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Alessandro Berti Analisi finanziaria e di bilancio Banca d'Italia Banche Capitale circolante netto operativo Fabbisogno finanziario d'impresa Imprese Indebitamento delle imprese Mario Draghi PMI

La tempesta perfetta o la tempesta in un bicchiere d’acqua? Istruzioni per non affogare.

Stanchi di Covid-19 e con il vaccino alle viste, anche se solo Arcuri è stato capace di ordinare la quantità più elevata presso la multinazionale di Big Pharma meno preparata, ci si comincia a guardare intorno per parlare di altro e proporre nuovi problemi e questioni, possibilmente lamentandosi. Tale appare, per esempio, in una nota di La Presse di qualche minuto fa, la posizione di tutte le associazioni di categoria che esprimono “una forte richiesta di intervenire urgentemente su alcune norme in materia bancaria che, pensate in un contesto completamente diverso da quello attuale e caratterizzate da un eccesso di automatismi, rischiano di compromettere irrimediabilmente le prospettive di recupero dell’economia italiana ed europea“.

Devono essere, probabilmente, gli stessi “automatismi” che solo 8 mesi fa portavano un improvvido commercialista a lamentarsi, sul Sole 24 Ore, delle richieste “lunari” della banca, che per concedere fido per quasi 5 milioni di € a fronte di investimenti pretendeva, perbacco, un business plan, il bilancio al 31.12.2019 e una situazione intermedia.

Ne abbiamo già parlato su queste colonne, non resta che continuare a meravigliarsi della meraviglia. Una cosa è certa: non è mai l’ora di mettere le mani al rapporto banca-impresa, si doveva rinviare il Codice delle Crisi di Impresa, si doveva rinviare il revisore, rinviare rinviare, rinviare. Tutto va bene così come è, dateci i ristori, perché crucciarsi degli adeguati assetti organizzativi, amministrativi, contabili, perché preoccuparsi degli Orientamenti EBA in arrivo sul primo binario al 30 giugno dell’anno venturo?

In attesa di vederci da Mario, per parlare di imprese zombie, cioè di imprese che non dovrebbero stare sul mercato e invece ci restano e sono per giunta sussidiate a spese di quelle sane, rilanciamo e parliamo di “Adeguati assetti organizzativi, amministrativi e contabili” e dei relativi riflessi sul rapporto banca-impresa in queste date http://www.reaconsulting.com/news/approfondimenti/save+the+date+rapporto+banca+impresa

Per non affogare, per non perderci in un bicchiere d’acqua, per provare a riflettere e ragionare seriamente. Per provare, finalmente, a costruire qualcosa insieme, banche, imprese, professionisti.

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Alessandro Berti Analisi finanziaria e di bilancio Banche Crisi finanziaria Fabbisogno finanziario d'impresa Indebitamento delle imprese PMI Relazioni di clientela Università USA

Chi non ha sensibilità, non ha etica (Su etica e professione).

Chi non ha sensibilità, non ha etica (Su etica e professione).

In una società in crisi economica e sociale: il ruolo del commercialista.

Il codice deontologico

Relazione a cura del

Prof.dr.Alessandro Berti

Associato di Tecnica Bancaria ed Economia degli Intermediari Finanziari

Scuola di Economia

Università degli Studi di Urbino “Carlo Bo”

 

Buongiorno a tutti.

Ringrazio anzitutto l’Ordine che mi ha invitato, nella persona della Collega Silvia Cecchini, dandomi l’opportunità di riflettere, per preparare questa mia relazione, su un tema così importante. Ringrazio ognuno di Voi che, in queste giornate così convulse, come da tradizione, ha deciso di investire un po’ del proprio tempo per condividere queste riflessioni.

Mentre pensavo all’ordine del mio intervento, avevo ben chiare due affermazioni, che ho spesso sentito riecheggiare nella mia esperienza ma che, per la prima volta, ho udito in un’aula dell’Università Cattolica, quando ero matricola a Economia.

Non c’è ideale al quale possiamo sacrificarci, perché di tutti noi conosciamo le menzogne, noi che non sappiamo cosa sia la verità.” Così si esprime André Malraux, sottolineando una vera e propria disperazione rispetto alla propria impotenza etica.

