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Banche Rischi

Italians do it less.

Un’intervista di Isabella Bufacchi al managing director di Deutsche Bank, Jeremy Monnier, sul Sole 24 Ore di ieri, riporta alla ribalta la questione derivati. Per la verità in modo surreale.

Aumento della volatilità, triplicata sul cambio euro/dollaro. E crescente correlazione tra le oscillazioni delle divise e l’andamento dell’economia. Sono queste le nuove complessità del mercato valutario: cambiamenti ereditati dalla crisi che possono avere ripercussioni pesanti sui bilanci delle aziende, soprattutto nell’import-export. Sta intanto crescendo la consapevolezza, più all’estero che in Italia, che la gestione del rischio di cambio è importante e va affinata, con strumenti di copertura più sofisticati e flessibili. È questa la chiave di lettura dei tempi che cambiano, e di come neutralizzare i cambiamenti, di Jeremy Monnier, managing director di Deutsche bank, responsabile del team di Forex structuring per l’Europa. Che di mestiere fa proprio questo: ritagliare l’abito dei derivati su misura alle mutevoli esigenze della clientela corporate e istituzionale.”

Così l’incipit dell’articolo.

Che procede poi con una sottolineatura singolare da parte della giornalista, notoriamente preparata ed attenta, quella per cui le “opzioni non sono nulla di nuovo“. Come se la capacità di copertura dai rischi dipendesse dall’esser “nuovo” oppure no di uno strumento. Se i derivati utilizzati prima della crisi fossero stati opzioni, negoziate su mercati regolamentati ed accentrati, la crisi avrebbe fatto meno danni, e ci sarebbe stato meno azzardo morale. Non volendosi far mancare nulla, l’articolo conclude con questa sacrosanta e patriottica domanda:

Le imprese italiane sono attive e attente in termini più generali alla gestione del rischio di cambio?

Gli italiani ricorrono meno alla copertura dei derivati per proteggersi contro l’andamento dei cambi. In generale, le imprese non italiane fanno un uso più ampio di questi derivati. In altri paesi la percezione di questi prodotti è più positiva di quanto non accada in Italia. I derivati, se ben utilizzati, possono essere molto utili per gestire e coprire i rischi.

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ABI Banche Crisi finanziaria Germania UBS Vigilanza bancaria

Banchieri coraggiosi.

 

Joseph Ackermann, CEO di Deutsche Bank

 

Con il consueto garbo Marco Onado elimina in un solo colpo, mostrandone la miseria, gli argomenti di tutti coloro, banchieri in primis, che temono l’avvento di Basilea 3 come funesto giro di vite sul credito alle imprese. Attraverso l’esempio della Svizzera, che ha imposto alle sue due principali banche (il cui attivo è pari a 4 volte il PIL del Paese) requisiti di capitale ancora più stringenti e di Deutsche Bank, che ha condotto a termine l’aumento di capitale più elevato della storia della banca, per 10,2 miliardi di euro, Onado fa riflettere sulla reale consistenza delle preoccupazioni delle Fondazioni, delle banche e delle associazioni di categoria, ribadite due giorni fa anche dal presidente dell’ABI, Giuseppe Mussari, che dalle Fondazioni viene e che ne conosce bene la lunghezza di vedute. Mettere più capitale vuol dire incrementare il capitale reputazionale, vuole dire fare crescere l’affidabilità di una banca che, da posizioni di partenza più solide, non potrà che vedersi ridotto il costo della raccolta. Resta la soluzione che tutti paventano, perché è quella più comoda ed è quella che si è verificata con Basilea 2: ovvero, anzichè aumentare il capitale, ridurre l’attivo e dunque rischi e prestiti. A quanto pare, invece, si può essere più seri e coraggiosi, come insegnano svizzeri e tedeschi, senza strozzare l’economia.

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Banche Strumenti finanziari

Giornalismo anglosassone.

La presunta truffa ai danni del Comune di Milano, il cui funzionamento riecheggia quello di tante situazioni analoghe, viste sia per gli enti pubblici territoriali, sia per le piccole e medie imprese, ha smosso l’amor patrio del Financial Times e di altri quotidiani anglosassoni, preoccupati per la deriva “giustizialista” della Procura di Milano, che se la prende con Jp Morgan, Deutsche Bank, Ubs e Depfa perché, appunto, sarebbero banche estere. Anzi, come ricorda la celeberrima rubrica Lex Column, le banche sarebbero “facili prede” sui cui avventarsi ed il Comune di Milano non starebbe facendo bella figura, poiché i derivati sottoscritti sono diffusi in tutta Europa.

A parte l’uso strumentale -di pessimo giornalistico- delle inchieste giudiziarie, valide e ben fatte quando servono per definire il Presidente del Consiglio “unfit to lead”, molto meno condivisibili se toccano il cuore dell’industria (unica) nazionale britannica, i giornalisti che si stanno occupando di difendere l’indifendibile ignorano o fingono di ignorare ciò che conosce persino il redattore di queste note (che sostiene da tempo che i professori universitari sono, absit iniuria verbis, tonti). Ovvero che esistono divisioni e settori, soprattutto nelle grandi banche internazionali, che si occupano di inventare prodotti finalizzati a procurare utili alle banche stesse, ai danni della clientela. Piuttosto, derivati o no, sarebbe ora di fare qualche ragionamento, perlomeno in Italia, su natura, qualità e durata del fabbisogno finanziario degli enti pubblici. I debiti, come insegna la tecnica bancaria, non cambiano consistenza, se si modificano le condizioni di tasso: e, soprattutto, ciò che non si modifica è la capacità di rimborso.

Buon lavoro ai Pubblici Ministeri. E per quello che ho visto in passato (caso Parmalat) buon lavoro ai colleghi che assisteranno le banche in questione: loro hanno già vinto.