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Prima, dopo e durante un prestito Covid-19 (senza speranza).

Prima, dopo e durante un prestito Covid-19 (senza speranza).

Si è già discusso abbondantemente in questa sede sul fatto che un prestito Covid-19 con garanzia pubblica, laddove per tale si intende quella prestata dalla SACE o dal Fondo Centrale di Garanzia, non è un prestito che la banca è tenuta a erogare, tanto meno senza valutare approfonditamente il merito di credito del richiedente. A parte i motivi già illustrati, riguardanti le best practices in materia di affidamento e le prescrizioni della Circ.285 di Bankitalia, è ormai noto l’orientamento EBA circa il fatto che un prestito in moratoria possa divenire tranquillamente un’inadempienza probabile o comunque analizzato come tale. E se da un lato non si possono segnalare sofferenze da parte delle banche (quid juris quando dopodomani riapriranno i tribunali fallimentari?), come sancito dal Decreto Liquidità, che fine faranno le valutazioni che de plano devono essere fatte sulla incapacità di adempiere se non tramite escussione delle garanzie, ovvero le UTP?

Detto questo, l’audizione del Direttore Generale del Fondo Centrale di Garanzia ha bene illustrato quello che accade qualora la fideiussione, senza eccezioni e a prima richiesta, venga escussa: il FCG verificata la sussistenza dei requisiti, paga. Nello stesso istante, tuttavia (e per comprenderlo non serviva un’audizione parlamentare) si surroga negli stessi diritti che aveva il creditore originario, cioè la banca e per recuperare il proprio credito è autorizzato ad emettere cartelle esattoriali per l’importo dovuto, più interessi e spese. Con tutta evidenza, nulla di più distante da un contributo a fondo perduto: direi, poco rassicurante.

Ma un aiuto di Stato? Si. Autorizzato? Forse (ma probabilmente no, almeno in moltissimi casi di piccole e micro-imprese).  Come ricorda un ottimo articolo apparso sul Sole 24 Ore di oggi a cura di Paolo Meneghetti e Gian Paolo Ranocchi, per quel che riguarda il contributo a fondo perduto la circolare 15/E della Agenzia delle Entrate precisa che l’aiuto non può essere concesso alle imprese che si trovavano in una situazione di difficoltà al 31 dicembre 2019, in base alla definizione di cui all’articolo 2, punto 18 del regolamento (UE) n. 651/2014. Le 4 condizioni per le quali -ne è sufficiente anche una sola- una impresa è considerata in difficoltà e quindi non può essere aiutata sono le seguenti:

1)-nel caso di srl diverse dalle neo-costituite, il patrimonio netto ridottosi del 50% a causa di perdite cumulate;

2)-nel caso di sas o di snc, i fondi propri (ovvero il patrimonio netto) ridottisi del 50% a causa di perdite cumulate;

3)-assoggettamento a procedure concorsuali;

4)-interessi passivi superiori all’Ebitda.

Non è evidentemente questa la sede per discutere, per esempio, dell’inclusione o meno nella categoria delle imprese in difficoltà delle ditte individuali -come parrebbe pacifico- né dell’esclusione dei liberi professionisti, che pure non pare in discussione. La questione vera, che il legislatore pasticcione del Decreto Liquidità e del Decreto Rilancio pare avere scordato, riguarda il fatto che tutti i prestiti e le moratorie rischiano di configurarsi come aiuto di Stato proprio per quelle imprese che più ne hanno bisogno, le tantissime snc,, sas ed srl, che hanno da tempo il patrimonio netto negativo e che versano da tempo in condizioni di squilibrio economico, finanziario e patrimoniale.

Ma se queste imprese, a seguito del cumularsi di perdite, hanno ridotto la dotazione di capitale di oltre il 50% -e ci riferiamo a imprese, quelle italiane, normalmente sotto-capitalizzate- e non solo per perdite ma, per esempio, per prelievi soci c/utili anticipati, si stanno erogando finanziamenti a soggetti che quasi certamente non rimborseranno nulla di quanto dovuto. Con le conseguenze di cui sopra. Con l’aggravante che molte di esse, destinate a fallire, avranno tuttavia nel frattempo anche ricevuto contributi a fondo perduto. Che più perduto non si può.

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Alessandro Berti Analisi finanziaria e di bilancio Banche Crisi finanziaria Fabbisogno finanziario d'impresa Indebitamento delle imprese PMI Vigilanza bancaria

Perché fare istruttorie? I bilanci non servono (l’impresa vista dalla banca, secondo alcuni).

Perché fare istruttorie? I bilanci non servono (l’impresa vista dalla banca, secondo alcuni).

