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Banche Borsa Crisi finanziaria fiducia Giulio Tremonti Indebitamento delle imprese Liquidità Ripresa Silvio Berlusconi Stato Unicredit

Il pericolo è che si giustifichi.

Il pericolo è che si giustifichi.

Questa disfatta non è giustificata. Il pericolo è che si giustifichi“. Così Il Sole 24 Ore di oggi riporta, nelle pagine on-line, il giudizio della Lex column del Financial Times, che esamina le conseguenze del taglio del rating operato da Standard and Poor’s dapprima al debito sovrano del nostro Paese e poi alle 7 principali banche. La disfatta delle banche italiane non sarebbe giustificata, eppure Unicredit ha attinto oggi i minimi storici o, come dicono i cronisti televisivi, ha aggiornato il proprio record negativo.

Solo l’improntitudine del nostro Premier poteva giustificare il downgrade del rating del nostro debito sovrano con la campagna mediatica in corso. Non meno ingenui e sprovveduti appaiono tutti coloro che ritengono le agenzie di rating una sorta di Spectre della finanza, che affossa intere nazioni con un semplice comunicato. Si può difendere oppure no la politica economica di questo Governo, si possono discutere le scelte operate da Tremonti e quelle non fatte dal presidente del Consiglio: ma se avessero taciuto le agenzie di rating, avrebbero parlato i numeri del nostro debito pubblico, ancora in ascesa e, soprattutto, i numeri di una manovra finanziaria che, nella migliore tradizione italiana, insegue la spesa pubblica con nuove tasse. Continuiamo a non aspettarci nulla dalla politica, forse la decenza imporrebbe appena un po’ meno ipocrisia. Quanto alle banche, non si tratta semplicemente dell’effetto-downgrade che si trasmette in automatico, causa detenzione di ingenti ammontari di titoli di Stato in portafoglio. Ciò che appesantisce le banche sono le sofferenze e le conseguenze di queste ultime, non tanto sul patrimonio, quanto sulla liquidità: le perdite su crediti, non quelle su titoli, sono la questione. E questo, purtroppo, giustifica molte cose.

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Banche Lavorare in banca Lavoro Vigilanza bancaria

Ovviamente.

(..) Secondo un’analisi di Keefe, Bruyette and Woods (Kbw), tra le banche italiane più esposte ai contraccolpi di Basilea 3 ci sono Monte dei Paschi e Banco Popolare. Le simulazioni che misurano la distanza del patrimonio di vigilanza attuale dai requisiti patrimoniali attesi al 2012 prevedono la necessità di iniezioni di capitale rispettivamente pari a 4,63 e 3 miliardi. Come dire un apporto dell’84 e del 41% dei rispettivi equity Tier 1. Apporto ridotto al 18% (ma si tratta pur sempre di 4,89 miliardi) per Intesa Sanpaolo, al 10% per UniCredit (4,06 miliardi, al 6% per Ubi (450 milioni circa), sino al minuscolo 2% (32 milioni) del Credem. Mps e Banco Popolare, secondo l’analisi, potrebbero dover ridurre drasticamente la distribuzione di dividendi per anni, o chiedere agli azionisti di metter mano al portafoglio, finanziando aumenti di capitale.

Ma gli azionisti, che hanno già visto la redditività calare in modo drastico per effetto della crisi finanziaria e della recessione, non sembrano per niente disposti a ulteriori riduzioni dei dividendi: anzi, chiedono un aumento dei payout. L’unica leva a disposizione del management, in assenza di un marcato rialzo dei tassi che ridìa ossigeno ai margini, e senza alcuna previsione che indichi alle viste una forte ripresa economica che porti ad accelerare la dinamica degli impieghi, è la compressione dei costi. Tutti i costi e, in particolare, quelli operativi. Compreso, ovviamente, quello del lavoro.

Nicola Borzi, Il Sole 24 Ore, 19 ottobre 2010

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Analisi finanziaria e di bilancio Banche Fabbisogno finanziario d'impresa Indebitamento delle imprese Mariella Burani

Ignoranti come un banco.

Ignoranti come un banco.