E Franz Kafka afferma: ”Anch’io come chiunque altro ho in me fin dalla nascita un centro di gravità che neanche la più pazza educazione è riuscito a spostare. Ce l’ho ancora questo centro di gravità, ma in un certo qual modo non c’è più il corpo relativo.” Il che è come dire che l’uomo ha un’esigenza di significato unitario, per sé e per le cose che fa, per tutto, ma che la vita è distante dall’ideale, il “corpo relativo”, appunto, è altrove.

Perché parlare di ideale, se in finale dobbiamo semplicemente discutere il significato (penso che usare il verbo “illustrare” sarebbe offensivo per ognuno di Voi, quasi che io, pure iscritto all’Albo, debba spiegare a dei Colleghi un elemento così importante del proprio lavoro e della propria appartenenza professionale) di un codice il cui scopo è sintetizzato nella definizione di deontologia, ovvero un neologismo coniato dal filosofo inglese J. Bentham, che appare per la prima volta nel 1834 in un suo trattato postumo; dal greco: [deon] dovere e [logos] discorso, studio. Ovvero, ad essere letterali e riduttivi, un insieme di regole comportamentali.

La deontologia parte dal presupposto che il fine non giustifica i mezzi, ma che il fine è il mezzo. La questione sarebbe ingiustamente relegata a codici etici per professioni ad elevato rischio morale –psicologi, medici, avvocati-  che pure offrono un campo amplissimo di indagine, se non si tenesse conto che essa sorge sulla base di un presupposto molto più grande.

Il presupposto di tutto sta come sempre nella libertà individuale (e per conseguenza nella posizione di potere che questa attribuisce a chi esercita una determinata professione), ponendo la necessità di un fondamento etico che stia a monte del libero arbitrio del singolo. Ho detto fondamento etico, e non regole, di proposito: più avanti spiegherò il perché.

Quale sia il fondamento etico del nostro codice, ciò che ci viene proposto dall’Ordine Nazionale (secondo me ad un livello minimo, elementare: che non significa ridurne la portata, ma semplicemente porre la questione della responsabilità personale, che va ben oltre il rispetto di tale livello minimo di regole) è ben sintetizzato nell’articolo 5, che mi permetto di rammentarvi:

 

Articolo 5

INTERESSE PUBBLICO

1. Il professionista ha il dovere e la responsabilità di agire nell’interesse pubblico.

2. Soltanto nel rispetto dell’interesse pubblico egli potrà soddisfare le necessità del proprio cliente.

Il tema dell’interesse pubblico coincide, a mio parere, con quello che mi sembra più rispondente al sentire di ognuno, non appena in questa fase storica ma più in generale, del bene comune. È facile individuare, agli antipodi del bene comune, il bene individuale o meglio, l’esasperazione della soddisfazione di quest’ultimo, l’individualismo.

“L’individualismo” -afferma Juliàn Carròn in un intervento del 2009- “è un tentativo di risolvere i problemi vecchio come l’uomo, implicando il rapporto tra il proprio bene e il bene altrui, la tensione tra io e comunità. Il fatto di non vivere da soli, bensì di essere sempre all’interno di una comunità, ci costringe a decidere in continuazione il modo di affrontare questo paradosso.

Noi siamo chiamati a vivere questa sfida in un contesto culturale in cui la risposta a questa tensione sembra palese: l’individualismo. Detto con una frase: io raggiungo meglio il mio bene se prescindo dagli altri. Di più: l’individualista vede nell’altro una minaccia per raggiungere lo scopo della propria felicità. È quanto si può riassumere nello slogan che definisce l’atteggiamento proprio di questa mentalità: homo homini lupus.

Ma dicendo così la modernità si mostra incapace di dare una risposta esauriente, vale a dire che contempli tutti i fattori in gioco. Infatti la concezione individualista risolve il problema cancellando uno dei poli della tensione. E una soluzione che deve eliminare uno dei fattori in gioco, semplicemente, non è una vera soluzione.

