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Alessandro Berti Banche Fabbisogno finanziario d'impresa

Ho osservato, una lumaca, che strisciava sul filo di un rasoio…

Ho osservato, una lumaca, che strisciava sul filo di un rasoio…

No, non penso che mi piacerebbe l’odore del napalm al mattino e non gioco a golf, memore peraltro dell’ammonimento di G.B.Shaw. Ma la citazione vera, quella che mi viene in mente mentre il lavoro sta diventando sempre di più ascoltare qualcuno che ti chiede di rappresentare come situazioni “sostenibili” quelle che già non lo erano, anche prima del 2019, la citazione è quella del filo del rasoio e della lumaca.

Perché non c’è un’impresa che non abbia richiesto il prestito Covid cash da 25 o 30mila euro che non si ritrovi, adesso, a chiederne molti, molti di più: dovendo presentare business plan che non ha (che non ha mai fatto, che non sa fare, che non vuole fare, perché costano…) a banche che nel frattempo non possono smettere di fare il loro lavoro. Non perché lo dice l’European Banking Authority, l’EBA, e lo dice, lo ha detto anche di recente, delineando il processo di valutazione e monitoraggio del rischio di credito a far data dal 30 giugno prossimo: la vera questione è che tu non puoi smettere di pensare alle inadempienze probabili perché il fabbisogno finanziario delle imprese è sempre lì. Dapprima da sole perdite Covid (magari con altre perdite dormienti nel magazzino, as usual), poi per altre perdite, perché ho riaperto ma non raggiungo il punto di pareggio. Perdo di nuovo, come versare l’acqua nella sabbia. Il fabbisogno finanziario aumenta e la questione non è il prestito garantito dal Fondo Centrale di Garanzia e neppure la moratoria. La questione è che io non ho i soldi per pagare le bollette, i fornitori, e a dicembre la CIG finisce. Come una lumaca sul filo del rasoio.

Ho osservato, una lumaca, che strisciava sul filo di un rasoio, e’ un sogno che faccio, è il mio incubo, strisciare scivolare lungo il filo di un rasoio e sopravvivere.” Monologo del Colonnello Kurtz, Apocalypse Now, di Francis Ford Coppola, 1979.

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Alessandro Berti Banche BCE Mario Draghi Moratoria dei debiti Vigilanza bancaria

Cosa minaccia davvero le banche italiane?

Cosa minaccia davvero le banche italiane?


 

Un articolo del prof.Onado sul Sole 24 Ore di ieri torna sul tema del credito deteriorato, prendendo, fin dal titolo, una chiara posizione, apparentemente assai ragionevole: “L’eccesso di zelo minaccia le banche italiane”.

L’occasione è quella ben nota della (per ora) mancata proroga dei termini di flessibilità accordati alle banche dalla European Banking Authority, scadenti il 30 settembre. Mentre appare certamente condivisibile la preoccupazione dell’Autore, che sottolinea il perdurare della pandemìa e l’attesa per l’adozione di misure, Recovery fund e non solo, che sono di fatto in divenire, appaiono più opinabili le conclusioni alle quali giunge, sicuramente dettate da buon senso e ragionevolezza ma che sembrano dimenticare, nei fatti, un dato di realtà: il credito deteriorato è tale anche se non correttamente classificato, magari con l’avallo delle regole della moratoria.

Al riguardo è bene rammentare che l’EBA ha invitato le banche “a non rinviare l’emersione di perdite altamente probabili” e proprio su questo punto il prof.Onado afferma che, usando tali parole, l’autorità di vigilanza Europea implicitamente ammette che, cito, “l’eccesso di severità è un’arma a doppio taglio, che può penalizzare indebitamente famiglie e imprese e lascia opportuni margini di discreziona-lità“.

I lettori minimamente addentro ai segreti del “bancariese” e ai cosiddetti Orientamenti dell’EBA (che sono in realtà vere e proprie prescrizioni alle quali ci si deve adeguare) sanno bene che l’EBA utilizza sempre il condizionale mentre rilascia i propri, appunto,  Orientamenti, usando fino in fondo un potere che è sì di prescrizione ma è anche di moral suasion. Ne ho già parlato in questo blog in altre occasioni, ma il tema delle inadempienze probabili (UTP) e degli sconfinamenti ed esposizioni scadute non aspetta le moratorie per manifestare fino in fondo gli effetti devastanti della crisi da Covid-19. In altre parole, non chiedersi che ne sarà di un certo numero (purtroppo elevato) di imprese, spesso piccole e piccolissime, destinate a fallire non appena cesseranno il divieto di licenziare e l’erogazione perinde ad cadaver della CIG, significa chiudere gli occhi mentre si sta andando a sbattere.

