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Analisi finanziaria e di bilancio Banche

Solo se (auguri condizionati).

Solo se (auguri condizionati)

Ricevuto oggi:

Il Settore Fidi augura a tutti voi un felice e sereno Natale
che vi aiuti a dar vita e concretezza a tutti i vs. buoni propositi!

Auguri

Ps.: oh, noi ve li finanzieremo solo se generano RO & Autofinanziamento positivo!

Ineccepibile.

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Banca d'Italia Banche bisogni Bolla immobiliare

La mala educación (financera).

La mala educación (financera).

New York, Battery Park, 2011, july.

È ufficiale. Essere giovani vuol dire appartenere ad una categoria a rischio: almeno per le banche. Crolla il numero di mutui concessi alle famiglie in tempi di crisi (e questo si sapeva) ma stavolta sui certifica che a farne le spese sono soprattutto gli under 35 e i cittadini extracomunitari, più colpiti dalla disoccupazione e quindi considerati dalle banche soggetti più a rischio. È la fotografia di una delle facce della crisi scattata dalla Banca d’Italia in uno dei suoi cosiddetti «occasional papers».

Questo trovate scritto sul sito del Corriere della Sera, a cura della redazione on line. Leggere un articolo come questo serve a non capire nulla della crisi, serve, come al solito, a lamentarsi. E a farlo con il sostegno del politically correct, perché la crisi è così cattiva (le banche, soprattutto, sono cattive) che ai giovani ed agli extra-comunitari non si fa più credito. Non perché non hanno reddito, no (il vero problema, il vero punto della questione): no, non hanno il mutuo perchè sono giovani ed extra-comunitari. Piegare gli studi e le affermazioni di Banca d’Italia ai propri interessi è sempre stato sport nazionale: farlo in maniera così mediocre, poteva riuscire solo alla redazione online del Corriere. Che, as usual, impartisce mala educaciòn.

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Analisi finanziaria e di bilancio Banca d'Italia Banche di credito cooperativo Giuliano Ferrara Vigilanza bancaria

Denis dentro al buio del locale.

La BTP (Baldassini-Tognozzi-Pontello) spa di Calenzano è finita nell’occhio del ciclone per i suoi rapporti con il Credito Cooperativo Fiorentino, la banca locale presieduta da Denis Verdini ed ora commissariata. Poiché siamo appassionati di analisi aziendale e sempre curiosi di verificare quanto si dice, talvolta a vanvera, dei bilanci delle imprese, siamo andati a prenderli direttamente sul sito aziendale. Purtroppo non è ancora disponibile il bilancio 2009 -pronti ad analizzarlo non appena lo diventerà- ma la lettura dei bilanci 2008 e 2007 fa emergere abbastanza chiaramente alcune cose.

Premesso che un verbale ispettivo della Banca d’Italia è un documento molto riservato, che non dovrebbe uscire dal ristretto ambito degli interessati; premesso altresì che per esperienza chi scrive conosce bene l’operato della Vigilanza e che i rilievi che di norma capita di leggere per lavoro non sono mai manifestamente infondati; premesso anche, con buona pace di Giuliano Ferrara che ne parla sul Foglio, che la questione non è di diritto bancario, ma di gestione bancaria e di valutazione, nel merito, dell’operato aziendale, ivi compreso il “come” si valutano le imprese, ovvero il loro merito creditizio; tutto ciò premesso, la lettura dei bilanci al 31.12.2008, anche tenendo conto del caveat temporale, non provoca gastrite e neppure acidità. Il Corriere della Sera ha prontamente rilevato il livello dei debiti, ben superiori al fatturato, ma si tratta di un fatto normale nelle imprese di costruzioni; la BTP nei due anni esaminati mostra una buona capacità di reddito, seppure in diminuzione nel 2008 a causa dei venti di crisi e dell’aumento degli oneri finanziari. Il Mol in rapporto al totale dei debiti finanziari passa da 7,7 a 8,3 volte, certo superiore al totemico numero 4, stracitato da giornalisti ed analisti, ma senza riscontri scientifici di sorta. Il capitale circolante netto operativo è quelle tipico delle imprese di costruzioni, rappresentato da un ammontare molto elevato di lavori in rimanenza e finanziato perlopiù da anticipi. Sinceramente non sembra un disastro del genere di quelli di cui ci si è occupati già in questo blog, che magari hanno visto coinvolti banchieri democratici, o immobiliaristi à la page. Riparliamone con il bilancio 2009 in mano, ma se qualche giornalista andasse a leggere qualche bilancio in più resterebbe sorpreso. Sorpreso di quante aziende messe in condizioni ben peggiori siano state finanziate, in tutti i settori, specie se PMI, dal Credito Cooperativo, sostenendo talvolta ultra vires l’economia, come altri non ha fatto. E quanti sarebbero i dossier, ben più significativi, da spulciare, a carico di banchieri più grandi e, come dice Ferrara, established. Che si chiami ipocrisia?

