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Cosa minaccia davvero le banche italiane?

Cosa minaccia davvero le banche italiane?


 

Un articolo del prof.Onado sul Sole 24 Ore di ieri torna sul tema del credito deteriorato, prendendo, fin dal titolo, una chiara posizione, apparentemente assai ragionevole: “L’eccesso di zelo minaccia le banche italiane”.

L’occasione è quella ben nota della (per ora) mancata proroga dei termini di flessibilità accordati alle banche dalla European Banking Authority, scadenti il 30 settembre. Mentre appare certamente condivisibile la preoccupazione dell’Autore, che sottolinea il perdurare della pandemìa e l’attesa per l’adozione di misure, Recovery fund e non solo, che sono di fatto in divenire, appaiono più opinabili le conclusioni alle quali giunge, sicuramente dettate da buon senso e ragionevolezza ma che sembrano dimenticare, nei fatti, un dato di realtà: il credito deteriorato è tale anche se non correttamente classificato, magari con l’avallo delle regole della moratoria.

Al riguardo è bene rammentare che l’EBA ha invitato le banche “a non rinviare l’emersione di perdite altamente probabili” e proprio su questo punto il prof.Onado afferma che, usando tali parole, l’autorità di vigilanza Europea implicitamente ammette che, cito, “l’eccesso di severità è un’arma a doppio taglio, che può penalizzare indebitamente famiglie e imprese e lascia opportuni margini di discreziona-lità“.

I lettori minimamente addentro ai segreti del “bancariese” e ai cosiddetti Orientamenti dell’EBA (che sono in realtà vere e proprie prescrizioni alle quali ci si deve adeguare) sanno bene che l’EBA utilizza sempre il condizionale mentre rilascia i propri, appunto,  Orientamenti, usando fino in fondo un potere che è sì di prescrizione ma è anche di moral suasion. Ne ho già parlato in questo blog in altre occasioni, ma il tema delle inadempienze probabili (UTP) e degli sconfinamenti ed esposizioni scadute non aspetta le moratorie per manifestare fino in fondo gli effetti devastanti della crisi da Covid-19. In altre parole, non chiedersi che ne sarà di un certo numero (purtroppo elevato) di imprese, spesso piccole e piccolissime, destinate a fallire non appena cesseranno il divieto di licenziare e l’erogazione perinde ad cadaver della CIG, significa chiudere gli occhi mentre si sta andando a sbattere.

D’altra parte Marco Onado ha ragioni da vendere quando afferma che assimilare inadempienze probabili, sconfinamenti ed esposizioni scadute “svilisce il contributo che il banchiere può dare” nel risolvere i problemi delle imprese in difficoltà. La questione vera però è: in che modo? Con quali carte alla mano? Su quali piani, progetti, business plan? Su quelli che finora quasi nessuno ha portato (ma anche quasi nessuno ha chiesto e continua a non chiedere)?

Ovvero, è peggio la cecità di chi affida imprese di cui neppure conosce bene i conti a consuntivo -e figuriamoci a preventivo- oppure quella che, per dirla con Giorgio Gaber, fa “fingere di essere sani“?

Conosciamo gli effetti delle moratorie e dei rinvii, lo abbiamo sperimentato con la crisi scoppiata nel 2008: si allungano le scadenze ma non si mette mano al business model, alla formula competitiva, al conto economico: è già successo allora, rischia di riaccadere anche oggi, e non possiamo dimenticare che è proprio per questo atteggiamento che è nata e cresciuta a dismisura la montagna di credito deteriorato di cui ci stavamo faticosamente liberando.

Infine, se posso permettermi di chiosare (e solo quello: extra ecclesiam nulla salus e Marco Onado è per me un punto fermo e un riferimento costante) l’Autore: il mestiere del banchiere si rivaluta fino in fondo certamente con un atteggiamento elastico e attento di tutti i decisori, prima di tutto quelli politici, come il discorso di Mario Draghi al Meeting di Rimini ha fatto ben capire. Ma la diligenza che occorre in questo momento nel valutare il merito di credito richiede straordinarie capacità di intelligenza della situazione, anche in termini evolutivi: pensare che questo possa accadere lasciando che tutto prosegua come se nulla fosse, mi pare perlomeno irrealistico.