Un bell’articolo dell’ottimo Fabio Pavesi su Plus24 di sabato 28 agosto, sottolinea la lezione per le banche dei tre dissesti, i primi due -Viaggi del Ventaglio e Burani- conclamati, il terzo -SNIA- in dirittura d’arrivo, che hanno fatto sfumare prestiti per circa un miliardo. Pavesi ha ottime ragioni per affermare che le banche non hanno fatto il loro dovere, ovvero non hanno valutato approfonditamente e con attenzione il merito di credito. Nel caso Burani, peraltro, il comportamento di Centrobanca, guidata da Mario Boselli, e di UBI, è ancora più grave e desta preoccupazione, perché certe decisioni sono state prese quando ormai chiunque si sarebbe accorto del dissesto.

Pavesi nel suo articolo parla di “lezione per le banche“. Ma la sensazione, leggendo sullo stesso giornale, lo stesso giorno, lo stesso giornalista che parla di “Coppola e le banche prodighe“, a proposito del ritorno sulla scena dell’immobiliarista, grazie al Banco Popolare di Pier Francesco Saviotti (le cui bizzarre tesi si è già avuto modo di commentare), è quella di alunni assai ignoranti ed impreparati. Alunni, come si dice in Romagna, “ignoranti come un banco”: che sta sempre nella stessa classe, ascolta ogni tipo di lezione, e non impara nulla.

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Banche Crisi finanziaria Mario Draghi Vigilanza bancaria

La vera (?) causa della crisi.

Pier Francesco Saviotti, A.D.di Banco Popolare

In un’intervista apparsa sul Corriere Economia di ieri, 7 giugno, Marika De Feo e Stefano Righi, nel rendere nota l’opinione di Pier Francesco Saviotti, “uno dei più esperti banchieri italiani” sottolineano il pensiero dell’A.D.di Banco Popolare riportando il suo “no a norme troppo rigide sul capitale. Nessuno sconto, invece, sulla regolamentazione dell’uso della leva finanziaria, vera causa della crisi”.

A prescindere da alcune annotazioni tecniche -le regole di Basilea, 2 o 3 che sia, non sono “principi contabili”, come affermano i due giornalisti, ma veri e propri vincoli di capitale e d’altra parte il Corriere Economia non è il Social Science Reasearch Network– la tesi sostenuta dal banchiere, secondo Righi e De Feo è quantomeno singolare. La crisi sarebbe accaduta per l’uso eccessivo della leva finanziaria -ovvero per gli eccessi negli impieghi di capitale preso a prestito- dunque non è un problema di requisiti di capitale più stringenti.

Fatta salva la possibilità di errore, e la pubblicazioni di nuovi contributi alla scienza da parte di giovani e promettenti studiosi, a questo blog risulta che, a tutt’oggi, il passivo delle banche possa comporsi esclusivamente di raccolta e di capitale di rischio. Difficile prescindere dall’uno nell’agire sull’altro, difficile immaginare che si possa operare senza il capitale nell’assunzione di rischi, a meno che dai rischi si voglia rifuggire.

Solo che la tesi che scambia l’effetto leva finanziaria con minori requisiti sul capitale, invero bizzarra e pericolosa, i due giornalisti l’hanno solo immaginata. Non c’è traccia, nelle parole di Saviotti, della tesi che viene ricostruita. Al contrario, l’intervista trasuda buonsenso e realismo, merce rara di questi tempi e, soprattutto, sottolinea che “se qualcuno si nasconde dietro ai rating, mi sembra cerchi delle scuse“. Saviotti si dichiara d’accordo con Draghi quando afferma che le banche guadagneranno un po’ meno ma saranno più sicure. E questo può avvenire solo se si immette capitale, a salvaguardia dei depositanti e della stabilità del sistema. Con buona pace del Corriere Economia.

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Banche Imprese Indebitamento delle imprese PMI Strumenti finanziari

Bagni di mare e bagni di sangue.

Marina di Pietrasanta

La storia riportata da Plus24 – Il Sole 24Ore di sabato 20 marzo è edificante ed istruttiva per molti motivi.