D’altra parte Marco Onado ha ragioni da vendere quando afferma che assimilare inadempienze probabili, sconfinamenti ed esposizioni scadute “svilisce il contributo che il banchiere può dare” nel risolvere i problemi delle imprese in difficoltà. La questione vera però è: in che modo? Con quali carte alla mano? Su quali piani, progetti, business plan? Su quelli che finora quasi nessuno ha portato (ma anche quasi nessuno ha chiesto e continua a non chiedere)?

Ovvero, è peggio la cecità di chi affida imprese di cui neppure conosce bene i conti a consuntivo -e figuriamoci a preventivo- oppure quella che, per dirla con Giorgio Gaber, fa “fingere di essere sani“?

Conosciamo gli effetti delle moratorie e dei rinvii, lo abbiamo sperimentato con la crisi scoppiata nel 2008: si allungano le scadenze ma non si mette mano al business model, alla formula competitiva, al conto economico: è già successo allora, rischia di riaccadere anche oggi, e non possiamo dimenticare che è proprio per questo atteggiamento che è nata e cresciuta a dismisura la montagna di credito deteriorato di cui ci stavamo faticosamente liberando.

Infine, se posso permettermi di chiosare (e solo quello: extra ecclesiam nulla salus e Marco Onado è per me un punto fermo e un riferimento costante) l’Autore: il mestiere del banchiere si rivaluta fino in fondo certamente con un atteggiamento elastico e attento di tutti i decisori, prima di tutto quelli politici, come il discorso di Mario Draghi al Meeting di Rimini ha fatto ben capire. Ma la diligenza che occorre in questo momento nel valutare il merito di credito richiede straordinarie capacità di intelligenza della situazione, anche in termini evolutivi: pensare che questo possa accadere lasciando che tutto prosegua come se nulla fosse, mi pare perlomeno irrealistico.

C’è da lavorare, e molto, ancora una volta, sul tema delle relazioni di clientela.

 

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Alessandro Berti Analisi finanziaria e di bilancio Banca d'Italia Banche Fabbisogno finanziario d'impresa Imprese Indebitamento delle imprese PMI Relazioni di clientela

Conviene far bene i business plan.

Conviene far bene i business plan.

Vi ricordate quello (tal T.S.) delle richieste lunari delle banche, che ai primi di maggio si lamentava perché per poco meno di 5 milioni richiesti per “investimenti” la banca aveva chiesto il bilancio al 31.12.2019, una situazione intermedia, un forecast al 31.12.2020 e un business plan? Ecco, io non so che fine abbia fatto la richiesta del suo cliente: ma so che ieri, per un business plan fatto bene, abbiamo avuto i complimenti della banca e dell’impresa, anche se siamo stati conservativi e prudenti; per giunta evidenziando, inevitabilmente, perdite per il corrente anno e una risalita complessa ma possibile, lenta ma efficace . Spiegata. Documentata. Non è perché l’impresa ha avuto un finanziamento e io posso registrare un successo professionale. No:. è solo perché o si lavora bene oppure non serve a nessuno (con buona pace di T.S.), né alle banche, né alle imprese. Perché quel documento è servito anzitutto a quell’impresa per guidare i comportamenti dei manager nel bel mezzo della crisi da Covid-19; e poi perché puoi parlare di te stesso e dei tuoi progetti solo se sai quello di cui stai parlando. Se non hai fatto tutto (bene) non hai fatto nulla.

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Analisi finanziaria e di bilancio Banca d'Italia Banche Crisi finanziaria Fabbisogno finanziario d'impresa Imprese Indebitamento delle imprese PMI

Quadri.

Quadri.

“(…) Ma è davvero questo il quadro più realistico? Secondo Equita no. L’Eba per ammissione esplicita non considera ad esempio i potenziali effetti benefici legati alle moratorie e alla garanzie, che di certo rallentano il processo di deterioramento del credito. Da qua il tentativo della Sim di incorporare il set di «indicazioni, input e feedback ricevuti durante questi mesi senza precedenti al fine di produrre la stima più accurata, affidabile e realistica degli effetti» dell’improvviso crollo del sistema, si legge nell’analisi.