C’è da lavorare, e molto, ancora una volta, sul tema delle relazioni di clientela.

 

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La La Bank

La La Bank

Oggi, su ilsussidiario.net “Le aziende hanno smesso di chiedere soldi agli istituti non perché stiano bene come stanno, perché non ne abbiano bisogno, bensì perché Governo, Abi e istituti di credito hanno dato vita all’ennesimo, indegno rimpallo di responsabilità durante la crisi Covid. E non parlo solo della questione Cig, parlo dell’erogazione di credito diciamo “ordinario”. L’esecutivo ha peccato di incompetenza, scrivendo i decreti con i piedi, perché ha sciorinato cifre inesistenti da un lato e ingestibili dall’altro, se non si garantiva alle banche la manleva penale rispetto a eventuali, future insolvenze sui prestiti concessi a soggetti “a rischio”. Le banche, dal canto loro, hanno usato questa ultima criticità come ennesimo alibi strutturale per dare soldi solo a chi volevano loro e alle loro condizioni: altrimenti, venivi gentilmente invitato ad aspettare che il peggio fosse passato. Ovvero, aspetta di fallire o di metterti in mano agli strozzini. Lo sanno tutti, banche in testa. Le quali, lo ripeto a scanso di equivoci, non sono enti di beneficienza, quindi è giusto che si tutelino e tutelino i loro azionisti, visto che le performance di bilancio pesano su quelle di Borsa.

A firma di Mauro Bottarelli, un giornalista che non ho mai amato e che probabilmente neppure mi conosce. il nostro ama i complotti e il pessimismo, talvolta venato da catastrofismo e da una solida avversione al potere, di qualunque tipo. Potere che alla fine sempre guadagnerà qualcosa a scapito del poveretto di turno. Questa volta sono di turno, lato potere, le banche (e quando mai!) che insieme al Governo e all’ABI (ABI: chi era costui?) sono colpevoli di un “indegno rimpallo“. Però…però se la norma è scritta con i piedi e l’hanno fatta al Governo, non è un rimpallo quello che sta andando in scena: è una presa d’atto, ti hanno messo in mezzo alla pista e devi ballare. Lo scudo penale ci vuole e Bottarelli lo sa benissimo, in questo Paese di avvocati in cerca di cause temerarie, che tali non sono mai contro le banche. Quanto all’ABI, basti vedere chi ne è il Presidente per comprenderne il peso politico.

Insomma, ho la sensazione che il nostro in una banca non sia mai entrato e che non abbia la più pallida idea di come vi si lavori. E, secondo me, neppure di come funzioni un conto economico, uno stato patrimoniale e i requisiti di vigilanza: perché nel frattempo che non si può mettere a sofferenza nessuno, il credito si deteriora lo stesso. E dubito che le banche stiano facendo utili con la raccolta a tassi negativi (sì, per carità, bellissimo) e facendo quali impieghi? A quali tassi?

P.S.: Bottarelli, c’hai presente la voce 130?

 

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I principali debitori insolventi (storia della Colonna Infame).

I principali debitori insolventi (storia della Colonna Infame).

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Improvvisamente, i debitori. Il problema delle crisi bancarie non è più rappresentato dai cattivi manager, dalla mala gestio, dai compensi smisurati rispetto alle performance: il problema sono coloro che non pagano. Anzi no, la loro identità. Inizialmente, la crisi era appena iniziata, coloro che non pagavano erano compatiti e compresi da tutti: le banche erano cattive (sono rimaste tali) perché non facevano più il loro mestiere, per qualcuno, ad evidenza, quello di continuare a dare soldi a prescindere, gli imprenditori erano quelli lasciati soli.

Per gli smemorati, ricordo che ci sono state varie moratorie, di iniziativa associazionistica, di singole banche, di svariati tipi sotto il profilo tecnico (mutui, crediti scaduti etc..) ma tutte tese ad aiutare e, più che altro, a ritardare, la presa d’atto che la situazione era irrimediabilmente compromessa. Resto tuttora convinto che se il credito deteriorato è esploso in Italia nel modo che tutti conosciamo, gran parte della colpa vada ascritta ai vari provvedimenti tampone che, come pannicelli caldi, hanno semplicemente alleviato il dolore, non certo eliminato il male.

