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BCE Crisi finanziaria

Portare in cassa 20-25 €/bn (e basta là).

Portare in cassa 20-25 €/bn (e basta là).

Provo a resistere alla tentazione di sparare sentenze però alcuni fattori vanno chiariti:
1. la fiammata delle borse e la discesa dello spread BTP vs Bund di questi giorni non dipende dalla manovra come i giornali di regime vogliono farci credere ma alle attese che i mercati ripongono nel vertice delll’8 e 9 dicembre (ricordo che i primi trattati europei furono sottoscritti proprio l’8 dicembre e misteriosamente adottata la bandiera con 12 stelle) dove i più ottimisti si aspettano una ridefinizione della BCE come Lender Of Last Resort (prestatore di ultima istanza): saranno probabilmente delusi;
2. per quanto riguarda la manovra, questa doveva raggiungere tre obiettivi:
– portare in cassa 20-25 €/bn e probabilmente lo farà e questa è oggettivamente una necessità;
– essere equa e non lo sarà in quanto pagano sempre gli stessi (maggiori imposte 80%, minori spese 20%)
– favorire la crescita e non lo farà in quanto riduce il potere d’acquisto (es. la nuova ICI, il blocco della rivalutazione delle pensioni …) e dunque è intrinsecamente depressiva.

Staremo a vedere ma a me, da bocconiano, viene da associarmi a quanti si domandano:  Ma per mettere nuove tasse e lasciare tutto il resto come prima, c’era bisogno di tanti professoroni? non hanno fatto così da 40 anni i vecchi governi “politici”?.
Capire tutto magari no ma neanche farci prendere per il ..lo così sfacciatamente come sta cercando di fare il Giornalista Unico Italiano.

Cino Ripani

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Banche Banche di credito cooperativo Crisi finanziaria Imprese PMI

Imprese subprime.

Imprese subprime.

Nel 2007 abbiamo scoperto, e manifestato per questo grande deplorazione, che le banche americane avevano nei loro attivi molti prestiti di pessima qualità, i mutui cosiddetti subprime, erogati a prenditori incapaci di restituirli. Abbiamo criticato e stigmatizzato che si fossero dati mutui a persone prive di capacità di reddito, per cupidigia, per il pensiero che tanto poi le garanzie immobiliari avrebbero supplito, rivalutandosi: abbiamo trovato i colpevoli nella cattiva finanza, nelle idee dei democratici USA, nel keynesismo. Con i mutui subprime è stata data la possibilità di comperare casa a chi probabilmente non l’avrebbe mai avuta ed ora tutti costoro, ahiloro, sono fuori, davanti alla loro abitazione è scritto bank-owned.

Nel 2011, ma purtroppo il fenomeno non è affatto recente e risale almeno al 2008, cominciamo a scoprire i subprime di casa nostra; che non sono famiglie povere che hanno comperato case che non potevano permettersi, ma imprese marginali. Che hanno contratto debiti che non potevano pagare, che non possono pagare, che non potranno mai pagare. Perché sono, appunto, marginali: non hanno redditività operativa, quand’anche l’avessero avuta in passato era modestissima, incapace di sopportare il benché minimo peso di oneri finanziari. Operano in settori dove la concorrenza è altissima, vivono di paghe in nero, di evasione, di clientela marginale. Ora quella redditività non c’è più. In compenso i prestiti ci sono ancora, servono a consentire i prelievi dei titolari, a condurre vite poco sopra la sussistenza, in un quadro che vede le banche, soprattutto quelle di credito cooperativo, sostituirsi impropriamente alla previdenza sociale, alle istituzioni benefiche, alla Caritas. Quei denari non saranno mai resi; e poiché le perdite graveranno sugli istituti e sui loro depositanti, forse sarebbe il caso di chiedersi fino a quando le banche potranno tenersi prestiti illiquidi, che rendono la banca a sua volta illiquida? Fino alla prossima ispezione di Bankitalia? Senza dimenticare che le imprese subprime, ci piaccia o no, sottraggono risorse alle altre imprese, a quelle che potrebbero crescere, assumere, creare ricchezza. Non è uno scandalo che esistano le imprese subprime, è uno scandalo che siano state finanziate, ovvero illuse, di poter restare in piedi, semplicemente grazie ai debiti bancari. Le banche sono i becchini del sistema economico: ma se le salme rimangono all’aperto, il contagio è per chiunque.