Fino a quale punto questa impostazione è sbagliata si vede dal fatto, emerso clamorosamente, della sempre più urgentemente sentita richiesta di regole. Quanto più l’altro è concepito come un potenziale nemico, tanto più viene a galla la necessità d’un intervento dall’esterno per gestire i conflitti. Questo è il paradosso della modernità: più incoraggia l’individualismo, più è costretta a moltiplicare le regole permettere sotto controllo il “lupo” che ognuno di noi si rivela potenzialmente essere. Il clamoroso fallimento di questa impostazione è oggi davanti a tutti, malgrado i tentativi di nasconderlo. Non ci saranno mai abbastanza regole per ammaestrare i lupi. Questo è l’esito tremendo quando si punta tutto sull’etica invece che sull’educazione, cioè su un adeguato rapporto tra l’io e gli altri. Ma non è tanto l’incapacità delle regole a costituire il problema. La vera questione è che l’individualismo è fondato su un errore madornale: pensare che la felicità corrisponda all’accumulo.

In questo la modernità dimostra ancora una volta la mancanza di conoscenza dell’autentica natura dell’uomo, di quella sproporzione strutturale di leopardiana memoria. Per questo l’individualismo, ancor più che sbagliato, è inutile per risolvere il dramma dell’uomo. Inoltre occorrerebbe aggiungere anche un ulteriore inganno, proclamato dal potere dominante: che si possa essere felici a prescindere dagli altri.” (J.Carròn, 2009)

Vi sono numerosi esempi di quanto affermato da Carròn, a partire dal più elementare, e drammatico, di tutti: la pena di morte, negli Stati degli USA dove è in vigore, non ha eliminato il crimine, né lo ha disincentivato. La più severa sanzione posta a tutela delle regole, la perdita della propria vita, non impedisce che l’uomo possa violarle.

Ancora, e venendo ad esempi più vicini alla sensibilità di chi è presente oggi, alla sensibilità di chi deve paragonare etica ed affari quotidianamente: le pene, per certi versi bizzarre (ergastoli plurimi, condanne secolari), ancorché severissime in vigore negli USA (45 anziché 150 anni di galera, come nel caso rispettivamente di Kenneth Lay –Enron- e di Bernie Madoff, truffatore da 47 mld. di €) non impediscono che si commettano reati finanziari. E Worldcom, con il fondatore Bernie Ebbers che a 63 anni ne prende 25 di galera, ovvero l’ergastolo, non è da meno.

Lo scrittore inglese G.K.Chesterton affermava che “l’errore è una verità impazzita.” L’individualismo, sotto questo profilo, risponde alla definizione chestertoniana, laddove esaspera, mettendola al primo posto, la ricerca di benefici individuali, anche a scapito del benessere collettivo, danneggiando altre persone o i loro beni.

Alcuni esempi, tratti dall’esperienza di un lavoro, quello che svolgo personalmente, spesso giocato nella terra di nessuno che sta tra la banca e l’impresa, tra il finanziatore e il debitore. Penso che parlare della propria esperienza personale valga più di mille esempi teorici, perché fa riferimento a qualcosa che si conosce direttamente.

Personalmente mi occupo di modelli per la valutazione del rischio di credito e di analisi del merito di credito, lavorando prevalentemente dal lato bancario nell’esame di situazioni aziendali sovente borderline, ovvero squilibrate sia sotto il profilo economico, sia sotto quello finanziario. In tale veste vengo spesso in contatto con documenti contabili la cui rispondenza ai requisiti di verità, chiarezza e precisione è del tutto inverosimile. È altrettanto frequente che, nel corso di seminari o di corsi di formazione, soprattutto in banca, ma anche nell’ambito di consessi imprenditoriali, si verifichino discussioni, in sede dell’analisi di casi aziendali, nelle quali il dottore commercialista, o presunto tale, sia chiamato in ballo con frasi del tipo: “La colpa se hanno così tanti debiti è dei commercialisti, che li hanno convinti a scaricare gli interessi passivi” oppure ancora “Sono i commercialisti che fanno i bilanci e sono loro che li presentano in banca”. Tralascio i commenti e le facili ironie, perché penso che sia opportuno riflettere ulteriormente, e proprio a partire dalla deontologia applicata, se volete, in modo pedestre.