In breve, l’azienda “Bagno Roma Fiumetto” che gestisce uno stabilimento balneare a Marina di Pietrasanta, in provincia di Lucca, stipula con la Cassa di Risparmio di Lucca, Pisa e Livorno (Gruppo Banco Popolare) un contratto di copertura sul rischio di tasso, un normale derivato del tipo plain vanilla. Con il contratto, un IRS (interest rate swap) stipulato nel maggio 2008, per la durata di 5 anni, l’impresa toscana intendeva tutelarsi dal rischio di aumento dei tassi, pagando rate saldamente ancorate al tasso fisso del 4,38%, evitando in tal modo il rischio che i tassi salissero, con conseguenze indesiderate.

Fin qui non ci sarebbe nulla di strano, se non per l’applicazione implicita di commissioni per 16.500 €, in assenza delle quali il tasso sarebbe stato rispondente ai requisiti di mercato, collocandosi intorno al 4,21%. Tuttavia, non essendosi avverate le previsioni di aumento dei tassi, l’impresa –che avrebbe fatto meglio a non firmare nulla- ha dovuto pagare 34.000 € di rate e, intendendo chiudere il contratto dovrebbe sborsarne altri 200.000 (!).

La vicenda, simile a molte altre che hanno visto per protagoniste altre piccole e medie imprese (anche micro-imprese: un barista veneto, per esempio) e altre “grandi” banche italiane, si presta ad alcune riflessioni:

  1. conoscendo i bagnini (absit iniuria verbis, non penso che quelli del Tirreno posseggano una cultura finanziaria superiore a quella della riviera riminese) dubito fortemente che l’iniziativa di sottoscrivere il contratto IRS sia partita dal titolare dello stabilimento balneare: come già verificato di persona in altre circostanze, l’iniziativa è probabilmente partita dalla banca;
  2. il contratto IRS in questione, come nota Michele Moschini di Consultique Sim, intervistato da Marcello Frisone nell’articolo, è stato sottoscritto in un momento di tassi elevati, ma per un periodo di tempo così lungo da renderlo, come poi si è verificato, eccessivamente oneroso e non conveniente;
  3. se la struttura del contratto derivato come quello in oggetto fosse nota e chiara ad ambo le parti, apparirebbe manifesto un concetto mai abbastanza enfatizzato: in questo genere di contratti ciò che una delle parti guadagna, l’altra lo perde, simmetricamente. Orbene, è davvero possibile che non sorga mai il dubbio che se una banca propone un tale tipo di contratto non lo fa per perdere (tralasciamo il cado dei derivati proposti da banche internazionali, creati appositamente per guadagnare sempre e comunque) ma perché sa che guadagnerà?
  4. chi consiglia le piccole e medie imprese in queste circostanze? Associazioni, commercialisti sono stati interpellati? E se lo fossero stati, avrebbero saputo rispondere?

Infine, l’esperienza di molti anni passati ad analizzare imprese, conoscerne i titolari e verificarne i comportamenti, porta a considerazioni pessimistiche sulla cultura d’impresa, soprattutto di tipo finanziario, delle nostre Pmi. Spesso, purtroppo, molto più attente al costo del debito che all’effettiva consistenza del risultato operativo, che il debito deve ripagare. A tacere, in definitiva, della sostenibilità di tante operazioni fatte a debito –non si sta discutendo del Bagno Roma Fiumetto, ovviamente, del quale non si conoscono i conti ed al quale va tutta la solidarietà- che non sono sostenibili, ovvero  che non vedranno mai il rimborso dei prestiti contratti per effettuarle. E che si concluderanno, purtroppo, in bagni di sangue.

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Banche Crisi finanziaria USA Vigilanza bancaria

Credit crunch prossimo venturo.