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Analisi finanziaria e di bilancio Fabbisogno finanziario d'impresa Imprese Indebitamento delle imprese PMI

Size does (really) matter? Ovvero, ancora sulla dimensione aziendale (1a parte).

Piccolo è bello è una semplificazione giornalistica, di derivazione sociologica. La capacità immaginifica di Giuseppe De Rita e del Censis, in anni passati fecero il resto, facendo la fortuna di una definizione che nella sua sintesi, tuttavia, fa torto alla complessità della realtà.

Siamo la patria delle piccole e medie imprese, forse sarebbe meglio dire delle micro-imprese, quelle fino 5 addetti, che presidiano, con maggioranze bulgare, l’anagrafe tenuta dalle Camere di Commercio. La media impresa, come studi più o meno recenti hanno dimostrato, è tale proprio perché non più affetta dei difetti della piccola: la media impresa sta già diventando grande, si organizza, si struttura, si dota di risorse, di capitali, di management.

A scanso di equivoci, diciamo che si parla di piccole e di micro.

La prima questione da affrontare è metodologica: non esiste una dimensione ideale, perché la dimensione è nello stesso tempo uno strumento per il raggiungimento di determinati obiettivi -difficile immaginare di costruire una mini-acciaieria o un mini-cantiere navale per costruire petroliere-, dall’altra la dimensione è imposta dalla necessità di rimanere competitivi di fronte a quello che richiede il mercato. Il mercato, ovvero i clienti, i concorrenti, quello che accade intorno a noi.

Le coordinate della dimensione sono di due tipi: da un lato il capitale fisso -impianti, macchinari, attrezzature, la terra, un fabbricato etc…- e quello circolante -clienti, scorte e fornitori- cioè il capitale necessario per fare il lavoro che si è scelto di fare. Dall’altra anche il fatturato, ovvero le vendite realizzate grazie all’impiego del capitale necessario, rappresenta una modalità di misurare le dimensioni aziendali. Capitale investito e fatturato sono coordinate che non possono essere trattate disgiuntamente, perché sebbene il fatturato sia vanità (Cino Ripani docet), senza di esso non si possono generare utili (la verità) e la cassa (la realtà).

Il vero problema è in quale modo avviene tutto questo.

Di qualunque cosa si occupi l’impresa, dal fare le piadine al costruire mobili, dal vendere giocattoli al pulire gli uffici e qualunque sia l’origine dell’imprenditore (i.e.: imprenditore “per caso”, imprenditore “ereditario”, imprenditore “che-si-è-costruito-un-posto-di-lavoro-da-solo”, imprenditore che “so fare solo questo” oppure “faccio questo da sempre”, imprenditore che “lo-faccio-per-autonomia” o “perché-le cose-fatte-con-le proprie-mani-sono-più-belle” deve fare i conti con la realtà, ovvero con la necessità di mantenersi in equilibrio economico e finanziario.

Si tratta di due dati di realtà che non possono essere mai ignorati: l’equilibrio economico, ovvero la capacità della gestione di generare un volume di ricavi sufficiente a coprire i costi è sempre necessario, non può mai mancare, salvo situazioni particolari e assolutamente  temporanee (i.e. la crisi). L’equilibrio finanziario, ovvero la capacità della gestione di generare risorse finanziarie -la parola autofinanziamento definisce bene il concetto- può talvolta venir meno, ma solo temporaneamente, in presenza di esigenze di crescita, investimento, sviluppo. Bisogna ricordare che l’autofinanziamento dipende dagli utili, ovvero dal reddito: se un’azienda perde, mancherà sempre la liquidità, e ne mancherà anche se la banca supplisce, aumentando i fidi (e i debiti). Ma, soprattutto, l’autofinanziamento è l’unica misura della compatibilità di qualunque scelta aziendale: con l’autofinanziamento posso ripagare gli investimenti, i debiti contratti per effettuarli, consentire che l’imprenditore, i soci ed i loro familiari possano avere di che mantenersi. (segue)

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Banche Imprese Indebitamento delle imprese Mariella Burani

Capitani coraggiosi.

