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Bocconi

BocconiLettera al Foglio del 25 marzo 2009

L’articolo sulla cara “rivale” Bocconi (per chi ha fatto la Cattolica, come me, è una rivalità scritta nelle pietre dei muri, nelle aule, nelle facce) è molto interessante e pone questioni, se possibile amplificate, per gli atenei di meno grande fama, come quello nel quale insegno e, più in generale, per tutti gli atenei che non possono gestire risorse quali quelle descritte nell’articolo. Risorse, intendiamoci, ben meritate e che hanno varie forme di ritorni. Il tema che volevo affrontare esula, tuttavia, da quello trattato da Gianni Gambarotta e riguarda una questione della quale nessuno (a mia modesta conoscenza) ha parlato: le responsabilità culturali della Bocconi nella crisi. La Bocconi è stata da molti anni antesignana di una cultura e di un’impostazione teorico-pratica improntata alla cosiddetta “creazione di valore”; dalla Bocconi escono i due manager, Alessandro Profumo e Corrado Passera, a capo delle due principali banche del paese; dalla Bocconi si passa in McKinsey e di lì nei posti più prestigiosi. Però… c’è un però:
la sensazione che l’obiettivo della creazione di valore sia diventato un obiettivo fine a se stesso, svincolato da qualunque altra domanda sul senso, per esempio, del fare banca in questi anni. La sensazione che la creazione di valore sia stata, più che altro, un modo elegante di definire un obiettivo più volgare, ma molto concreto, quello della massimizzazione dei rendimenti per gli azionisti, questa sensazione rimane. Non è questo il luogo per descrivere disagi, problemi e guai economici, anche seri, provocati alle pmi italiane da un certo modo di fare banca. Ma se le banche locali, Bcc in specie, diventano l’unica banca di cui fidarsi, e a ragione, non sarebbe il caso di domandarsi se,  per caso, non ci sia qualcosa da ripensare?

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Prostituzione intellettuale

jose-mourinho1Questo blog sostiene la campagna italo-portoghese contro la prostituzione intellettuale.

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Banche Crisi finanziaria Cultura finanziaria Imprese

Guardie e ladri

Wile E.Coyote
Mi colpisce, a distanza di così tanti mesi dall’inizio della crisi, che nessuno abbia evidenziato l’unica vera questione in ballo, quella del senso,del significato, del perchè si fanno le cose. Ovvero dell’educazione, anche finanziaria, del senso del lavoro, del significato della creazione del valore, del profitto, del fare banca ed impresa.
Così nessuno si pone il problema che, accanto alle regole da rispettare (e per carità, ci mancherebbe altro), ci sia anche una questione che viene prima, e che potremmo definire di educazione e dunque di cultura finanziaria.
E’ stupefacente annotare il moralismo dei giornalisti, proni in passato di fronte ai grandi CEO (chiamarli amministratori delegati, no?), ora chiederne la testa e moraleggiare, appunto, sui compensi: certo, follemente elevati, ma sui quali nessuno ha mai avuto qualcosa da ridire.
E quando certi bilanci, di certi grandi gruppi bancari italiani, venivano fatti vendendo derivati, alla stregua di Beep Beep che molla a Wile E.Coyote un candelotto di dinamite acceso, come mai nessuno ha avuto da ridire? Ci sono imprese che stanno ancora piangendo per le perdite che hanno registrato: ma, allora, si creava valore, ora le banche sono ladre.
C’è molto da lavorare, sul senso: invito i lettori del blog a riparlarne, io mi riprometto di farlo appena possibile.

