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Ancora sui salvataggi (“bovarismo” bancario).

Ancora sui salvataggi (“bovarismo” bancario).

Il tema dei salvataggi non annoia mai. O forse, proprio perché ci si annoia, è estate, e anche senza essere il 38 luglio fa molto caldo perché era scoppiata l’afa, insomma, parlare di salvataggi è un tema che si porta.

Posto che anche JM si è occupato di salvataggi bancari qualche volta, si deve dire che gli stessi rappresentano un tema appassionante, li tiriamo fuori anche se non c’entrano, come se sapessimo già in anticipo che qualcosa sarà fatto o è già stato fatto o comunque sarà fatto per salvare qualcun altro. Un bel processo alle intenzioni (e anche a quanto detto in passato da alcuni protagonisti, istituzionali e non, del mercato bancario) è stato prontamente intentato esaminando la compagine dei volonterosi che si appresterebbero a rilevare Carige.

Carige, storia questa ormai davvero noiosa, è ancora lì, aspettando Godot, perché i suoi azionisti hanno deciso di non decidere, calciando in avanti il barattolo. Trovare dei colpevoli è davvero così interessante? Serve? Aiuterà a fare meglio in un sistema bancario, quello italiano, dove, non si deve dimenticarlo, già adesso tutte le banche contribuiscono, talvolta con pedaggi assai pesanti, al risanamento e alla messa in sicurezza del sistema stesso, aderendo obtorto collo ai fondi di garanzia e quanto altro? Quando anche gli amministratori fossero tutti messi al gabbio e privati dei loro beni, qualcuno davvero pensa che questo darebbe ristoro ai risparmiatori “truffati”, come piace dire a Giggino and co?

Salvare banche è costoso, è, appunto, un atto di violenza: ma può anche essere un’opportunità. D’altra parte, provare per credere, non salvare le banche o risolverle è forse peggio: le massaie disperate “truffate” da Pop.Etruria sono ancora là che urlano perché in fin dei conti prendere solo il 3,5% quando i tassi erano zero, be’, cosa vuoi che sia? Non si fanno fallire le banche, non quelle troppo grandi per fallire: può non piacere, ma è così. Non lo farebbe un governo normale, non dovrebbe farlo neppure questo governo di analfabeti funzionali.

Per cui, per quale motivo processare una cordata, vera o presunta, perché ragiona di entrare nel capitale di Carige? Chi decide la destinazione del capitale di rischio? Gli aumenti di capitale si fanno per essere “in bolla” ma anche per cogliere opportunità. o teniamo i quattrini in un cassetto, così salvaguardiamo i risparmiatori?

Un pochino, appena appena,  di sguardo positivo sulle cose, non guasterebbe: in fin dei conti nel programma elettorale di Giggino c’era che la Guardia di Finanza si occupasse della Vigilanza al posto della BCE o di Bankitalia. E probabilmente questo governo di idioti ancora in materia bancaria non ha fatto nulla perché non ci capisce nulla. Per cui teniamoci stretto chi sta lavorando, chiunque esso sia: perché, oltre alle normali difficoltà del fare impresa bancaria, deve avere a che fare con Bitonci e soci. Auguri.

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Banche BCE Relazioni di clientela Rischi

Perché il bail-in riguarda anche le Pmi, non solo i risparmiatori.

Perché il bail-in riguarda anche le Pmi, non solo i risparmiatori.

