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Fabbisogno finanziario d'impresa Giulio Tremonti Imprese PMI

Nessuno vuole ciaccare il ferro.

Nessuno vuole ciaccare il ferro.

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Mentre chiacchiero, in una pausa del Meeting (straordinario anche quest’anno), con un amico abruzzese con il quale stiamo organizzando un corso per nuovi imprenditori, ragioniamo sui dati delle cosiddette start-up, citati anche dal ministro Delrio durante il suo intervento, soprattutto nel Mezzogiorno. Ed entrambi dubitiamo, non tanto della bontà dei dati stessi,quanto piuttosto del loro vero significato: così lui, alla mia osservazione sul terziario arretrato, ovvero bar, ristoranti, esercizi commerciali etc…se ne esce con questa frase meravigliosa, che mi fa pensare a due o tre cose.

La prima è molto stringente in termini economici ed è persino banale ripeterla, ma purtroppo riguarda e continua a riguardare tutto il Paese, con l’eccezione, forse, dell’Alto Adige, dove la Provincia Autonoma gestisce ed indirizza la concorrenza: tutti i settori dove non vi sono barriere all’ingresso e dove è relativamente facile entrare per assenza di elevati livelli di capitale investito sono anche quelli che crescono, innovano ed investono meno. Soprattutto, sono i settori a minore valore aggiunto ed a bassa redditività.

Se di investimenti (e di incentivi) si deve parlare, allora, forse sarebbe il caso di ricordare il deleterio contributo della Tremonti alla bolla immobiliare e la cronica assenza di politica industriale: una qualunque, purché politica industriale. D’altra parte siamo e rimaniamo un Paese ad elevata tassazione su famiglie ed imprese, con le distorsioni conseguenti (si investe solo in presenza di incentivi).

Infine, ed è evidentemente un problema culturalmente connesso al precedente, si fa fatica a pensare alla manifattura, si fa fatica a pensare alla fatica: non solo perché impiantare la manifattura è più difficile e costoso ma, appunto, perchè più faticoso. E se la questione è culturale, non c’è incentivo che tenga.

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Crisi finanziaria Disoccupazione Educazione Fabbisogno finanziario d'impresa fiducia PMI

Se fare una nuova impresa non è solo inventarsi un lavoro.

Se fare una nuova impresa non è solo inventarsi un lavoro.

Giovanni Muscarà

Il Corriere on line di oggi racconta una gran bella storia, tanto più che ho avuto la ventura di conoscerne il protagonista, perché è stato compagno di studi di mio figlio. Giovanni Muscarà, la cui vicenda è narrata, oltre che nell’intervista di Ilaria Morani, anche su questo link, non ha cercato di fare un’impresa per crearsi un posto di lavoro (è una della cause più diffuse di mortalità delle imprese neo-costituite, soprattutto nei primi tre anni di vita, unitamente alla mancanza di programmazione finanziaria): ha fatto impresa mentre cercava di essere attento alla realtà e ai suoi bisogni. Non ha deciso prima che avrebbe fatto un centro di riabilitazione a Londra, non ha inseguito sogni astratti o progetti di plastica, è stato alla realtà, anzitutto alla sua realtà personale. Nell’intervista, che vale la pena leggere, si parla di educazione e di lavoro, di fatica e di metodo. E si intuisce che Giovanni non è stato solo, c’è stata una compagnia, quella dei suoi amici o quella di persone come lui che lo hanno aiutato o che hanno condiviso con lui  i suoi bisogni ed hanno giudicato insieme a lui i passi da compiere. La storia di Giovanni è educativa, nel senso più vero; se essere educati è essere introdotti alla realtà secondo la totalità dei suoi fattori, Giovanni lo ha fatto anzitutto su di sè, partendo dal proprio bisogno. E poi è educativa perché mostra, al di là di ogni esito finale, cosa possa accadere ogni volta che si parte da un bisogno e lo si condivide. Poteva essere una cura che risolveva un problema personale, e finiva lì, invece è diventata un metodo e qualcosa che può essere offerto, in maniera professionale, a tanti. Queste giornate a cavallo dell’anno sono piene di storie tristi, di imprenditori soli, che si uccidono per la vergogna di non poter pagare più stipendi. Sono storie che interrogano tutti, ma interrogano di più chi lavora con le banche e con le imprese, perché queste persone potevano essere aiutate a capire che non sei definito dai tuoi limiti o dai tuoi errori. La storia di Giovanni ci insegna cosa accade tutte le volte che si costruisce qualcosa, non a prescindere dai propri limiti ma sapendo che non sei definito da loro.

