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ABI Alessandro Berti Banca d'Italia Banche Crisi finanziaria Lavorare in banca

Resilienza, valore e “risiko” bancario.

Resilienza, valore e “risiko” bancario.

Se c’è una cosa di cui essere grati al proprio Maestro, il prof.Giampaoli, è la diffidenza che mi ha insegnato nei confronti delle frasi fatte. Il titolo del post le riassume quasi tutte, manca solo “tesoretto” ma ci ha pensato Victor Massiah a tirarla fuori, nel presentare l’aggiornamento al piano industriale di UBI e nel definire come ostile e non concordata la proposta di Intesa. Tutto come da copione o quasi, salvo un chiaro atteggiamento a mio parere puramente difensivo (Intesa crescerà in Italia ma non all’estero, la fusione non crea valore per gli azionisti etc…) e, soprattutto, povero di argomenti veri. Le slides, scaricabili dal sito parlano più che altro di dividendi: e alla voce costo del lavoro si intuisce en passant che comunque, a prescindere dalla fusione, sarebbe un discreto bagno di sangue. Il vero argomento o, se si preferisce, la ciliegina sulla torta, è rappresentata  dal fatto che “si evidenzia un excess capital di circa €840 milioni di € che potranno essere distribuiti, corrispondenti a un cumulato di oltre 73 centesimi di euro per azione nel triennio. (…) . La crescita del monte dividendi disponibili rende inoltre evidente agli azionisti la dimensione del valore intrinseco della loro Banca.” 

Negli anni precedenti al 2008 Alessandro Profumo, parlava di free capital per fare acquisizioni, cresceva  e remunerava comunque gli azionisti: chissà cosa risulta a Massiah e al board di UBI simulando una bella fusione con MPS?

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Alessandro Berti Analisi finanziaria e di bilancio Banche Banche di credito cooperativo

#ilmagazzinoèfalso, #ccnopertutti, #ilsegretoèconoscerelaspugna.

#ilmagazzinoèfalso, #ccnopertutti, #ilsegretoèconoscerelaspugna.

scrooge_mcduckVenerdì è terminato un corso, il primo dopo molto tempo, destinato a formare consulenti e gestori imprese per le Bcc dell’Emilia-Romagna. Non può che farmi piacere notare, nel desolante panorama del sistema bancario italiano, che ci siano banche che decidono di investire sulla relazione anziché, come predica qualcuno, sulla transazione, vendendo polizze, fondi di investimento e carte di credito (dimenticando che il loro conto economico poggia e potrà appoggiare anche in futuro soltanto sul margine di interesse, pena lo stravolgimento di quella che a qualche somaro piace chiamare mission).

Non mi stupirò, invece, mai abbastanza, per tutte le volte che, dentro il lavoro d’aula, certamente molto prolungato (ci siamo visti a intervalli regolari per quasi due mesi) nasce un rapporto davvero speciale con una classe di persone i cui hashtag, solo parzialmente riportati nel titolo, la dicono lunga su quanto si potrebbe ottenere dal lavoro bancario se solo si fornissero i criteri e gli strumenti. E la sorpresa con cui, molto spesso, chi mi ascolta riflette sulla probabile inattendibilità dei dati del magazzino (che è liquidità solo nel caso fumettistico di Zio Paperone) è sintomatica di quanto sia desueto un approccio critico, non in quanto negativo, ma in quanto finalizzato ad orientare correttamente la relazione. Anche se è comprensibile che trovare le parole per dire ad un cliente -che peraltro ti paga, o dovrebbe- che il suo magazzino è falso non sia proprio facilissimo…

Auguro a tutti gli amici che hanno partecipato alle lezioni sulla consulenza alle Pmi in questi giorni a Rimini di potersi sporcare le mani presto sulla realtà, lavorando sul difficile crinale di un aiuto che è, anzitutto, finalizzato a salvaguardare l’impresa come centro di esperienza, fattore umano, storie di lavoro. Ma soprattutto auguro ai loro clienti di poterli incontrare in questa veste, perché vorrà dire che le loro banche, finalmente, hanno deciso di aiutarli, andando oltre la semplice questione dell’erogare quattrini.

Infine, come ricordava il mio Maestro Giampaoli, non c’è nessuna paga che possa equivalere alla soddisfazione interiore nel vedere facce come queste. Ovvero di persone che si sono implicate, messe in discussione e hanno lavorato, insieme. Grazie a ognuno di loro.

