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Banche Consob

L’aumento di capitale Carim, ovvero i rischi di ricapitalizzare la banca dei cioccolatai.

L’aumento di capitale Carim, ovvero i rischi di ricapitalizzare la banca dei cioccolatai.

Ci voleva la Consob per fare scendere dal pero dei sogni e della lontananza della realtà tutti coloro che parlano della ricapitalizzazione di banca Carim come di una formalità, che grazie alla Fondazione, agli industriali etc…consentirà di mantenere la banca in mani riminesi, riprendere il lavoro a favore del territorio e tante altre belle cose. Consob menziona ben 24 fattori di rischio, come riportato dall’ottimo Paolo Facciotto sulla Voce di Rimini di oggi, in relazione “alla partecipazione nel CIS e al piano industriale futuro. Confermato che non ci sarà il consorzio di garanzia e messo in luce il fatto che la volontà della Fondazione di mantenere la maggioranza rappresenta un fattore di debolezza.”

Anche sorvolando sul fatto che fino al 2016 non si parlerà di dividendi (chissà cosa farà la Fondazione? Metterà i dipendenti in cassa integrazione? Chiuderanno per ferie?), fra i fattori di rischio si evidenziano le multe e addirittura possibili risarcimenti per 54,5 mln.di €. JM non è mai stato molto tenero nei confronti di una Banca seduta sulla scontatezza del proprio prestigio, gestita come un ufficio postale di periferia o una banchetta di campagna dedita al piccolo cabotaggio e la lettura del comunicato Consob conferma quanto si è sempre detto sul blog. Mi pare tuttavia che la cosa davvero grave, ciò che davvero dovrebbe rappresentare IL fattore di rischio, ciò di cui nessuno ha ancora parlato, nemmeno a livello di voci, è il piano industriale. Che ovviamente manca, mancando il CdA ed essendo ancora presenti i commissari Bankitalia. In sostanza, la questione vera è la governance, una governance sulla quale l’azionista di maggioranza, la Fondazione Carim. ha mostrato tutti i limiti di una gestione consociativa e politicizzata. C’è da chiedersi cosa accadrà, dopo. La Consob non può dirlo, ma accanto al rischio che rimanga socia di maggioranza la Fondazione, forse ne andrebbe evidenziato un altro: che rimanga socia tout court, continuando ad esercitarsi nell’arte, finora insuperata, di fare la figura del cioccolataio.

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Rischi Risparmio e investimenti Strumenti finanziari Università

Poco più di un buffetto sulla guancia.

Poco più di un buffetto sulla guancia.

Sugli amministratori di Helm, l’avvocato Rescigno conclude: «Quali soggetti che materialmente hanno commesso da un lato la violazione del regolamento e dall’altro l’illecito collocamento delle quote del fondo caymano… agli amministratori si potrà contestare sia la realizzazione materiale delle violazioni, sia il mancato controllo e quindi un loro contributo indiretto alla realizzazione dei quegli atti che hanno cagionato i danni ad Igm».

L’istruttoria della Consob su Helm si è formalmente chiusa il 30 settembre 2010 con la delibera n. 17512. Avendo accertato «la mancanza di correttezza e diligenza del comportamento di Helm Finance Sgr nell’interesse degli investitori gestiti, per essersi la società disinteressata della gestione del Fondo speculativo Helm Growth Premium, in ogni fase del ciclo di vita dello stesso» la Consob delibera sanzioni amministrative per 55.100 euro ad Alessandro Angelo Rombelli, 29.900 a Maurizio Dallocchio e 16.200 a Giulia Ligresti. Poco più di un buffetto sulla guancia a tutti. Per anni, invece, Alberto Micalizzi non ha avuto neppure quello. Fino a martedì.

Claudio Gatti, Il Sole 24 Ore, 19 novembre 2011

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Borsa Consob Imprese Indebitamento delle imprese IPO profitto

Moncler, mon cher!

Moncler, mon cher!