Oggi, parlando con un collega, mi sono sentito dire che un capo Area Crediti di una banca significant, avendo ascoltato/letto qualcuno dei miei numerosi interventi degli ultimi mesi, ha affermato perentorio che i bilanci non servono a niente. Non più tardi di ieri sera, peraltro, parlando in tema di credito deteriorato (a proposito: ultimo intervento regolamentare significativo nel 2015. Nel frattempo siamo immersi nella bolla del Decreto Liquidità che vieta le sofferenze, i licenziamenti, i fallimenti, l’erosione del capitale per perdite e chi più ne ha più ne metta) ho affermato che il problema del credito deteriorato non è più classificarlo e nemmeno liberarsene, come è stato fino al 2018. Da sempre il vero problema del deteriorato è evitare che divenga tale, e questo può avvenire solo con una politica del credito rigorosa e un processo del credito di qualità: la famigerata “qualità degli affidamenti”. Ma poiché questo non è chiaro, ne parliamo in un webinar (con crediti formativi e a pagamento) che si terrà in due parti, nella mattina del 24 p.v. e del 1 luglio, con l’intervento, fra gli altri di Pier Paolo Poggi, Cino Ripani e Fabio Bolognini.

Di seguito come fare per iscriversi: http://www.reaconsulting.com/dopo-il-covid-l-impresa-vista-dalla-banca#b1076

Nel frattempo vorrei dire a quel signore che afferma che i bilanci non ci vogliono che, se avesse ragione lui, presto il suo posto di lavoro potrebbe essere in pericolo: a cosa mi serve pagare qualcuno per analizzare il fabbisogno finanziario se tanto i bilanci non servono?

 

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Alessandro Berti Analisi finanziaria e di bilancio Banche Crisi finanziaria Cultura finanziaria Disoccupazione Educazione Fabbisogno finanziario d'impresa Lavorare in banca

Lavori usuranti? Lavorare in banca.

Lavori usuranti? Lavorare in banca.

Sono iscritto, quasi di contrabbando, a un gruppo Facebook che si chiama “Dipendenti bancari”. Ho lavorato e lavoro talmente tanto con loro che mi sento uno di loro, anche se non mi permetto di fare interventi. Leggerli, tuttavia, soprattutto in questo periodo, è illuminante di una realtà che è sotto gli occhi di tutti, ovvero la totale disinformazione e mancanza, letteralmente, di educazione al rispetto del lavoro e ai rapporti umani. Premesso che non è mio compito difendere i dipendenti delle banche, lo sanno fare da soli, credo che arrivare a minacciare di morte o di percosse sia indicatore di uno stato d’animo che è divenuto incapace di giudicare la realtà e riesce a vedere solo il proprio immediato particolare e le proprie esigenze. Non aiuta, in tutto questo, la comunicazione, pubblica e privata, quella dei media e quella sui social che, soprattutto a seguito dell’emanazione del Decreto Liquidità, ha messo in prima linea le banche nell’erogazione degli aiuti, facendone l’ufficiale pagatore di un esercito senza soldi. E, infatti, il Decreto di cui sopra, non potendo erogare denari che non ci sono, eroga garanzie pubbliche (SACE ma soprattutto Fondo Centrale di Garanzia) che dovrebbero rassicurare -secondo il mainstream di giornali, politici di maggioranza ed associazioni di categoria- le banche.

Le banche, deputate a erogare in luogo dello Stato, dovrebbero essere rassicurate che:

  • non finirà tutto a schifìo (Mezzogiorno e mezzo di fuoco, regia di Mel Brooks);
  • ove finisse, non ci sarebbero conseguenze penali (il cosiddetto “scudo penale”) per chi ha finanziato soggetti poi falliti;
  • non servono istruttorie complesse (le scartoffie), basta andare in banca per ricevere denaro, come recita un’improvvido articolo apparso su Italia Oggi di lunedì 8 giugno a firma Roberto Lenzi.

Duole doverlo scrivere, ma nessuno dei punti sopraelencati pare potersi realizzare.

Quanto al primo punto, per la buona ragione che basterebbe che anche solo il 10% delle imprese che hanno ricevuto le garanzie poi andasse in default per vedere esauriti i fondi, rendendo vane e inefficaci le garanzie.

Quanto al secondo perché, Ministro di grazia e giustizia Bonafede, il diritto è divenuto, tutto il diritto, diritto penale, ogni sorta di diritto è solo e soltanto penale: e nel Decreto Liquidità non era prevista nella stesura originaria, né è stato aggiunto nel decreto di conversione, alcun tipo di esclusione di responsabilità penale per le banche che dovessero trovarsi a finanziare un’impresa che poi fallirà. Ricorso abusivo al credito, concessione abusiva di credito, bancarotta fraudolenta etc…

Quanto al terzo, e qui divento noioso, per alcuni motivi che vale la pena riprendere puntigliosamente.

