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Licenze taxi come “polizze”: polizze?

Licenze taxi come “polizze”: polizze?

MILANO – Suona il citofono. Le sette di sera. Appartamento (comprato negli anni Cinquanta e poi lasciato dai genitori) in corso Lodi (una lunga direttrice tra centro e periferia) di Giovanni Maggiolo, 47 anni, tassista e ormai sindacalista a tempo pieno (Cgil) dei tassisti.
Per curiosità, chi era al citofono?
«Un collega. Stiamo andando a una trasmissione a Telenova. Ha 49 anni. Ha perso il lavoro. Allora, alla sua età, si è indebitato con gli anziani genitori per comprarsi una licenza da tassista. E ora liberalizzano. La licenza è la sua assicurazione sulla vita: che farà?».

Fin qui un brano dall’articolo di Andrea Galli, sul Corriere.it di oggi. L’intervista procede con la difesa, ovvia, viste le cifre, del sindacalista, e paragoni con il resto d’Europa. C’è qualcosa di marcio nel regno di taximarca, direbbe Shakespeare: c’è qualcosa che assomiglia molto ad una bolla, non ad una polizza, che determina rendite che non possono venire meno, pena la perdita di un capitale investito, appunto, in una licenza. Quello stesso meccanismo per cui, mi si raccontava qualche tempo fa a Firenze, i bar in quella città vengono comprati e pagati con le cambiali, i taxi con denaro sonante ed in nero. E’ quantomeno da dubitare che, eliminato il meccanismo della rendita, liberalizzando le licenze, il prezzo non scenda: perché da parte del tassista non si dovrebbe procedere all’ammortamento ed al recupero del costo della licenza. Il ragionamento potrebbe essere ripetuto per bagnini, farmacisti e notai (in Portogallo i notai sono pubblici ed estremamente economici: in Francia i notai sono avvocati, pagati il giusto, sicuramente meno che in Italia), a tacer del resto, ovvero commercialisti, avvocati etc… Il problema è che quando vuoi tagliare un rendita c’è sempre qualcuno che ha la rendita più rendita della tua. Nell’intervista citata sopra, il sindacalista, infatti, cita i farmacisti, che a loro volta citeranno i tassisti e così via. Ma chiunque capisce da solo che riporre in una licenza il concetto di polizza, ovvero di capitale accumulato, ha qualcosa di malato e di sbagliato in sè. Tanti auguri al ministro Passera.

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Banche Unicredit

La sai la barzelletta sul consulente?

Sarà anche vero, come afferma Fabio Bolognini che se la banca è “sbagliata” non è colpa dei consulenti e che, anzi, questi ultimi hanno contribuito a generare “pingui dividendi“. Il post è molto interessante e rimando alla sua lettura, anche per la menzione delle analisi di Pierluigi Celli, che non posso che condividere pienamente. Riesce tuttavia difficile pensare alle società di consulenza come innocenti professionisti, che propongono ai manager, i quali invece dispongono. E’ nota la contiguità fra Università Bocconi, McKinsey e management delle grandi banche italiane, per esempio nelle figure di Alessandro Profumo e Corrado Passera; così come è noto che molti dei modelli organizzativi di cui parla Bolognini sono stati vistati e validati da colleghi che avevano calcato gli stessi banchi universitari dei manager per i quali lavoravano. Nulla di male, ma la vicinanza, soprattutto culturale, è evidente. Ora, se è vero che le responsabilità manageriali incombono a coloro che se le vedono attribuite e che hanno scelto di creare valore per l’azionista, è altrettanto vero che il consulente non è un mero esecutore, un killer molto bravo, e pagato profumatamente, che fa il lavoro sporco e se ne va. Potrebbe proporre “altro”, o potrebbe “giudicare” il senso di quello che fa. Se la banca è sbagliata non sarà colpa sua, ma chiamarsi fuori è, quanto meno, ipocrita.

 

P.S.: la madre di tutte le simpatiche barzellette sui consulenti è qua.

