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Bisogna fare sviluppo.

Bisogna fare sviluppo.

SviluppoIn uno strano mese di luglio, denso di lavoro inframmezzato da ferie (poche: per chi fosse interessato a come è andata, si rimanda a twitter), mi è capitato più volte di esaminare aziende che prima di compiere un passo vogliono verificarne la fattibilità, con un atteggiamento certamente molto diverso dal passato, recente e non. Allo stesso modo, e quasi in parallelo, più di un bancario, ma ovviamente anche dirigenti ed amministratori, mi ha dichiarato che “bisogna fare sviluppo“, togliendo il freno a mano che ha finora bloccato l’erogazione di prestiti.

Sembrano buone notizie, sembrano i primi passi di un modo finalmente “sano” di intendere le relazioni di clientela, improntato a ragionevolezza: al punto che una Bcc del Sud mi ha chiesto cosa pensassi di un’impresa della quale si dubitava ma che, in qualunque regione del Centro-Nord, sarebbe stata affidata immediatamente. Tuttavia, appunto, “bisogna fare sviluppo“: ovvero, si deve fare crescere il margine di interesse, si deve fare credito alle imprese, si devono cercare nuovi clienti.

Tutto bene? Anzi, sbrighiamoci a fare credito, perché è già tardi? In realtà “fare sviluppo” richiede molto di più di una mera disponibilità ad erogare risorse finanziarie. Mentre le categorie continuano la litania dei lamenti (non perché ci sia da ridere se un’impresa chiude, ma è semplicemente il mercato, bellezza!), mostrando tutti i limiti tecnici e culturali dei modelli associativi italiani, la questione che emerge è proprio quella della selezione: parola sgradevole probabilmente, ma anche l’unica che dovrebbero avere a cuore gli imprenditori seri e le banche che li finanziano o vogliono finanziarli. Senza selezione le risorse finanziarie saranno distribuite, ovvero allocate, in maniera sempre meno efficiente, L’efficienza allocativa, ossia l’efficienza nel modo con cui il mercato seleziona gli impieghi meritevoli di credito rispetto a quelli scadenti, è uno dei concetti che più di tutti mi hanno affascinato della materia che studio ed insegno. Ma, nel contempo, è uno dei concetti più desueti e distorti e, proprio per questo, più teorici ed inattuati. La valutazione del merito di credito basata sulle garanzie o sulle conoscenze, sulla “storicità” del rapporto o sull’esistenza di proprietà immobiliari, anziché rispetto ai fondamentali dell’equilibrio economico e finanziario, ne è un triste esempio.

Se si è coscienti di questo, “bisogna fare sviluppo“può diventare non una mera parola d’ordine di stampo commerciale o lo slogan dell’ufficio marketing, ma qualcosa di molto più interessante. Può diventare la partenza di un modo di fare banca che si confronti con la realtà in modo duro, serio ed impegnativo, che chiami le imprese a scegliere e farsi scegliere, valorizzando la cultura d’impresa e castigando la rendita. C’è solo un modo per fare tutto questo, a dispetto delle scelte di tante grandi (purtroppo non solo loro) banche: valorizzare il capitale umano, investire su di esso, svilupparne le competenze e la cultura d’impresa. Proprio per questo, la sfida è ancora più grande.

 

 

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Lavoro profitto

Provare a lavorare bene?

Provare a lavorare bene?

La notizia dei gravi disservizi nei quali è incorsa Poste Italiane spa fa affermare al Sole 24 Ore che occorre un’Authority. L’ennesima. Se servisse solo un po’ più di liberalizzazione, più concorrenza e meno sprechi, ovvero un pochino di efficienza?

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Banca d'Italia

Simpatica dabbenaggine (intrattenitori & governatori).

Giampiero Fiorani e Antonio Fazio

L’ex-governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio nel corso di dichiarazioni spontanee rese durante il processo milanese relativo alla scalata Antonveneta, ha ricordato le «capacità manageriali» di Fiorani e la sua «innata dote personale di cordialità e di accattivarsi la simpatia altrui nonchè anche della mia famiglia». E ha comunque ribadito di «non essere mai stato influenzato da Fiorani nel prendere le decisioni». Tuttavia, secondo Fazio, la simpatia di Fiorani «permise di trarre in inganno gli uffici di vigilanza della Banca d’Italia». A distanza di quasi 5 anni dagli eventi relativi alla famosa tentata scalata ad Antonveneta, le dichiarazioni dell’ex-Governatore lasciano stupefatti, per il candore leggermente imbarazzato con cui vengono pronunciate e per la nemmeno troppo implicita ammissione di dabbenaggine che contengono. Non avevamo mai pensato, durante i nostri studi, che il trade-off stabilità ed efficienza fosse da ricondurre, in realtà, ad un problema di simpatia ed incompatibilità caratteriale. E che, nel documentare la consistenza del patrimonio di vigilanza di una banca, bastasse essere degli intrattenitori. Dopo il piano B, fare il mago, si spalanca il portone del piano C: l’intrattenitore bancario.

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Bolla immobiliare Borsa informazione Mercato

Chiaroveggenza

Come afferma Eugene Fama, il massimo di efficienza informativa si concretizza nell’insider trading.

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Banche Banche di credito cooperativo Vigilanza bancaria

Una vecchia conoscenza: il trade off efficienza/stabilità.

L’agenzia Moody’s ha analizzato l’impatto finale delle modifiche agli accordi noti come Basilea 2, tesi a rafforzare la stabilità e la solidità degli intermediari creditizi, soprattutto in situazioni di crisi.

Dall’analisi emergono 4 punti rilevanti: il capitale, inteso come buffer –o cuscinetto- dovrà essere più elevato; il profilo di rischio dovrà essere allineato alla tolleranza al rischio (in altre parole, non ci si potrà assumere rischi che non si è in grado di fronteggiare); le Autorità di Vigilanza, dotate di maggiori poteri, perciò stesso dovrebbero meglio vigilare e reprimere (con il permesso di Moody’s, avanzerei qualche dubbio al riguardo); da ultimo, in applicazione di uno dei pilastri della “vecchia” Basilea 2, le banche dovrebbero fornire agli investitori maggiori e più approfondite informazioni sul loro profilo complessivo di rischio.

Il lavoro di Moody’s, inoltre, sottolinea il diverso impatto delle nuove regole sulle diverse tipologie di banche, più marcato per “le grandi banche con grandi attività finanziarie”, meno evidente per le banche retail. Ovvero, in ossequio al vecchio e sempre vero adagio della finanza che recita che esiste un trade off fra efficienza e stabilità, un return on equity o ROE più ridotto e penalizzato.

A prescindere dal fatto che, come la stessa Moody’s ha notato, le conseguenze prospettate dipendono molto da come le nuove regole saranno effettivamente applicate, è interessante notare che le nuove regole potrebbero mettere in discussione il modello stesso della grande banca di transazione, a favore del modello, tutto italiano, ma non solo, della banca di relazione, in specie se banca locale. Tanto più che, proprio le lezioni degli ultimi anni, insegnano che le grandi aggregazioni, i processi di fusione e di concentrazione avviati nel sistema bancario, se generano economie di scala e di scopo, non generano tuttavia ritorni per la clientela ma solo creazione di valore di per l’azionista.