Moncler rinuncia alla quotazione

Il fondo Eurazeo rileva il 45% per 418 milioni – I francesi pagano 12 volte il Mol –  Carlyle ha venduto circa il 30% ed è uscito dal capitale, mentre gli altri azionisti hanno limato le partecipazioni

Salta la quotazione in Borsa di Moncler. A Piazza Affari non va in porto nemmeno l’attesa terza matricola: dopo i dietrofont di Philogen e di Rhiag, la griffe dei piumini sportivi avrebbe dovuto essere la prima società del 2011 a sbarcare sul listino. Ma ieri la doccia fredda: Moncler rinuncia allo sbarco in Borsa e la maggioranza, attualmente in mano al fondo Carlyle di Marco De Benedetti e all’imprenditore stilista Remo Ruffini, passa al fondo francese Eurazeo (che avrà il mentre l’imprenditore rimane col 32% e Carlyle con una quota di minoranza). I francesi, azionisti di Banca Leonardo in Italia, hanno pagato 418 milioni per diventare i primi azionisti col 45%.

A differenza di Rhiag, che ha detto addio il giorno prima del debutto, Moncler non ha nemmeno fatto partire il road show. Già nel fine settimana sono comparsi i primi dubbi: lo slittamento del road show, che sarebbe dovuto partire ieri, non è un segnale che lasciava ben sperare. Fin dai primi giorni di pre-marketing, il nodo è stato il prezzo: per i venditori Moncler non valeva meno di un miliardo; dal mercato, invece, sarebbe arrivata un’indicazione di forchetta tra i 700 e gli 800 milioni. Le borse sono ricettive, come dimostrano le stratosferiche Ipo negli Stati Uniti, ma almeno a Piazza Affari gli investitori non sono disposti a strapagare le aziende. I fondi, invece, riescono a offrire prezzi molto più generosi: nel caso di Moncler addirittura 12 volte il Mol che equivale 1,2 miliardi di euro di valorizzazione, ossia il massimo della forchetta stimata da Banca Imi (global sponsor della fallita quotazione). Ovvio che i venditori, specie se, come nel caso di Carlyle in Moncler, sono dei finanzieri puri, di fronte a valutazioni così alte hanno scelto la strada del secondary buy-out, lasciando l’amaro in bocca a Borsa Italiana.

Piazza Affari troppo avara o fondi bulimici? Di certo sul mercato c’è un eccesso di liquidità che crea distorsioni: la presenza di un private equity, poi, ha fatto prevalere la natura più finanziaria. Ceduta a Eurazeo, assistita da Lazard, Moncler riprende la via della Francia, dopo quasi venti anni: la storica casa è nata Oltralpe, a Grenoble, nel 1952. Dopo il periodo d’oro a metà degli anni ’80, sulla scia del fenomeno, tutto italiano, dei Paninari, il marchio era finito in declino. L’accoppiata Ruffini-De Benedetti l’ha riportata ai fasti di un tempo, ma dietro l’ennesima retromarcia di un’azienda da Piazza Affari, secondo indiscrezioni, ci sarebbe stato anche un animato scontro tra i due soci, proprio nel fine settimana: nonostante le valutazioni più basse del previsto Ruffini sarebbe stato intenzionato ad andare avanti lo stesso con la quotazione. La Borsa rappresentava infatti l’approdo di un cammino industriale e aveva anche finalità commerciali (l’Ipo sarebbe stata usata per coinvolgere partner, clienti e fornitori). Secondo quanto si apprende, avrebbe anche accettato un prezzo nella parte bassa della forchetta, anche per garantire al titolo un rialzo post-quotazione (andando incontro anche ai desiderata del mercato). In più giocava anche la constatazione che Ruffini, dopo l’Ipo, sarebbe rimasto il principale azionista, visto che a vendere era soprattutto il fondo.

A Carlyle, un private equity di dimensioni mondiali mosso da logiche di ritorno sugli investimenti e di rendimenti da garantire ai propri sottoscrittori, lo sconto chiesto dal mercato era inaccettabile. Soprattutto se c’era già pronto un compratore privato disposto a riconoscere quel prezzo che il mercato azionario rifiutava. Chiaro che, nonostante tutto si sia deciso nel giro del fine settimana, Eurazeo non è comparso all’improvviso e che Moncler ha giocato su due tavoli contemporaneamente. La politica del doppio binario sta ormai diventando una prassi: Rhiag sta facendo lo stesso col fondo Pamplona. Dopo due quotazioni saltate, a Piazza Affari l’umore verso i private equity non è dei migliori: Salvatore Ferragamo, la prossima aspirante matricola, è un’azienda familiare. Si spera che sarà per davvero la prima matricola del 2011.