Ora si vuole dare un nome a quelle sofferenze, perlomeno nelle banche salvate dallo Stato, cosicchè emerga ciò che nell’atteggiamento giacobino e moralistico, quel certo modo di urlare vaffa che fa tanto Saint-Just e tricoteuses, possa finalmente trovare espressione: dare la colpa a qualcuno. C’è qualcuno  duro epuro e qualcuno impuro e corrotto, qualcuno è buono, gli altri cattivi. Le sofferenze non le abbiamo fatte noi, se dobbiamo salvare una banca e soprattutto con i soldi dello Stato, almeno che si sappia di chi è la colpa; massì, facciamogliela pagare.

In tutto questo c’è il triste moralismo indifferente di chi sferruzzava guardando teste cadere in Place de la Bastille, la ferocia di chi sente sempre dalla parte del giusto e conosce solo il colore bianco ed il nero: ma c’è anche l’ignoranza, etimologicamente e latinamente intesa, di tutti coloro, la FABI purtroppo in testa, che afferma, maramaldeggiando, che le sofferenze le hanno fatte manager e CdA. Fingendo di ignorare, appunto, o dimenticando del tutto, che comunque qualcuno le pratiche le deve firmare, proporre, portare avanti. Ed è vero che, come dicava don Abbondio, se uno il coraggio non ce l’ha non se lo può dare. Ma il reato di falso interno:  all’interno delle banche, locali e non, è come la corruzione nella Prima Repubblica: tanto visibile e sfacciata, quanto impunita. Tagliare un po’ di teste, additare al pubblico ludibrio il nome di qualche bandito, mescolato a quello di qualche idiota, non servirà a ricominciare ad applicare le buone prassi. Perchè lavorare bene è bello ma è faticoso, misurare il rischio è importante, doveroso, fondamentale: ma costoso. Trovare i falliti, gli impuniti, ammesso che siano tali, appenderne il nome alla Colonna Infame, non salverà dall’abisso di ignoranza nel quale sono sprofondati gli uffici fidi e i loro responsabili. E, quel che è peggio, non aiuterà le imprese a ricominciare a correre.

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Darglieli, o non darglieli, toglierli o non toglierli: questo è il problema (Amleto per bancari).

Darglieli, o non darglieli, toglierli o non toglierli: questo è il problema (Amleto per bancari).

Amleto

Darglieli (ancora), o non darglieli (più), questo è il dilemma:
se sia più nobile nella mente soffrire
i mancati rientri e gli sconfini dell’oltraggioso cliente
o prendere provvedimenti contro un mare di affanni
e, contrastandoli, porre loro fine?

Morire, dormire…
nient’altro, e con un decreto ingiuntivo dire che poniamo fine
al dolore del prestito e ai mille tumulti naturali
di cui è erede l’impresa: è una conclusione
da desiderarsi devotamente.

Morire, dormire.
Dormire, forse sognare. Sì, qui è l’ostacolo,
perché in quel sonno di morte quali sogni possano venire
dopo che ci siamo cavati di dosso questo groviglio mortale
deve farci riflettere.

È questo lo scrupolo
che dà al cliente storico una vita così lunga.

Ad. da W.Shakespeare (Amleto)

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The developers (gli sviluppatori).

The developers (gli sviluppatori).