Grazie a Giovanni per quello che ha fatto, spero che ce lo venga a raccontare presto, nelle Scuole d’Impresa, in banca, o in università. Lo aspettiamo.

 

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Felicità Imprese Lavoro Ricchezza

Felici e ricchi.

Beppe Severgnini, sul Corriere di venerdì 12 novembre ci parla di ragazzi ricchi e felici (manca solo “belli” e poi ci siamo; ma quelli belli o belle di solito sono sul Magazine del Corrierone, al giovedì).

Severgnini afferma che “in Italia non abbiamo bisogno di inventarci «il libro della facce» – d’ accordo, non suona altrettanto bene – per usare al meglio le università. Basta non affamarle (i ricercatori hanno ragione), non permettere che diventino feudi (i baroni hanno torto), e utilizzarle per quello che sono: fabbriche di entusiasmo e di idee. È vero. In Italia non abbiamo i campus americani, la cui promiscuità intellettuale (e non solo) produce reazioni continue, in un gigantesco esperimento di chimica umana. Ma abbiamo città che sono campus naturali: Pavia, Padova, Pisa, Parma, Piacenza, Perugia. In queste «P Cities» che il mondo c’ invidia, ma anche nelle buone università metropolitane, stanno le chiavi del nostro futuro comune: la fantasia, l’ intuizione, l’ incoscienza, l’ incapacità di ripetersi perché si è troppo giovani per avere qualcosa da ripetere.

D’altra parte, il nostro conclude sottolineando quanto sia giustoconvincere un ragazzo o una ragazza che può diventare felice, ricco e famoso con un’ idea; non mostrando i tatuaggi e le mutandine in televisione. Spiegare che creare una società commerciale può essere eccitante come partire per un viaggio; ed evitare di soffocare di regole e cavilli la partenza di quel viaggio. Andate a vedere The Social Network, e invidiateli.

Li invidiamo, certo: non guardano la televisione, sono puritani e dunque niente mutandine da mostrare, una morale salda su cui poter contare, valori solidi come una roccia. Hanno la pelle integra, nera o bianca che sia, ed i tatuaggi, si sa, sono una volgarità mediterranea, non esistono americani tatuati. Ma, soprattutto, sono consapevoli che creare una società commerciale è eccitante, tanto più se lo si può fare senza regole e cavilli.

E’ davvero tutto qua? E’ veramente tutto qua il senso dell’intrapresa? Quella che che quando il governo -o qualcuno della maggioranza, come Vignali- ha tentato di rendere più eccitante, aumentandone il sex-appeal con lo statuto dell’impresa e la modifica della Costituzione le risposte sono state che c’erano altre priorità e che la Carta non si tocca, perché è la più bella che ci sia? E’ poi tutto qua?

Sig.Servergnini, lunedì mattina, oggi, cosa racconto ai miei studenti, che non diventeranno né felici, né ricchi, per colpa dei baroni? O mi metto a lavorare e proviamo a costruire? Sig.Severgnini, provi a vedere il positivo delle cose (lo so che è difficile lavorando tutto il giorno con Rizzo e Stella, ma Lei ce la può fare) e venga a trovarci; esca dalla vulgata e dagli schemi, venga a vedere come facciamo a costruire, educando ed educandoci a stare di fronte alla realtà. A Urbino.

P.S.: perché manca Urbino, città-campus per eccellenza? Perché non comincia per P?

P.P.S.: i miei studenti non so se sono ricchi, non so se sono felici (ma ne conosco un po’ che hanno un sacco di domande su di sé e sul mondo), ma stia certo che sono bellissimi.

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Banche Banche di credito cooperativo Educazione Imprese Rischi USA

La cultura del rischio.

L’iniziativa della Fondazione Mind the Bridge e del Corriere della Sera che ha raccolto e selezionato 10 progetti di start-up e che viene raccontata nell’articolo di Massimo Sideri è certamente interessante e meritoria. Lo è perché enfatizza il gusto del rischio e dell’intrapresa, proprio in un momento in cui è facile, complici interpretazioni parziali e fuorvianti, aderire al mainstream del posto fisso ed assicurato.

