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Alessandro Berti Banca d'Italia Banche

Happy Easter

…and see you in Madrid, for MAF 2018

We will discuss of italian banks dimension on thursday, 5th april 2018, in the afternoon.

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Banca d'Italia Banche Banche di credito cooperativo Bolla immobiliare Crisi finanziaria Inter

A proposito di bad bank…(pensiero stupendo).

A proposito di bad bank…(pensiero stupendo).

AC Milan's forward Mario Balotelli shows his jersey at the end of the Italian Serie A soccer match between FC Inter and AC Milan at Giuseppe Meazza Stadium in Milan, 13 Settembre 2015. ANSA/ DANIEL DAL ZENNARO

Ci voleva il Derby per farmi tornare a comprare il Corriere della Sera del lunedì: l’unica cosa buona del tutto è stata ri-leggere il Corriere Economia, poiché il servizio nelle pagine di sport era assai insulso ed il commento dimenticabile. Molto meglio il pretoriano-morattiano Fabio Monti, ma tant’è…

Detto del Derby, Fabrizio Massaro (omen nomen?) mi fa compagnia in una cena solitaria di #turismofinanziario e mi fa riflettere sulla bad bank, l’oscuro oggetto del desiderio di molte banche. Il meccanismo è noto, ma lo ripeto a beneficio dei miei piccoli (studenti) lettori: una società-veicolo compra i crediti non performing (o NPL) dalle banche, liberando i bilanci delle stesse dall’ingombrante presenza del credito deteriorato. Le banche incamerano qualche spicciolo, la differenza tra valore di libro del credito e valore di mercato sono perdite. Hic sunt leones. Una bad bank fatta per salvare un intermediario creditizio dai suoi crediti deteriorati compra i crediti ad un valore superiore a quello di mercato e le perdite gravano in misura minima sui bilanci bancari: in Italia è già successo con il Banco di Napoli, le perdite le abbiamo pagate tutti. Ma non c’erano gli euri, la disciplina degli aiuti di Stato era meno stringente e tante altre belle (?) cose. Ora non è più così: e se la bad bank dovesse essere varata, anche con il favore della UE, resterebbe a carico del contribuente l’onere dell’operazione. Meditare necesse est.

Solo un piccolo particolare: il buon Massaro giustamente parla nel suo articolo dei problemi legati alla giustizia civile ed alla lunghezza dei relativi processi (nonché delle esecuzioni, immobiliari e non), oltre che della natura dei crediti deteriorati, a suo dire più facili da stimare se di natura immobiliare e più complessi se relativi ad imprese. Trascurando, almeno all’apparenza che, con buona pace di chi oggi criticava Orfini su Twitter, le banche usano i soldi dei risparmiatori e devono applicare i criteri di “sana e prudente gestione“: ovvero, non solo non c’è banca al mondo che non richieda le garanzie ma, soprattutto in Italia, le garanzie hanno supplito al deficit di tecnica bancaria per fare prestiti a tutti, imprese soprattutto comprese. Fatta la bad bank ed eliminate le scorie nucleari degli NPL, chi impedirà alle banche di continuare a fare cattivo credito? Non la vigilanza europea, non allo stato degli atti: e, vista la devastazione operata dall’inizio della crisi, non la Banca d’Italia. Pensiero stupendo, nasce un poco strisciando: la bad bank incentiva l’azzardo morale e toglie le castagne dal fuoco. Alla Banca d’Italia.

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ABI Alessandro Berti Banche Crisi finanziaria

Pannicelli caldi.

Pannicelli caldi.

Impacchi_camomilla

Quando, una vita fa, facevo ancora un mestiere vagamente assomigliante a quello del commercialista, ricordo che una delle domande più frequenti da parte degli imprenditori riguardava il pagamento delle imposte: anzi, la domanda esattamente era: “Ma adesso posso scaricare questo anzichè quello, la macchina anzichè il cellulare etc…?” Nessuno che mi abbia mai chiesto come fare a monitorare la redditività o a controllare i costi, l’utile pre-tax era concepito come normale, scontato.

Leggere dei provvedimenti del Governo Renzi sulla deducbilità dei crediti bancari come toccasana di tutti i mali fa sorridere: se da una parte pone rimedio ad un’evidente incongruità (le perdite su crediti si verificano e basta, e quando si spesano in bilancio devono poter essere dedotte, tutte, al 100%, come avviene in tutti gli altri Paesi), dall’altro non rende le banche più capitalizzate e, improvvisamente, più disponibili ad erogare credito. Le attività fiscali erano e sono un elemento negativo del patrimonio di vigilanza, ma non faranno lievitare il capitale di rischio di banche che generano perdite su crediti ed intaccano il patrimonio non per colpa delle attività fiscali, ma perché non sanno più fare il loro mestiere. Il quale, come ricorda la circolare 263 di Bankitalia (che forse qualche giornalista ed anche qualche tecnico di associazione di categoria dovrebbe cominciare a studiarsi) consiste nella misurazione del rischio.