Ha ragione il prof.Ripani, quando dice che “allora siamo tutti più poveri: e l’emigrazione ricomincia ad essere una risorsa“. Ma dovremmo anche aggiungere, perché il problema è di educazione, che non siamo ancora abbastanza seri: e che il problema ci riguarda tutti. Buon lavoro.

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Crisi finanziaria

La salvezza non è automatica.

La salvezza non è automatica.

New York, World Financial Center, 2011

L’amico Cino Ripani mi manda questa citazione, che condivido fino in fondo.

Ho ritrovato questa frase della Arendt che, vera sempre, dice una parola acuta sulla crisi, anche quella economica, anche quella della singola impresa.

Quanto più la bilancia pende verso la catastrofe, tanto più l’atto compiuto in libertò apppare miracoloso; la salvezza, infatti, non è automatica: automatico è il processo che conduce alla catastrofe, e che deve quindi sembrare in ogni caso irresistibile

Hannah Arendt

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Banche Consob Unicredit

Operazioni di “sistema” (Fondazione Cariverona che ne pensa?)

Operazioni di “sistema” (Fondazione Cariverona che ne pensa?)


Se il buon giorno si vede dal mattino, quello di Unicredit, novella banca “di sistema”, promette di essere plumbeo: operazioni “di sistema” come la ristrutturazione Premafin-Fonsai non sono un buon presagio di redditività, o di scintille in Borsa. Per la Consob, quella di Premafin-Fonsai è una ristrutturazione. “La società è in una situazione di crisi attestata”, e pertanto Unicredit è esonerata dall´Opa.

L´operazione quindi, va valutata come salvataggio. Ma di quale azienda? Più della compagnia assicurativa Fonsai, a rischio dissesto sono Premafin, che la controlla con poco meno del 42%, e le altre holding più a monte: la solita piramide con cui i Ligresti controllano Premafin. Tralasciamo per semplicità le holding a monte. Premafin è chiaramente in crisi: la sua unica attività, la quota in Fonsai, ai prezzi di mercato vale 301 milioni, ed è tutta in pegno alle banche (Unicredit capofila) a fronte di un indebitamento di 302. Di fatto, Fonsai è delle banche creditrici. L´unica attività rimasta ai Ligresti è il valore del premio di controllo.

In una situazione simile, qualsiasi banca agirebbe a tutela dei propri crediti. Potrebbe richiede il reintegro della garanzia; ma i Ligresti non hanno i soldi per farlo. O imporre la vendita della quota Fonsai al miglior offerente, e con l´incasso del premio di controllo rimborsare anche i debiti delle società a monte; ma così se ne mette a rischio l´italianità! O escutere il pegno, diventare azionista di controllo di Fonsai, ristrutturarla, valorizzarla e ricollocarla sul mercato: bella operazione di ristrutturazione, ma non “di sistema”. O convertire il debito in azioni, diluendo i Ligresti, per poi procedere come sopra alla ristrutturazione.

Invece, Unicredit mette mano al portafogli per aumentare il valore della garanzia (Fonsai) offerta dal debitore Premafin in crisi: 170 dei 450 milioni dell´aumento Fonsai saranno versati dalla banca. Stupefacente. E inefficiente: dei 170 milioni, solo il 42% (la quota Premafin) andrà ad aumentare la garanzia; il resto sarà a beneficio degli altri creditori di Fonsai (Mediobanca in primis).

Ma non basta: invece di pretendere che i Ligresti mettano nuove risorse in Premafin, Unicredit gliele elargisce a fondo perduto. Per sottoscrivere la sua quota di aumento, infatti, Unicredit non acquisterà i diritti sul mercato, ma dai Ligresti a un prezzo almeno doppio: se per esempio l´aumento avvenisse ai valori odierni, 5,8 euro, Unicredit pagherebbe ogni nuova azione 12,7 euro.