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Crisi finanziaria

La crisi ed i problemi che essa stessa risolve: un punto di vista realistico

Divertiamoci. Da un trimestre la crisi sta risolvendo più problemi di quanti ne crei. Fino ad agosto, globalmente, c’era un’inflazione mortifera, difficilmente correggibile. A settembre, grazie all’implosione dell’America, la domanda globale è caduta a picco trascinando il prezzo del petrolio e dintorni. Ora c’è rischio di deflazione, ma non più di inflazione (a medio). L’effetto combinato di riduzione dei prezzi e dei tassi in America ed Europa equivarrà, a breve, a uno stimolo fiscale di circa il dieci per cento per i redditi medio/bassi. Non male. Sul piano geopolitico la crisi ha invertito lo scenario di fine dell’occidente
e di emersione di nuovi poteri. Senza il traino globale della locomotiva americana, ed europea, questi paesi, dipendenti dall’export e dal prezzo delle materie prime, sono in crisi economiche tali da ipotizzare rovesciamenti dei loro regimi. Geniale: invece di scassarci per contenere Cina, Russia, Iran, Venezuela, ecc., basta fare una bella recessione per birillarli. I loro temibili fondi sovrani hanno registrato perdite paurose. Ma il beneficio maggiore è venuto dalla crisi bancaria. Se fosse capitata più tardi avrebbe fatto implodere all’istante una montagna di centinaia di trilioni di dollari. Ingestibile. Mentre per come sta avvenendo, alla fine, costerà sui cinque trilioni – un’inezia – e impedirà il collasso totale del settore. In sintesi, i primi tre mesi della “nuova crisi” sono stati produttivi. Lo saranno anche i prossimi? Dipende da quando l’America ripartirà e dalla rifinanziarizzazione dell’economia o meno. L’America si riprenderà a giugno, ma con crescita insufficiente a trainare il resto del mondo. L’industria finanziaria resterà depressa e ciò farà mancare capitale.
L’Europa stagnerà, condannata dal suo modello inefficiente, l’euro a rischio di dissoluzione. Per rendere produttiva la crisi bisognerà usarla come motivo per tre innovazioni: (a) integrare la locomotiva americana in riparazione con quella, pur scassata, europea, creando un accordo euro/dollaro, anche per salvare il primo, rafforzando così il centro economico del pianeta; (b) regolare la finanza non ingabbiandola, ma per ridarle nuove capacità di leva e così far tornare abbondante il capitale; (c) salvare i regimi cinese, russo, iraniano, ecc. per evitarne nazionalismi bellicisti, ma condizionandoli. Obama, visto lo staff che gli hanno imposto, è su questa linea, ma potrebbe optare per un accordo con i cinesi: Pechino dare soldi, Obama fare boom. L’Europa resterebbe marginalizzata e nei guai. Per questo i governanti europei dovrebbero trasformarsi in fretta da gufi, o galline, in aquile.
Carlo Pelanda (Il Foglio, 3 dicembre 2008)

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Banche Cultura finanziaria

Persone e cultura finanziaria: ovvero, il problema non sono solo le banche (cattive).