Così Il Sole 24 Ore sulla mancata e cara quotazione di Moncler. Ma vivaddio, perché dobbiamo fremere per ogni nuova o mancata quotazione? Le vecchie società quotate annoiano? Bisogna trovare nuovi temi di interesse? Il capitalismo è diventato un parco giochi, dove si cerca di ammazzare il tempo: a quanto pare, senza matricole, il tempo passa più lentamente. Fino al punto di far dire che “l’eccesso di liquidità crea distorsioni“. Va bene, ne abbiamo ascoltate tante, ascoltiamo anche questa. Chiedere, soprattutto ai giornalisti (ma anche a Vincenzo Boccia, ad Emma Marcegaglia, a Giuseppe Vegas etc…) la decenza di piantarla con le lamentazioni sulla mancanza di liquidità e sulla limitatezza della Borsa, è troppo?

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Borsa Consob Imprese Indebitamento delle imprese IPO

Ci vuole più private equity, venture capital, le imprese devono quotarsi, etc, etc, etc…

Ci vuole più private equity, venture capital, le imprese devono quotarsi, etc, etc, etc…

Morya Longo, Il Sole 24 Ore

Potremmo chiamarla la «crisi del quinto anno», come nei matrimoni (ma con due anni d’anticipo). Oppure potremmo puntare il dito sull’eccesso di liquidità, pompata dalle banche centrali, che alimenta le bolle. Sta di fatto che i fondi di private equity sono tornati a comprare e vendere aziende agli stessi valori del 2007. Quell’anno, passato alla storia per essere l’apice della «bolla» del private equity, i fondi in Italia acquisivano società valutandole mediamente 11,7 volte il margine operativo lordo. Oggi quei prezzi sono tornati. Proprio ieri i fondi Eurazeo hanno rilevato il 45% di Moncler valorizzando la società 12 volte il Mol: più della media del 2007. Pochi giorni fa Rhiag, di proprietà del fondo Alpha, non ha convinto gli investitori in Borsa, ma ha trovato un altro fondo disposto ad acquistarla ai prezzi che per Piazza Affari erano troppo elevati. Di recente i grandi magazzini Coin sono stati venduti dal fondo Pai a Bc Partners. Aziende che passano da un fondo all’altro, a valutazioni sempre più elevate, come fossero figurine. Sembra di rivedere il film del 2007.

Un deja vù che alcuni operatori spiegano con «la crisi del quinto anno». I fondi di private equity hanno una “vita” decennale: prima raccolgono soldi dagli investitori, poi hanno cinque anni di tempo per investirli, rilevando aziende, e infine hanno altri cinque anni per disinvestirli rivendendo le società a prezzi più elevati. Tra il 2006 e il 2007 sono state racimolate enormi quantità di denaro, ma poi i fondi non sono riusciti a usarle a causa della crisi. Dentro i fondi di tutto il mondo, stima di Morgan Stanley, c’è la bellezza di 434 miliardi di dollari non utilizzati.

Ecco, dunque, il problema: per chi ha raccolto denari tra il 2006 e il 2007, i cinque anni per l’investimento stanno per scadere. Questi fondi dunque devono, a qualunque costo, comprare qualcosa: anche perché, allo scadere dei cinque anni, perderebbero una buona fetta di commissioni pagate loro dagli investitori se non hanno investito i soldi loro affidati. Il bisogno di alcuni di comprare s’incontra poi con quello di altri di vendere: cioè i fondi che hanno acquisito società negli anni della bolla (2006 e 2007) e che ora devono rivenderle partendo da una base di prezzo già alta. È l’eterna legge del mercato.

Se la Borsa, dove pure c’è tanta liquidità, non è disposta a strapagare le aziende, come dimostrano i casi di Rhiag e Moncler, l’unica via d’uscita è di vendere le aziende ad altri fondi: quelli disposti a pagare qualsiasi cifra pur di fare operazioni. Il fenomeno è globale. E, probabilmente, anche italiano. Nella Penisola – calcola Morgan Stanley – tra gennaio e maggio 2011 sono state effettuate acquisizioni per 3,3 miliardi: poco sotto i 3,9 dell’intero 2010. Sta aumentano anche la leva: le banche stanno tornando a finanziare con crediti sempre più elevati le acquisizioni.