Nella veste di consulente di alcune banche, peraltro, mi è capitato spesso di ascoltare, nell’ambito di riunioni di Consigli di Amministrazione o in altre circostanze, frasi del tipo: “Non possiamo andare contro i commercialisti, soprattutto se sono nel collegio sindacale: e poi rischieremmo che portino i loro clienti in un’altra banca”. La crisi si è incaricata, progressivamente ma inesorabilmente, di incrinare questa concezione improntata ad un rapporto banca-impresa incentrato esclusivamente sulla copertura del fabbisogno, anziché sulla sua valutazione in termini di natura, qualità e durata (secondo gli insegnamenti del mio Maestro, mio e Vostro Collega, il caro prof. Attilio Giampaoli, mancato proprio quest’anno): ma resta tuttora diffuso un atteggiamento che vede nella sola ricerca di finanziamenti a tutti i costi l’unico problema da risolvere per tante imprese in difficoltà.

Valga un esempio fra i tanti. Un’impresa “storica”, da molti anni sul mercato all’ingrosso dei prodotti casalinghi in plastica, con margini operativi in progressiva diminuzione, ha visto improvvisamente flettere il fatturato del 25%, causa concorrenza estera. Facile arguire che, a seguito di tale contrazione, il risultato operativo sia diventato negativo e con esso sia venuto meno l’equilibrio economico e di conseguenza quello finanziario: a causa di tali circostanze, una delle principali banche italiane ha ridotto le proprie linee di credito di circa 6 mln. di € (l’azienda era peraltro già sovra-indebitata, con un debito pari a circa il 50% delle vendite, evidentemente eccessivo per il settore).

Il piano di salvataggio, presentato da un noto studio professionale associato nel nordest, contemplava le seguenti ipotesi:

·   richiesta di nuove linee di credito per cassa, sostitutive, per circa 6 mln. di €, da erogarsi immediatamente da parte delle altre banche;

·promessa di vendere, tramite incarico irrevocabile, due capannoni vuoti (ovviamente poiché nel frattempo ne era stato realizzato/acquistato un terzo molto più grande ed altrettanto inutile) ad un prezzo quasi coincidente con la nuova linea di credito sostitutiva;

·rientro dell’esposizione e “ripristino della continuità aziendale”.

 

Posso giudicare del piano che vi ho sommariamente descritto unicamente in base a quanto mi è stato mostrato da una delle banche delle quali ero e sono consulente. Ma non vi era, in alcun modo, la benché minima menzione di quali aspetti, sotto il profilo economico e reddituale, fossero stati individuati per agire su di essi al fine di ripristinare l’equilibrio economico: evidentemente assente a prescindere dal rientro, solo sperato, rispetto al nuovo fido di cassa. Il piano non aveva alcun requisito di sostenibilità, apparendo, come in realtà era, unicamente un escamotage per ottenere nuova finanza, attraverso i buoni uffici di uno studio prestigioso: non si prospettava alcuna possibilità di ritrovare l’equilibrio economico che anzi, a ben guardare, sarebbe mancato già alla fine dell’anno in corso, a prescindere dalla vendita dei cespiti. Che ne è della deontologia, in questo caso? Che concezione della crisi d’impresa sottende un intervento professionale teso, né più e né meno che prima della crisi, a trovare nuova finanza? Quanto c’è di accondiscendente in un rapporto professionale che si esplica in piani di ristrutturazione (senza offesa per i piani) di questo tenore ed evita accuratamente di guardare in faccia la realtà per quella che essa è, ovvero che l’impresa è decotta ed occorre non appena nuova finanza, ma un piano di risanamento che contempli tagli, sacrifici, ripensamenti profondi della filosofia aziendale?