fotostoriabig
A parte i ben noti effetti della cattiva informazione, piovuta sugli italiani subito dopo il salvataggio delle 4 banche, con Movimento 5 Stelle ed associazioni consumatori in prima fila a saccheggiare l’armamentario dei luoghi comuni, vi sono alcune considerazioni sulla direttiva europea in materia di bail-in che non ho ascoltato da parte di (quasi?) nessuno e che riguardano, in maniera assai evidente le imprese.
Mi riferisco con tutta evidenza alle imprese che sono debitrici nette del sistema bancario, pertanto non alle grandi imprese ma alle Pmi, che dipendono dal credito bancario per ogni loro fabbisogno finanziario.
Le banche, soprattutto quelle regionali e medio-piccole (resta da vedere cosa accadrà delle Bcc una volta convertito il decreto e quante di esse decideranno, sciaguratamente, di fare come Jack Frusciante) non se la stanno passando troppo bene sul versante raccolta: le notizie che giungono dai back-office di alcuni importanti istituti in sede locale sono di coefficienti di liquidità tirati all’estremo, molto, forse troppo vicini al coefficiente minimo attualmente in vigore. Perché la raccolta sia in tensione è facile da spiegare: i tassi negativi da una parte, la sfiducia dall’altra, spingono i risparmiatori verso altri tipi di impieghi. D’altra parte la BCE, quale prestatore di ultima istanza, si è dichiarato addirittura disposto ad offrire tassi negativi, purché il re-impiego sia indirizzato verso famiglie ed imprese, ovvero all’incremento del portafoglio prestiti.
Ed allora perché il bail-in dovrebbe rappresentare un problema per le Pmi, che infatti non ne parlano, non dibattono e al più (come fa per esempio Radio 24) si soffermano sui riflessi per i risparmiatori?
Perché il bail-in, unitamente a tutta una serie di regole perlopiù ignote, soprattutto al mondo imprenditoriale ed al ceto professionale, impone una maggiore asset quality, ovvero una maggiore selezione nello scrutinio del merito creditizio delle imprese.
In sintesi: è liquido tutto ciò che è si caratterizza per elevata qualità della controparte creditizia e, di conseguenza, per modestia del rendimento, per giunta accentuata dall’appiattimento a medio-lungo termine della curva dei tassi. E l’ipertrofia della voce 130 nel conto economico dei bilanci bancari non è più compatibile con un margine di interesse a volte negativo, a volte nullo o inconsistente.
Dunque il credito non potrà più essere erogato -e non può più essere erogato fin da ora- con i medesimi criteri di questi anni, anche se è tuttora sorprendente il massiccio ricorso alla garanzia Mediocredito Centrale 80% per operazioni ben poco orientate alla crescita ed allo sviluppo; la motivazione obbligatoria per fruire delle agevolazioni in base alla legge 662 che disciplina la messa a disposizione della garanzia è “ripristino liquidità”, dunque per finanziare il circolante che non circola. E non è male ricordare che Mediocredito Centrale ha nella sua denominazione giuridica, secondo quanto voluto da uno dei peggiori ministri dell’economia del dopoguerra, Giulio Tremonti, la dicitura “Banca del Mezzogiorno”.
Se da una parte la garanzia Mcc è solo parziale, dall’altra, come tutti gli strumenti di credit risk mitigation, non può evitare un’accurata misurazione del rischio di credito, secondo parametri che siano, finalmente, imperniati sulla capacità restitutiva e quindi di generare flussi di cassa, non su immobili o inconsistenti business plan.
Se la normativa del bail-in pone il risparmiatore al centro, anche come soggetto attivo, in grado di spostare la sua raccolta indirizzandola verso approdi (gestionalmente) sicuri, dall’altro impone alle banche che vorranno essere scelte, e non scartate, nel beauty contest del mercato, di migliorare i propri parametri gestionali e la qualità dei propri attivi.
Restano solo due piccole domande, e non riguardano le banche, strette dentro modelli di business che fanno un ricorso sempre più massiccio all’information technology e la necessità di mantenere la relazione dentro un cammino sempre più segnato, dall’altra.
Gli interrogativi, infatti, riguardano da un lato la consapevolezza, prima ancora della preparazione, delle imprese richiedenti il fido; dall’altro rimettono al centro la figura del consulente, in questi anni di crisi tragicamente assente o teso perlopiù a rincorrere passivamente le situazioni, spesso incapace di portare un contributo efficace al risanamento aziendale, quasi mai in grado di predisporre un business plan.
In altre parole, beauty contest per tutti.