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L’arrivederci, è vero, era per la prossima season. Ma una rete produttrice di “series” che si rispetti diffonde sempre, astutamente , quelli che io mi ostino a chiamare “provini” (sono nato negli anni ’50 e vivo nella profonda provincia padana). Adesso, i nativi–digitali li chiamano “spoiler”.
Ecco quello della season 2014-2015 della serie “The Developers” .
A dispetto del titolo, sceneggiatura, cast e regia sono italiani. Produttori , inconsapevoli, una pletora di soci, titolari ciascuno di un numero variabile di certificati azionari.
La camera stringe sulla finestra della sede di una piccola banca Cooperativa ( come si riconosce? Dai vetri bronzati e dalla esposizione a sud – sud – ovest, che garantisce agli impiegati un irraggiamento che nemmeno un vigneto della Franciacorta.)
Viene inquadrato un cinquantenne stempiato e grigio, con occhialini da presbite, cravatta allentata su colletto discutibilmente pulito. Veste un completo grigio scuro liso sui gomiti, decorato dalla regolamentare spruzzata di forfora sulle spalle.
Dato l’irraggiamento di cui sopra, suda, malgrado il calendario (quello del sindacato) sulla scrivania indichi che siamo a marzo 2015. Accanto al calendario, un cavalierino indica che questa figura dickensiana appartiene all’ufficio “istruttoria fidi imprese ” .
Attorno, un turbinio di abbronzati trentacinquenni in completi/tailleur avvitati, carta da zucchero o neri ( “The developers” del titolo). Occhi stretti, bocche serrate in una smorfia determinata. Si muovono intorno alla scrivania con eleganza da tangueros.
Ognuno di loro getta un dossier cartaceo (non dimenticate che siamo in una piccola banca cooperativa) sulla scrivania del malcapitato.
Tutti ripetono la stessa battuta: “da fare per il Consiglio di dopodomani!!!”.
La camera stringe sulle copertine dei dossier, a inquadrare intestazioni ed importo:
“immobiliare …. ; Apertura di credito in c/c chirografaria € 1.500.000”
“…. Costruzioni ; Mutuo ipotecario a S.A.L. € 5.000.000”
“ Napo ti Svapo Sigarette Elettroniche : mutuo chirografario € 50.000 “
In breve il mucchio di pratiche raggiunge dimensioni condominiali.
Il povero impiegato apre e sfoglia le cartelline.
La domanda non è firmata. I certificati risalgono a due anni prima, l’ultimo bilancio è del 2012. Tutte le operazioni ipotecarie sono prive di perizia.
Il Bob Cratchit cooperativo guarda in macchina con occhi sbarrati sopra gli occhialini da presbite e balbetta:
“ Ma… ma … , non ce la farò mai ! Manca metà della roba ! Devo riclassificare i bilanci ! Fare l’analisi ! scrivere il commento …”
Una voce fuori campo chiosa:
“Di cosa ti preoccupi ? tanto, praticamente sono già deliberate. Qui dobbiamo fare sviluppo e stare sul pezzo, non riempire scartoffie !”

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L’inquadratura inizia a sfumare.
In sottofondo, Ignazio Visco all’assemblea nazionale dell’ABI del 10 Luglio 2014:
La capacità di valutare il merito di credito va rafforzata; non deve basarsi solo sugli automatismi di modelli quantitativi, ma avvalersi del contributo di personale esperto e competente , con patrimonio di consolidata e approfondita conoscenza della clientela, che deve essere valorizzato e accresciuto”.
La camera allarga e cambia, inquadra un appartamento in zona semi residenziale e stringe sul nostro Bob Cratchit, addormentato.
E’ stato tutto un sogno? Oppure …

Ciao, John Maynard. In attesa di vedere pubblicata una veduta delle Dolomiti di Brenta, presa da una finestra dell’ Hotel Beverly di Pinzolo, ti auguro una buona estate.

Tuo Brett Sinclair

 

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(D.O.R.) Diversamente Orientato al Rientro.

(D.O.R.) Diversamente Orientato al Rientro.
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Ricevo e pubblico: come se l’avessi scritto io, ma molto meglio. Grazie.