Quando Roberto Lenzi nell’articolo citato di Italia Oggi parla dell’art.1 bis, cita un periodo che io non ho -letteralmente- trovato nella legge di conversione (magari mi sbaglio, pronto a correggermi) e che, peraltro, mi parrebbe in contrasto evidente con quanto si dice, per esempio, proprio a proposito di SACE, che deve operare con la dovuta diligenza professionale e che, sempre a detta di Lenzi, viceversa sarebbe esentata dal fare “accertamenti ulteriori”. Se restringiamo il campo alle garanzie che può concedere SACE già questo basterebbe per dire che l’articolo è scritto volutamente “male” (captatio benevolentiae) per imprenditori disperati e professionisti arruffoni, perché le garanzie SACE sono ben poca cosa sul totale e il vero protagonista per le PMI è il FCG. Il quale FCG, d’altra parte, non ha fondi a sufficienza anche solo nell’ipotesi che il 10% delle imprese beneficiarie siano poi insolventi. Mi dicono peraltro che l’articolo in questione sia stato brandito da numerosi consulenti per portare avanti le ragioni di pratiche di fido irricevibili.

Peraltro e cito il Decreto Liquidità convertito in legge: “art.2 lettera n) il finanziamento coperto dalla garanzia deve essere destinato a sostenere costi del personale, ((canoni di locazione o di affitto di ramo d’azienda,)) investimenti o capitale circolante impiegati in stabilimenti produttivi e attivita’ imprenditoriali che siano localizzati in Italia, come documentato e attestato dal rappresentante legale dell’impresa beneficiaria, ((e le medesime imprese devono impegnarsi a non delocalizzare le produzioni;” Come è possibile documentare e attestare qualcosa senza le dovute pezze d’appoggio, ovvero bilanci, business plan etc..? Come è possibile fidarsi della sola autodichiarazione, che coprirebbe il verbo “attestare” ma non “documentare”?

In sintesi, mi pare che la portata innovativa della certificazione sbandierata nell’articolo, sia più che altro presunta dall’Autore dell’articolo e dai suoi lettori interessati, tanto più che lo stesso Lenzi dice è l’imprenditore a dover dichiarare, sotto la propria responsabilità, che “i dati aziendali forniti su richiesta dell’intermediario finanziario sono veritieri e completi (…).” Nessuno esonera l’intermediario dal chiedere i dati e nessuno lo esonera dalla dovuta diligenza professionale.

Per cui, portiamo rispetto ai bancari: soprattutto a quelli che lavorano bene.

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Alessandro Berti Analisi finanziaria e di bilancio Banca d'Italia Banche BCE Relazioni di clientela Vigilanza bancaria

Sta per arrivare la rivoluzione e non ho niente da mettermi! Ovvero, sta per scadere il fido e non so che bilancio portare in banca…

Sta per arrivare la rivoluzione e non ho niente da mettermi! Ovvero, sta per scadere il fido e non so che bilancio portare in banca…

L’inizio dell’estate coincide con il tempo delle dichiarazioni dei redditi. I bilanci annuali sono ormai chiusi, anche se non ancora pubblicati, chissà poi perché; nuove e più stringenti regole impongono alle banche di revisionare con maggiore cura gli affidamenti concessi alla clientela, valutando se la capacità di reddito e la capacità di rimborso si siano mantenute integre oppure si siano deteriorate, nuove e più improvvide regole consentono ai redattori di bilancio, soprattutto se Pmi, di presentare prospetti sempre più sintetici e incomprensibili, ormai criptici e ridotti quasi ad una somma, un “totalone” di costi e ricavi, di attivo e passivo, del tutto indistinti.

Le banche, anche se non lo dicono apertamente, sono da tempo alle prese con una classificazione del rischio che, se da un lato appare meramente per uso interno, dall’altro ha riflessi assai pesanti sul rapporto con i clienti: ci riferiamo al cosiddetto credito deteriorato che, lungi dall’essere confinato nella tradizionale distinzione binaria bianco/nero, buoni/cattivi ovvero bonis/sofferenza, ha molte più sfumature di quelle che si possano immaginare. E, soprattutto, di quelle che una clientela spesso a disagio con le questioni finanziarie possa immaginare.

Da alcuni anni esiste la categoria delle inadempienze probabili, o unlikely to pay, ovvero tutte quelle posizioni che la banca (e solo la banca) giudica essere tali perché il credito sarà soddisfatto solo dopo aver escusso le garanzie. La famosa ed abusata frase “ma vuoi anche il bilancio? Ti ho già dato anche le garanzie!” oltre ad essere tecnicamente sbagliata, appare sempre più vuota e stupida, proprio alla luce di questa nuova, più stringente classificazione. Il giudizio della banca, infatti, è del tutto indipendente, secondo la normativa, dall’esistenza di eventuali posizioni scadute e/o sconfinate e potrebbe essere attribuito anche in presenza di una situazione di perfetto adempimento. Le inadempienze probabili non sono quindi il nuovo nome da attribuire a quelli che una volta venivano definiti incagli, perché la tempistica di rilevazione dei problemi è molto più anticipata e basata su processi previsionali. Le conseguenze per il cliente di uno scadimento della propria qualità creditizia, anche solo percepita, sono facilmente immaginabili e non possono che consistere in restrizioni del volume di affidamenti in essere o mancata erogazione di nuovi affidamenti richiesti, nonché in un maggior costo del denaro (a clientela più rischiosa si applicano tassi più elevati).