Se si misura correttamente il rischio lo si remunera, e attraverso lo spread, come sa ogni studente di economia, si coprono le perdite: nè servirà a fare buon credito accelerare le procedure di recupero, se, appunto, il primo recupero non comincia dalla “sana e prudente gestione“. Diversamente, ridurre il carico fiscale sotto la riga dell’utile pre-tax, lasciando che sopra continui a farla da padrone la voce 130 è, appunto, un impacco di camomilla. Dà sollievo, ma dopo che lo hai tolto non ti trasformi in Uma Thurman: rimani Cita, Cita Hayworth.

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Banca d'Italia Banche Liquidità Mario Draghi Rischi

Strumenti di qualità elevata (soldi veri).

Rinsaldare la stabilità delle banche, contenere il rischio di liquidità sono gli obiettivi principali del pacchetto di proposte regolamentari recentemente messo a punto dal Comitato di Basilea. Il patrimonio degli intermediari dovrà essere composto da strumenti di qualità elevata, veramente capaci di assorbire le perdite; la leva finanziaria verrà limitata; si attenueranno gli aspetti pro-ciclici della regolamentazione, prevedendo riserve e accantonamenti da accumulare nei periodi di forte crescita, da utilizzare quando si materializzino perdite.

Mario Draghi, intervento al Forex, Napoli, 12 febbraio 2010

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Banche Borsa Rischi Vigilanza bancaria

Fra ratios e cedole.

Siena, Piazza del Campo

Gabriello Mancini, presidente della Fondazione Monte dei Paschi, a proposito dell’intenzione di Giuseppe Mussari, presidente di Banca Montepaschi, di evitare, o quasi, di erogare il dividendo, in vista del necessario rafforzamento della Banca -Basilea 3 essendo alle porte- ha dichiarato: “Vogliamo che la banca sia in salute, ma ci sono anche le esigenze della Fondazione”. Quest’ultima ha accettato, sul bilancio 2008, una riduzione ad un sesto di quanto erogato nell’anno precedente della cedola di propria competenza. Nel frattempo, la crisi ha presentato il suo conto al sistema bancario, tanto più debole e bisognoso di iniezioni di capitale, Basilea 3 o no, a seconda che si fosse lanciato in rischi eccessivi e/o avesse proceduto ad acquisizioni troppo care. Montepaschi, per quanto è dato di sapere, fa parte della seconda categoria, per la nota vicenda Antonveneta.

Non sarebbe male, tuttavia, rammentare a Gabriello Mancini che, nonostante si sia in un anno elettorale, la mucca non può essere munta all’infinito. E, d’altra parte, riesce difficile pensare che la folle avventura di Mussari dell’acquisizione degli sportelli Antonveneta non fosse stata approvata e pianificata in pieno accordo con la Fondazione. Ora però si tratta di condividere una dieta, perché non solo non esistono pasti gratis, ma si sono anche ridotte le porzioni. Non dovrebbe essere difficilissimo, dal momento che la Fondazione è l’azionista di maggioranza assoluta, prendere decisioni. O no?

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Banche Crisi finanziaria USA Vigilanza bancaria

Credit crunch prossimo venturo.

Lorenzo Bini Smaghi tranquillizza, sul Sole 24 Ore dei giorni scorsi, rispetto agli effetti di Basilea 3, ovvero la revisione degli accordi di Basilea 2, in fieri in questi giorni. Nello stesso giornale, venerdì 29, Alessandro Graziani riporta i timori di Morgan Stanley la quale, in un’analisi resa pubblica in questi giorni, sostiene che il sistema bancario europeo avrà bisogno, entro il 2012, di 83 miliardi di capitale in più. Oppure, stanti gli attuali quozienti a copertura del rischio di credito, dovrà ridurre l’attivo di 1000 miliardi di euro. Paradossalmente, pare che i nuovi criteri allo studio avvantaggino maggiormente le banche USA, nell’immaginario collettivo e non solo, principali colpevoli della crisi, rispetto alle innocenti -nell’immaginario collettivo ma non solo- banche europee: fra le quali le banche italiane sarebbero vieppiù penalizzate dal fatto che le grandi banche annoverano fra i principali azionisti le Fondazioni, ovvero soggetti attenti al territorio. Lasciando stare per ora i commenti sull’applicazione concreta delle nuove norme (si potrebbero per esempio ipotizzare maggiori accantonamenti per il rischio derivante dall’attività finanziaria rispetto a quello derivante dall’esercizio del credito), le riflessioni indotte dalla notizia sono varie.