Siamo dunque di fronte a una nuova bolla? Molti ne sono convinti. Che succederà quando i fondi, che oggi comprano, dovranno rivendere tra qualche anno e dovranno farlo a prezzi ancor più alti? Non tutti però cedono agli allarmismi: il multiplo di 12 volte il Mol pagato per Moncler, per esempio, è in linea col mondo della moda (dove si vedono multipli anche più alti). C’è una logica dei numeri, si dice. Può darsi. Il problema è che queste giustificazioni si sono già sentite. Nel 2007.

L’ottimo articolo di Morya Longo dimentica di dire ciò che con cadenza martellante ripete Confindustria, Consob e chiunque pensi di avere qualcosa da dire sul capitalismo italiano, compresi i redattori di molti manuali e gli autori di molti libri sui mercati mobiliari: in effetti, abbiamo anche sentito, e non nel 2007, ma molto tempo prima, senza interruzione, che ci vuole più finanza mobiliare, più capitale di rischio, più strumenti innovativi di capitale. Adesso che scopriamo che c’è troppa liquidità, qualcuno vuole dirci dov’è l’errore?

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Banche Consob Unicredit

Operazioni di “sistema” (Fondazione Cariverona che ne pensa?)

Operazioni di “sistema” (Fondazione Cariverona che ne pensa?)


Se il buon giorno si vede dal mattino, quello di Unicredit, novella banca “di sistema”, promette di essere plumbeo: operazioni “di sistema” come la ristrutturazione Premafin-Fonsai non sono un buon presagio di redditività, o di scintille in Borsa. Per la Consob, quella di Premafin-Fonsai è una ristrutturazione. “La società è in una situazione di crisi attestata”, e pertanto Unicredit è esonerata dall´Opa.

L´operazione quindi, va valutata come salvataggio. Ma di quale azienda? Più della compagnia assicurativa Fonsai, a rischio dissesto sono Premafin, che la controlla con poco meno del 42%, e le altre holding più a monte: la solita piramide con cui i Ligresti controllano Premafin. Tralasciamo per semplicità le holding a monte. Premafin è chiaramente in crisi: la sua unica attività, la quota in Fonsai, ai prezzi di mercato vale 301 milioni, ed è tutta in pegno alle banche (Unicredit capofila) a fronte di un indebitamento di 302. Di fatto, Fonsai è delle banche creditrici. L´unica attività rimasta ai Ligresti è il valore del premio di controllo.

In una situazione simile, qualsiasi banca agirebbe a tutela dei propri crediti. Potrebbe richiede il reintegro della garanzia; ma i Ligresti non hanno i soldi per farlo. O imporre la vendita della quota Fonsai al miglior offerente, e con l´incasso del premio di controllo rimborsare anche i debiti delle società a monte; ma così se ne mette a rischio l´italianità! O escutere il pegno, diventare azionista di controllo di Fonsai, ristrutturarla, valorizzarla e ricollocarla sul mercato: bella operazione di ristrutturazione, ma non “di sistema”. O convertire il debito in azioni, diluendo i Ligresti, per poi procedere come sopra alla ristrutturazione.

Invece, Unicredit mette mano al portafogli per aumentare il valore della garanzia (Fonsai) offerta dal debitore Premafin in crisi: 170 dei 450 milioni dell´aumento Fonsai saranno versati dalla banca. Stupefacente. E inefficiente: dei 170 milioni, solo il 42% (la quota Premafin) andrà ad aumentare la garanzia; il resto sarà a beneficio degli altri creditori di Fonsai (Mediobanca in primis).

Ma non basta: invece di pretendere che i Ligresti mettano nuove risorse in Premafin, Unicredit gliele elargisce a fondo perduto. Per sottoscrivere la sua quota di aumento, infatti, Unicredit non acquisterà i diritti sul mercato, ma dai Ligresti a un prezzo almeno doppio: se per esempio l´aumento avvenisse ai valori odierni, 5,8 euro, Unicredit pagherebbe ogni nuova azione 12,7 euro.