Potrei andare avanti, raccontando di aziende palesemente indebitate ultra vires, la cui unica preoccupazione, condivisa purtroppo con il commercialista, non era quella di ritrovare la strada maestra dell’equilibrio economico e finanziario, ma quella di trovare nuova finanza. Ovvero, di trovare debiti nuovi, e maggiori, per pagare quelli vecchi. Nel mese di giugno ho visitato una banca nella quale non mi recavo, per consulenza, da circa 7 anni. Con l’occasione ho chiesto loro notizie di un cliente al quale io stesso avevo fatto visita, per spiegare, da terzo esterno e non coinvolto, che l’indebitamento che avevano era insostenibile (una volta e mezzo il fatturato, naturalmente con un bel capannone nel mezzo: ma si sa, si scarica il capannone, gli interessi passivi, tutto è scaricabile, quindi tutto è buono…). I debiti, allora pari a 1,2 mln. di €, erano lievitati a 3,5 mln. di €: e non riesco a darmi risposte, se non quelle della cecità più bieca e schematica, di come ciò sia potuto accadere. Nessuno ha goduto di quei maggiori debiti, che ora, molto più di prima, strangoleranno l’imprenditore, la sua famiglia e, in proporzione, i conti della banca in questione: l’imprenditore è sopravvissuto a sé stesso, indebitandosi per mangiare, non certamente per vivere alla grande. A chi è servito tutto questo? E chi, se non il commercialista, avrebbe potuto fermare questo degrado?

Difficilmente avrebbe potuto lo stesso commercialista, peraltro, che nel piano presentato 7 anni prima e rifiutato formalmente dalla banca (ma poi accettato nei fatti), spiegava che il fatturato, pericolosamente in bilico, si sarebbe poi ripreso crescendo del 50% all’anno nei tre anni successivi. In che modo? Mistero.

Così come è un mistero che tuttora mi accada, ed anche di recente in una primaria azienda della provincia, di essere richiesto di fare una consulenza, un check-up aziendale in sintesi, su dati aziendali palesemente falsi, soprattutto per quanto riguardava il magazzino. Sconsigliabile, con il sottoscritto, trattandosi del mio pane quotidiano. Ma non tanto per la vicenda in sé, evidentemente assurda, quanto piuttosto per il prosieguo: il lavoro non si è mai concluso e la consulenza non è mai stata erogata perché il dato del magazzino, depurato dell’alterazione contabile, non mi è mai stato comunicato. La rinuncia all’incarico non è tristemente necessaria, sarebbe un’ovvietà affermarlo: il retrogusto amaro che ti rimane è quello di una visione talmente distorta della realtà da divenire essa stessa più vera del vero, al punto che, come in un social network di moda qualche anno fa, Second Life, si può immaginare qualunque cosa, purché lontana dal reale.

Cito ancora un caso. In una banca del Centro-Sud ci è stato chiesto una consulenza in termini di assessment sulla qualità del processo del credito. Abbiamo proceduto verificando l’intero processo, dalla fase istruttoria, a quella dei controlli, controllando anche i compiti del Collegio Sindacale. La verifica dell’attività svolta dal Collegio ha condotto alla conclusione imbarazzante che il Collegio stesso, in una banca, non in un’impresa qualsiasi, si limitava, letteralmente, alle verifiche trimestrali. Il problema non è stato tanto nell’evidenza tecnica di quanto analizzato, quanto piuttosto nel modo di condividerlo. Il consiglio di amministrazione (composto da altri Colleghi) non ha ritenuto di dover prendere atto ufficialmente di quanto emerso nella consulenza, chiedendo piuttosto al sottoscritto di condividere il giudizio stesso, con i membri del Collegio. Cosa che ho accettato –non so quanto correttamente sotto il profilo deontologico- solo a patto di poter esprimere integralmente il mio giudizio ai Colleghi. Vi lascio immaginare l’imbarazzo: ma credo che il silenzio sarebbe stato ben peggiore.

Se l’educazione è essere introdotti alla realtà secondo la totalità dei suoi fattori, tutte queste storie ci insegnano che è mancata la volontà di educare. Non di insegnare, non di ammaestrare, di ammannire consigli impancandosi a sapientoni: educare, ovvero essere responsabili, in termini di giudizio che qualcuno dà sulla realtà. Conosco la facile battuta su “Chi sa fa, e chi non sa insegna” e proprio perché la conosco non la sopporto, perché fa fuori tutta la fatica di chi, invece, si coinvolge nella fatica di stare di fronte alla realtà.