Proviamo a tornare sulla questione dell’educazione finanziaria, provando ad individuare, per le nostre banche, i problemi sul tappeto e le possibili soluzioni.
Dapprima una constatazione quantitativa e, apparentemente, paradossale. Così come nella fase immediatamente precedente l’introduzione dell’euro, così anche in questo momento storico il portafoglio dei risparmiatori italiani si caratterizza per un elevatissimo ammontare di liquidità: così come avvenuto un decennio fa, si assiste ad un vistoso scollamento fra comportamenti effettivi e comportamenti razionali, offerta bancaria e dell’industria del risparmio gestito. Da inizio anno la raccolta netta degli OICR ha registrato un segno pesantemente negativo  (cfr.dati Assoreti) con una maggiore incidenza per fondi azionari ed obbligazionari. Fanno eccezione i soli fondi di liquidità, che mostrano un segno positivo. Molti ricorderanno che, alla vigilia dell’entrata in vigore dell’euro i risparmiatori, orfani dei titoli di Stato, furono dirottati sui fondi di liquidità: ovvero, venne loro proposto (e, a quanto pare, viene tuttora) di pagare commissioni per fare comprare da altri ciò che prima compravano da soli (!).
È singolare annotare che, così come dieci anni fa sarebbe stato intelligente –se non per tutti i risparmiatori, ovviamente, almeno per alcuni- ricomporre il proprio portafoglio, almeno in parte, a favore del mercato azionario, anche ora nessun rilievo venga fatto rispetto, ed è solo un esempio, alla convenienza di acquistare azioni o altri strumenti finanziari denominati in dollari.
Sono dati che fanno riflettere: in un Paese dove la propensione all’acquisto della casa non conosce soste, la sola proposta che viene fatta al potenziale acquirente è quella di sottoscrivere un mutuo, non quella, per esempio, di scegliere un piano di accumulo azionario che consenta una significativa crescita del capitale investito nel tempo, per il quale, va detto, occorre una pazienza nell’orizzonte di investimento che certamente non fa parte del bagaglio cultural-finanziario della maggior parte della popolazione.
C’è un altro risvolto importante da esaminare: la tendenza del risparmiatore, quando non è la banca a scegliere al suo posto, a fare da solo, incoraggiato in questo da piattaforme sempre più sofisticate di trading on line e, da ultimo, dalla stessa CONSOB che sta studiando la possibilità di dematerializzare e perciò quotare i fondi comuni di investimento, destinandoli, fra l’altro, proprio al trading on line. La stessa Direttiva MiFID, ponendo, fra le altre cose, al centro della sua ristrutturazione regolamentare la possibilità, nell’interesse del risparmiatore, di accedere ad un numero sempre maggiore e più competitivo di mercati, si preoccupa unicamente dei costi dell’investimento, come se questo fosse l’unico o il principale problema.
A che serve dare la possibilità di acquistare strumenti finanziari on-line se tale acquisto avviene in maniera inconsapevole? La relazione 2005 della CONSOB mostrava coscienza di tale problema laddove evidenziava che “(..) anche i principi introdotti con le nuove direttive spingono verso un modello di mercato più aperto e per alcuni versi meno protetto; mercato nel quale chi investe deve essere dotato di un alto livello di consapevolezza dei rischi assunti e dei diritti acquisiti. Tale consapevolezza (..) è meno insita nel sistema italiano, nel quale i risparmiatori privilegiano ancora l’acquisto diretto di strumenti finanziari.”
Non è questa la sede per ricordare l’ampia letteratura sul tema del rischio di overconfidence legato al trading on line (cfr.al riguardo i numerosi contributi dei due noti studiosi californiani Barber & Odean): ma pare evidente che il principale problema dei risparmiatori italiani non può essere quello di poter compiere scelte errate più in fretta e con un minor carico di commissioni e altri costi. Si rammenta che, a seguito dell’avvento della MiFID, la tutela del risparmiatore nella modalità trading on line ed execution only è nulla, poiché il rischio resta a totale carico del risparmiatore. Il trading on-line non è, a ben riflettere, un servizio coerente con il lavoro di banche attente alle esigenze delle famiglie risparmiatrici anche se, a suo tempo, si è rivelata un’eccellente killer-application.

Per quanto detto, la normativa a tutela del risparmiatore, certamente rafforzata dall’entrata in vigore della MiFID, lascia tuttavia scoperto quello che, a mio parere, è il vero punto della questione, ovvero l’educazione finanziaria dei risparmiatori. Il punto non è la formazione, ma l’educazione.
Se da un lato appare ingenuo immaginare che di tale educazione debba farsi carico solo lo Stato, anche se è evidente l’utilità di inserire tale materia fra gli argomenti di insegnamento nelle scuole, sarebbe altrettanto velleitario immaginare che l’argomento possa essere portato avanti dal sistema bancario principale, alle prese sia con l’esigenza di creazione di valore per gli azionisti (il mercato del credito è rappresentato per oltre l’80% da banche quotate in Borsa), sia con la necessità di non far venir mai meno il canale della raccolta diretta, argomento in verità scottante, soprattutto in una fase come questa di sostanziale stabilità dei tassi, ovvero dei prezzi, delle banche stesse.
Non è immaginabile, peraltro, un riferimento tout court a Paesi finanziariamente più evoluti, dal momento che, come si è visto, anche in tali contesti si verificano i deficit descritti.