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Alessandro Berti Analisi finanziaria e di bilancio Banche Crisi finanziaria Fabbisogno finanziario d'impresa Indebitamento delle imprese PMI Relazioni di clientela Università USA

Chi non ha sensibilità, non ha etica (Su etica e professione).

Chi non ha sensibilità, non ha etica (Su etica e professione).

In una società in crisi economica e sociale: il ruolo del commercialista.

Il codice deontologico

Relazione a cura del

Prof.dr.Alessandro Berti

Associato di Tecnica Bancaria ed Economia degli Intermediari Finanziari

Scuola di Economia

Università degli Studi di Urbino “Carlo Bo”

 

Buongiorno a tutti.

Ringrazio anzitutto l’Ordine che mi ha invitato, nella persona della Collega Silvia Cecchini, dandomi l’opportunità di riflettere, per preparare questa mia relazione, su un tema così importante. Ringrazio ognuno di Voi che, in queste giornate così convulse, come da tradizione, ha deciso di investire un po’ del proprio tempo per condividere queste riflessioni.

Mentre pensavo all’ordine del mio intervento, avevo ben chiare due affermazioni, che ho spesso sentito riecheggiare nella mia esperienza ma che, per la prima volta, ho udito in un’aula dell’Università Cattolica, quando ero matricola a Economia.

Non c’è ideale al quale possiamo sacrificarci, perché di tutti noi conosciamo le menzogne, noi che non sappiamo cosa sia la verità.” Così si esprime André Malraux, sottolineando una vera e propria disperazione rispetto alla propria impotenza etica.

E Franz Kafka afferma: ”Anch’io come chiunque altro ho in me fin dalla nascita un centro di gravità che neanche la più pazza educazione è riuscito a spostare. Ce l’ho ancora questo centro di gravità, ma in un certo qual modo non c’è più il corpo relativo.” Il che è come dire che l’uomo ha un’esigenza di significato unitario, per sé e per le cose che fa, per tutto, ma che la vita è distante dall’ideale, il “corpo relativo”, appunto, è altrove.

Perché parlare di ideale, se in finale dobbiamo semplicemente discutere il significato (penso che usare il verbo “illustrare” sarebbe offensivo per ognuno di Voi, quasi che io, pure iscritto all’Albo, debba spiegare a dei Colleghi un elemento così importante del proprio lavoro e della propria appartenenza professionale) di un codice il cui scopo è sintetizzato nella definizione di deontologia, ovvero un neologismo coniato dal filosofo inglese J. Bentham, che appare per la prima volta nel 1834 in un suo trattato postumo; dal greco: [deon] dovere e [logos] discorso, studio. Ovvero, ad essere letterali e riduttivi, un insieme di regole comportamentali.

La deontologia parte dal presupposto che il fine non giustifica i mezzi, ma che il fine è il mezzo. La questione sarebbe ingiustamente relegata a codici etici per professioni ad elevato rischio morale –psicologi, medici, avvocati-  che pure offrono un campo amplissimo di indagine, se non si tenesse conto che essa sorge sulla base di un presupposto molto più grande.

Il presupposto di tutto sta come sempre nella libertà individuale (e per conseguenza nella posizione di potere che questa attribuisce a chi esercita una determinata professione), ponendo la necessità di un fondamento etico che stia a monte del libero arbitrio del singolo. Ho detto fondamento etico, e non regole, di proposito: più avanti spiegherò il perché.

Quale sia il fondamento etico del nostro codice, ciò che ci viene proposto dall’Ordine Nazionale (secondo me ad un livello minimo, elementare: che non significa ridurne la portata, ma semplicemente porre la questione della responsabilità personale, che va ben oltre il rispetto di tale livello minimo di regole) è ben sintetizzato nell’articolo 5, che mi permetto di rammentarvi:

 

Articolo 5

INTERESSE PUBBLICO

1. Il professionista ha il dovere e la responsabilità di agire nell’interesse pubblico.

2. Soltanto nel rispetto dell’interesse pubblico egli potrà soddisfare le necessità del proprio cliente.

Il tema dell’interesse pubblico coincide, a mio parere, con quello che mi sembra più rispondente al sentire di ognuno, non appena in questa fase storica ma più in generale, del bene comune. È facile individuare, agli antipodi del bene comune, il bene individuale o meglio, l’esasperazione della soddisfazione di quest’ultimo, l’individualismo.