Lorenzo Bini Smaghi tranquillizza, sul Sole 24 Ore dei giorni scorsi, rispetto agli effetti di Basilea 3, ovvero la revisione degli accordi di Basilea 2, in fieri in questi giorni. Nello stesso giornale, venerdì 29, Alessandro Graziani riporta i timori di Morgan Stanley la quale, in un’analisi resa pubblica in questi giorni, sostiene che il sistema bancario europeo avrà bisogno, entro il 2012, di 83 miliardi di capitale in più. Oppure, stanti gli attuali quozienti a copertura del rischio di credito, dovrà ridurre l’attivo di 1000 miliardi di euro. Paradossalmente, pare che i nuovi criteri allo studio avvantaggino maggiormente le banche USA, nell’immaginario collettivo e non solo, principali colpevoli della crisi, rispetto alle innocenti -nell’immaginario collettivo ma non solo- banche europee: fra le quali le banche italiane sarebbero vieppiù penalizzate dal fatto che le grandi banche annoverano fra i principali azionisti le Fondazioni, ovvero soggetti attenti al territorio. Lasciando stare per ora i commenti sull’applicazione concreta delle nuove norme (si potrebbero per esempio ipotizzare maggiori accantonamenti per il rischio derivante dall’attività finanziaria rispetto a quello derivante dall’esercizio del credito), le riflessioni indotte dalla notizia sono varie.

La prima riguarda la presunzione di innocenza delle banche europee, non solo indimostrabile, ma comprovata dai numerosi salvataggi effettuati dalle autorità inglesi, francesi, tedesche, olandesi e belghe. E quanto a moral hazard, non scherziamo neppure in Italia, vista ricapitalizzazione di Unicredit ed il massiccio ricorso a Tremonti.-bond di Banco Popolare e di Banca Popolare di Milano.

La seconda riguarda i timori di un credit crunch epocale: è vero che il capitale di rischio è per definizione una risorsa scarsa, in banca, ma le prediche fatte al sistema delle imprese perché aumenti la propria dotazione di mezzi propri valgono solo in una direzione? Gli azionisti delle banche sono tutti diventati pezzenti?

La terza questione: affamando la bestia, ovvero, riducendo il credito alle imprese, in concomitanza con il rientro dei capitali scudati, si potrebbe immaginare, come abbiamo già scritto, che le imprese, finalmente, ricapitalizzino in maniera significativa, riducendo di quasi la metà gli impieghi del sistema bancario a breve termine. Senza danni per l’economia, riequilibrando le strutture finanziarie, sgravando i conti economici dal peso degli oneri finanziari.

Infine, le fondazioni. Riesce difficile immaginarle come verginelle, vestali e custodi del genius loci, tutte protese al benessere locale. I CEO delle banche da esse possedute li hanno nominati e plauditi loro, li hanno confermati in funzione dei ROE, li hanno discussi, ipocritamente, solo quando i buoi erano fuggiti dalla stalla. Un po’ di dieta fa bene a tutti, non solo ai cardiopatici.

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Analisi finanziaria e di bilancio Banche Bolla immobiliare Borsa Crisi finanziaria Indebitamento delle imprese Mariella Burani Unicredit

Risanamento: le banche firmano il piano di salvataggio

Giunge notizia, alfine, chele banche creditrici hanno firmato il piano di salvataggio di Risanamento.
Il piano prevede un impegno complessivo di circa 760 milioni di euro, di cui 150 a titolo di aumento di capitale, 350 a fronte dell’emissione di un prestito convertendo e la parte rimanente per garantire bond in scadenza nel 2014.
A parte la singolarità del soggetto dell’operazione di salvataggio -il facile gioco di parole è il risanamento di Risanamento- l’ammontare degli impegni assunti dalle banche (Intesa Sanpaolo, Unicredit, MontePaschi, Pop.Milano e Banco Popolare) giustifica qualche interrogativo sull’attuale congiuntura dei rapporti banca impresa e sul credit crunch in atto verso le Pmi.
Il buon senso ed il realismo impongono commenti pacati: l’ammontare del dissesto, se lasciato andare per la sua strada, avrebbe probabilmente comportato nuovi problemi ad un sistema bancario che, se pure non sovraesposto come quello anglosassone o made in USA, è comunque in difficoltà. Ciò che deve essere messo in discussione, come in questo blog è stato fatto a proposito di Mariella Burani, è se le banche abbiano oppure no svolto professionalmente il loro lavoro, che è quello di scrutinare con rigore il merito di credito. E come nel caso di Mariella Burani, saranno messi presto a disposizione i risultati.