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Banche Fabbisogno finanziario d'impresa Imprese PMI

Bancabilità: ovvero, non sono le banche a dover tenere conto della realtà, è la realtà che deve adattarsi, divenendo bancabile.

Le affermazioni del dottor Corrado Passera, a.d. di Banca Intesa, sulla bancabilità delle imprese agricole, meritano sicuramente qualche riflessione ben meditata. Fra l’altro, proprio il ruolo che si è ritagliata Intesa di banca di “sistema“, sicuramente diversa rispetto ad altri protagonisti più turbolenti e discussi del panorama bancario italiano, richiede di tentare, almeno, di andare oltre le parole.

Ebbene, le parole sono queste: ”con questa dimensione delle aziende agricole c’è poco da andar lontano”. Tra l’altro, ”l’85% delle aziende non produce un bilancio, e un’azienda che non produce bilancio è primordiale rispetto alla bancabilità. Noi vogliamo imparare a fare i banchieri del mondo agricolo, ma il credito è una responsabilità forte e si basa su cose serie: piani, risultati, garanzie”, oltre che sulla ”conoscenza diretta delle aziende”.

Provando a declinare nel concreto, ed andando oltre la facile obiezione sull’assenza di bilanci (il dott.Passera sa bene che negli altri settori, artigiano o commerciale, le micro-imprese tengono la contabilità semplificata ed i loro bilanci sono poco più che un conto economico: e tenere la contabilità ordinaria e dunque il bilancio è assai costoso):

  1. la dimensione delle imprese è il problema: senza dimensione media più elevata non si ottengono le economie di scala, non si riduce l’impatto dei costi operativi, soprattutto per quanto riguarda quelli di distribuzione; ma la dimensione è quella, lamentarsene non serve;
  2. i piani si possono fare (non li fanno nella manifattura, perché dovrebbero farli gli agricoltori?) ma forse sarebbe bene, prima ancora di prefigurare evoluzioni prospettiche, capire “come siamo messi“, ovvero cosa c’è che non va nella gestione attuale (i.e.il costo del capitale agrario, fra le altre cose);
  3. le banche sono state in prima fila a finanziare la bolla speculativa che ha afflitto ed affligge l’agricoltura: le garanzie c’erano, nessuno se n’è lamentato, anzi. Sembra strano che diventino un problema proprio ora;
  4. una struttura bancaria dedicata all’agricoltura non può risolvere i problemi del settore, che nascono molto prima e che sono problemi sistemici, a livello europeo. Sono i problemi di un settore per il quale tuttora il bilancio comunitario destina la maggior parte delle sue risorse, sostenendolo perinde ad cadaver, ovvero distorcendo il mercato;
  5. infine e soprattutto, una banca dedicata non può risolvere i problemi di un settore che ha il proprio tallone d’Achille nella redditività (e nuota da secoli nella finanza agevolata). A meno che il dott.Passera non intendesse riferirsi alla necessità della presenza di una banca che agevoli un processo di razionalizzazione e concentrazione del settore, i cui costi sociali non riesco neppure ad immaginare.
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Banche Unicredit

Facciamo a capirci.

Alessandro Profumo

In margine al dibattito conclusivo al Forex di Napoli, il Sole 24 Ore riporta i commenti di Alessandro Profumo, che reagisce a distanza alle affermazioni di Corrado Passera che ha chiesto un diverso trattamento per le banche che fanno credito e sostengono l’economia rispetto a quelle che fanno solo o prevalentemente trading e si assumono rischi eccessivi.

Va bene essere vicini al territorio, «ma la specializzazione serve», secondo l’ad di UniCredit. Il quale ritiene che bisogna abbandonare «la visione mitica del direttore di filiale che sa fare tutto». E, «uscendo dalla mitologia», ribadisce con chiarezza che «la specializzazione è una cosa che serve». Perché «capire cosa succede nei territori è un mestiere, così come conoscere i clienti è fondamentale ed è un altro mestiere. Ognuno ha la sua specificità».