Diventa naturale, in prospettiva, il riferimento necessario alle figure professionali di chi, dentro alle banche locali e nelle reti, si occupa di risparmio: è auspicabile che l’opera di questi soggetti possa rappresentare, unitamente alla maggiore competitività che l’entrata in vigore della MiFID porta con sé ed all’inserimento dell’educazione finanziaria nelle materie di studio, una possibile soluzione o, più correttamente, un insieme di pre-condizioni più favorevoli all’evoluzione ed alla maturazione più consapevoli dei comportamenti del risparmiatore italiano.
La presenza della banca locale rappresenta un elemento insostituibile, nel panorama italiano, per consentire al risparmiatore di fruire di una consulenza che consenta scelte non appena consapevoli, ma soprattutto coerenti rispetto alla combinazione rischio-rendimento ed agli obiettivi dell’investitore. Lo stesso si può dire del lavoro dei promotori finanziari. Un’intensa attività di avvicinamento ed educazione della clientela, da svolgere non soltanto nei momenti di maggiore crescita dei mercati azionari ma anche e soprattutto in quelli meno favorevoli, non potrà che favorire scelte meditate, con una prospettiva di medio-lungo termine, unitamente a relazioni commerciali improntate ad una corretta valutazione temporale delle performances ottenute.
La spinta competitiva derivata da tale attività non potrà che avere effetti benefici in un mercato del risparmio dove l’entrata in vigore della MiFID se, per il momento, “ingessa” i comportamenti dei principali intermediari creditizi, alla lunga non potrà che generare la ricerca di relazioni più solide con la clientela, improntate ad una maggiore trasparenza, informazione e, appunto, diffusione della cultura finanziaria. Clienti più consapevoli sono, infatti, non solo risparmiatori più in grado di discernere l’effettiva qualità delle performances dei prodotti sottoscritti ma, soprattutto, investitori finalmente svincolati dalle sole logiche di breve termine nella relazione con gli intermediari (Fine).

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Banche Mutui e tassi di interesse

A proposito di mutui

Ricevo da un amico Dirigente di banca e pubblico volentieri

E’ attuale il dibattito sull’onerosità dei mutui concessi dalle banche, per l’acquisto della casa.
Si rileva la difficoltà da parte dei mutuatari al pagamento delle rate in scadenza provocato secondo l’opinione comune, dall’aumento dei tassi. L’aumento, voluto dalle banche, permetterebbe a queste di ottenere maggiori profitti penalizzando le famiglie e le piccole imprese.

Vorrei condividere con i lettori alcune riflessioni su questo argomento, contando sulla mia esperienza di 30 anni di attività in banca.

Nel 1977, appena assunto da una banca nazionale, percepivo uno stipendio mensile di circa 380 mila lire. Un operaio percepiva un salario di circa 200mila lire, un impiegato circa 250 mila.
L’affitto per una abitazione di 80/100 mq in zona centrale costava circa 70 mila lire al mese (un terzo del salario di un operaio).
L’acquisto dello stesso immobile circa 15 milioni (75 volte il salario dell’operaio)
Erano gli anni dell’iperinflazione ed i tassi sui mutui superavano il 20%. I titoli di stato con durata di 10 anni assicuravano un rendimento del 15% (rappresentava un tasso di riferimento allora come oggi) Le banche lucravano quindi una maggiorazione di circa il 5%. Chi aveva intenzione di acquistare l’abitazione disponeva quasi sempre di una somma frutto di risparmi propri o dei genitori. Di norma si finanziava il 75% della somma necessaria per l’acquisto (10/12 milioni).
Quindi si finanziavano 10 milioni di lire, con rata mensile, tasso 20%, durata 10 anni. La rata mensile era di circa 193 mila lire, gli interessi pagati per tutta la durata del mutuo alla banca erano oltre il 130% del capitale. In 10 anni, sul capitale mutuato la banca aveva un margine di circa il 32%.

Oggi, l’acquisto di un abitazione con le stesse caratteristiche, comporta una spesa di circa 250 mila euro. Un operaio percepisce circa 1200 euro al mese. Il costo è pari a 210 volte il salario mensile triplicando il peso rispetto al passato.
L’affitto costa circa 600 euro (la metà del salario). Il costo della vita non permette di risparmiare alla maggior parte delle famiglie, di conseguenza, l’abitazione viene acquistata attraverso un finanziamento che normalmente supera il 90% del prezzo. Il mutuo richiesto di norma si aggira sui 200 mila euro. Il tasso applicato è di circa il 5,5%. La banca applica un ricarico di 0,80-1,00% sul rendimento dei titoli di stato a 10 anni. La rata per un mutuo a 10 anni sarà di oltre 2.150 euro (quasi 2 volte il salario contro una rata che era inferiore al salario trenta anni prima). In 10 anni, la banca ricava un margine del 3,2% contro il 32% precedente.

Allo scopo di diminuire il peso della rata sul reddito, viene proposto una durata più lunga. Oggi si può contrarre un mutuo con durata di 40 anni. Con durata a 30 anni la rata sarà di circa 1150 euro. (la stessa proporzione di 30 anni fa ma con una durata dell’impegno di 3 volte superiore). La banca in 30 anni, ricava un margine del 10,8%.