Fabio Tamburini, sul Sole 24 Ore di oggi commenta il comportamento di Mediobanca, prudente nelle scelte, restìa ad essere coinvolta in progetti impegnativi, nonostante i tassi siano bassi. Tamburini cita un anonimo banchiere, il quale afferma che “ci vorrebbe un po’ più di coraggio”. Ma, nello stesso tempo, ci ricorda che “la leva del debito permette di finanziare su ampia scala progetti impegnativi. I problemi arrivano dopo, quando scatta l’inversione di tendenza e il costo del denaro riprende a salire.” Viste le storie, recenti e non, dai cosiddetti “capitani coraggiosi” di dalemiana memoria -che hanno indebitato fino al collo Telecom-, alla crescita, tutta finanziata con il debito, di Mariella Burani, non solo viene da elogiare il comportamento di Piazzetta Cuccia (che vanta un core tier elevatissimo e non ha risentito della crisi), ma sarebbe il caso di aggiungere, alle parole di Tamburini anche un’altra, semplice, considerazione. La leva del debito facile, infatti, esalta le possibilità di sviluppo ma non migliora di un solo centesimo la redditività caratteristica delle imprese acquisite, fuse, scalate e quanto altro; ed il vecchio concetto della capacità di reddito, che dovrebbe rappresentare il fondamento delle valutazioni, di parte bancaria e non, circa la capacità dell’impresa di mantenersi in equilibrio nel tempo, ripagando i debiti, portando ricchezza, mantenendo l’occupazione. Altrimenti il coraggio serve solo a ri-fare la cattiva finanza degli ultimi dieci anni; non ne sentiamo la mancanza.

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Banche Crisi finanziaria Mariella Burani Unicredit

De crisarum natura.

Fabio Pavesi, con un articolo su Plus di oggi, torna sulla vicenda Mariella Burani, sostenendo la tesi circa la natura finanziaria della crisi del gruppo.
Per ragioni insolite (durante un corso di formazione a dirigenti bancari, nel 1999, uno di essi mi mostrò i bilanci di Mariella Burani Fashion Group ante IPO) ho avuto modo di seguire l’azienda durante questi dieci anni. Già dal 1998 aveva tanti debiti finanziari quanto fatturato, anzi i primi superavano il secondo: per questa ragioni questo blog si è, per dir così, dilettato, della vicenda.
Ma il vero problema non era di tipo finanziario allora, come non lo è ora, bensì di tipo industriale: non è un puntiglio accademico  ma una questione che investe anche un certo modo di pensare al fare impresa. Quello che ritiene che i problemi siano sempre e solo finanziari, di banche (spesso a ragione) ritenute avide, incapaci e cieche di fronte alle necessità delle imprese. Mariella Burani, come ho tentato di dimostrare sulle analisi già pubblicate in questo blog, non è mai stata capace di generare grandi redditi: ed in dieci anni ha generato liquidità solo due (2) volte. Negli ultimi anni, senza che vi fossero obiezioni particolari da parte degli analisti, o del mercato o delle banche, ha anche proceduto a inserire nei ricavi operativi quelli derivanti da operazioni di natura finanziaria (plusvalenze et similia) con la motivazione assai speciosa che si trattava di ricavi ricorrenti. Indubbiamente ricorrenti, tanto è vero che nell’anno precedente la quotazione il bilancio di MBFG recava elevatissimi ammontari (superiori al risultato operativo, per capirci) di proventi finanziari e straordinari.
Il vero problema è quello della crescita sostenibile, che MBFG non ha mai affrontato: dopo il 2000, l’unico anno in cui si ravvisano benefici dal’operazione di aumento di capitale, non vi sono più riduzioni del debito, ma solo incrementi, legati ad uno sviluppo che non trovava riscontri né nella capacità di reddito né, tantomeno, in quella di rimborso. Sotto questo profilo non sono d’accordo con quella parte di articolo di Pavesi nel quale afferma che “se marchi ed avviamenti rivelano di valere meno di quanto erano iscritti a bilancio sono dolori. Perché arrivano le perdite, si comprime il patrimonio ed i debiti pesano a questo punto assai di più.” Indubbiamente gli eventi citati generano problemi contabili, ma solo di quelli si tratta. I debiti sono sempre gli stessi e la possibilità che siano rimborsati risiede non già nel capitale di rischio, che non corrisponde a denari nel cassetto dell’impresa, quanto piuttosto alla capacità dell’impresa di generare, contestualmente, reddito e liquidità. In altre parole, marchi ed avviamenti, al di là del fatto che possano svalutarsi, valgono per quanto sono capaci di influenzare la capacità dell’azienda di svolgere la propria attività in condizioni di efficienza economica e di equilibrio finanziario.
Infine, rimane una domanda, quella che viene posta nella parte iniziale dell’articolo, ovvero la follia, sostenuta da UBI Banca, consistente nello spendere 70 milioni per un’OPA sulle proprie azioni. Probabilmente si tratta di un errore marchiano: ma non mi stupirei se, nella mente di qualcuno dei protagonisti, l’operazione avesse avuto, perlomeno nelle intenzioni, quella di ridurre il flottante per incrementare il ROE. Visti i maestri (ed i finanziatori: Unicredit è sempre stata grande sponsor dell’azienda e dei suoi esponenti), non mi stupirebbe.