Portare il bilancio per la revisione degli affidamenti, allora, non solo non è appena un adempimento formale, ma rappresenta un momento fondamentale di comunicazione (finanziaria) con una valenza che travalica la semplice osservanza periodica di un adempimento; non si dimentichi, infine, che tutte le banche sono alle prese con un monitoraggio sempre più costante e attento da parte delle Autorità di Vigilanza, nazionali ed europee, circa l’aggiornamento tempestivo dei processi di revisione degli affidamenti e non potrebbero che gradire una comunicazione puntuale e anticipativa.

Molti anni fa era in vigore il (mal)costume di presentare bilanci alle banche diversi da quelli ufficiali, redatti, così veniva detto, unicamente a scopi fiscali di abbattimento dell’imponibile; ovviamente si trattava spesso di affermazioni maliziose, rese possibili da un’impostazione del rapporto banca-impresa ancorato rigidamente all’esistenza di garanzie immobiliari. Se il mondo è cambiato e la crisi finanziaria ha sconvolto nel profondo il sistema dei rapporti economici del passato, il primo passo da compiere è prenderne atto, a partire dalla stessa consapevolezza di come sta andando la propri azienda. Dunque il bilancio non più come un obbligo formale da assolvere di malavoglia, anche se purtroppo la normativa pare spingere sempre più in tale direzione, quanto piuttosto uno strumento di conoscenza, che si forma nel tempo registrando la qualità della gestione e le performance economiche e finanziarie dell’impresa. Un bilancio che comunica correttamente la situazione aziendale serve anzitutto all’imprenditore, ai suoi collaboratori, ai manager per comprendere la bontà del cammino intrapreso e per adottare eventuali accorgimenti, correzioni di rotta, modifiche: ma soprattutto un bilancio annuale non può che essere una fotografia da inserire nel film più ricco e sperabilmente duraturo, della vita aziendale nel suo complesso. È facile intuire che se il bilancio annuale va spiegato e le performance rese note, questo vale sia che le stesse siano positive, sia che al contrario registrino andamenti non desiderati; il lettore “esterno” del bilancio sarà aiutato dalle spiegazioni e dai dettagli a non avere paura dell’ignoto, a non diffidare, a confrontarsi con spiegazioni che lo aiutino a comprendere gli andamenti aziendali. La legge italiana prevede obblighi di comunicazione davvero modesti, fissando oltretutto un limite eccessivamente alto per la tenuta della contabilità ordinaria. Sarebbe quanto mai opportuno, al contrario, che le imprese stesse integrassero l’informativa minima con un insieme di documenti (per esempio il rendiconto finanziario per flussi di cassa, già da oltre trent’anni obbligatorio in Francia) in grado di mettere l’interlocutore bancario nella migliore condizione per comprendere l’effettivo andamento dell’impresa; ovviamente tale tipo di documentazione integrativa necessiterebbe di una relazione in grado di spiegare esaustivamente i risultati ottenuti, tanto più se il bilancio consuntivo prelude a richieste per il futuro, che presuppongono a loro volta la redazione di piani economico-finanziari di previsione.

Dunque la revisione annuale degli affidamenti può diventare un’occasione di miglioramento e approfondimento del rapporto con la banca, anche e soprattutto in chiave di partnershipper la realizzazione dei progetti aziendali: e poiché la trasparenza e l’apertura non si impongono per legge, la questione, come sempre, diventa culturale. Perché una diversa cultura delle relazioni di clientela è possibile, lavoriamoci.

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Fintech e altre storie.

Fintech e altre storie.

Oggi ho partecipato a un bellissimo convegno sul Fintech organizzato da Milano Finanza e Bebeez intitolato “Il processo del credito tra vincoli regolamentari ed esigenze commerciali”.

Se posso fare solo un piccolo appunto agli organizzatori (o forse ai relatori?) se certamente si è parlato di Fintech, ben poco o nulla si è parlato di vincoli regolamentari, quelli a cui restano assoggettate le banche; così come è stato liquidato fin troppo velocemente il tema del rating, trattato alla stregua di un capriccio bancario, quando dovrebbe (?) essere noto che è, appunto, un vincolo regolamentare che determina l’assorbimento del patrimonio di vigilanza.