Dall’analisi dei dati riportati emerge che:
Il costo degli immobili si è moltiplicato di 30 volte.
Il reddito è cresciuto di circa 12 volte.
Il reddito medio non consente di accumulare risparmio.
La durata dei mutui è in media triplicata.
I margine delle banche sui mutui si è ridotto ad un decimo.

Ne consegue che nella vita di una famiglia, 30 anni di debiti da pagare rappresentano una sfida dura e complessa. In un periodo così lungo, è frequente la necessità di affrontare imprevisti con oneri straordinari (auto da sostituire, cure e protesi dentarie, figli, ecc.). La mancanza di risparmio provocherà tensione finanziaria e forte disagio sociale. La serenità familiare viene messa in difficoltà dagli imprevisti. Dopo 10 anni un mutuo con scadenza a 30 anni, ha ancora un debito da pagare pari all’83% del debito iniziale. Una riduzione dell’1% dei tassi di interesse, non cambia sostanzialmente il peso rappresentato in realtà dalla durata del mutuo.

Le difficoltà sorgono dall’insieme di 2 fattori: un costo della vita sempre più elevato rispetto al reddito medio che non consente di accumulare risparmio o di pagare rate; un costo degli immobili sproporzionato rispetto alla disponibilità finanziaria presente e futura della popolazione. L’acquisto della propria abitazione, rappresenta un sogno di gran parte della popolazione ma non deve diventare un incubo. Dopo 10 anni un mutuo a 30 anni è pagato in minima parte e le difficoltà economiche possono portare alla perdita della proprietà.

Una banca che operi correttamente non può e non deve permettere tutto ciò.

Non può permetterlo, cercando di approfondire le capacità di rimborsare il prestito sulla base del reddito e della sua disponibilità futura (si pensi alla precarietà sempre maggiore del lavoro dipendente). Al limite rifiutando di fare il finanziamento.

Non deve permetterlo, mantenendo sempre direttamente la proprietà del credito e quindi gestendo in prima persona le situazioni critiche. Oggi infatti i mutui, sono venduti tramite agenzie immobiliari ed altri intermediari; vengono ceduti ad organizzazioni finanziarie internazionali tramite le cartolarizzazioni. Tutto questo comporta una spersonalizzazione dei rapporti tra mutuatari e finanziatori con logiche gestionali delle criticità, formalizzate da procedure automatiche.

Giancarlo Petrini

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Cultura finanziaria

Persone e cultura finanziaria: ovvero, il problema non sono solo le banche (cattive). Parte 1

Studiando ed insegnando si constata facilmente che se le regole, ed ancora prima i controlli, che le presuppongono, sono una necessità pacificamente accettata nell’ambito del governo dei sistemi finanziari, non altrettanta attenzione viene posta sul problema della cultura finanziaria. Normalmente si parla di regole (e di overregulation), in rapporto all’efficienza, individuando il classico tema del trade-off, ovvero dell’impossibilità di avere il massimo di efficienza e, al contempo, il massimo di stabilità.
Di overregulation si è avuto un assaggio, con il sovrapporsi pletorico, tipico degli ultimi anni, di disposizioni volte ad ampliare le tutele e rafforzare i meccanismi di controllo da parte delle Autorità preposte alla supervisione dei sistemi finanziari: basti pensare all’applicazione della normativa nota come “compliance”, alla MiFID, alla stessa applicazione di Basilea 2.
Poiché il metodo è imposto dall’oggetto e l’oggetto in questo caso è il quadro di riferimento per l’attività di intermediazione delle banche italiane inserite a pieno titolo in un ambito competitivo, vorrei affrontarlo partendo da almeno una delle due milestone irrinunciabili, a mio parere, per qualunque banca, le famiglie e le loro esigenze di risparmio, da una parte, le imprese e le loro esigenze di assistenza per la crescita e lo sviluppo dall’altro. Qui parliamo, appunto, di risparmio.