Vale a dire, le basterebbero meno di 80 milioni per rilevare il 6,6% di Fonsai pattuito, ma ne paga 170: la differenza viene elargita ai Ligresti. È un prezzo più basso di quello offerto da Groupama, argomenta Unicredit: ma i francesi pagavano per il controllo (ergo l´Opa); mentre per Unicredit è una ristrutturazione.

Tanta munificenza a vantaggio di un imprenditore straordinario colpito dalla sfortuna? Non direi. Tra operazioni in conflitto di interessi, affari immobiliari e investimenti dubbi, la gestione Ligresti di Fonsai è stata disastrosa (come ben riassunto su Affari&Finanza dal 3/5). Non bastasse, i Ligresti si sono fatti pagare emolumenti per 60 milioni in 5 anni. Almeno di questi, Unicredit dovrebbe pretendere la restituzione. Sorge il dubbio che per Unicredit sia un´operazione di marketing. Da domani, ogni imprenditore italiano vorrà essere suo cliente. Se le cose vanno male, potranno richiedere il “trattamento Ligresti” e lanciare un aumento di capitale: Unicredit sarà felice di sottoscriverlo, e di fornire all´imprenditore, a fondo perduto, le risorse per mantenere il controllo.

E non è finita. Viene richiesto un aumento da 350 milioni anche alla Milano Assicurazioni, controllata di Fonsai, che non ne ha bisogno: non serve a migliorare i solvency ratio del gruppo, non previsti dalla regolamentazione attuale; ed è l´opposto di quanto Fonsai potrebbe fare per patrimonializzarsi, ovvero, cedere attività. A meno che si stia preparando il terreno per una fusione tra le due assicurazioni: il costo, oggi, sulle spalle della minoranza della Milano; il beneficio, domani, a chi controlla Fonsai. Il gruppo smentisce. Ma a pensar male, con le operazioni di sistema, spesso si indovina.


Alessandro Penati, Repubblica.

Grazie a Cino Ripani per la segnalazione.

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Borsa Capitalismo Consob

Poison pill.

Poison pill.

Le poison pill possono far bene a Piazza Affari. Non manca un piccola provocazione nel primo discorso al mercato finanziario pronunciato ieri dal neo presidente della Consob Giuseppe Vegas all’assemblea annuale della autorità di vigilanza. Se in Italia il peso degli azionisti forti nelle società quotate continua ad aumentare – le società controllate di diritto o di fatto sono sono passate da 156 a 178 dal 1998, l’anno del Testo Unico della Finanza (Tuf) – la responsabilità è anche della difesa ad oltranza del principio della contendibilità delle imprese, un valore promosso proprio dal Tuf.  «L’effetto indesiderato – ha sottolienato Vegas – è stato quello di accentuare la chiusura degli assetti proprietari delle imprese» al fine di evitare quelle scalate indesiderate che la normativa proteggeva. E allora – è la riflessione-provocazione del presidente della Consob – consentire alle società di inserire statutariamente maggiori poison pill (pillole avvelenate) o voti multipli in funzione anti takeover – strumenti cui si fa frequente ricorso in al legislazioni (Usa o Europa del Nord) – potrebbe rendere gli azionisti forti meno ossessionati dell’esigenza di puntellare gli assetti di controllo. Accettando pertanto di disboscare almeno in parte quel reticolo di patti di sindacato e piramidi societarie che caratterizzano Piazza Affari e bloccano il mercato delle quote proprietarie.

Così ieri il Sole 24 Ore sulla Relazione annuale della Consob: mostrando che sul tema del mercato del controllo delle imprese e degli assetti proprietari si può dire tutto ed il contrario tutto senza timore di apparire contraddittori. Ma, a parte i caveat che lo stesso articolo propone in finale (le poison pill finirebbero per rendere ancora meno contendibile il mercato stesso), a nessuno viene il dubbio che quando ci si quota l’ultimo dei problemi degli offerenti sia la contendibilità? O forse, poiché il sacro principio della contendibilità è scritto in ogni manuale che si rispetti, la realtà va adattata al manuale e non il manuale alla realtà?

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Banche Borsa Consob Germania Vigilanza bancaria

Priorità (?).

Priorità (?).