Il fenomeno del Fintech, ovvero la digitalizzazione di operazioni che precedentemente le banche svolgevano esclusivamente al loro interno e che, al contrario, proprio attraverso la digitalizzazione sono loro sottratte, non è appena una questione di disintermediazione, fenomeno di cui parlavamo nell’accademia almeno 30 anni fa. E’ una questione, come giustamente sottolineato oggi dai relatori, di rapporti con la clientela, di relazioni, di necessità di avere non appena copertura per un fabbisogno, ma anche consulenza, spiegazioni, aiuto. Bene lo ha spiegato l’ottimo Fabio Bolognini @linkerbiz facendo presente che il Fintech non è una questione di semplici automatismi che rendono le operazioni più veloci e la copertura del fabbisogno (soprattutto di capitale circolante), maggiormente garantita: i bilanci vanno guardati, quelli in forma abbreviata precludono la procedibilità della pratica (sic), il cliente va compreso, capito, va letta la sua formula competitiva. C’era solo un imprenditore (perlomeno, a parlare) e si è lamentato della burocrazia e dei rating, perché dei tassi non può lamentarsi in questa fase: ma ha dimostrato che ancora sono le imprese, purtroppo soprattutto le PMI, a dover imparare a comunicare, a condividere, a raccontarsi. Il Fintech può aiutarle, ma non servirà a nulla se il problema continua a essere quello della “liquidità” “più in fretta che si può” “al minor costo possibile”: la questione vera era e rimane la capacità di stare sul mercato, la questione vera, soprattutto per la stragrande maggioranza di piccole e micro-imprese, è nel conto economico, non nello stato patrimoniale. Lavoriamoci, è un’occasione e non una minaccia.

 

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Se il fabbisogno finanziario è legato al circolante.

Se il fabbisogno finanziario è legato al circolante.

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Luca Orlando, sul Sole di oggi, con l’ottimismo della volontà ed occhiali molto rosé, si sforza di vedere nei dati sul credito al 30 giugno segnali positivi. Egli afferma che “(..) dai picchi pre-crisi il gap resta evidente, un centinaio di miliardi su base semestrale, ma l’inversione di rotta pare altrettanto chiara. La domanda continua a riguardare anzitutto le scadenze a breve e brevissimo termine, dunque la gestione del circolante, che catalizza quasi interamente i volumi erogati. Dei 41,5 miliardi ottenuti dalle imprese a giugno il 70% riguarda scadenze inferiori ai tre mesi, il 27,7% importi concessi tra 3 e 12 mesi. Un quadro poco mosso rispetto alle quote di dodici mesi fa, anche se qualche segnale positivo è visibile anche nelle scadenze più lunghe. Non quelle estreme però, perché se prendiamo i prestiti a gittata maggiore, quelli con scadenza superiore ai cinque anni, il quadro in realtà resta ancora desolante: nei primi sei mesi del 2008 furono quasi nove i miliardi concessi dalle banche per questa tipologia, ora non si raggiunge neppure quota due miliardi.”

Il problema è proprio la natura del fabbisogno (ed aggiungerebbe il Maestro Giampaoli, la qualità e la durata). Se all’alba della ripresa economica, peraltro così gracilina, il fabbisogno finanziario delle imprese è quasi tutto legato al capitale circolante, il dubbio che si sia tuttora in grave ritardo sul fronte degli investimenti, ovvero del capitale fisso, è più che legittimo. Che il fabbisogno sia almeno all’apparenza legato al circolante è verificabile nella prassi bancaria dalla gran mole di domande legate alla garanzia 80% Mediocredito Centrale, la cui motivazione doveva essere, pena la non procedibilità della pratica, quella di “ripristino liquidità“. Ora, a parte la motivazione stessa, degna delle pratiche di fido di venti anni fa e tipica di un’analisi fin troppo superficiale, il vero problema è il fabbisogno di circolante: legato allo sviluppo ed alla ri-crescita, o legato alle perdite occultate nel circolante con scorte rivalutate e crediti mai svalutati?

Se fosse vera la prima ipotesi, saremmo nella fase espansiva per chi, aumentando e/o ripristinando le proprie quote di mercato, vede salire il fabbisogno di stock, di anticipo fatture, di pagamenti legati ai costi operativi: il che non toglie che per tutti costoro, salvo eccezioni, si presenterà presto il problema degli investimenti, mai così negletti come negli ultimi anni nelle decisioni finanziarie delle imprese. Se invece fosse vera la seconda, e a giudicare dai bilanci che vedo temo sia così, vuol dire che non sono bastati 7 anni di crisi per smaltire la droga contabile che ancora circola nei bilanci. E con buona pace di chi vuole vedere il bicchiere mezzo pieno a tutti i costi, non è il migliore viatico per innestare un circolo virtuoso nelle relazioni di clientela.