“L’individualismo” -afferma Juliàn Carròn in un intervento del 2009- “è un tentativo di risolvere i problemi vecchio come l’uomo, implicando il rapporto tra il proprio bene e il bene altrui, la tensione tra io e comunità. Il fatto di non vivere da soli, bensì di essere sempre all’interno di una comunità, ci costringe a decidere in continuazione il modo di affrontare questo paradosso.

Noi siamo chiamati a vivere questa sfida in un contesto culturale in cui la risposta a questa tensione sembra palese: l’individualismo. Detto con una frase: io raggiungo meglio il mio bene se prescindo dagli altri. Di più: l’individualista vede nell’altro una minaccia per raggiungere lo scopo della propria felicità. È quanto si può riassumere nello slogan che definisce l’atteggiamento proprio di questa mentalità: homo homini lupus.

Ma dicendo così la modernità si mostra incapace di dare una risposta esauriente, vale a dire che contempli tutti i fattori in gioco. Infatti la concezione individualista risolve il problema cancellando uno dei poli della tensione. E una soluzione che deve eliminare uno dei fattori in gioco, semplicemente, non è una vera soluzione.

Fino a quale punto questa impostazione è sbagliata si vede dal fatto, emerso clamorosamente, della sempre più urgentemente sentita richiesta di regole. Quanto più l’altro è concepito come un potenziale nemico, tanto più viene a galla la necessità d’un intervento dall’esterno per gestire i conflitti. Questo è il paradosso della modernità: più incoraggia l’individualismo, più è costretta a moltiplicare le regole permettere sotto controllo il “lupo” che ognuno di noi si rivela potenzialmente essere. Il clamoroso fallimento di questa impostazione è oggi davanti a tutti, malgrado i tentativi di nasconderlo. Non ci saranno mai abbastanza regole per ammaestrare i lupi. Questo è l’esito tremendo quando si punta tutto sull’etica invece che sull’educazione, cioè su un adeguato rapporto tra l’io e gli altri. Ma non è tanto l’incapacità delle regole a costituire il problema. La vera questione è che l’individualismo è fondato su un errore madornale: pensare che la felicità corrisponda all’accumulo.

In questo la modernità dimostra ancora una volta la mancanza di conoscenza dell’autentica natura dell’uomo, di quella sproporzione strutturale di leopardiana memoria. Per questo l’individualismo, ancor più che sbagliato, è inutile per risolvere il dramma dell’uomo. Inoltre occorrerebbe aggiungere anche un ulteriore inganno, proclamato dal potere dominante: che si possa essere felici a prescindere dagli altri.” (J.Carròn, 2009)

Vi sono numerosi esempi di quanto affermato da Carròn, a partire dal più elementare, e drammatico, di tutti: la pena di morte, negli Stati degli USA dove è in vigore, non ha eliminato il crimine, né lo ha disincentivato. La più severa sanzione posta a tutela delle regole, la perdita della propria vita, non impedisce che l’uomo possa violarle.

Ancora, e venendo ad esempi più vicini alla sensibilità di chi è presente oggi, alla sensibilità di chi deve paragonare etica ed affari quotidianamente: le pene, per certi versi bizzarre (ergastoli plurimi, condanne secolari), ancorché severissime in vigore negli USA (45 anziché 150 anni di galera, come nel caso rispettivamente di Kenneth Lay –Enron- e di Bernie Madoff, truffatore da 47 mld. di €) non impediscono che si commettano reati finanziari. E Worldcom, con il fondatore Bernie Ebbers che a 63 anni ne prende 25 di galera, ovvero l’ergastolo, non è da meno.

Lo scrittore inglese G.K.Chesterton affermava che “l’errore è una verità impazzita.” L’individualismo, sotto questo profilo, risponde alla definizione chestertoniana, laddove esaspera, mettendola al primo posto, la ricerca di benefici individuali, anche a scapito del benessere collettivo, danneggiando altre persone o i loro beni.

Alcuni esempi, tratti dall’esperienza di un lavoro, quello che svolgo personalmente, spesso giocato nella terra di nessuno che sta tra la banca e l’impresa, tra il finanziatore e il debitore. Penso che parlare della propria esperienza personale valga più di mille esempi teorici, perché fa riferimento a qualcosa che si conosce direttamente.