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Banche Sud Sviluppo

La capacità di reddito.

Il Corriere Economia di oggi, in un articolo a firma Alfio Sciacca, nell’ambito di una pagina dedicata al “Viaggio nella crisi. Il fronte dei finanziamenti” oltre a prevedere code allo sportello per la costituenda Banca per il Sud, racconta due storie, quelle di Arabicaffè di Catania e di Finamore a Napoli, quali esempio di cecità bancaria di fronte ai problemi delle Pmi.
Colpisce, non disponendo di elementi concreti per discutere su quanto riportato dai due giornalisti riguardo alle due imprese in questione -sono riportati solo i dati relativi al fatturato ed ai dipendenti: forse sarebbe interessante conoscere anche l’ammontare della posizione finanziaria netta e dell’utile- colpisce, si diceva, il riferimento alla prassi bancaria nel modo seguente:” (Se si presenta un giovane) semplicemente gli sbattono la porta in faccia (..) a meno che non sia in grado di offrire non solo garanzie immobiliari, ma anche di reddito. Oggi un giovane può avviare un’attività solo se ha qualche casa di proprietà e porta in garanzia anche lo stipendio del padre e la pensione della nonna”.

Colpisce non tanto la descrizione della prassi bancaria nel Mezzogiorno, certamente nota e che, purtroppo, non fa più notizia, quanto piuttosto che “passino”, sottintesi nel discorso, due concetti sui quali varrebbe la pena riflettere: le banche dovrebbero finanziare le nuove imprese; la capacità di reddito è una richiesta iniqua.

Ora, che le banche debbano finanziare le start-up, ovvero le imprese che nascono e che mostrano, nei primi tre anni di vita, la più elevata mortalità, è tutto da dimostrare. E’ noto, o dovrebbe esserlo, che le fasi iniziali della vita di un’impresa, all’interno della divisione del lavoro esistente nei sistemi finanziari, secondo logica e secondo buonsenso, dovrebbe essere appannaggio di venture capitalist e di business angels. Non delle banche, che rischiano denari dei risparmiatori e che non dovrebbero farsi carico al 100% del rischio d’impresa.

In secondo luogo, la capacità di reddito, ovvero la capacità dell’impresa di generare un volume di ricavi adeguato a coprire i costi ed a generare una sufficiente redditività operativa non può essere considerata né un orpello inutile, né una pretesa ingiustificata. Per quale ragione un risparmiatore, uno qualunque, compreso uno di quelli che si lamenta delle banche, dovrebbe prestare denari senza prospettive reddituali?

Forse sarebbe il caso di pensare, sul solco di quanto accade per esempio in Francia, non solo a sviluppare gli incubatori di impresa e fondi chiusi a partecipazione mista, pubblico-privato, che intervengano nel capitale di rischio delle imprese neo-costituite. Forse sarebbe il caso anche di pensare a implementare ed accrescere la formazione in materia gestionale e manageriale. Altrimenti si fa solo ideologia e facile propaganda: ma non si costruisce nulla.