Ma allora, se non è per stare più vicini ai territori, il bancone a cosa serve? Non eravamo già specializzati, col modello corporate, retail e private?

I consulenti di Unicredit sono bravissimi, bisogna imparare da loro: cambiano idea, smentiscono se stessi, continuano a consigliare e farsi pagare. Oppure Profumo fa tutto da solo?

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Banche

Duelli.

Passera:”Vanno premiate le banche che danno credito”.

Profumo:”Ma i fondi erano in Svizzera, non nelle imprese.”

Non mi capita spesso di essere d’accordo con Alessandro Profumo, ma questa volta lo sono fino in fondo.

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Banche Ripresa Vigilanza bancaria

Ciclo & pro-ciclo.

Fonte: lavoce.info

Corrado Passera, nel corso di un intervento a un convegno svoltosi a Milano, ha avanzato l’ipotesi di ridurre i coefficienti prudenziali di capitale -noti al pubblico come i requisiti di Basilea 2- al fine di agevolare la ripresa e l’erogazione di credito all’economia. L’ipotesi avanzata da Passera si accompagna a quella di incrementare, innalzando i requisiti stessi, il patrimonio di vigilanza nei momenti di ciclo economico positivo, in modo da “mettere fieno in cascina.”

La proposta ha una sua dignità, e non solo perché proviene da uno dei principali banchieri italiani, AD peraltro dell’unica banca definita “di sistema” del nostro Paese. Non è il caso ora di soffermarsi sui tecnicismi da risolvere in caso di applicazione della proposta, dal momento che occorrerebbe trovare una definizione valida di ciclo, individuare delle soglie che innescano il rialzo o la riduzione delle soglie di capitale. E, alla luce di quanto emerso durante la crisi, che non incentivino comportamenti opportunistici delle banche. Il problema vero, rimane, a mio parere, quello evidenziato già a suo tempo dal Maestro di tanti di noi, il prof.Roberto Ruozi, in un suo lavoro magistrale, redatto a quattro mani con Zara, dal titolo “Il futuro del credito alle imprese.” Si era in anni lontani, distanti dalla crisi, il ciclo era positivo. Eppure Ruozi, con ben maggiore autorevolezza del sottoscritto, evidenziava che il problema vero di Basilea 2 è la sua interpretazione, ciò che davvero ne hanno fatto le banche, ovvero un paravento dietro al quale celare politiche non già di gestione del rischio, ma di avversione al rischio. E non di qualunque tipo di rischio, ma di quello la cui assunzione è più costosa, quello degli impieghi economici, dei prestiti alle imprese. Finchè non si risolverà questo equivoco, che è prima di tutto culturale, non vi sarà proposta tecnica che potrà, profittevolmente, far ripartire le relazioni di clientela.

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Banche Lavorare in banca Lavoro

Mal di budget

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E’ il titolo della rubrica che, tutti i sabati, sul supplemento 24Ore Plus, tratta dei problemi di lavoro dei bancari, stretti fra la necessità di portare a casa, appunto, il budget, ed il significato, anche etico, del loro lavoro.

Nessuno che si chieda perché debba esistere una rubrica dedicata ai bancari e non una, per esempio, destinata ai minatori o ai dipendenti delle poste. Perché, sul principale quotidiano economico italiano, si parla del lavoro dei bancari in termini, appunto, di “mal di budget” e la stessa cosa non ha la dignità di divenire una rubrica per i medici, gli insegnanti, per coloro che lavorano in una multinazionale? Eppure anch’essi fanno i conti con il budget.

Farei due riflessioni. La prima riguardante il lavoro bancario in sé, l’altra il significato del lavoro in generale.

