo schema “io faccio l’imprenditore, la banca deve darmi i soldi che servono, perchè questo è il suo mestiere” è diventato obsoleto. Il lavoro da fare, al riguardo, è imponente e concerne anzitutto gli strumenti della formazione e della cultura d’impresa, soprattutto nelle Pmi. L’esperienza dalla Scuola d’impresa della CdO, ma anche di tante iniziative di banche locali, in molte zone d’Italia fa sperare che, a partire da questa consapevolezza, l’agognato sviluppo dein prossimi anni possa essere solido e duraturo.