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Né veline, né tronisti (questioni morali).

Una di queste studentesse – occhi limpidi e lentiggini sparse – avanzava fieramente fra la folla brandendo un cartello con la scritta: “E va bene, vorrà dire che farò la spogliarellista”. Lo slogan, molto più sintetico in inglese, intendeva essere graffiante ma rivela lo spirito intrinseco della sua generazione. Migliaia di sue coetanee sono state inconsapevolmente educate dalla società commerciale britannica ad affollare catene come Primark o Topshop (a seconda del ceto) che si fanno un vanto della dicotomia “ama la moda, odia i prezzi”. Pavlovianamente rispondono a questi principii: tutto dev’essere acquistabile, siano dei jeans fucsia o la laurea in lettere antiche; bisogna pretendere sempre di comprare il meglio; bisogna trovare una maniera di pagarlo il meno possibile; se non si ha denaro per l’acquisto bisogna barcamenarsi a tirarlo su in ogni maniera, facendo lezioni private o la spogliarellista. Bene, andate a dirlo ai pari età italiani, che a Pavia ho visto agitare cartelli con su scritto “Né veline né tronisti”. Costoro rispondevano all’impulso opposto, allineandosi alla seriosa retorica genitoriale del non-si-fa, applicata a ogni risultato che possa essere conseguito non con lacrime sudore e dedizione ma con una strada scintillante di lustrini.
Fondete i cortei italiani e britannici e vedrete che dopo mezz’ora inizieranno a darsele di santa ragione, avendo scoperto che pur rassomigliandosi protestano per ragioni opposte: gli italiani per l’ideale che la cultura non si compri, i britannici perché esigono un forte ribasso. In particolare sarebbe interessante mettere faccia a faccia la studentessa che a Pavia brandiva la scritta “Il futuro non è un marito ricco” con quella che a Londra protestava: “Se non vado all’università non incontrerò mai il mio principe azzurro”.

Antonio Gurrado, Il Foglio 11 dicembre 2010

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Regno Unito Università

Questioni monetarie.

(..) In realtà questi episodi, lungi dall’essere frutto di una pianificazione, sono degli atti mancati di squisito freudismo, espressione esasperata delle differenti pulsioni sottostanti alle proteste dei giovani italiani e dei britannici. Per comprendere la distanza incolmabile che intercorre fra loro basta leggere i manifesti che hanno portato in piazza. A Londra, ai teppisti incappucciati che montavano sul tetto dei furgoni della polizia si sono affiancate candidissime liceali in divisa, preoccupate dall’eliminazione del tetto massimo alle tasse universitarie: se iscrivendosi l’anno scorso avrebbero pagato 3.200 sterline annue sia iscrivendosi a Oxford o Cambridge sia consegnandosi nelle spire della più scassata università del Regno, ora per ottenere il meglio dell’accademia inglese dovranno sborsare forse anche il triplo.
Antonio Gurrado, Il Foglio, 11 dicembre 2010

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Triste ammetterlo.

Oxford. Infilare le università in una graduatoria mondiale non ha molto senso perché la loro qualità andrebbe calcolata sul beneficio che ciascuna facoltà o dipartimento può garantire a ogni singolo alunno. Per questo i QS World University Rankings hanno risultati discutibili: Oxford peggio dell’University College London? L’École Normale Supérieure trentatreesima? Bologna e la Sapienza
uniche due università italiane decenti? Fra le righe, la graduatoria fornisce anche un’importante indicazione per il futuro delle accademie. Sulle duecento università eccellenti, la prima non anglofona è Zurigo al diciottesimo posto, quelle francofone arrancano, le italofone sono disperse. Si è creata una lega stabile di sedi nelle quali circola un vortice di pubblicazioni accademiche in inglese, che traggono affidabilità e prestigio da recensioni favorevoli incrociate. Triste ammetterlo, ma pubblicare in italiano significa condannarsi alla periferia dell’Impero.

Antonio Gurrado, Oxford University fellow