Lo studio è partito dall’assunto che, nell’incertezza sugli effetti da Coronavirus, la cosa più ragionevole è che ciò che «era traballante prima del Covid-19, cada a causa della crisi». L’attenzione in particolare si è concentrata sui «prestiti ad alto rischio», quelli che più realisticamente passeranno a default. Lo stock di prestiti che secondo Equita è in bilico è pari a 184 miliardi, ovvero il 13% del portafoglio prestiti, bacino che comprende i prestiti in bonis “forborne” (che evidenziano primi segnali di difficoltà), gli Unlikely to pay e i prestiti oggetto di moratoria.

Ipotizzando che il 50% dei forborne diventi Utp, che ci sia un raddoppio del tasso di decadimento rispetto al 2019 (ovvero del passaggio da Utp a sofferenza) e che il 10% dei prestiti in moratoria diventi Utp, dalla crisi potrebbero dunque emergere per Equita 22 miliardi di crediti malati in più, con un Npe ratio che passerebbe dal 6,9% attuale all’8,4%. Da qua, la necessità come detto di 12 miliardi di accantonamenti extra, pari a 75 punti di Cet 1.

Così l’ottimo Luca Davi sul Sole 24 Ore on line di oggi, in relazione a un report di Equita Sim sugli effetti della pandemia. Difficile non concordare su un assunto incontrovertibile a parere di chi scrive: la crisi impatterà, anzi, ha già impattato in maniera devastante su chi, già prima del suo verificarsi, presentava andamenti economici incerti, indebitamento elevato, insostenibilità degli impegni assunti. Il Governo attualmente in carica, nel tentativo disperato di buttare la palla in tribuna, ha vietato i licenziamenti, i fallimenti e già che c’era, ha vietato pure la classificazione a sofferenza delle posizioni che tali sarebbero. Leggere nel report di Equita Sim, il cui contenuto sarebbe più ottimistico delle stime dell’EBA, che i prestiti in Bonis forborne manifestano già segnali di difficoltà significa evidenziare quello che ha già detto qualcuno parlando in generale del cosiddetto  new normal, ovvero che non saremo migliori, “perché gli uomini non imparano mai” (Francesco Guccini).
Un prestito classificato forborne, come è noto, è tale perché la concessione, l’aiuto, la forbearance che dir si voglia è stata concessa in relazione a difficoltà temporanee (o presunte tali) che grazie al prestito potrebbero essere superate. Il buon senso, prima ancora che le buone prassi, imporrebbero che tale status (forborne e in bonis) sia assegnato sulla base di documenti, carte, piani, progetti, business plan, budget di tesoreria che documentino, appunto la temporaneità. Temo che, come nel 2008 e a seguire, nulla di tutto questo si sia verificato. E temo che, questa volta molto più velocemente di allora, il credito deteriorato emergerà, perché le regole sono molto più chiare e stringenti, senza dimenticare che l’impatto del Covid non è solo sui livelli del CET1 ratio ma anche sulla liquidità (dunque non solo ICAAP ma anche ILAAP). Occorrerà una soluzione di sistema, a livello europeo e internazionale, certamente: la ricapitalizzazione, anche solo “formale” delle banche -attraverso i ratios patrimoniali- è comunque un problema di policy. Ma come si eroga credito in questo momento e come lo si valuta, resta un problema di best practices, che, a quanto pare, nessun decreto riesce a imporre.
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ABI Alessandro Berti Analisi finanziaria e di bilancio Banca d'Italia Capitale circolante netto operativo CIG (cassa integrazione guadagni) Crisi finanziaria Cultura finanziaria Disoccupazione Fabbisogno finanziario d'impresa Imprese Indebitamento delle imprese PMI Relazioni di clientela

Se non ora, quando.

Se non ora quando.

Ovvero, se non ora, visto che tutto è garantito (?) dallo Stato e tutto o quasi sarebbe dovuto dalle banche, le quali nulla hanno da temere perché tanto pagherà la SACE o il Fondo Centrale di Garanzia, quando vogliamo metterci intorno a un tavolo per provare a capire che quello che serve per le nostre imprese non è credito facile o garantito, ma credito sostenibile. E magari rendersi conto che, nonostante le balle che vengono raccontate ovunque (Il Business Plan? Ma la banca X mica le lo ha chiesto? Ma la Banca Y mi ha dato 1 milione di € e non ha voluto niente e via di scempiaggine in scempiaggine).

Per questo rinnovo l’invito al webinar organizzato da R&A Consulting e al quale mi onoro di partecipare, introducendo la prima giornata. I relatori, a parte il sottoscritto, sono di tutto rispetto: e ci sono 6 crediti formativi. Vi aspetto.