(…)  Ma come chiama sé stesso chi non si professa “rientrista” ? “non rientrista” ? “sconfinista” ? “moratorista” o, in versione politically correct, “diversamente orientato al rientro? ” (D.O.R.).
Proviamo a tracciarne un profilo.
E’, per costituzione fisica e mentale, un semplicista; per lui Riccardo III era: “un gobbo sempre incazzato”; La Ricerca del Tempo Perduto: ” Come La Grande Bellezza, ma più lunga…“
La sue istruttorie, alla voce “Motivo della Richiesta” o “Natura del Fabbisogno” vengono invariabilmente compilate con un frettoloso “Liquidità”. La Capacità di Rimborso? Se la cava con un: “presente”. Autofinanziamento? Preferisce ignorare la richiesta.
Vittimista, è perennemento afflitto dalla sindrome della Cittadella Assediata. Il suo nemico non è, come dovrebbe essere, il Rischio di Credito, ma un’entità arcigna ed astratta definita genericamente “la Sede” ( o, spesso, come in Lost, “Loro”). Dentro le mura, oltre a sé stesso, vengono difesi anche i clienti, considerati, anziché partner d’affari, amici e sodali.
Gli uni e gli altri sopravvivono frugalmente attingendo a scorte di caffè, camparini e olive in salamoia, consumati al banco dei numerosi bar della cittadella, presso i quali si invitano a vicenda, fra strette di mano e pacche sulle spalle.
Il D.O.R. è astuto. Quando l’Ufficio Fidi o il controllo andamentale attacca una sua posizione affidata, sconfinante o in mora dai tempi in cui potevi comprare una 127 nuova, alle 8 lo trovi a presidiare la Direzione Generale. Sfodererà il suo repertorio di scenari apocalittici. Finale, scontato: “di questo passo dovremo chiudere la filiale”. La concessione di una moratoria è assicurata.
Può essere , anche, pericoloso. A volte, infatti, qualche D.O.R. approda alla direzione di un Ufficio Fidi.
La sua cultura e natura sono, però, insopprimibili. La sempre auspicabile dialettica fra Rete Commerciale e Uffici Tecnici scompare. La qualità degli impieghi si deteriora. Gli uffici addetti al Controllo Andamentale assumono interinali. Non importa siano specialisti di analisi andamentale. Basta una alfabetizzazione media, che consenta loro di scrivere con disinvoltura la parola “incaglio”.
Inevitabilmente, arriva una ispezione della Banca d’Italia. Gli Ispettori riconoscono i D.O.R. a pelle. Incontrarne uno li mette di buon umore. Sanno che si divertiranno. Negli occhi si accende la scritta “dubbi esiti” e vanno via di svalutazione. Quando il CDA gli comunicherà che è funzionario di una banca che chiude in perdita, il D.O.R. reagirà con lo stesso atteggiamento di una signora al ristorante al momento della presentazione del conto: gurdando da un’altra parte.
Perché esitono i D.O.R. ?
Siccome il finale deve essere serio, prendo in prestito un frammento dell’ Intervento di Carmelo Barbagallo Capo del Dipartimento di Vigilanza Bancaria e Finanziaria al convegno “L’impresa bancaria: i doveri e le responsabilità degli amministratori”:
“incentivi ad amministratori e ad altre figure aziendali (cd. risk takers) distorti da prassi di remunerazione non ben collegate ai rischi e all’andamento non di breve periodo dei profili economico-patrimoniali e di liquidità della banca. Le lacune si sono riflesse sugli assetti organizzativi e di monitoraggio degli intermediari: sistemi di gestione e controllo dei rischi frammentati e incompleti; flussi informativi poco tempestivi e affidabili.”

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Alessandro Berti Analisi finanziaria e di bilancio Banche Banche di credito cooperativo Fabbisogno finanziario d'impresa Indebitamento delle imprese PMI

Scusi, ma lei è un “rientrista”?

Scusi, ma lei è un “rientrista”?

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Questa domanda me la sono sentita rivolgere da un gruppo di bancari, durante una lezione in Calabria nella settimana appena finita. Ho inteso la connotazione “scontata” nella richiesta ed ho approfondito, scoprendo assai in fretta quello che sapevo già, ovvero che quanto stavo affermando era in linea con le indicazioni dell’ufficio fidi ma andava “contro” le esigenze della rete. La rete, il territorio, lo sportello, il rapporto con il cliente, la “trincea”: la traduzione che dei modelli organizzativi delle banche viene fatta da chi in banca chi ci lavora è spesso semplicistica, ma efficace. Gli alti comandi, compreso l’ufficio fidi (ed i suoi sgherri, come il sottoscritto) stanno al caldo nelle retrovie, la rete, appunto, cammina nel fango delle trincee. Quando metti qualcuno a rientro sei un “rientrista” e non ti rendi conto che il cliente ha dei problemi, che dobbiamo aiutarlo, che dobbiamo venirgli incontro: dobbiamo venirgli incontro anche a costo di sembrare ridicoli, come l’ignoto redattore di un’istruttoria che ho visto in Veneto, conclusasi con “il cliente è sull’orlo dell’abisso (sic)”.

