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Cultura finanziaria

Persone e cultura finanziaria: ovvero, il problema non sono solo le banche (cattive). Parte 1

Studiando ed insegnando si constata facilmente che se le regole, ed ancora prima i controlli, che le presuppongono, sono una necessità pacificamente accettata nell’ambito del governo dei sistemi finanziari, non altrettanta attenzione viene posta sul problema della cultura finanziaria. Normalmente si parla di regole (e di overregulation), in rapporto all’efficienza, individuando il classico tema del trade-off, ovvero dell’impossibilità di avere il massimo di efficienza e, al contempo, il massimo di stabilità.
Di overregulation si è avuto un assaggio, con il sovrapporsi pletorico, tipico degli ultimi anni, di disposizioni volte ad ampliare le tutele e rafforzare i meccanismi di controllo da parte delle Autorità preposte alla supervisione dei sistemi finanziari: basti pensare all’applicazione della normativa nota come “compliance”, alla MiFID, alla stessa applicazione di Basilea 2.
Poiché il metodo è imposto dall’oggetto e l’oggetto in questo caso è il quadro di riferimento per l’attività di intermediazione delle banche italiane inserite a pieno titolo in un ambito competitivo, vorrei affrontarlo partendo da almeno una delle due milestone irrinunciabili, a mio parere, per qualunque banca, le famiglie e le loro esigenze di risparmio, da una parte, le imprese e le loro esigenze di assistenza per la crescita e lo sviluppo dall’altro. Qui parliamo, appunto, di risparmio.

Alcune osservazioni preliminari, cominciando dalla questione della raccolta bancaria. Il risparmiatore, nella realtà così come nella totalità della letteratura finanziaria appare ed è descritto come il contraente debole dello scambio finanziario, più soggetto ai rischi delle asimmetrie informative. D’altra parte, la tutela del risparmiatore è sovente percepita come un problema esclusivamente di regole: oppure come una questione di portafoglio sicuro. Quanto al primo punto. In Italia, in particolare, il quadro regolamentare relativamente “giovane” (la CONSOB è stata istituita nel 1974 e di quegli stessi anni è la prima seria riforma dei bilanci delle SpA) ed il succedersi di scandali finanziari hanno portato spesso ad invocare regole più severe e “giri di vite”, come giusto rimedio a situazioni gravi, frutto di carenze normative e di vuoti regolamentari.
Tuttavia, se è pacificamente accettato, in letteratura e nella prassi, che le regole vi debbano essere, la semplice osservazione empirica della realtà di altri Paesi certamente più evoluti sotto il profilo finanziario (si pensi, fra tutti, agli USA, con lo scandalo ENRON, e non solo: si pensi alla Francia ed alle conseguenze della crisi dei subprime o alla Germania qualche anno fa), mostra che le regole da sole non bastano, così come non bastano le sanzioni, anche dure, comminate ai trasgressori.
Negli ultimi anni si è assistito, anche nell’ambito delle banche locali maggiormente attente ai problemi dei piccoli risparmiatori, alla proposta, a più riprese sbandierata, di un paniere di titoli sicuri, certificati, privi di rischio: così come in ambito ABI, attraverso “Patti Chiari” e, in definitiva, il medesimo processo di certificazione, si sono evidenziati comportamenti “virtuosi” tesi all’offerta di soli prodotti sicuri.
I comportamenti del sistema bancario, in questo ambito, assomigliano abbastanza a quelli di un’agenzia viaggi che, stanca di lamentele per i problemi ed i rischi incontrati dai clienti nel corso di viaggi verso mete esotiche, proponga un catalogo composto solo da soggiorni vacanze nella Riviera Romagnola, presso la Pensione Iris o la Pensione Mariuccia, con qualche puntata sul turismo per anziani a settembre.
Una migliore offerta di prodotti finanziari non è un’offerta limitata a pochi prodotti sicuri: è un’offerta il più possibile completa, in grado di incontrare le esigenze reali dei risparmiatori, attraverso domande impostate correttamente.
Vi sono, a mio parere, due questioni da dibattere: le esigenze del risparmiatore, la cui tutela va posta in primo piano e di cui la direttiva MiFID e la legislazione conseguente si fanno carico in maniera che reputo adeguata; appunto, la cultura finanziaria: sulla accezione di questo termine è opportuno fare qualche riflessione.
Sul primo punto non vorrei spendere parole già dette da molti altri, in molte altre sedi. Ritengo che la Direttiva MiFID, così come è stata recepita nel nostro Paese, possa rappresentare un quadro di riferimento importante e decisivo per l’evoluzione del nostro sistema finanziario. Tuttavia la Direttiva stessa rischierebbe di rimanere poco più di un contenitore vuoto se la sua applicazione fosse portata avanti all’interno di un sistema finanziario dove i protagonisti principali, i risparmiatori, si caratterizzano per un gap intollerabile di cultura finanziaria, che è il vero tema al centro della questione.