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Rastrellamenti (la gestione del credito deteriorato 1).

Rastrellamenti (la gestione del credito deteriorato 1).

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Oggi ho svolto la prima lezione di un corso di due giornate sulla gestione del credito deteriorato, destinato a esperti dell’area credito di alcune banche di credito cooperativo. Nonostante passino gli anni non smetto di meravigliarmi per le aspettative che tali corsi ingenerano (e che non esito a definire mirabolanti o, più spesso, miracolistiche) sia nei partecipanti, sia, più probabilmente, in coloro che li hanno iscritti. La sensazione, in effetti, è quella di dover enunciare rimedi immediati, offrire ricette per un pronto sollievo, come i cerotti callifughi, e via dicendo: aspettative, da parte del sottoscritto, immancabilmente deluse.

In effetti, l’unico modo per “gestire” il credito deteriorato è evitare che si generi, anzitutto prevenendo, con una seria analisi dei fondamentali delle imprese (e quindi della capacità di reddito e di rimborso, storiche e prospettiche) ed una valutazione attenta di natura, qualità e durata del fabbisogno finanziario delle imprese.

Tuttavia, poiché il credito deteriorato esiste, e non può essere ignorato, se non ci si vuole limitare ad una presa d’atto dell’insorgere irreversibile di una crisi d’impresa, occorre affrontarlo, cominciando da qualche parte. Poiché la domanda (con rispetto parlando per chi spesso me l’ha rivolta, un po’ scontata) è sempre quella: “Da chi cominciamo?” la risposta che non posso mancare di dare è sempre quella: dai peggiori. Dapprima convocandoli per sapere cosa intendono fare da grandi, se abbiano oppure no un piano economico-finanziario di fuoriuscita dalla crisi, se siano consapevoli di quello che stanno attraversando.

Altrimenti, c’è solo un sistema: il rastrellamento.

(continua)

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The developers (gli sviluppatori).

The developers (gli sviluppatori).

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L’arrivederci, è vero, era per la prossima season. Ma una rete produttrice di “series” che si rispetti diffonde sempre, astutamente , quelli che io mi ostino a chiamare “provini” (sono nato negli anni ’50 e vivo nella profonda provincia padana). Adesso, i nativi–digitali li chiamano “spoiler”.
Ecco quello della season 2014-2015 della serie “The Developers” .
A dispetto del titolo, sceneggiatura, cast e regia sono italiani. Produttori , inconsapevoli, una pletora di soci, titolari ciascuno di un numero variabile di certificati azionari.
La camera stringe sulla finestra della sede di una piccola banca Cooperativa ( come si riconosce? Dai vetri bronzati e dalla esposizione a sud – sud – ovest, che garantisce agli impiegati un irraggiamento che nemmeno un vigneto della Franciacorta.)
Viene inquadrato un cinquantenne stempiato e grigio, con occhialini da presbite, cravatta allentata su colletto discutibilmente pulito. Veste un completo grigio scuro liso sui gomiti, decorato dalla regolamentare spruzzata di forfora sulle spalle.
Dato l’irraggiamento di cui sopra, suda, malgrado il calendario (quello del sindacato) sulla scrivania indichi che siamo a marzo 2015. Accanto al calendario, un cavalierino indica che questa figura dickensiana appartiene all’ufficio “istruttoria fidi imprese ” .
Attorno, un turbinio di abbronzati trentacinquenni in completi/tailleur avvitati, carta da zucchero o neri ( “The developers” del titolo). Occhi stretti, bocche serrate in una smorfia determinata. Si muovono intorno alla scrivania con eleganza da tangueros.
Ognuno di loro getta un dossier cartaceo (non dimenticate che siamo in una piccola banca cooperativa) sulla scrivania del malcapitato.
Tutti ripetono la stessa battuta: “da fare per il Consiglio di dopodomani!!!”.
La camera stringe sulle copertine dei dossier, a inquadrare intestazioni ed importo:
“immobiliare …. ; Apertura di credito in c/c chirografaria € 1.500.000”
“…. Costruzioni ; Mutuo ipotecario a S.A.L. € 5.000.000”
“ Napo ti Svapo Sigarette Elettroniche : mutuo chirografario € 50.000 “
In breve il mucchio di pratiche raggiunge dimensioni condominiali.
Il povero impiegato apre e sfoglia le cartelline.
La domanda non è firmata. I certificati risalgono a due anni prima, l’ultimo bilancio è del 2012. Tutte le operazioni ipotecarie sono prive di perizia.
Il Bob Cratchit cooperativo guarda in macchina con occhi sbarrati sopra gli occhialini da presbite e balbetta:
“ Ma… ma … , non ce la farò mai ! Manca metà della roba ! Devo riclassificare i bilanci ! Fare l’analisi ! scrivere il commento …”
Una voce fuori campo chiosa:
“Di cosa ti preoccupi ? tanto, praticamente sono già deliberate. Qui dobbiamo fare sviluppo e stare sul pezzo, non riempire scartoffie !”

