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Special situations (Di cosa sta parlando?).

Special situations (Di cosa sta parlando?).

«Le banche escono dal seminato, fanno le banche di sistema. Una volta convertiti in capitale i crediti verso un’azienda in difficoltà cercano di difendere i propri bilanci posticipando il più possibile l’emergere di criticità» ha dichiarato a Il Sole 24 Ore Enrico Ceccato, managing partner di Orlando Italy, uno dei pochi fondi di private equity italiani attivi nel campo nelle ristrutturazioni aziendali (special situations). «Questo – aggiunge – blocca il sistema e rende difficile per gli operatori specializzati investire».

Di chi stia parlando è chiaro: oltre a Intesa, anche Unicredit ha girato la prua nella direzione di una nuova vocazione di “banca di sistema“. Di cosa stia parlando Ceccato è molto meno chiaro. Forse Ceccato ignora, o finge di non sapere, che semmai c’è stato un momento sbagliato per le banche per trasformare crediti in liquidità è proprio questo, con la necessità di ricapitalizzare in vista di Basilea 3 e, più in generale, il dover restare assai liquidi. Ad ogni buon conto, quello che a detta di Ceccato è così chiaro e lampante sembra, nella realtà, molto meno evidente, soprattutto se parliamo di Pmi, i cui pacchetti azionari non interessano le banche. Se invece si sta discutendo di grandi imprese, magari quotate, allora parliamone, magari in altra sede. D’altra parte è la stessa AIFI, l’associazione che raggruppa gli investitori istituzionali nel capitale di rischio, a ricordare, per bocca del suo Presidente, Anna Gervasoni, che negli ultimi 7 anni sono state compiute la miseria di 38 (sic) operazioni da parte di investitori specializzati in ristrutturazioni (special situations). Il problema non sono le banche, anche se le banche hanno sempre colpa di qualche cosa; e forse si potrebbe ricominciare a parlare di cultura imprenditoriale e del ruolo effettivo di questi operatori i quali, se non trovano spazi, forse qualche interrogativo esistenziale dovrebbero porselo.

 

 

 

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C’è un grosso limite 2 (ecosistemi e mondi perfetti).

C’è un grosso limite 2.

Dunque sul tavolo c’è mezzo miliardo, non poco per un paese «in cui gli operatori sono pochi ed è sempre difficile raccogliere capitali», come fa notare ancora Gervasoni. Il problema, semmai, è quello di paracadutarlo su iniziative interessanti, che facciano crescere le imprese e remunerino il capitale investito. «È già un miracolo quando ci viene sottoposta una realtà che supera il mezzo milione di fatturato, la soglia minima oltre la quale si può effettivamente parlare di impresa – aggiunge ancora Campanella –. L’ecosistema è troppo frammentato, scandito da logiche individualistiche. E spesso si assiste a investimenti dettati più dalle relazioni personali che dall’effettiva qualità del business plan presentato».

In un mondo perfetto le università sfornerebbero innovazioni non troppo lontane dal mercato e innovatori capaci di fare i manager, i fondi darebbero prova di sensibilità tecnologica e massima trasparenza, le istituzioni promuoverebbero l’efficienza del sistema attraverso pochi strumenti, ma buoni. Evidentemente l’Italia – ma non solo – è piuttosto indietro, e tutti al momento hanno buoni motivi per lamentarsi. Come uscirne? «Imparando a dotarci di un approccio italiano al venture capital, e smettendola di mutuare modelli altrui», suggerisce ancora la direttrice Aifi. «Tutti dobbiamo cambiare i nostri mantra», scherza Gervasoni.

Forse Gervasoni non stava scherzando mentre parlava con Marco Ferrando. E poiché insegnando contemporaneamente lavora nello stesso mondo del quale parla, sa bene che i mondi perfetti esistono solo per dimostrare principi inapplicabili; e gli eco-sistemi forse sarebbe meglio lasciarli ai naturalisti. Altrimenti si cercano le stelle alpine sulla spiaggia di Viserbella, trovando, tutt’al più, pensioni con vista ferrovia.

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C’è un grosso limite.

C’è un grosso limite.

Insieme con il suo team di analisti, Giuseppe Campanella tra il 2009 e il 2010 ha girato l’Italia in lungo e in largo: 150mila chilometri in tutto, ha calcolato, a caccia di giovani imprese in cui vale la pena di investire. In totale ne ha incontrate 450, ma alla fine per il presidente di Fondamenta Sgr, che tra gli altri segue il fondo di venture capital TTVenture finanziato da un pool di fondazioni bancarie e dalla Cdc milanese, il bottino è stato di appena sei investimenti conclusi. Certo non moltissimi, ma in Italia il trend è questo. E nel resto d’Europa non si fa molto di più. Da un lato valanghe di dossier, dall’altro una manciata di operazioni; in mezzo, una marea di aspettative, due diligence, negoziati e deal mancati, «perché in fondo c’è ancora un grosso limite di cultura e più in generale di trasparenza», osserva Campanella.

Criticità non nuove. Che però non devono nascondere l’altra faccia di una stessa medaglia: mediamente ogni anno le operazioni di venture capital sono un centinaio, e una su dieci vede protagonista uno spin-off universitario. E soprattutto, in Italia, oggi «ci sono almeno 500 milioni di capitali raccolti dai fondi di venture capital che aspettano di essere investiti», come ha ricordato Anna Gervasoni, direttrice dell’Aifi.

Così comincia l’articolo di Marco Ferrando sul Sole 24 Ore di mercoledì, a proposito del “tesoretto” dei fondi. Che, forse, nella testa degli imprenditori assomiglia davvero ad un tesoro nascosto, difficile da trovare ma in possesso del quale saranno risolti tutti i problemi. Gli aspetti deprecati da Campanella non sono nuovi, in colloqui analoghi avvenuti oltre dieci anni fa avevo riscontrato le medesime tematiche. La vera novità -che esiterei molto a definire positiva- riguarda la lamentazione, in materia di cultura e di trasparenza, fatta propria da Campanella. Che appunto perché viaggia in lungo e in largo l’Italia dovrebbe sapere che la realtà è questa: che le Pmi o le idee di Pmi o i sogni delle Pmi sono tali perché fatti propri da piccoli imprenditori, raramente acculturati e quasi mai in possesso di preparazione manageriale. Se questa ci fosse, del resto, perché andarla a cercare?