Personalmente mi occupo di modelli per la valutazione del rischio di credito e di analisi del merito di credito, lavorando prevalentemente dal lato bancario nell’esame di situazioni aziendali sovente borderline, ovvero squilibrate sia sotto il profilo economico, sia sotto quello finanziario. In tale veste vengo spesso in contatto con documenti contabili la cui rispondenza ai requisiti di verità, chiarezza e precisione è del tutto inverosimile. È altrettanto frequente che, nel corso di seminari o di corsi di formazione, soprattutto in banca, ma anche nell’ambito di consessi imprenditoriali, si verifichino discussioni, in sede dell’analisi di casi aziendali, nelle quali il dottore commercialista, o presunto tale, sia chiamato in ballo con frasi del tipo: “La colpa se hanno così tanti debiti è dei commercialisti, che li hanno convinti a scaricare gli interessi passivi” oppure ancora “Sono i commercialisti che fanno i bilanci e sono loro che li presentano in banca”. Tralascio i commenti e le facili ironie, perché penso che sia opportuno riflettere ulteriormente, e proprio a partire dalla deontologia applicata, se volete, in modo pedestre.

Nella veste di consulente di alcune banche, peraltro, mi è capitato spesso di ascoltare, nell’ambito di riunioni di Consigli di Amministrazione o in altre circostanze, frasi del tipo: “Non possiamo andare contro i commercialisti, soprattutto se sono nel collegio sindacale: e poi rischieremmo che portino i loro clienti in un’altra banca”. La crisi si è incaricata, progressivamente ma inesorabilmente, di incrinare questa concezione improntata ad un rapporto banca-impresa incentrato esclusivamente sulla copertura del fabbisogno, anziché sulla sua valutazione in termini di natura, qualità e durata (secondo gli insegnamenti del mio Maestro, mio e Vostro Collega, il caro prof. Attilio Giampaoli, mancato proprio quest’anno): ma resta tuttora diffuso un atteggiamento che vede nella sola ricerca di finanziamenti a tutti i costi l’unico problema da risolvere per tante imprese in difficoltà.

Valga un esempio fra i tanti. Un’impresa “storica”, da molti anni sul mercato all’ingrosso dei prodotti casalinghi in plastica, con margini operativi in progressiva diminuzione, ha visto improvvisamente flettere il fatturato del 25%, causa concorrenza estera. Facile arguire che, a seguito di tale contrazione, il risultato operativo sia diventato negativo e con esso sia venuto meno l’equilibrio economico e di conseguenza quello finanziario: a causa di tali circostanze, una delle principali banche italiane ha ridotto le proprie linee di credito di circa 6 mln. di € (l’azienda era peraltro già sovra-indebitata, con un debito pari a circa il 50% delle vendite, evidentemente eccessivo per il settore).

Il piano di salvataggio, presentato da un noto studio professionale associato nel nordest, contemplava le seguenti ipotesi:

·   richiesta di nuove linee di credito per cassa, sostitutive, per circa 6 mln. di €, da erogarsi immediatamente da parte delle altre banche;

·promessa di vendere, tramite incarico irrevocabile, due capannoni vuoti (ovviamente poiché nel frattempo ne era stato realizzato/acquistato un terzo molto più grande ed altrettanto inutile) ad un prezzo quasi coincidente con la nuova linea di credito sostitutiva;

·rientro dell’esposizione e “ripristino della continuità aziendale”.

 

Posso giudicare del piano che vi ho sommariamente descritto unicamente in base a quanto mi è stato mostrato da una delle banche delle quali ero e sono consulente. Ma non vi era, in alcun modo, la benché minima menzione di quali aspetti, sotto il profilo economico e reddituale, fossero stati individuati per agire su di essi al fine di ripristinare l’equilibrio economico: evidentemente assente a prescindere dal rientro, solo sperato, rispetto al nuovo fido di cassa. Il piano non aveva alcun requisito di sostenibilità, apparendo, come in realtà era, unicamente un escamotage per ottenere nuova finanza, attraverso i buoni uffici di uno studio prestigioso: non si prospettava alcuna possibilità di ritrovare l’equilibrio economico che anzi, a ben guardare, sarebbe mancato già alla fine dell’anno in corso, a prescindere dalla vendita dei cespiti. Che ne è della deontologia, in questo caso? Che concezione della crisi d’impresa sottende un intervento professionale teso, né più e né meno che prima della crisi, a trovare nuova finanza? Quanto c’è di accondiscendente in un rapporto professionale che si esplica in piani di ristrutturazione (senza offesa per i piani) di questo tenore ed evita accuratamente di guardare in faccia la realtà per quella che essa è, ovvero che l’impresa è decotta ed occorre non appena nuova finanza, ma un piano di risanamento che contempli tagli, sacrifici, ripensamenti profondi della filosofia aziendale?