La prima riguarda la presunzione di innocenza delle banche europee, non solo indimostrabile, ma comprovata dai numerosi salvataggi effettuati dalle autorità inglesi, francesi, tedesche, olandesi e belghe. E quanto a moral hazard, non scherziamo neppure in Italia, vista ricapitalizzazione di Unicredit ed il massiccio ricorso a Tremonti.-bond di Banco Popolare e di Banca Popolare di Milano.

La seconda riguarda i timori di un credit crunch epocale: è vero che il capitale di rischio è per definizione una risorsa scarsa, in banca, ma le prediche fatte al sistema delle imprese perché aumenti la propria dotazione di mezzi propri valgono solo in una direzione? Gli azionisti delle banche sono tutti diventati pezzenti?

La terza questione: affamando la bestia, ovvero, riducendo il credito alle imprese, in concomitanza con il rientro dei capitali scudati, si potrebbe immaginare, come abbiamo già scritto, che le imprese, finalmente, ricapitalizzino in maniera significativa, riducendo di quasi la metà gli impieghi del sistema bancario a breve termine. Senza danni per l’economia, riequilibrando le strutture finanziarie, sgravando i conti economici dal peso degli oneri finanziari.

Infine, le fondazioni. Riesce difficile immaginarle come verginelle, vestali e custodi del genius loci, tutte protese al benessere locale. I CEO delle banche da esse possedute li hanno nominati e plauditi loro, li hanno confermati in funzione dei ROE, li hanno discussi, ipocritamente, solo quando i buoi erano fuggiti dalla stalla. Un po’ di dieta fa bene a tutti, non solo ai cardiopatici.

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Banche Unicredit

Unicredit’s baedeker

Vittorio Carlini in un articolo di grande approfondimento e spessore, al quale rimando volentieri -anche da azionista-, spiega tutto ciò che occorre sapere sull’aumento di capitale di Unicredit. Solo un particolare, all’interno del servizio, appare stonato e fuori luogo, e non certamente per difetto del giornalista, quanto piuttosto per l’impostazione sottesa alle affermazioni di un esperto intervistato, il dott.Pigoli, di Pigoli consulenza. Quest’ultimo, al riguardo, ha affermato che (l’aumento) sembra funzionare sotto due punti di vista. In primis, perché l’operazione con capitale ordinario va nella direzione dell’aumento di qualità degli asset richiesto dalle autorità internazionali; poi, perché le adesioni che arrivano dai grandi azionisti (l’altro ieri l’ok di Crt e Cariverona, ndr) indicano che la mossa dovrebbe essere digerita dal mercato”.

Non sappiamo che giudizio darà il mercato dell’aumento di capitale, così come si ignora come si formerà e con quali determinanti il risultato dell’esercizio 2009 di Unicredit. Ma non crediamo che sia importante e neppure decisivo quello che dirà il mercato circa un’operazione che, sarebbe bene dirlo con chiarezza, si è resa necessaria per l’assoluta inadeguatezza del capitale di rischio posto a base dell’operatività della banca di piazza Cordusio. I grandi azionisti non sono il mercato ma, appunto, coloro che attraverso i manager, da essi prescelti e confermati, hanno chiesto ed ottenuto negli anni scorsi ROE sempre più elevati a fronte di rischi più alti e capitali risicati. Ora che è il momento di mettere mano al portafoglio, non dovrebbe essere il giudizio del mercato ad avere l’ultima parola ma, vivaddio, il senso di responsabilità, verso piccoli azionisti e, soprattutto, risparmiatori.

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Banche Crisi finanziaria Rischi Unicredit

Mine anti-banca.

Il Sole 24 Ore del 3 gennaio titola con terminologia bellica l’affronto del problema dei crediti in sofferenza da parte delle banche, parlando di 80 miliardi di prestiti incagliati nel 2009 quale, appunto, mina per i nostri istituti di credito.