Vale a dire, le basterebbero meno di 80 milioni per rilevare il 6,6% di Fonsai pattuito, ma ne paga 170: la differenza viene elargita ai Ligresti. È un prezzo più basso di quello offerto da Groupama, argomenta Unicredit: ma i francesi pagavano per il controllo (ergo l´Opa); mentre per Unicredit è una ristrutturazione.

Tanta munificenza a vantaggio di un imprenditore straordinario colpito dalla sfortuna? Non direi. Tra operazioni in conflitto di interessi, affari immobiliari e investimenti dubbi, la gestione Ligresti di Fonsai è stata disastrosa (come ben riassunto su Affari&Finanza dal 3/5). Non bastasse, i Ligresti si sono fatti pagare emolumenti per 60 milioni in 5 anni. Almeno di questi, Unicredit dovrebbe pretendere la restituzione. Sorge il dubbio che per Unicredit sia un´operazione di marketing. Da domani, ogni imprenditore italiano vorrà essere suo cliente. Se le cose vanno male, potranno richiedere il “trattamento Ligresti” e lanciare un aumento di capitale: Unicredit sarà felice di sottoscriverlo, e di fornire all´imprenditore, a fondo perduto, le risorse per mantenere il controllo.

E non è finita. Viene richiesto un aumento da 350 milioni anche alla Milano Assicurazioni, controllata di Fonsai, che non ne ha bisogno: non serve a migliorare i solvency ratio del gruppo, non previsti dalla regolamentazione attuale; ed è l´opposto di quanto Fonsai potrebbe fare per patrimonializzarsi, ovvero, cedere attività. A meno che si stia preparando il terreno per una fusione tra le due assicurazioni: il costo, oggi, sulle spalle della minoranza della Milano; il beneficio, domani, a chi controlla Fonsai. Il gruppo smentisce. Ma a pensar male, con le operazioni di sistema, spesso si indovina.


Alessandro Penati, Repubblica.

Grazie a Cino Ripani per la segnalazione.

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ABI Banche

Il palio dei somari.

Quello vero si corre a Turrita di Siena. Quello bancario si corre a Siena, come ricordato nell’articolo di Alessandro Penati su Repubblica e che riportiamo grazie alla segnalazione del prof.Ripani.

Per la cronaca: sono gli stessi che fanno il “bilancio sociale“, vantandosi di non finanziare quelli che producono i paracadute per l’esercito, ma solo per chi ne fa un uso sportivo.

Il sonno della ragione genera somari.

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Analisi finanziaria e di bilancio Fabbisogno finanziario d'impresa Imprese Indebitamento delle imprese PMI

Size does (really) matter? Ovvero, ancora sulla dimensione aziendale (1a parte).

Piccolo è bello è una semplificazione giornalistica, di derivazione sociologica. La capacità immaginifica di Giuseppe De Rita e del Censis, in anni passati fecero il resto, facendo la fortuna di una definizione che nella sua sintesi, tuttavia, fa torto alla complessità della realtà.

Siamo la patria delle piccole e medie imprese, forse sarebbe meglio dire delle micro-imprese, quelle fino 5 addetti, che presidiano, con maggioranze bulgare, l’anagrafe tenuta dalle Camere di Commercio. La media impresa, come studi più o meno recenti hanno dimostrato, è tale proprio perché non più affetta dei difetti della piccola: la media impresa sta già diventando grande, si organizza, si struttura, si dota di risorse, di capitali, di management.

A scanso di equivoci, diciamo che si parla di piccole e di micro.

La prima questione da affrontare è metodologica: non esiste una dimensione ideale, perché la dimensione è nello stesso tempo uno strumento per il raggiungimento di determinati obiettivi -difficile immaginare di costruire una mini-acciaieria o un mini-cantiere navale per costruire petroliere-, dall’altra la dimensione è imposta dalla necessità di rimanere competitivi di fronte a quello che richiede il mercato. Il mercato, ovvero i clienti, i concorrenti, quello che accade intorno a noi.