Potrei andare avanti, raccontando di aziende palesemente indebitate ultra vires, la cui unica preoccupazione, condivisa purtroppo con il commercialista, non era quella di ritrovare la strada maestra dell’equilibrio economico e finanziario, ma quella di trovare nuova finanza. Ovvero, di trovare debiti nuovi, e maggiori, per pagare quelli vecchi. Nel mese di giugno ho visitato una banca nella quale non mi recavo, per consulenza, da circa 7 anni. Con l’occasione ho chiesto loro notizie di un cliente al quale io stesso avevo fatto visita, per spiegare, da terzo esterno e non coinvolto, che l’indebitamento che avevano era insostenibile (una volta e mezzo il fatturato, naturalmente con un bel capannone nel mezzo: ma si sa, si scarica il capannone, gli interessi passivi, tutto è scaricabile, quindi tutto è buono…). I debiti, allora pari a 1,2 mln. di €, erano lievitati a 3,5 mln. di €: e non riesco a darmi risposte, se non quelle della cecità più bieca e schematica, di come ciò sia potuto accadere. Nessuno ha goduto di quei maggiori debiti, che ora, molto più di prima, strangoleranno l’imprenditore, la sua famiglia e, in proporzione, i conti della banca in questione: l’imprenditore è sopravvissuto a sé stesso, indebitandosi per mangiare, non certamente per vivere alla grande. A chi è servito tutto questo? E chi, se non il commercialista, avrebbe potuto fermare questo degrado?

Difficilmente avrebbe potuto lo stesso commercialista, peraltro, che nel piano presentato 7 anni prima e rifiutato formalmente dalla banca (ma poi accettato nei fatti), spiegava che il fatturato, pericolosamente in bilico, si sarebbe poi ripreso crescendo del 50% all’anno nei tre anni successivi. In che modo? Mistero.

Così come è un mistero che tuttora mi accada, ed anche di recente in una primaria azienda della provincia, di essere richiesto di fare una consulenza, un check-up aziendale in sintesi, su dati aziendali palesemente falsi, soprattutto per quanto riguardava il magazzino. Sconsigliabile, con il sottoscritto, trattandosi del mio pane quotidiano. Ma non tanto per la vicenda in sé, evidentemente assurda, quanto piuttosto per il prosieguo: il lavoro non si è mai concluso e la consulenza non è mai stata erogata perché il dato del magazzino, depurato dell’alterazione contabile, non mi è mai stato comunicato. La rinuncia all’incarico non è tristemente necessaria, sarebbe un’ovvietà affermarlo: il retrogusto amaro che ti rimane è quello di una visione talmente distorta della realtà da divenire essa stessa più vera del vero, al punto che, come in un social network di moda qualche anno fa, Second Life, si può immaginare qualunque cosa, purché lontana dal reale.

Cito ancora un caso. In una banca del Centro-Sud ci è stato chiesto una consulenza in termini di assessment sulla qualità del processo del credito. Abbiamo proceduto verificando l’intero processo, dalla fase istruttoria, a quella dei controlli, controllando anche i compiti del Collegio Sindacale. La verifica dell’attività svolta dal Collegio ha condotto alla conclusione imbarazzante che il Collegio stesso, in una banca, non in un’impresa qualsiasi, si limitava, letteralmente, alle verifiche trimestrali. Il problema non è stato tanto nell’evidenza tecnica di quanto analizzato, quanto piuttosto nel modo di condividerlo. Il consiglio di amministrazione (composto da altri Colleghi) non ha ritenuto di dover prendere atto ufficialmente di quanto emerso nella consulenza, chiedendo piuttosto al sottoscritto di condividere il giudizio stesso, con i membri del Collegio. Cosa che ho accettato –non so quanto correttamente sotto il profilo deontologico- solo a patto di poter esprimere integralmente il mio giudizio ai Colleghi. Vi lascio immaginare l’imbarazzo: ma credo che il silenzio sarebbe stato ben peggiore.