Il lavoro bancario è un lavoro di servizi, mette a disposizione del cliente qualcosa di immateriale, si serve essenzialmente, tuttora e nonostante tutto, di persone. Questo qualcosa di immateriale, tuttavia, è fortissimamente connesso all’entità denaro, non appena perché viene svolto dietro corrispettivo, ma perché fa del denaro stesso un bene da accrescere, conservare, mantenere. E tutelare, anzitutto custodendolo. Difficile immaginare che tutto questo non si ripercuota in maniera dettagliata in prassi, regole, modi di fare, anche formali. Non c’è la soddisfazione di fare un lavoro fatto bene, non si vede uscire dalla sartoria un bel vestito o dalla cucina un piatto cucinato a dovere: spesso il lavoro è fatto bene se, in qualche modo, non ha generato soddisfazione anche nel cliente, ma a suo dispetto (lo schema both win o win win in banca non è molto in voga). E gli utili della banca, la creazione di valore per l’azionista, sono un’eccellente motivazione di molti comportamenti moralmente riprovevoli degli ultimi anni.

L’altra riflessione riguarda chiunque faccia un lavoro, non necessariamente bancario. Perché se è vero che vi sono ambiti nei quali lavorare può essere più emozionante o divertente, più coinvolgente e più appassionante, il significato che ognuno di noi attribuisce alle 8-10 ore che trascorre lavorando sono un problema eminentemente personale, che nessuno può risolvere al nostro posto. Finché il lavoro resterà, come è per molti, un male necessario, 8 o 10 ore da far trascorrere in fretta, perché la vita è altrove, perché il divertimento ed il senso e ciò che si vuole è altrove, il budget non sarà altro che l’ennesimo sistema per responsabilizzare qualcuno che, al contrario, non solo non ha nessuna voglia di essere responsabilizzato, ma considera il tempo del lavoro un tempo passato come schiavo, mentre quello al di fuori è tempo liberato, vita vera.

Minatori o bancari, il problema del significato è solo personale: il budget è solo uno strumento -è irrealistico pensare che lavorare in perdita rappresenti un valore-, come sempre la questione riguarda tutti quelli che lo usano. Da Alessandro Profumo e Corrado Passera in giù.

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Banche Crisi finanziaria Cultura finanziaria Imprese

Bocconi

BocconiLettera al Foglio del 25 marzo 2009

L’articolo sulla cara “rivale” Bocconi (per chi ha fatto la Cattolica, come me, è una rivalità scritta nelle pietre dei muri, nelle aule, nelle facce) è molto interessante e pone questioni, se possibile amplificate, per gli atenei di meno grande fama, come quello nel quale insegno e, più in generale, per tutti gli atenei che non possono gestire risorse quali quelle descritte nell’articolo. Risorse, intendiamoci, ben meritate e che hanno varie forme di ritorni. Il tema che volevo affrontare esula, tuttavia, da quello trattato da Gianni Gambarotta e riguarda una questione della quale nessuno (a mia modesta conoscenza) ha parlato: le responsabilità culturali della Bocconi nella crisi. La Bocconi è stata da molti anni antesignana di una cultura e di un’impostazione teorico-pratica improntata alla cosiddetta “creazione di valore”; dalla Bocconi escono i due manager, Alessandro Profumo e Corrado Passera, a capo delle due principali banche del paese; dalla Bocconi si passa in McKinsey e di lì nei posti più prestigiosi. Però… c’è un però:
la sensazione che l’obiettivo della creazione di valore sia diventato un obiettivo fine a se stesso, svincolato da qualunque altra domanda sul senso, per esempio, del fare banca in questi anni. La sensazione che la creazione di valore sia stata, più che altro, un modo elegante di definire un obiettivo più volgare, ma molto concreto, quello della massimizzazione dei rendimenti per gli azionisti, questa sensazione rimane. Non è questo il luogo per descrivere disagi, problemi e guai economici, anche seri, provocati alle pmi italiane da un certo modo di fare banca. Ma se le banche locali, Bcc in specie, diventano l’unica banca di cui fidarsi, e a ragione, non sarebbe il caso di domandarsi se,  per caso, non ci sia qualcosa da ripensare?