Ma se è vero che ci sono clienti che non si muovono di un passo senza prima avere fatto una telefonata, forse è proprio degli altri che dovremmo sentirci maggiormente responsabili, senza pensare che tutto si esaurisca in una parcella pagata. E se provassimo ad immaginare, proprio ora, proprio ora che c’è la crisi, ed in maniera così violenta, che il compito del commercialista sia, letteralmente, “educativo”, ovvero capace di introdurre alla realtà secondo la totalità dei suoi fattori, senza edulcorarla, alterarla, stravolgerla, ma soprattutto, appunto, senza eliminarne nessun pezzo?

Si badi bene, non sto sottovalutando l’importanza del lavoro. Ma mi chiedo quanto siano compatibili col decoro della professione non certi onorari, quanto piuttosto i contenuti di certe prestazioni, come quelle svolte dagli anonimi Colleghi di cui sopra. Che vengono svolte, ricordando la frase di Kafka con cui ho iniziato, letteralmente senza alcun centro di gravità.

Credo allora di poter condividere con voi una conclusione, sicuramente non l’unica, e per la brevità dei tempi e per l’inadeguatezza del relatore che avete scelto. Mi piace concludere ricordando quello che, tra tante altre cose, mi ha insegnato un Maestro dei tempi dell’Università Cattolica, Mons.Luigi Giussani: Egli sosteneva che “chi non ha sensibilità non ha etica”. Io credo che in queste parole si possa ben riassumere il senso della mia riflessione odierna, che vorrei diventasse condivisa, personalmente, da ognuno di noi. Ovvero, non ci sono regole, né codice etico, che possano sostituirsi alla sensibilità personale, intesa come lettura che della realtà viene data dalla propria libertà, sia pure filtrata da cultura, temperamento, circostanze. In questo, la crisi, che pure ha messo così gravemente alla prova noi ed i nostri clienti, rimette al centro, caricandola di nuovi compiti, la nostra responsabilità personale che non è appena professionale, e ci mancherebbe, ma, letteralmente, educativa, ovvero di realismo. Vi ringrazio per l’attenzione.

 Urbino, 17 dicembre 2013.

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Bollino blu.

Con un articolo di Isidoro Trovato il CorrierEconomia di ieri ci dà notizia dell’arrivo del “bollino blu” dei commercialisti, a certificare il bilancio delle Pmi. Con un accordo fra ABI, Unioncamere ed Ordine si dovrebbe “agevolare” l’accesso ai finanziamenti, mediante un apposito disegno di legge.

Soprattutto tenuto conto, come ci ricorda Trovato, che “le imprese con meno di dieci addetti rappresentano il 94,8% delle aziende e che forniscono il 47,4% dell’occupazione“. Appunto, il tema meriterebbe più attenzione. La proposta non è nuova: e non è, purtroppo, neppure risolutiva. La certificazione del bilancio implica, semplicemente, una valutazione di conformità delle prassi e delle procedure contabili seguite nel redigerlo, da parte di professionisti che dovrebbero obbligatoriamente assicurarsi. Contro cosa? Contro il rischio di insolvenza? Certificare un bilancio non significa attestare il merito di credito. E molti bilanci di società fallite erano certificati: il merito di credito sta nel merito, negli hard numbers, non nel metodo, anche se il metodo è importante. Che farebbero i Dott.Comm., il lavoro al posto delle banche? Non mi pare realistico, a prescindere da considerazioni di processo del credito, che Banca d’Italia accetti l’ipotesi: anche se, come afferma Marcello Danisi, curatore della proposta di legge, i professionisti dovrebbero essere formati a “leggere e certificare i bilanci delle micro-imprese” il lavoro di valutazione del merito di credito non potrebbe che spettare alle banche.

Infine, è quantomeno discutibile l’affermazione che “il rischio di credito cali in presenza di bilanci certificati“: e, d’altra parte, le imprese continuano a chiedere di essere “guardate negli occhi”, come afferma il direttore generale di CNA, Sergio Silvestrini. Conoscendo i bilanci di tante micro e piccole imprese, il rischio è che guardarsi nelle palle degli occhi serva a non guardare i numeri.

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Se il problema non è solo di norme.