Non so come impatteranno realmente le nuove regole di Basilea 3 e le sue declinazioni, compresa quella di cui si parla di meno, ovvero il R.A.F. (Risk Appetite Framework) sul comportamento delle banche italiane, specie quelle minori, ovvero quelle che intrattengono relazioni privilegiate con le Pmi: ma ho la sensazione che molte di esse avrebbero desiderato si avverasse la richiesta, il quasi-mantra, di Sebastiano Barisoni, vice-direttore di Radio 24, che per mesi ha continuato a dire che Basilea 3 sarebbe stata una sciagura per tutti e che se ne doveva ritardare l’avvio il più possibile. E’ singolare che chi ha fatto del mercato la propria ragione d’essere (Confindustria, perlomeno sulla carta) dal mercato rifugga, scansando la più solare delle evidenze: continuare a finanziare imprese decotte distorce il mercato e la concorrenza, ingessa risorse che non saranno più recuperate e, soprattutto, che non potranno essere allocate in maniera efficiente ad imprenditori e progetti meritevoli, a settori non comatosi come l’edilizia, a pmi marginali.

Essere “rientristi” non significa essere malvagi ed insensibili (il problema, peraltro, non mi attanaglia, dormo ugualmente): essere “rientristi” significa avere a cuore il mercato ed i suoi meccanismi. Più ne ritarderemo la rimessa in funzione, più tardi si avvierà la ripresa.

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ABI Banche BCE Fabbisogno finanziario d'impresa Indebitamento delle imprese Liquidità PMI Relazioni di clientela

#Creditodifficile, #schematismifacili.

#Creditodifficile, #schematismifacili.

Se #creditodifficile è divenuto in breve tempo uno degli hashtag più popolari di Twitter un motivo deve pur esserci. Oggi leggevo di un utente che si lamentava di aver ricevuto un rifiuto per un prestito, teso all’acquisto di un’auto (se ho ben compreso), pur potendo dimostrare un reddito da lavoro dipendente di 900 € mensili. Ergo, il credito come diritto civile e non come scelta consapevole, il credito come una sorta di servizio pubblico, che deve essere assicurato a tutti: a tutti i costi. A spese di chi sia possibile tutto questo, non si dice, ma è scontato che siano le banche a doversene fare carico, cariche come sono, nell’immaginario di molti, di liquidità che per misteriosi motivi non viene erogata. Sempre su Twitter oggi si invitava a presentare testimonianze e storie di vita vissuta quanto ai dinieghi bancari. Potrei scrivere un libro sulla sconfinata stupidità di certe pratiche di fido, non certamente “difficile” che da almeno 20 anni mi è capitato di esaminare: non lo faccio, non ora, ma sarebbe facile. E servirebbe a mostrare che gli schematismi non funzionano mai per descrivere la realtà.

Intendiamoci, le banche hanno molte colpe e l’ABI riesce a sintetizzarle tutte molte efficacemente, per l’azione improvvida che ne caratterizza gli atti e le prese di posizione, per l’incapacità di essere propositiva e costruttiva, per il non sapere andare oltre la difesa, talvolta d’ufficio, dei comportamenti delle associate, soprattutto se di grandi dimensioni. Ma attribuire alle banche tout court ogni colpa per il credit crunch significa, nella migliore delle ipotesi, essere, appunto, schematici. Per tornare all’esempio precedente, chi si lamentava del diniego nulla ha detto circa il suo tenore di vita, i debiti preesistenti, gli altri impegni per sostentamento della famiglia, affitto, bollette, etc…

Infine, en passant, non sarebbe male ricordare alcuni aspetti strutturali, difficilmente controvertibili:

  1. le banche guadagnano se fanno credito. Rifiutare credito a priori significa rifiutare guadagni, va bene la stupidità, ma anche quella delle banche ha un limite;
  2. se le banche non fanno credito è possibile che ci sia un problema di liquidità? a qualcuno è venuto in mente che ne hanno fatto fin troppo prima e che ora i denari BCE servono a poter essere solvibili verso i risparmiatori?
  3. si invoca spesso “il mestiere perduto” delle banche, ovvero la loro incapacità di rischiare, dimenticando che le banche non rischiano il loro, ma i sudati risparmi del popolo: e che chi si lamenta, molto spesso, è il primo a non mettere denari nella sua azienda.