Se l’educazione è essere introdotti alla realtà secondo la totalità dei suoi fattori, tutte queste storie ci insegnano che è mancata la volontà di educare. Non di insegnare, non di ammaestrare, di ammannire consigli impancandosi a sapientoni: educare, ovvero essere responsabili, in termini di giudizio che qualcuno dà sulla realtà. Conosco la facile battuta su “Chi sa fa, e chi non sa insegna” e proprio perché la conosco non la sopporto, perché fa fuori tutta la fatica di chi, invece, si coinvolge nella fatica di stare di fronte alla realtà.

Ma se è vero che ci sono clienti che non si muovono di un passo senza prima avere fatto una telefonata, forse è proprio degli altri che dovremmo sentirci maggiormente responsabili, senza pensare che tutto si esaurisca in una parcella pagata. E se provassimo ad immaginare, proprio ora, proprio ora che c’è la crisi, ed in maniera così violenta, che il compito del commercialista sia, letteralmente, “educativo”, ovvero capace di introdurre alla realtà secondo la totalità dei suoi fattori, senza edulcorarla, alterarla, stravolgerla, ma soprattutto, appunto, senza eliminarne nessun pezzo?

Si badi bene, non sto sottovalutando l’importanza del lavoro. Ma mi chiedo quanto siano compatibili col decoro della professione non certi onorari, quanto piuttosto i contenuti di certe prestazioni, come quelle svolte dagli anonimi Colleghi di cui sopra. Che vengono svolte, ricordando la frase di Kafka con cui ho iniziato, letteralmente senza alcun centro di gravità.

Credo allora di poter condividere con voi una conclusione, sicuramente non l’unica, e per la brevità dei tempi e per l’inadeguatezza del relatore che avete scelto. Mi piace concludere ricordando quello che, tra tante altre cose, mi ha insegnato un Maestro dei tempi dell’Università Cattolica, Mons.Luigi Giussani: Egli sosteneva che “chi non ha sensibilità non ha etica”. Io credo che in queste parole si possa ben riassumere il senso della mia riflessione odierna, che vorrei diventasse condivisa, personalmente, da ognuno di noi. Ovvero, non ci sono regole, né codice etico, che possano sostituirsi alla sensibilità personale, intesa come lettura che della realtà viene data dalla propria libertà, sia pure filtrata da cultura, temperamento, circostanze. In questo, la crisi, che pure ha messo così gravemente alla prova noi ed i nostri clienti, rimette al centro, caricandola di nuovi compiti, la nostra responsabilità personale che non è appena professionale, e ci mancherebbe, ma, letteralmente, educativa, ovvero di realismo. Vi ringrazio per l’attenzione.

 Urbino, 17 dicembre 2013.

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Alessandro Berti Educazione Università

In morte di Attilio Giampaoli.

In morte di Attilio Giampaoli.

attillo_giampaoli Ieri è mancato il prof.Attilio Giampaoli. E’ stato il mio Maestro, mi ha insegnato tutto quello che io, a mia volta, ho insegnato. Quando ci ritrovammo, all’inizio degli anni ’90, rimessi in contatto dopo l’esperienza milanese in Cattolica, io da studente, lui da assistente del grande Confalonieri, mi chiese cosa volevo fare, cosa mi piacesse, cosa mi interessasse. E ricordo bene la sua faccia quando gli dissi che volevo occuparmi di bilanci (credevo ancora all’analisi per indici) delle imprese, di valutazioni di equilibrio e solvibilità: stesse inclinazioni, strumenti sbagliati. Ha avuto pazienza, ne ha avuta tanta con me, basterebbe pensare alle prime, illeggibili cose, che scrivevo: mi ha insegnato il mestiere, mi ha insegnato a vedere persone e imprese, anche e soprattutto attraverso l’incontro, nell’essenza del loro fattore umano, senza tuttavia dimenticare mai i “numeri duri“, quelli dei bilanci.

Mi diceva, peraltro, che il sistema bancario era non riformabile, riponeva la sua speranza nelle Pmi. Spesso mi ha detto che mi illudevo di poter riformare le banche dal di dentro: non ho smesso di crederci, ma talvolta penso che abbia avuto ragione lui. Non si è mai stancato di correggermi, senza mai farmi sentire un somaro, come certamente ero, quando all’inizio arrancavo dietro alle sue parole ed alla tecnica bancaria, che mi stava insegnando.