Molti hanno salutato positivamente l’approvazione della legge 122/2010 che consente, a coloro che intendono accordare fiducia all’imprenditore, di evitare i problemi derivanti dal fallimento, grazie alla dichiarazione di pre-deducibilità degli importi erogati e ad una sorta di sospensione dei provvedimenti cautelari. La stessa legge, accogliendo richieste di parte imprenditoriale, ha sancito la previsione dell’esenzione dalla bancarotta per le operazioni poste in essere in esecuzione del concordato o di un accordo e/o piano attestato. L’istituto del concordato preventivo e della ristrutturazione del debito viene così ad essere rafforzato dalla previsione legislativa dell’art.48 della legge 122, che tuttavia continua ad avere il suo punto debole nella dichiarazione del professionista incaricato di attestare che vi è la possibilità di soddisfare i creditori con i quali non vi siano trattative o che si siano dichiarati dissenzienti.

La riforma della legge fallimentare ed i provvedimenti successivi non hanno, infatti, modificato il punto relativo alla responsabilità del professionista, che rimane in verità assai pesante, sia per la questione relativa all’ammontare e la natura dei crediti “autodichiarati” dall’imprenditore, sia soprattutto per la sua effettiva capacità di dichiarare fattibili progetti di pagamento basati, in finale, su ipotesi di fonte aziendale. Il problema non è appena di norme, il professionista, ad evidenza, deve essere responsabile di quanto attesta, sia pure sulla base di quanto dichiarato. Il problema, come dimostrano le storie della crisi, è culturale e, perciò, tecnico. E’ culturale, perché spesso l’unica preoccupazione del professionista è quella del conseguimento a tutti i costi del risultato, anche se ciò si riduce, talvolta, ad un puro e semplice prolungamento dell’agonia. Ed è tecnico, perché i piani che vengono presentati -mi è capitato di vederne più d’uno, su incarico bancario- sono spesso inspiegabili quanto a volumi di vendite e dimensione del risultato operativo, assolutamente artigianali, quando non sbagliati, nella determinazione del fabbisogno finanziario prospettico, sempre ed immediatamente decrescente ed in miglioramento, spesso “errato” nella sua quantificazione e qualificazione. Non c’è norma che possa modificare il costume delle relazioni di clientela italiane, si può solo lavorare e sperare che la crisi spinga i protagonisti del rapporto a relazioni più virtuose ed intense, basate sulla partnership, fin da quando le cose vanno bene. Ma l’attuale dibattito non pare proprio andare in questa direzione.

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Restano i commercialisti (chi l’avrebbe mai detto?).

Bo Bartlett

Dirigenti d’azienda no, perché li spostano di sede in sede e tu, moglie, diventi l’addetta ai traslochi costretta a frequentare i club aziendali e le mogli di altri dipendenti della ditta. Non giornalisti, che sono bugiardi e ti tradiscono con le stagiste, né medici – ancora peggio, dato che vivono giorno e notte con infermiere anche carine che non vedono l’ora di sedurli, e pazienti vogliose e disperate. Non avvocati, spesso verbosi, coi loro faldoni e incartamenti da studiare il sabato e la domenica. Restano i commercialisti. Un bel commercialista potrebbe essere il sogno di ogni ragazza. Ricchi, desiderosi di  evadere dall’arido mondo dei numeri e portarti in giro per musei.

Camilla Baresani, Un’estate fa, Bompiani

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Banche Bolla immobiliare Crisi finanziaria Indebitamento delle imprese PMI

Imprese che (non) resistono.

Prigionieri iracheni

Storie sulle quali varrebbe la pena riflettere: questa me l’hanno fatta vedere in un’aula di bancari settimana scorsa.