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Alessandro Berti Analisi finanziaria e di bilancio Banche Capitale circolante netto operativo Crisi finanziaria Fabbisogno finanziario d'impresa Imprese Indebitamento delle imprese PMI Relazioni di clientela Unicredit

Più rischi, meno (!) accantonamenti (versare acqua nella sabbia).

Più rischi, meno (!) accantonamenti (versare acqua nella sabbia).
Sul Sole 24 Ore di oggi si legge, riguardo al Fondo Pmi, che “le nuove regole liberano 1,8 miliardi“.

Intanto, per la verità, ci viene detto che il Fondo farà meno accantonamenti, spiegabili solo con la necessità di poter disporre di maggiori risorse, non certo in funzione della diminuzione del rischio. Leggiamo infatti che “il Consiglio di gestione del Fondo di garanzia Pmi ha approvato la riduzione delle percentuali di accantonamento a titolo di coefficiente di rischio sui prestiti garantiti, al 100%, fino a 30mila euro. Un’operazione che consentirà di recuperare 1,8 miliardi rimandando di qualche settimana l’esaurimento dei fondi. Tutto questo in attesa che l’Economia, come preannunciato dal ministro Roberto Gualtieri, intervenga per stanziare nuove risorse. La stima di 1,8 miliardi di minori accantonamenti include l’applicazione delle nuove percentuali sia alle future garanzie da concedere sia alle operazioni finora già garantite. Fino alla seduta di ieri del Consiglio di gestione, per i mini-prestiti garantiti al 100% il Fondo accantonava il 30,2%, una percentuale molto elevata rispetto all’ordinaria amministrazione dello strumento e dovuta al profilo di rischiosità dei beneficiari.”

Il che significa che quando qualche grande banca, e absit iniuria verbis,  tutti sanno qual è la mia “prediletta”, decide di non partecipare per nulla alla gara al finanziamento delle Pmi, spiegando che il Fondo ha già finito o finirà a brevissimo i soldi, al di là dell’atteggiamento, insindacabile per carità, verso le imprese,  forse non ha tutti i torti.

Purtroppo ancora più illuminante è la statistica diffusa dal Fondo e riguardante la platea dei beneficiari dei prestiti garantiti. Leggiamo infatti che, quanto alle “caratteristiche dei beneficiari dei prestiti garantiti al 100%, partiti con un tetto a 25mila euro che poi in sede di conversione in legge del Dl liquidità è stato innalzato a 30mila euro, oltre il 99% delle imprese beneficiarie è costituito da società di capitali e di persone e da imprese individuali, lo 0,6% da professionisti o persone fisiche e lo 0,04% da studi professionali. Prevalgono le micro imprese (88,6%), seguite dalle piccole (10,3%) e medie (1,1%). Il 50,1% delle imprese è localizzato al Nord, il 23% al Centro e il 26,6% al Sud. Il settore con la quota maggiore di beneficiari è il commercio al dettaglio (16,6%), cui seguono i servizi di ristorazione (12,7%), le costruzioni specializzate (8,8%) e il commercio all’ingrosso (8,3%).”

La lista di cui sopra è tristemente caratterizzata da un unico, uniforme, connotato: sono i settori più tradizionali, meno innovativi e maggiormente investiti dalla digitalizzazione del nostro sistema economico. Qualche anno fa l’ISTAT aveva anche stimato che fossero i settori meno propensi agli investimenti. Sono i settori dei quali si stanno finanziando le perdite, ovvero il peggiore dei fabbisogni finanziari possibili: e, statene certi, senza neppure avere visto un simulacro di business plan, di progetto di rilancio. Come versare acqua nella sabbia.

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Alessandro Berti Analisi finanziaria e di bilancio Banche Crisi finanziaria Imprese Indebitamento delle imprese PMI

Essere umano tra gli esseri umani (?).

Essere umano tra gli essere umani (?).