Le coordinate della dimensione sono di due tipi: da un lato il capitale fisso -impianti, macchinari, attrezzature, la terra, un fabbricato etc…- e quello circolante -clienti, scorte e fornitori- cioè il capitale necessario per fare il lavoro che si è scelto di fare. Dall’altra anche il fatturato, ovvero le vendite realizzate grazie all’impiego del capitale necessario, rappresenta una modalità di misurare le dimensioni aziendali. Capitale investito e fatturato sono coordinate che non possono essere trattate disgiuntamente, perché sebbene il fatturato sia vanità (Cino Ripani docet), senza di esso non si possono generare utili (la verità) e la cassa (la realtà).

Il vero problema è in quale modo avviene tutto questo.

Di qualunque cosa si occupi l’impresa, dal fare le piadine al costruire mobili, dal vendere giocattoli al pulire gli uffici e qualunque sia l’origine dell’imprenditore (i.e.: imprenditore “per caso”, imprenditore “ereditario”, imprenditore “che-si-è-costruito-un-posto-di-lavoro-da-solo”, imprenditore che “so fare solo questo” oppure “faccio questo da sempre”, imprenditore che “lo-faccio-per-autonomia” o “perché-le cose-fatte-con-le proprie-mani-sono-più-belle” deve fare i conti con la realtà, ovvero con la necessità di mantenersi in equilibrio economico e finanziario.

Si tratta di due dati di realtà che non possono essere mai ignorati: l’equilibrio economico, ovvero la capacità della gestione di generare un volume di ricavi sufficiente a coprire i costi è sempre necessario, non può mai mancare, salvo situazioni particolari e assolutamente  temporanee (i.e. la crisi). L’equilibrio finanziario, ovvero la capacità della gestione di generare risorse finanziarie -la parola autofinanziamento definisce bene il concetto- può talvolta venir meno, ma solo temporaneamente, in presenza di esigenze di crescita, investimento, sviluppo. Bisogna ricordare che l’autofinanziamento dipende dagli utili, ovvero dal reddito: se un’azienda perde, mancherà sempre la liquidità, e ne mancherà anche se la banca supplisce, aumentando i fidi (e i debiti). Ma, soprattutto, l’autofinanziamento è l’unica misura della compatibilità di qualunque scelta aziendale: con l’autofinanziamento posso ripagare gli investimenti, i debiti contratti per effettuarli, consentire che l’imprenditore, i soci ed i loro familiari possano avere di che mantenersi. (segue)

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Banca d'Italia Banche BCE Consob Crisi finanziaria Vigilanza bancaria

Vigilanza europea (?).

Marco Onado, con un bell’articolo sul Sole 24 Ore di sabato 5 dicembre pone in evidenza due problemi, per dir così, esistenziali, nella definizione di un sistema di vigilanza europeo:

  1. la definizione stessa di banca (sic);
  2. quali siano le componenti del capitale bancario.

Onado, nel rimarcare che durante la crisi è completamente mancato il coordinamento fra le autorità di vigilanza -come da caso Fortis, smembrata in tre parti suddivise secondo la nazione salvatrice-, sottolinea l’importanza di seguire le raccomandazioni contenute nel rapporto Larosière su due punti, quello di trasformare in autorità europee le singole autorità nazionali, ovvero i Comitati europei di vigilanza micro-prudenziale in vere e proprie Autorità europee e quello di adottare il modello tedesco quando prevede la suddivisione delle autorities in base al criterio funzionale, ovvero banche, mercati e assicurazioni.

Commentare Onado da parte del sottoscritto sarebbe come chiosare Ratzinger per un prete di campagna, dunque non oso.

Rilevo solo che il sistema funzionale, è in uso sicuramente in Germania, ma lo è anche da noi: e visto l’andamento della crisi in Italia, forse non funziona tanto male.

Quanto ai due interrogativi esistenziali, io mi concentrerei soprattutto su quello riguardante il capitale, privilegiando le componenti di cassa e di capitale, lasciando ai margini gli strumenti ibridi e tutto ciò che non è cassa. Perché la storia della crisi, fra le altre cose, conferma l’insegnamento di Cino Ripani, ovvero che “la cassa è realtà.”