Ma poiché una banalità tira l’altra, non poteva mancare la constatazione che “in questo contesto le banche continuano a rappresentare il principale canale di reperimento e distribuzione delle risorse all’interno del sistema. Le peculiarità dell’intermediazione bancaria, dal lato della provvista e dal lato dell’erogazione dei fondi, hanno contribuito a orientare le scelte di investimento delle famiglie verso portafogli concentrati su prodotti con elevato rischio di liquidità, e le scelte di finanziamento delle imprese, in particolare di quelle medio-piccole, verso il debito a breve. Sia i datori sia i prenditori dei fondi risultano più esposti alle fluttuazioni del ciclo economico di quanto non accada nei sistemi finanziari caratterizzati da mercati azionari più evoluti.
La nuova disciplina dettata da Basilea III introduce obblighi in materia di gestione del rischio di liquidità e leva finanziaria e più stringenti requisiti patrimoniali per il rischio di credito, ai quali le banche si stanno già adeguando tramite rilevanti operazioni di ricapitalizzazione. Tali circostanze, oltre a porre il settore bancario in competizione con quello non finanziario nella raccolta di capitale di rischio, comporteranno inevitabilmente un razionamento del credito, soprattutto nei confronti delle imprese più rischiose e innovative.
Potenziare il ruolo del mercato azionario è dunque una priorità. È un fatto che i sistemi finanziari più evoluti tendano ad allontanarsi dalla struttura “bancocentrica”. Bilanciare la centralità del credito bancario nel modello di finanziamento delle imprese e nelle scelte di investimento delle famiglie, secondo un percorso che privilegi l’integrazione, piuttosto che la contrapposizione, è esigenza oggi non rinviabile.”
Giuseppe Vegas, Relazione annuale Consob.

Vegas sa bene che sono le banche le principali azioniste della Borsa Italiana privatizzata: e che non è affatto dimostrato che sistemi economici orientati ai mercati siano perciò stesso più efficienti di quelli orientati agli intermediari. Al riguardo ci si potrebbe chiedere quel che pensa Vegas della Germania, il cui sistema bancario, peraltro molto assistito, è anche molto frammentato ma, indubbiamente, anche al servizio di un’economia reale che traina il resto d’Europa. Da ultimo, difficile non sorridere pensando che ai supposti guasti di Basilea 3 (i.e. credit crunch) possa porre rimedio un ritrovato protagonismo della Borsa Italiana. Alla quale si rivolgono imprese medio-grandi certamente non razionate dalle banche, i cui obiettivi dichiarati, conformemente alla vulgata corrente, sono quelli della crescita, le cui ambizioni, in realtà, si fermano alla necessità di fare cassa e di sistemare azionisti junior e senior. Tutte le altre, quelle che il credit crunch lo hanno già subìto, in Borsa non andranno, né ora, né mai: ed è forse a loro che la questione della cultura finanziaria, nel senso di una sana modalità di gestione aziendale (per esempio, con meno debiti finanziari) dovrebbe rivolgersi, più che ai risparmiatori.

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Banche Borsa Consob

Stimolando l’afflusso del risparmio (approcci culturali).

Stimolando l’afflusso del risparmio (approcci culturali).

Il neo-presidente della Consob, Vegas, nella sua relazione annuale per il 2010 non ha mancato di sottolineare che “la Consob intende adoperarsi per lo sviluppo del mercato azionario agendo sul sistema delle regole che determinano i costi di quotazione e, per quanto possibile, stimolando l’afflusso del risparmio verso la borsa.

E, sempre nell’ambito della relazione odierna, si è anche affermato che “è tempo di un diverso approccio culturale, che superi quello in base al quale è meglio disporre di una solida quota di controllo in un’impresa che, per questo motivo, è costretta al nanismo, piuttosto che mantenere una partecipazione, magari più risicata, in un’impresa che cresce ed è in grado di aggredire i mercati mondiali.”