La cultura finanziaria non è appena un problema di competenze tecniche, pur essendo anche un problema di competenze tecniche (p.e. sapere distinguere fra tasso di interesse annuo composto, rendimento immediato e rendimento effettivo etc…): è soprattutto, a mio parere, una questione di concezione del risparmio e dei suoi obiettivi.
Cosa rende differente un individuo consapevole che uno strumento finanziario si caratterizza per una combinazione rischio-rendimento sua propria, che lo rende adatto solo a certi obiettivi di investimento e che tale combinazione va verificata in rapporto ai propri obiettivi ed alla propria propensione al rischio, da un altro che ritiene che la decisione di investire sia la conseguenza di una mera scelta fra più prodotti, preferibilmente poco rischiosi, molto redditizi e molto liquidi? Ciò che li distingue è la diversa educazione finanziaria.
Vale la pena approfondire questo punto.
Un grande maestro milanese, Mons.Giussani, quando frequentavo Economia in Università Cattolica molti anni fa, diceva che “(..) l’educazione è l’introduzione alla realtà secondo la totalità dei suoi fattori”. È proprio questo quello che manca nella finanza. Per definire il concetto di educazione finanziaria, specificando quello precedente, possiamo analizzare quello fatto proprio dall’OCSE nel 2005, che mi sembra adeguato per i nostri scopi:
L’educazione finanziaria è “(..) il processo mediante il quale gli investitori ed i consumatori incrementano la loro comprensione dei prodotti e dei concetti finanziari e, attraverso informazione, istruzione e/o consigli oggettivi, sviluppano le proprie competenze e la confidenza per fronteggiare meglio i rischi finanziari, (..) compiere scelte informate, chiedere aiuto ad esperti e fare ogni altra cosa utile ad accrescere il proprio benessere finanziario.”
Educare allora, anche sotto il profilo finanziario, è educare le persone a porsi le domande giuste.

Che si tratti di una questione educativa, prima ancora che di un aspetto tecnico è facilmente comprensibile riflettendo sulla cura che normalmente viene posta, per esempio, sull’acquisto di un’auto, confrontando le varie offerte, le prestazioni, i prezzi etc…: la stessa attenzione difficilmente viene dedicata alla scelta del mutuo, di un piano previdenziale integrativo, di un piano di accumulo. Sovente si assiste ad una dichiarazione di impotente fastidio nei confronti della questione, ritenuta esotericamente distante e lontana. La risposta ad una domanda che non si pone non è una risposta, è qualcosa di astruso ed incomprensibile.
Alcune evidenze tratte dalla letteratura e da ricerche empiriche sull’argomento.
Negli USA, il rapporto 2005 del National Council on Economic Education indica un modesto grado di conoscenza, sia negli studenti delle high-school, sia negli adulti, dei concetti di moneta, tassi di interesse, inflazione, finanza personale etc…
Un’altra organizzazione, la JumpStart Coalition for Personal Financial Literacy, ha constatato nei suoi rapporti del 2004 e del 2006 le stesse conclusioni per i soli studenti delle high-school. Due annotazioni: a)-vi erano sottogruppi caratterizzati da minore informazione in misura più marcata; b)-gli argomenti per i quali il gap informativo era più evidente riguardavano i fondi comuni e i mercati azionari.
Risultati analoghi sono stati ottenuti analizzando la situazione di altre Nazioni, quali Australia, Nuova Zelanda, Regno Unito, Germania. In Cile, dove il sistema pensionistico è in vigore da oltre 25 anni, i partecipanti ai piani previdenziali integrativi non ne conoscono affatto i dettagli (Arenas de Mesa et al., 2006). Non mi risultano ricerche analoghe in Italia, ma ritengo che la situazione non sia migliore di quella dei Paesi citati, tutti caratterizzati, a parte il Cile, dall’esistenza di sistemi finanziari molto più evoluti del nostro.
Il problema non può essere risolto, ad evidenza, semplicemente modificando i programmi scolastici o inserendo nuove materie di studio. Anche in ambiti “tecnici”, aule universitarie o scuole di formazione bancaria o imprenditoriale, la domanda che riecheggia molto spesso riguarda o la richiesta di informazioni circa attività imprenditoriali molto redditizie o consigli circa la mitica esistenza di un titolo molto redditizio, poco rischioso, molto liquido.
Né può trattarsi di una questione di regole e sanzioni. L’aver partecipato, in qualità di perito e consulente tecnico, a numerose cause in materia di “risparmio tradito”, Parmalat, Cirio o Argentina che fosse, ha rafforzato il mio convincimento circa il livello della cultura dei risparmiatori italiani: se possiamo certamente parlare in molti casi di moral hazard degli intermediari finanziari, creditizi e non, non dobbiamo dimenticare che spesso i risparmiatori erano (sono) individui la cui concezione del risparmio:
• eliminava (elimina) completamente il concetto di fatica e di tempo;
• identificava (identifica) grossolanamente nel rendimento lordo l’unico parametro;
• assimilava (assimila) la banca agli uffici di un allibratore.
La direttiva MiFID non si occupa di questi argomenti, se non formalizzando in maniera molto più esplicita e completa che in passato i punti che una buona prassi, conforme alla legge, deve fare propri. Ma si limita, in realtà, a stabilire una tutela minima, sia pure di particolare spessore, senza ovviamente andare ad intaccare la questione educativa (fine prima parte).