Se amo così tanto insegnare, lo devo a lui, che me lo ha fatto ammirare, che mi ha coinvolto, che mi ha fatto capire perché c’era la fila degli studenti per avere la tesi da lui. Quando faccio la somma di tutti quelli che si laureano con me, e sono tanti, alla fine di ogni anno accademico, penso che lui avrebbe fatto lo stesso. Sapeva valorizzare tutti, anche quelli cui tu non avresti dato un centesimo, anche quelli che, seppure non per colpa loro, non sapevano scrivere in italiano: e mi diceva, ricordandomi la sua storia di uomo che si era fatto, letteralmente, da solo, che quelli che studiano e lavorano fanno una fatica inimmaginabile.

Non mi ha mai trattato come un servo: conosco molti Colleghi che, in assoluta buona fede e consci di dovere pagare lo scotto della gavetta, trattano ricercatori ed assistenti come carne da macello. Attilio non l’ha mai fatto, chiamandomi sempre amico e trattandomi come tale. Di questo, e di avermi insegnato il mio lavoro, non lo avrò mai ringraziato abbastanza.

E’ proprio vero che da qualcuno si impara ciò che si insegna. E che si conosce solo quello che si ama. Addio Attilio, grazie di tutto quanto. Che Dio ti benedica.

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Economisti Educazione

Grazie Attilio.

Attilio Giampaoli

Quando l’allievo non fa che ripetere non la stessa risonanza ma un miserabile ricalco del pensiero del maestro; quando l’allievo non è che un allievo, fosse pure il più grande degli allievi, non genererà mai nulla. Un allievo non comincia a creare che quando introduce egli stesso una risonanza nuova (cioè nella misura in cui non è un allievo). Non che non si debba avere un maestro, ma uno deve discendere dall’altro per le vie naturali della figliazione, non per le vie scolastiche della discepolanza.

C.Péguy

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Banche Crisi finanziaria Fabbisogno finanziario d'impresa Moratoria dei debiti Mutui e tassi di interesse

Il treno (non) era in orario.

Edward Hopper, The El Station

Da un’indagine di Confindustria su un campione di circa 2000 Pmi emerge che quasi un’impresa su due è interessata alla moratoria dei debiti verso le banche, ma anche che il tasso di rigetto si colloca intorno all’8,5% e che fra queste ultime, nella motivazione del rifiuto, quella relativa alla mancanza di adeguate prospettive economiche è certamente minoritaria (il 12%: sul totale delle domande presentate si tratta solo di poco più dell’1% del totale). La lettura dei risultati dell’indagine lascia perplessi laddove emerge che la maggior parte delle domande di moratoria riguarda i mutui (59,5% dei casi), mentre solo nel 5,8% dei casi le imprese hanno chiesto finanziamenti connessi alla patrimonializzazione. Gli ultimi due dati sembrano connessi, in altre parole, alle conseguenze dell’onda lunga dello scoppio della bolla immobiliare, da un lato, alla cronica sottocapitalizzazione delle Pmi italiane, dall’altro.

Giampaolo Galli, direttore generale di Confindustria, peraltro, ha rilevato che “preannunciare misure più restrittive per i coefficienti patrimoniali potrebbe accentuare la prociclicità di Basilea 2”. Come a dire: alle imprese non interessa ricapitalizzarsi, le banche non importa che lo facciano, anzi. E se proprio dovessero farlo, meglio aspettare a chiedere requisiti più stringenti, meglio allungare ancora un po’ l’orario di arrivo del treno.

La prociclicità di Basilea 2 è un falso problema, come più volte su questo blog si è tentato di illustrare. Il vero problema, banche a parte, riguarda le imprese, poiché l’onere di dimostrare che vale la pena aspettare il loro treno spetta alle imprese stesse. Chi, se non l’imprenditore, può essere in grado, certamente con opportuno aiuto e supporto consulenziale, di dimostrare che la sua impresa possiede adeguate prospettive economiche e di ripresa? Se questa dimostrazione è l’inizio di un processo di presa di coscienza che la finanza d’impresa è un aspetto gestionale importante, che le risorse finanziaria sono orizzontali, cioè riguardano tutte le aree della gestione e che, come affermava il Maestro, Prof.Attilio Giampaoli, è necessario redigere piani finanziari seri e credibili nell’ambito di un corretto processo di pianificazione finanziaria d’impresa, se tutto questo avviene, allora la moratoria sarà stata utile. Diversamente avremo solo perso tempo, senza risolvere problemi che, lasciati a marcire, non evolvono certamente in meglio da soli.