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L’inquadratura inizia a sfumare.
In sottofondo, Ignazio Visco all’assemblea nazionale dell’ABI del 10 Luglio 2014:
La capacità di valutare il merito di credito va rafforzata; non deve basarsi solo sugli automatismi di modelli quantitativi, ma avvalersi del contributo di personale esperto e competente , con patrimonio di consolidata e approfondita conoscenza della clientela, che deve essere valorizzato e accresciuto”.
La camera allarga e cambia, inquadra un appartamento in zona semi residenziale e stringe sul nostro Bob Cratchit, addormentato.
E’ stato tutto un sogno? Oppure …

Ciao, John Maynard. In attesa di vedere pubblicata una veduta delle Dolomiti di Brenta, presa da una finestra dell’ Hotel Beverly di Pinzolo, ti auguro una buona estate.

Tuo Brett Sinclair

 

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(D.O.R.) Diversamente Orientato al Rientro.

(D.O.R.) Diversamente Orientato al Rientro.
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Ricevo e pubblico: come se l’avessi scritto io, ma molto meglio. Grazie.

(…)  Ma come chiama sé stesso chi non si professa “rientrista” ? “non rientrista” ? “sconfinista” ? “moratorista” o, in versione politically correct, “diversamente orientato al rientro? ” (D.O.R.).
Proviamo a tracciarne un profilo.
E’, per costituzione fisica e mentale, un semplicista; per lui Riccardo III era: “un gobbo sempre incazzato”; La Ricerca del Tempo Perduto: ” Come La Grande Bellezza, ma più lunga…“
La sue istruttorie, alla voce “Motivo della Richiesta” o “Natura del Fabbisogno” vengono invariabilmente compilate con un frettoloso “Liquidità”. La Capacità di Rimborso? Se la cava con un: “presente”. Autofinanziamento? Preferisce ignorare la richiesta.
Vittimista, è perennemento afflitto dalla sindrome della Cittadella Assediata. Il suo nemico non è, come dovrebbe essere, il Rischio di Credito, ma un’entità arcigna ed astratta definita genericamente “la Sede” ( o, spesso, come in Lost, “Loro”). Dentro le mura, oltre a sé stesso, vengono difesi anche i clienti, considerati, anziché partner d’affari, amici e sodali.
Gli uni e gli altri sopravvivono frugalmente attingendo a scorte di caffè, camparini e olive in salamoia, consumati al banco dei numerosi bar della cittadella, presso i quali si invitano a vicenda, fra strette di mano e pacche sulle spalle.
Il D.O.R. è astuto. Quando l’Ufficio Fidi o il controllo andamentale attacca una sua posizione affidata, sconfinante o in mora dai tempi in cui potevi comprare una 127 nuova, alle 8 lo trovi a presidiare la Direzione Generale. Sfodererà il suo repertorio di scenari apocalittici. Finale, scontato: “di questo passo dovremo chiudere la filiale”. La concessione di una moratoria è assicurata.
Può essere , anche, pericoloso. A volte, infatti, qualche D.O.R. approda alla direzione di un Ufficio Fidi.
La sua cultura e natura sono, però, insopprimibili. La sempre auspicabile dialettica fra Rete Commerciale e Uffici Tecnici scompare. La qualità degli impieghi si deteriora. Gli uffici addetti al Controllo Andamentale assumono interinali. Non importa siano specialisti di analisi andamentale. Basta una alfabetizzazione media, che consenta loro di scrivere con disinvoltura la parola “incaglio”.
Inevitabilmente, arriva una ispezione della Banca d’Italia. Gli Ispettori riconoscono i D.O.R. a pelle. Incontrarne uno li mette di buon umore. Sanno che si divertiranno. Negli occhi si accende la scritta “dubbi esiti” e vanno via di svalutazione. Quando il CDA gli comunicherà che è funzionario di una banca che chiude in perdita, il D.O.R. reagirà con lo stesso atteggiamento di una signora al ristorante al momento della presentazione del conto: gurdando da un’altra parte.
Perché esitono i D.O.R. ?
Siccome il finale deve essere serio, prendo in prestito un frammento dell’ Intervento di Carmelo Barbagallo Capo del Dipartimento di Vigilanza Bancaria e Finanziaria al convegno “L’impresa bancaria: i doveri e le responsabilità degli amministratori”:
“incentivi ad amministratori e ad altre figure aziendali (cd. risk takers) distorti da prassi di remunerazione non ben collegate ai rischi e all’andamento non di breve periodo dei profili economico-patrimoniali e di liquidità della banca. Le lacune si sono riflesse sugli assetti organizzativi e di monitoraggio degli intermediari: sistemi di gestione e controllo dei rischi frammentati e incompleti; flussi informativi poco tempestivi e affidabili.”