La crisi può paradossalmente avere, come si sa, un effetto positivo se permetterà, attraverso una responsabile economia di sistema, di sostenere le imprese sane e di eliminare, senza alcuna indulgenza, le malefiche imprese – e i malefici imprenditori – dal mercato. Il sistema bancario è l’attore principale della rinascita e l’algoritmo, di cui oggi la banca si può e si deve avvalere è freddo e muto calcolatore solo per chi si rifugia dietro il suo verde o il suo rosso, mentre diventa utilissimo per chi ne sappia valorizzare l’uso quale strumento misuratore, propedeutico al recupero della fiducia in chi quei numeri (misurati dall’algoritmo) li attua nel contesto in cui opera: insomma, si deve valutare il richiedente il credito quale essere umano tra gli esseri umani e non solo numero tra i numeri. Occorre che il regista – lo Stato – ne disegni la trama su misura e, per restare in tema cinematografico, inizi immediatamente le riprese, perché c’è pochissimo tempo e perché il sistema necessita di decisioni condivise e coraggiose per camminare speditamente verso il traguardo finale: la ripartenza del mercato che, per sopravvivere nel medio – lungo periodo, deve basarsi su un sano conflitto competitivo (concetto mai ripetuto abbastanza), senza dimenticare il controllo sociale cui, sommessamente, accennavamo in un nostro precedente intervento.

Questo scrivono, con un po’ di enfasi retorica, Maurizio Onza e Federico Maurizio D’Andrea sul il Sole 24Ore di oggi a proposito della ormai vexata quaestio della velocizzazione delle procedure di analisi e valutazione, da parte delle banche, delle richieste di credito presentate in epoca Covid. Parole che lasciano francamente perplessi, ripetendo alcuni stanchi slogan del passato (non si devono guardare solo i bilanci, l’imprenditore è “un essere umano tra gli esseri umani” etc…) e amenità qualitative che fanno a cazzotti con l’intenzione di “eliminare senza alcuna indulgenza, le malefiche imprese -e i malefici imprenditori- dal mercato“. Già Zingales ben più di un decennio fa evocava il ruolo delle banche come becchini (ovvero ripulitori) del sistema economico, incaricati di eliminare chi non poteva più restare sul mercato. Difficile dar torto al buon Zingales. Solo, ed è qui la vera questione che nell’articolo non appare, non si tratta di combinare un algoritmo con una valutazione demografica e sociologica grazie allo Stato, sceneggiatore e regista di questo film, tanto più se si pensa che basti affidarsi più velocemente alla garanzia pubblica per uscirne vivi. Se restiamo alla metafora cinematografica, vedo attori all’altezza (molte banche, soprattutto nei territori lo sono) e altri che non dovrebbero nemmeno partecipare al casting (purtroppo molte imprese, non solo piccole).

Se non esistono business plan e neppure bilanci credibili, se si ritiene burocrazia intollerabile la richiesta di pezze d’appoggio e di documenti a sostegno dei progetti imprenditoriali, poi non ci si può lamentare se il film riesce male e non ottiene successo. E un attore incapace potrebbe persino venirsi a lamentare (e infatti lo fa) perché qualcuno recita meglio di lui.

Non abbiamo bisogno di più Stato, ce n’è fin troppo e spesso con esiti disastrosi, come nel caso Alitalia e in Ilva. Forse sarebbe il caso di ripensare anche al cosiddetto controllo sociale di cui parlano gli Autori dell’articolo citato all’inizio di questo post: il controllo sociale, se non parliamo di Corea del Nord o Venezuela, si attua grazie a una cultura condivisa, a modi di vedere ed affrontare la realtà, a valori comuni. Nel nostro caso significa parlare di un sistema di relazioni di clientela, ovvero di un rapporto banca-impresa basato sulla partnership, la collaborazione e la trasparenza reciproca: e un sistema di relationship banking non nasce per volontà statale, ma perché gli attori, quelli veri, sanno interpretare bene il loro ruolo. Abbiamo della strada da fare, ma la possiamo fare solo insieme.

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ABI Banche Crisi finanziaria Fabbisogno finanziario d'impresa Relazioni di clientela

Richieste lunari?? Come far affondare il rapporto banca-impresa.

Richieste lunari?? Come far affondare il rapporto banca-impresa.

Leggo sul Sole 24 Ore di oggi questa lettera, che riporto integralmente omettendo solo la firma dell’autore.