Impresa di autotrasporto, a base familiare, tanti camion in leasing, un solo vero valore all’attivo, ovvero, tanto per cambiare, un capannone. Il valore dell’attivo è di circa 400mila euro, se tutto va bene, quello del passivo si aggira sul doppio. Il patrimonio netto negativo è abbondantemente sotto zero, da molto tempo, causa continui prelievi. La famiglia imprenditoriale non ha mai navigato nell’oro, non esistono, nè sembra plausibile che esistano, auto di lusso, ville, palazzi, gioielli, vacanze esotiche. Solo duro lavoro, solo quanto serve, al minimo. Per ottenere un appartamento di proprietà, e poco più, è stato calpestato qualunque principio di realismo, di capacità di fare i conti con la testardaggine di una realtà che, da tempo, tentava di comunicare a queste persone che la loro impresa non stava in piedi. Queste imprese non resistono e sarebbe inutile tenerle in piedi. Ma quanti meno danni si sarebbero fatti e quanti morti e feriti si sarebbero evitati se qualcuno, dalle banche al commercialista, avesse detto loro che non ne valeva la pena? Anche se non è detto che avrebbero capito: i soci dell’azienda in questione chiedono, infatti, alla banca, altri soldi per andare avanti. Mentre, tecnicamente, sono falliti.

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Alessandro Berti Imprese

Professionisti come imprese?

Il Presidente dell’autorità garante per la concorrenza ed il mercato, Catricalà, nell’equiparare i professionisti alle imprese, ha certamente peccato di approssimazione. La reazione suscitata nel mondo delle professioni, riunito a convegno a Roma, è stata di secca smentita delle affermazioni del Garante, ricordando le diversità radicali che stanno alla base dell’esercizio di una professione rispetto a quello dell’impresa.

Chi scrive ne sa qualcosa.

Iscritto all’Albo dei Dottori Commercialisti nel 1982, un anno dopo la laurea (avrei iniziato a pensare all’accademia solo in seguito, dopo che mi venne proposto per la terza volta accettai), appena cominciai ad esercitare mi trovai catapultato nel mondo della professione con un pc, regalatomi dal babbo, che usavo in cucina, ovvero nel mio studio. Ai clienti, contati sulle dita di una mano,  dicevo:”Non si disturbi, vengo io da lei”. Ma ricordo bene che, appena andai a tentare di iscrivere il mio primo figlio al nido mi venne risposto, direi con malignità e cattiveria, dall’ineffabile responsabile dell’ufficio preposto del Comune di Rimini, una compagna -intesa come PCI- di cui preferisco non ricordare né il nome, né il ghigno, che poiché io ero un libero professionista ero anche un evasore fiscale. E che, di conseguenza, mio figlio non solo non sarebbe stato accettato, ma se mai tale vento miracoloso fosse accaduto, avrei dovuto pagare il massimo della retta. Io ricordo solo che quell’anno feci la dichiarazione dei redditi più magra della mia carriera. E non stavo, ahimè, accumulando tesori alle Cayman, in vacanza si andava ospiti di mio padre, ed altre amenità che non racconto.

Per lunghi anni subivamo ritenute d’acconto che potevamo scontare solo in dichiarazione, mai deducibili da altri balzelli: e quando arrivava un rimborso d’imposta, ci sembrava di avere vinto alla lotteria di Capodanno, perché il conto corrente era sempre in rosso. Per costruire una reputazione professionale che non fosse solo quella di un fastidioso ma obbligato impiccio per i clienti -una specie di vaccino contro il fisco- ci sono voluti anni, quasi 10, per fare solo quello che faccio ora e non dovere perdere il sonno dietro a scadenze, formalità, burocrazia. Tutto ciò rigorosamente fuori Rimini, forse perché, come dice un mio amico commerciante, Rimini non è abbastanza borghese (continuo a chiedermi cosa sia, ma non trovo risposta: io vengo dalla Vera Romagna Folk). Se i professionisti italiani sono quello che sono, forse, non è estraneo alla loro condizione la modesta cultura manageriale delle imprese ed una concezione del fare impresa che richiede, tuttora, ancora molta educazione. Nessuno si è mai chiesto perchè l’offerta dei commercialisti sia così limitata? Forse perché se non offri certi prodotti, e non certamente a prezzi d’affezione, non la sfanghi?

Non sono un’imprenditore, tutt’al più sono un teatrante. Adoro insegnare, cambia il palcoscenico, il pubblico, anche il copione.

Non sono neppure un professionista, anche se resto iscritto all’albo. Le imprese sono un’altra storia ed un altro film, le incontro grazie alle banche per le quali lavoro. Ma sono due mondi diversi, con buona pace del garante.