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Garantire (?) il credito alle imprese (grida manzoniane).

Garantire (?) il credito alle imprese (grida manzoniane).

Con rimarchevole ritardo (il 29 febbraio lo aveva già fatto CNA con il sottoscritto) Confindustria Rimini ha tenuto un Convegno sul rapporto banca-impresa, nel corso del quale ha presentato una ricerca svolta su un campione di propri associati.

Il presidente degli industriali Maurizio Focchi ha affermato che “in questo quadro le banche ancor più di prima devono continuare a svolgere un ruolo strategico e fondamentale per le imprese focalizzandosi su 3 punti: garantire il credito e la liquidità alle imprese a tassi concorrenziali; sostenere l’innovazione; sostenere la penetrazione di nuovi mercati specialmente all’estero”.

Garantire il credito: frase fatta che viene ripetuta come un mantra e che forse necessiterebbe di una precisazione. Il credito “vecchio” è quello da garantire, ed è fin troppo garantito, viste le posizioni che la tecnica bancaria ed il buon senso imporrebbero di mettere a rientro, per esempio nel settore, a Rimini pervasivamente presente, dell’edilizia. Quanto ai tassi, devono essere concorrenziali rispetto a cosa? Ai margini operativi in picchiata? Ricapitalizzare le imprese, mai? Vero, qua si dimentica il ruolo eroico assunto dagli industriali riminesi nella ricapitalizzazione di Carim.

Inoltre – ha aggiunto il Presidente Maurizio Focchi – auspichiamo che i finanziamenti che stanno ottenendo le banche dalla Banca Centrale Europea al tasso dell’1%, vengano in parte destinati ai finanziamenti delle imprese, naturalmente a tassi più convenienti di quelli attualmente in essere.”

Naturalmente: oltretutto, se sarà attuato l’osservatorio sul credito alle imprese nella versione tremontiana-rivista-da-Monti, altro che credito garantito e a tassi concorrenziali. Le banche dovranno spiegare e motivare i rifiuti: sarebbe interessante che lo facessero in pubblica piazza, o all’albo pretorio del Comune, così per sottolineare che le banche, a dispetto del TUB, sono ridiventate enti pubblici.

Nell’incontro una particolare attenzione è stata data all’analisi della situazione critica che sta attraversando il settore edile. “In occasione dei recenti Stati Generali dell’Edilizia convocati dalle associazioni di categoria riminesi, dagli ordini professionali e dai sindacati – ha spiegato il Presidente di Ance Rimini, Ulisse Pesaresi – abbiamo lanciato l’allarme sullo stato del nostro settore che oggi rischia il collasso”.

Eufemismi ipocriti: c’è una crisi da sovrapproduzione leggendaria. Troppe case, troppi muri, troppi uffici, troppi capannoni. E troppe imprese di costruzione: troppe. Invocare il mercato è bellissimo, purché riguardi gli altri: al contrario, pensare a Darwin nel settore edile, sarebbe purificatore. Duole dirlo, ma si chiamano fallimenti.

E in un momento così critico è indispensabile che le banche sostengano sia le imprese che i cittadini sottolineando l’importanza della liquidità per iniziative nel settore, come quelle di riqualificazione della struttura edilizia ed ai progetti riguardanti l’ambiente e il risparmio energetico.

E in un momento così critico, se qualcuno di coloro che ha dato case a garanzia finalmente le vendesse? Così, per dare un po’ di liquidità al mercato? Certo, si concretizzerebbe qualche perdita: ma perché si deve aspettare che si riprenda un mercato dove la sovrapproduzione dilaga? Perché l’ANCE sì e Federchimica no?
Senza dimenticare per le imprese edili come per tutte le aziende di altri settori, il tema legato ai rientri e le difficoltà causate dall’allungamento dei tempi di pagamento sia del settore pubblico sia tra privati. Occorre superare, soprattutto per i comuni virtuosi, i vincoli del Patto di Stabilità Interno al pagamento dei lavori. Il nostro settore è strettamente legato all’avvio di nuove iniziative e precludere questa possibilità, con una forte restrizione del credito, significa condannare molte aziende alla cessazione della propria attività.

Già, senza dimenticare. Senza dimenticare che non è sempre colpa dello Stato se non ti pagano: se non ti paga un privato, come puoi pensare che sia la banca a farsi carico dei ritardi e delle inadempienze dei tuoi clienti? E’ responsabile usare i soldi dei risparmiatori per coprire le perdite su crediti di qualcuno? E, infine, è responsabile pensare che superare i vincoli del Patto di Stabilità serva per spendere altri soldi in edilizia? A Confindustria si fanno le grida, all’ANCE si scrive sull’acqua. Benvenuti sulla terra.