E se invece del lamento continuo provassimo ad uscire dalla polemica e tentassimo a ricostruire un tessuto di relazioni di clientela che metta al primo posto la responsabilità personale? Dell’impresa e della banca? Se mettessimo al centro della valutazione natura, qualità e durata del fabbisogno finanziario, anziché le garanzie che, al più, rappresentano un dissuasore? Se provassimo a pensare ai progetti delle imprese in termini di sostenibilità, raccontandoli e documentandoli, magari piantandola di ritenere i bilanci annuali un tributo burocratico? Proviamoci. Le cose belle e fatte bene non sono facili e non sono immediate. Ma se non ci proviamo mai, non accadrà mai niente.

 

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Analisi finanziaria e di bilancio Banche Fabbisogno finanziario d'impresa Indebitamento delle imprese Mariella Burani

Ignoranti come un banco.

Ignoranti come un banco.

Un bell’articolo dell’ottimo Fabio Pavesi su Plus24 di sabato 28 agosto, sottolinea la lezione per le banche dei tre dissesti, i primi due -Viaggi del Ventaglio e Burani- conclamati, il terzo -SNIA- in dirittura d’arrivo, che hanno fatto sfumare prestiti per circa un miliardo. Pavesi ha ottime ragioni per affermare che le banche non hanno fatto il loro dovere, ovvero non hanno valutato approfonditamente e con attenzione il merito di credito. Nel caso Burani, peraltro, il comportamento di Centrobanca, guidata da Mario Boselli, e di UBI, è ancora più grave e desta preoccupazione, perché certe decisioni sono state prese quando ormai chiunque si sarebbe accorto del dissesto.

Pavesi nel suo articolo parla di “lezione per le banche“. Ma la sensazione, leggendo sullo stesso giornale, lo stesso giorno, lo stesso giornalista che parla di “Coppola e le banche prodighe“, a proposito del ritorno sulla scena dell’immobiliarista, grazie al Banco Popolare di Pier Francesco Saviotti (le cui bizzarre tesi si è già avuto modo di commentare), è quella di alunni assai ignoranti ed impreparati. Alunni, come si dice in Romagna, “ignoranti come un banco”: che sta sempre nella stessa classe, ascolta ogni tipo di lezione, e non impara nulla.

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Banche Mariella Burani

Affaroni e credit crunch.

Mario Boselli, presidente di Centrobanca (da http://www.fashiontimes.it)

Fabio Pavesi si chiede, su Plus 24 di ieri, 6 marzo, a chi appartenga Mariella Burani Fashion Group: e risponde, giustamente, che tutte le azioni sono in mano al creditore pignoratizio UBI Banca, attraverso la propria controllata Centrobanca. Pavesi mette in rilievo due aspetti di grande importanza: il valore del pegno, palesemente sproporzionato rispetto all’ammontare del prestito effettuato e la situazione dell’azienda di Cavriago, all’epoca dell’operazione già molto critica, come documentato nella sezione Analisi e commenti. Peraltro, proprio su questo blog, abbiamo dato conto delle giustificazioni assai fumose addotte da Centrobanca. Perché delle due l’una: o Centrobanca non ha fatto bene il proprio lavoro, ma questo riesce difficile pensarlo; oppure lo ha fatto talmente bene che, come dice Pavesi, le garanzie richieste sono state talmente ampie da coprire anche l’ammontare di crediti erogati in precedenza. Forse questi ultimi, i crediti, necessitavano di uno scrutinio più approfondito del merito di credito? Difficile dirlo. Ciò che non è difficile immaginare è il sentimento delle Pmi, clienti di Ubi Banca e non, che si sentono dire che il credit crunch non esiste, che tuttavia non possono essere aiutate e che, soprattutto, assistono all’erogazione di finanziamenti di questa portata a grandi imprese insolventi. Operazioni nella più benevola delle ipotesi frutto di bad practice: spacciarle per affaroni, però, è perlomeno di cattivo gusto. Nel settore della moda, almeno questo, dovrebbero saperlo.