Ora, a parte una maliziosa e sacrosanta incursione dell’articolista nel tema della ricapitalizzazione e degli accantonamenti da rinvigorire, quello che colpisce nell’articolo sono due cose. La prima è la notizia, sempre smentita da Alessandro Profumo, circa l’esistenza del credit crunch: apprendiamo che Unicredit ha contratto i prestiti del 7,6%. Perché lo si possa chiamare credit crunch cosa serve, meno 30%? La seconda questione riguarda il tema della ricapitalizzazione bancaria, tema che rischia, negli ultimi tempi, di essere trattato come un fastidioso accidente della gestione delle aziende di credito. Senza scomodare il Vangelo e la parabola delle vergini sagge e delle vergini stolte, basta avere un po’ di dimestichezza con la montagna per sapere che la giacca a vento va sempre messa nello zaino. Perché il tempo può cambiare e  non ci si può trovare ad avere freddo sotto la tormenta. Me lo ha insegnato mio padre, agricoltore, non banchiere. Certo, lo zaino impiccia, più cose contiene e più pesa. Ma se un alpinista imprudente rischia la propria vita, un banchiere imprudente cosa rischia?

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Banche Fabbisogno finanziario d'impresa Imprese Indebitamento delle imprese PMI

Basilea dos

Il nuovo direttore generale dell’ABI, Sabatini, in un’intervista al Sole 24 Ore, parla dei tempi lunghi necessari per l’approvazione dei nuovi accordi di Basilea, che si vorrebbero improntati al modello del dynamic provisioning, sulla scorta di quanto già attuato da Spagna e Canada. In particolare si tratterebbe di accantonare, in periodi favorevoli, maggiori somme destinate a rafforzare il capitale, in vista di quei momenti, negativi, per i quali l’accantonamento potrebbe essere inferiore, al fine di attenuare o ridurre la pro-ciclicità dell’attuale sistema. Sabatini individua nel trattamento fiscale, sfavorevole, e nella necessità di rispettare i principi contabili internazionali IAS i due ostacoli principali ad una rapida approvazione delle modifiche all’attuale, inadeguata, normativa di vigilanza. Il problema fiscale è reale, e su questo punto l’attività di lobbying dell’ABI, complice la crisi, si è fatta più pressante ed efficace. Quanto agli IAS, il problema potrebbe essere risolto molto più in fretta se solo i governi avessero in animo lo stesso decisionismo praticato per i salvataggi durante la crisi: sarebbe difficile immaginare che, a causa dell’opposizione dei gran sacerdoti della ragioneria internazionale non si possa procedere a modifiche importanti e sostanziali.

Più complicata la questione per quel che riguarda la capitalizzazione delle banche ed i tempi di attuazione dell’ipotesi spagnola-canadese. Sabatini sostiene che i due Paesi si fossero attrezzati in tempi precedenti alla crisi e dunque che adesso non si possa avere fretta; resta che lo hanno fatto, dunque non dovrebbe essere un’impresa così ardua e titanica. Sabatini, peraltro, fedele al suo compito istituzionale, si mostra restio sull’argomento della ricapitalizzazione delle banche, invocando maggiore trasparenza e capitalizzazione da parte delle imprese. Nulla di nuovo sotto il sole, si tratta di argomenti già visti, che sono puntualmente tirati fuori nel dibattito da ormai più di dieci anni, ma che a questo punto fanno sorgere almeno tre domande:

  1. siamo certi che l’atteggiamento delle banche muterebbe, ove Basilea “3” si mostrasse meno-prociclica?
  2. la ri-capitalizzazione delle banche non dovrebbe essere ancora più importante di quella delle imprese, dal momento che è finalizzata a tutelare anzitutto i risparmiatori depositanti?
  3. e, infine, se davvero le imprese ri-capitalizzassero massicciamente, attingendo magari a somme depositate presso le banche stesse e, a questo punto, anche opportunamente “scudate”, che ne sarebbe del margine di interesse, eroso dalla riduzione dei volumi di raccolta e impieghi?
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Banche Vigilanza bancaria

Size does matter.

Victor Massiah, AD di Ubibanca

Giusto a proposito di revisione dei coefficienti prudenziali, non più tardi del 1°dicembre Victor Massiah, amministratore delegato di Ubi Banca, in un’intervista rilasciata al Sole 24 Ore, contrariamente a quanto affermato dal suo collega Corrado Passera -come riportato nel post precedente- circa la necessità di ridurre i coefficienti di Basilea 2 in chiave anticiclica, ha affermato che sarebbe opportuno non tanto ridurre, quanto piuttosto rafforzare, differenziando le regole, fra chi fa banca retail e chi specula. L’intervista è interessante anche per altre ragioni -UBI Banca è rimasta una banca saldamente ancorata al territorio, non deve reinventarsi una cultura della presenza e dunque Massiah può parlare a buon diritto del “ripartire dal direttore di filiale”– ma sul punto dei coefficienti è interessante perché rimette al centro della questione il punto dell’adeguato livello di capitale. Che non lo era prima della crisi, non lo è neppure ora e difficilmente potrebbe tornare ad esserlo se i vincoli per le banche fossero allentati.