Lo è a maggior ragione perché sottolinea, giustamente, che non sono gli errori a definire il valore delle persone, anche dovesse trattarsi di un fallimento; arrivando alla paradossale dichiarazione di chi si dispiace di non essere mai fallito. E’ difficile, tuttavia, sottrarsi ad una sensazione di disagio, nel leggere l’articolo. Perché, al fondo, resta l’impressione che il valore dominante sia il posto fisso, a tutti i costi: e che la flessibilità e la mobilità siano, più che altro, un valore che vale per gli altri. Difficile sottrarsi al disagio nel leggere, accanto al bel servizio di Sideri, quelli di tanti altri suoi colleghi -sul Corriere anziché su Repubblica- che ammiccano alle difficoltà dei giovani, mostrando solo i problemi e non ponendo mai in primo piano il positivo. Il positivo di chi costruisce, di coloro che rischiano e non hanno paura, delle banche, e sono tante, soprattutto locali, che si fanno carico dello sviluppo delle imprese e della coesione del tessuto sociale ed economico. Quando sarà finita la crisi, da cosa ripartiremo? Dalle lamentazioni infinite di Stella e Rizzo o da questi 10 progetti?

 

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Giulio Tremonti Imprese Lavoro Silvio Berlusconi Stato Sviluppo

Serve davvero modificare l’art.41?

La discussione sulla modifica dell’art.41 della Costituzione, che sarebbe propedeutica e necessaria ad una nuova legislazione, in grado di liberare gli animal spirits italiani, costretti e compressi da una normativa farraginosa ed opprimente, sembra aver sbagliato obiettivo. A meno che non si stia parlando a nuora perché suocera intenda (comincio a smantellarti la Costituzione vetero-catto-comunista dai principi meno importanti, poi passo alle cose più serie), la lettura dell’art.41 non dà adito a dubbi. Non è questo articolo che frena la libertà d’impresa, ma come sa l’on.Vignali che ha presentato da tempo una proposta di legge in tal senso, basta riformare la legislazione ordinaria per riaffermare la centralità dell’impresa nello sviluppo economico e nella creazione di lavoro. Altrimenti si rischia che per sparare al bersaglio grosso non si riesca ad ottenere un centro neppure in quello piccolo.

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Imprese Rischi Risparmio e investimenti

Il futuro non è più quello di una volta (Paul Valéry).

C’è un paradosso: aziende leader e ben gestite ma con poche possibilità di crescita valgono meno (in relazione agli utili) di altre con quote di mercato basse, mal gestite ma con possibilità di miglioramento e/o di integrazione con i concorrenti maggiori.

Gianfilippo Cuneo

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Banche Banche di credito cooperativo Imprese PMI

W la France (et la coopération bénévole): o di come insegnare a fare banca senza grandeur.

Dieppe

Una visita al Crédit Mutuel, a coronamento di un percorso formativo per dirigenti di banche di credito cooperativo italiane, ha rappresentato l’occasione per conoscere una realtà di banche locali eccezionalmente vivace e caratterizzata da connotati del tutto peculiari.

Lasciando a qualche studioso di legami fra forma di governance e performance lo scoprire se gli ottimi risultati ottenuti dal gruppo francese sono legati, fra le altre cose, alla totale assenza di remunerazione per gli amministratori –definiti, appunto, bénévol– il che, in tempi di discussioni feroci sui superbonus dovrebbe fare riflettere, mi preme sottolineare alcune cose ascoltate e viste.

In primo luogo, la dichiarata e totale dedizione al cliente-socio: in luogo di piccole conventicole chiuse all’esterno, dove non si può entrare per non rompere equilibri di potere, l’assenza di remunerazione per gli amministratori rende sufficientemente liberi per poter cercare di perseguire un risultato in Italia impensabile, ovvero la coincidenza totale fra la qualità di clienti e la qualifica di soci.

In secondo luogo, la grande attenzione mostrata verso il territorio attraverso un modello di governo che prevede che divengano nuovi amministratori coloro che si dimostrano, nei vari ambiti culturali, professionali ed economici, come i più attenti alle esigenze, appunto, del territorio, nei confronti del quale si cerca di creare continuamente, e virtuosamente, valore.

Infine, ma varrà la pena riaffrontare la questione, il tema dei rapporti banca-impresa viene affrontato con un’intensità ed un consapevolezza che solo di rado ho avuto modo, e non in maniera così organica, di verificare in Italia. Di modo che, finalmente, si possa parlare di nuove relazioni e convenzioni con gli ambiti professionali –finalmente visti come partner e non come avversari- e, soprattutto, che ci si occupi, come nessuno in ambito locale fa nel nostro Paese, di creazione d’impresa, con un progetto denominato Créavenir. Il che, in tempi come questi, nei quali le banche hanno paura persino della propria ombra, non è davvero poco.