Alcune osservazioni preliminari, cominciando dalla questione della raccolta bancaria. Il risparmiatore, nella realtà così come nella totalità della letteratura finanziaria appare ed è descritto come il contraente debole dello scambio finanziario, più soggetto ai rischi delle asimmetrie informative. D’altra parte, la tutela del risparmiatore è sovente percepita come un problema esclusivamente di regole: oppure come una questione di portafoglio sicuro. Quanto al primo punto. In Italia, in particolare, il quadro regolamentare relativamente “giovane” (la CONSOB è stata istituita nel 1974 e di quegli stessi anni è la prima seria riforma dei bilanci delle SpA) ed il succedersi di scandali finanziari hanno portato spesso ad invocare regole più severe e “giri di vite”, come giusto rimedio a situazioni gravi, frutto di carenze normative e di vuoti regolamentari.
Tuttavia, se è pacificamente accettato, in letteratura e nella prassi, che le regole vi debbano essere, la semplice osservazione empirica della realtà di altri Paesi certamente più evoluti sotto il profilo finanziario (si pensi, fra tutti, agli USA, con lo scandalo ENRON, e non solo: si pensi alla Francia ed alle conseguenze della crisi dei subprime o alla Germania qualche anno fa), mostra che le regole da sole non bastano, così come non bastano le sanzioni, anche dure, comminate ai trasgressori.
Negli ultimi anni si è assistito, anche nell’ambito delle banche locali maggiormente attente ai problemi dei piccoli risparmiatori, alla proposta, a più riprese sbandierata, di un paniere di titoli sicuri, certificati, privi di rischio: così come in ambito ABI, attraverso “Patti Chiari” e, in definitiva, il medesimo processo di certificazione, si sono evidenziati comportamenti “virtuosi” tesi all’offerta di soli prodotti sicuri.
I comportamenti del sistema bancario, in questo ambito, assomigliano abbastanza a quelli di un’agenzia viaggi che, stanca di lamentele per i problemi ed i rischi incontrati dai clienti nel corso di viaggi verso mete esotiche, proponga un catalogo composto solo da soggiorni vacanze nella Riviera Romagnola, presso la Pensione Iris o la Pensione Mariuccia, con qualche puntata sul turismo per anziani a settembre.
Una migliore offerta di prodotti finanziari non è un’offerta limitata a pochi prodotti sicuri: è un’offerta il più possibile completa, in grado di incontrare le esigenze reali dei risparmiatori, attraverso domande impostate correttamente.
Vi sono, a mio parere, due questioni da dibattere: le esigenze del risparmiatore, la cui tutela va posta in primo piano e di cui la direttiva MiFID e la legislazione conseguente si fanno carico in maniera che reputo adeguata; appunto, la cultura finanziaria: sulla accezione di questo termine è opportuno fare qualche riflessione.
Sul primo punto non vorrei spendere parole già dette da molti altri, in molte altre sedi. Ritengo che la Direttiva MiFID, così come è stata recepita nel nostro Paese, possa rappresentare un quadro di riferimento importante e decisivo per l’evoluzione del nostro sistema finanziario. Tuttavia la Direttiva stessa rischierebbe di rimanere poco più di un contenitore vuoto se la sua applicazione fosse portata avanti all’interno di un sistema finanziario dove i protagonisti principali, i risparmiatori, si caratterizzano per un gap intollerabile di cultura finanziaria, che è il vero tema al centro della questione.

La cultura finanziaria non è appena un problema di competenze tecniche, pur essendo anche un problema di competenze tecniche (p.e. sapere distinguere fra tasso di interesse annuo composto, rendimento immediato e rendimento effettivo etc…): è soprattutto, a mio parere, una questione di concezione del risparmio e dei suoi obiettivi.
Cosa rende differente un individuo consapevole che uno strumento finanziario si caratterizza per una combinazione rischio-rendimento sua propria, che lo rende adatto solo a certi obiettivi di investimento e che tale combinazione va verificata in rapporto ai propri obiettivi ed alla propria propensione al rischio, da un altro che ritiene che la decisione di investire sia la conseguenza di una mera scelta fra più prodotti, preferibilmente poco rischiosi, molto redditizi e molto liquidi? Ciò che li distingue è la diversa educazione finanziaria.
Vale la pena approfondire questo punto.
Un grande maestro milanese, Mons.Giussani, quando frequentavo Economia in Università Cattolica molti anni fa, diceva che “(..) l’educazione è l’introduzione alla realtà secondo la totalità dei suoi fattori”. È proprio questo quello che manca nella finanza. Per definire il concetto di educazione finanziaria, specificando quello precedente, possiamo analizzare quello fatto proprio dall’OCSE nel 2005, che mi sembra adeguato per i nostri scopi:
L’educazione finanziaria è “(..) il processo mediante il quale gli investitori ed i consumatori incrementano la loro comprensione dei prodotti e dei concetti finanziari e, attraverso informazione, istruzione e/o consigli oggettivi, sviluppano le proprie competenze e la confidenza per fronteggiare meglio i rischi finanziari, (..) compiere scelte informate, chiedere aiuto ad esperti e fare ogni altra cosa utile ad accrescere il proprio benessere finanziario.”
Educare allora, anche sotto il profilo finanziario, è educare le persone a porsi le domande giuste.