Difficile aspettarsi che il Presidente di un’Autorità Pubblica, preposta al controllo di un mercato, rappresenti le vere criticità di quello stesso mercato, che ove rappresentate correttamente farebbero sorgere più di un dubbio a chi ancora non ne nutre al riguardo. Ma affermare che i costi della quotazione allontanano le imprese dalla Borsa significa prima di tutto sconfessare una privatizzazione che, con tutti i suoi limiti, resta il tratto caratteristico di tutti i mercati sviluppati e, in secondo luogo, non mettere mai in discussione la vera questione del capitalismo familiare italiano, i cui limiti sono quelli di un capitalismo straccione. Al quale sarebbe il caso di non tenere bordone, considerando magari che alcuni campioni nazionali, sono internazionali pur non essendosi mai quotati. Oppure Ferrero e Barilla devono essere considerati nani?

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Banca d'Italia Banche Consob

Sceriffi senza pistole.

Sceriffi senza pistole.

La Consob e le autorità di controllo in generale corrono gli stessi rischi di uno sceriffo che, pur senza pistole, si trova accusato di non far rispettare la legge in città. La sentenza della Cassazione che chiede alla Consob di risarcire degli investitori dopo il fallimento di una Sim è un episodio emblematico di una stagione che può essere ricca d’incognite, senza vantaggi per nessuno.

Donato Masciandaro, Il Sole 24 Ore, 15 marzo 2011

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Borsa calcio minore Risparmio e investimenti Unicredit

L’importante è avere un investitore serio (un americano a Roma).

L’offerta sarebbe sensibilmente inferiore all’attuale valore di borsa (circa 156 milioni) e prevede una ricapitalizzazione, sugli 80-100 milioni. Ma la vendita non è conclusa. E le sorprese potrebbero non essere finite, in una procedura caratterizzata fin dall’inizio da scarsa trasparenza, ritmata da voci che hanno alimentato la speculazione in borsa. Il caso più clamoroso è stato il balletto di voci intorno ad Aabar, il fondo di Abu Dhabi primo azionista di UniCredit con il 4,99%, il cui nome è apparso nella fase delle manifestazioni d’interesse ed è stato indicato, il 31 gennaio dall’Ansa, come presentatore di un’offerta vincolante attraverso una società anonima lussemburghese, la Claraz Sa, con l’assistenza dell’avvocato Nino Lombardo dello studio Dla Piper.Aabar ha smentito di essere in corsa solo due giorni dopo, il 2 febbraio, mentre alcuni legali ed esperti finanziari, scavando in Lussemburgo, stavano per denunciare che Claraz Sa non è collegata al fondo degli Emirati arabi ma ad altri soggetti, tra cui un esponente della famiglia Rothschild (lo stesso blasone dell’advisor della vendita). Strano che per settimane Aabar non avesse mai smentito le voci di partecipazione, né lo avesse fatto UniCredit. La Consob si era accontentata di dichiarazioni generiche di Italpetroli, in cui il venditore diceva di aver ricevuto «alcune» proposte e infine «alcune offerte», senza indicare il numero né i nomi. Il terreno ideale per favorire speculazioni o altre manovre. Solo ieri mattina un comunicato chiarificatore sulle «cinque offerte». Se andrà a buon fine la trattativa con Di Benedetto & C., assistiti dallo studio Tonucci e da PwC, UniCredit dovrebbe rimanere nella compagine come azionista della “nuova” Roma, con il 40% si dice. Il venditore è anche compratore allo stesso tempo. È anomalo. E forse la banca finanzierà anche l’acquisto. L’amministratore delegato di UniCredit, Federico Ghizzoni, ha confermato: «L’importante è avere un investitore serio. Poi se dobbiamo rimanere per un periodo azionisti di minoranza, possiamo anche farlo».
G.D. Il Sole 24 Ore

L’importante è avere un investitore serio: che entri e metta quattrini, ed eviti che ci si possa porre, nuovamente, domande imbarazzanti, quali quelle riguardanti la finalità del finanziamento ad A.S.Roma da parte di Unicredit, che c’entri un’operazione come questa con lo sviluppo, la crescita e l’occupazione e se anche questa operazione è stata fatta grazie ad una grande banca, come Unicredit, che fa cose che le banche locali non sono capaci di fare.

Tutto il resto, compreso il fumo in Borsa ed i rumors, l’atteggiamento della Consob e la scarsa trasparenza, sono solo dettagli. L’ultimo dei quali, se fossi un Sensi me lo chiederei, è la domanda di tutte le domande: perché ci siamo fumati il patrimonio di famiglia per la Roma? Doesn’t make sense.