Le richieste lunari della banca

“Sono un commercialista che ha la fortuna di assistere, su tutto il territorio nazionale, “primarie aziende” nei rispettivi settori in cui operano. Orbene, una delle mie suddette aziende, con ottimo rating e congrue linee di credito in essere, ha manifestato al settorista di una primaria banca, l’intenzione di avvalersi del “Decreto liquidità” relativamente al parametro “Fabbisogno per costi del capitale d’esercizio e per costi di investimento nei successivi 18 mesi”. Pur non specificando l’importo, ma pur sempre sotto la soglia dei 5 milioni di euro, il suddetto funzionario ha risposto che solo per poter esaminare la pratica avrebbe bisogno della documentazione di cui alla mail allegata. A) bilancio 2019 definitivo e, se preventivo, con firma del legale rappresentante.

b) situazione banche con dettaglio fidi accordati e debito residuo e leasing; c) piano di rimborso del debito rateale e dei leasing; d) relazione dell’amministratore sull’impatto dell’emergenza sanitaria sui conti aziendali (descrivere la situazione di mercato, andamento dei ricavi e margini economici, aspettativa sulla ripresa/normalizzazione dell’attività); e) business plan che copra l’intero piano di rimborso del finanziamento considerando che questo potrà superare i 72 mesi di cui 24 di preammortamento massimo. Dato che ritengo la suddetta richiesta “lunare” e in contrasto con quelle che sono le finalità conclamate, oserei dire “strombazzate” dai nostri governanti, gradirei che tale richiesta fosse portata a conoscenza dell’Abi, di Confindustria e di quanti altri hanno a cuore il problema della liquidità del nostro sistema economico in questo drammatico momento.”

Avrei risposto così, se solo la mail de il Sole non avesse rigettato quanto scritto (l’indirizzo l’ho scritto bene, poi non so…).

Gentili Signori di Sos Liquidità,
non scrivo quasi mai ai giornali, ma leggendo certe lettere mi pare di essere tornato ai tempi della crisi del 2008, quando sulle banche si era gettata addosso lo stigma dell’infamia e le imprese e gli imprenditori erano, naturalmente, al di sopra di ogni sospetto.
La lettera del commercialista (dott…) che lamenta che le banche chiedano il bilancio 2019 e il business plan per gli anni a venire, con la stima dell’impatto Covid è quanto di più professionale, non lunare, si possa immaginare. Per quale motivo la banca dovrebbe dare denari a un imprenditore o a chiunque senza capire cosa ha combinato finora (a questo serve l’ultimo bilancio storico: e spero che la banca abbia già anche gli altri) e senza chiedergli cosa ha in mente di fare (e a questo serve il business plan). Se il collega avesse letto bene il decreto liquidità saprebbe che dall’anno prossimo occorrerà indicare in nota integrativa la stima dell’impatto Covid 19 sul risultato d’esercizio: e forse sarebbe meglio che ne parlasse al suo cliente, magari per capire se e in che modo valga la pena cambiare il business model se un evento esogeno così violento spariglia le carte in tavola per il mondo intero, non solo per lui.
Non andremo molto lontano lamentandoci, senza capire quale sia la nostra situazione, dove vogliamo andare e cosa serva per andarci: sicuramente la comunicazione governativa e quella dei media sul Decreto Liquidità non è stata smagliante, ma è stato il Presidente Bonomi (non il Presidente dell’ABI) a dire che non si risolve la crisi indebitando di più le imprese. Aggiungerei io, da ultimo, che indebitare le imprese per coprire le perdite, senza altre prospettive che chiedere i buchi per l’immediato, è una cosa, a dir poco, sconsiderata.
Mi consola vedere imprese che si stanno gettando a capofitto nei piani e nei progetti, anche facendosi aiutare da validi consulenti e da professionisti che li indirizzano verso scelte consapevoli. Lamentarsi e basta non serve a niente, non serve più: non aiuta e non aiuterà mai a migliorare i rapporti tra le imprese e le banche.

Alessandro Berti

 

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Banche Sud

Crash program (Popolare di Bari per la sicurezza dei risparmiatori).

Crash program (Popolare di Bari per la sicurezza dei risparmiatori).

Il consiglio di amministrazione procederà con decisione sulla strada di una programma d’urto (crash program) con significativi interventi sul versante della riduzione dei costi e dei rischi e per un deciso impulso sul versante dei ricavi, con l’obiettivo di ottenere un significativo miglioramento del conto economico nel secondo semestre.” Così si legge sul Sole 24 Ore di oggi, ed è  certamente rassicurante sapere, fra l’altro, che l’LCR e l’NSFR hanno raggiunto livelli di tranquillità. Però dire che si vogliono aumentare i ricavi, riducendo i costi e i rischi assomiglia un po’ a certi piani finanziari di aziende non finanziarie che vanno in banca a chiedere denari con un “business plan” fatto dall’amministratore di condominio. Forse non andremo a sbattere, perché per farlo bisogna correre: ma ho dei dubbi che si riesca persino a partire. Forse sarebbe il caso di dire che l’unica, realistica strategia è l’aggregazione. Ma questo non è mai popolare.