Che si tratti di una questione educativa, prima ancora che di un aspetto tecnico è facilmente comprensibile riflettendo sulla cura che normalmente viene posta, per esempio, sull’acquisto di un’auto, confrontando le varie offerte, le prestazioni, i prezzi etc…: la stessa attenzione difficilmente viene dedicata alla scelta del mutuo, di un piano previdenziale integrativo, di un piano di accumulo. Sovente si assiste ad una dichiarazione di impotente fastidio nei confronti della questione, ritenuta esotericamente distante e lontana. La risposta ad una domanda che non si pone non è una risposta, è qualcosa di astruso ed incomprensibile.
Alcune evidenze tratte dalla letteratura e da ricerche empiriche sull’argomento.
Negli USA, il rapporto 2005 del National Council on Economic Education indica un modesto grado di conoscenza, sia negli studenti delle high-school, sia negli adulti, dei concetti di moneta, tassi di interesse, inflazione, finanza personale etc…
Un’altra organizzazione, la JumpStart Coalition for Personal Financial Literacy, ha constatato nei suoi rapporti del 2004 e del 2006 le stesse conclusioni per i soli studenti delle high-school. Due annotazioni: a)-vi erano sottogruppi caratterizzati da minore informazione in misura più marcata; b)-gli argomenti per i quali il gap informativo era più evidente riguardavano i fondi comuni e i mercati azionari.
Risultati analoghi sono stati ottenuti analizzando la situazione di altre Nazioni, quali Australia, Nuova Zelanda, Regno Unito, Germania. In Cile, dove il sistema pensionistico è in vigore da oltre 25 anni, i partecipanti ai piani previdenziali integrativi non ne conoscono affatto i dettagli (Arenas de Mesa et al., 2006). Non mi risultano ricerche analoghe in Italia, ma ritengo che la situazione non sia migliore di quella dei Paesi citati, tutti caratterizzati, a parte il Cile, dall’esistenza di sistemi finanziari molto più evoluti del nostro.
Il problema non può essere risolto, ad evidenza, semplicemente modificando i programmi scolastici o inserendo nuove materie di studio. Anche in ambiti “tecnici”, aule universitarie o scuole di formazione bancaria o imprenditoriale, la domanda che riecheggia molto spesso riguarda o la richiesta di informazioni circa attività imprenditoriali molto redditizie o consigli circa la mitica esistenza di un titolo molto redditizio, poco rischioso, molto liquido.
Né può trattarsi di una questione di regole e sanzioni. L’aver partecipato, in qualità di perito e consulente tecnico, a numerose cause in materia di “risparmio tradito”, Parmalat, Cirio o Argentina che fosse, ha rafforzato il mio convincimento circa il livello della cultura dei risparmiatori italiani: se possiamo certamente parlare in molti casi di moral hazard degli intermediari finanziari, creditizi e non, non dobbiamo dimenticare che spesso i risparmiatori erano (sono) individui la cui concezione del risparmio:
• eliminava (elimina) completamente il concetto di fatica e di tempo;
• identificava (identifica) grossolanamente nel rendimento lordo l’unico parametro;
• assimilava (assimila) la banca agli uffici di un allibratore.
La direttiva MiFID non si occupa di questi argomenti, se non formalizzando in maniera molto più esplicita e completa che in passato i punti che una buona prassi, conforme alla legge, deve fare propri. Ma si limita, in realtà, a stabilire una tutela minima, sia pure di particolare spessore, senza ovviamente andare ad intaccare la questione educativa (fine prima parte).