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Moncler, mon cher!

Moncler, mon cher!

Moncler rinuncia alla quotazione

Il fondo Eurazeo rileva il 45% per 418 milioni – I francesi pagano 12 volte il Mol –  Carlyle ha venduto circa il 30% ed è uscito dal capitale, mentre gli altri azionisti hanno limato le partecipazioni

Salta la quotazione in Borsa di Moncler. A Piazza Affari non va in porto nemmeno l’attesa terza matricola: dopo i dietrofont di Philogen e di Rhiag, la griffe dei piumini sportivi avrebbe dovuto essere la prima società del 2011 a sbarcare sul listino. Ma ieri la doccia fredda: Moncler rinuncia allo sbarco in Borsa e la maggioranza, attualmente in mano al fondo Carlyle di Marco De Benedetti e all’imprenditore stilista Remo Ruffini, passa al fondo francese Eurazeo (che avrà il mentre l’imprenditore rimane col 32% e Carlyle con una quota di minoranza). I francesi, azionisti di Banca Leonardo in Italia, hanno pagato 418 milioni per diventare i primi azionisti col 45%.

A differenza di Rhiag, che ha detto addio il giorno prima del debutto, Moncler non ha nemmeno fatto partire il road show. Già nel fine settimana sono comparsi i primi dubbi: lo slittamento del road show, che sarebbe dovuto partire ieri, non è un segnale che lasciava ben sperare. Fin dai primi giorni di pre-marketing, il nodo è stato il prezzo: per i venditori Moncler non valeva meno di un miliardo; dal mercato, invece, sarebbe arrivata un’indicazione di forchetta tra i 700 e gli 800 milioni. Le borse sono ricettive, come dimostrano le stratosferiche Ipo negli Stati Uniti, ma almeno a Piazza Affari gli investitori non sono disposti a strapagare le aziende. I fondi, invece, riescono a offrire prezzi molto più generosi: nel caso di Moncler addirittura 12 volte il Mol che equivale 1,2 miliardi di euro di valorizzazione, ossia il massimo della forchetta stimata da Banca Imi (global sponsor della fallita quotazione). Ovvio che i venditori, specie se, come nel caso di Carlyle in Moncler, sono dei finanzieri puri, di fronte a valutazioni così alte hanno scelto la strada del secondary buy-out, lasciando l’amaro in bocca a Borsa Italiana.

Piazza Affari troppo avara o fondi bulimici? Di certo sul mercato c’è un eccesso di liquidità che crea distorsioni: la presenza di un private equity, poi, ha fatto prevalere la natura più finanziaria. Ceduta a Eurazeo, assistita da Lazard, Moncler riprende la via della Francia, dopo quasi venti anni: la storica casa è nata Oltralpe, a Grenoble, nel 1952. Dopo il periodo d’oro a metà degli anni ’80, sulla scia del fenomeno, tutto italiano, dei Paninari, il marchio era finito in declino. L’accoppiata Ruffini-De Benedetti l’ha riportata ai fasti di un tempo, ma dietro l’ennesima retromarcia di un’azienda da Piazza Affari, secondo indiscrezioni, ci sarebbe stato anche un animato scontro tra i due soci, proprio nel fine settimana: nonostante le valutazioni più basse del previsto Ruffini sarebbe stato intenzionato ad andare avanti lo stesso con la quotazione. La Borsa rappresentava infatti l’approdo di un cammino industriale e aveva anche finalità commerciali (l’Ipo sarebbe stata usata per coinvolgere partner, clienti e fornitori). Secondo quanto si apprende, avrebbe anche accettato un prezzo nella parte bassa della forchetta, anche per garantire al titolo un rialzo post-quotazione (andando incontro anche ai desiderata del mercato). In più giocava anche la constatazione che Ruffini, dopo l’Ipo, sarebbe rimasto il principale azionista, visto che a vendere era soprattutto il fondo.

A Carlyle, un private equity di dimensioni mondiali mosso da logiche di ritorno sugli investimenti e di rendimenti da garantire ai propri sottoscrittori, lo sconto chiesto dal mercato era inaccettabile. Soprattutto se c’era già pronto un compratore privato disposto a riconoscere quel prezzo che il mercato azionario rifiutava. Chiaro che, nonostante tutto si sia deciso nel giro del fine settimana, Eurazeo non è comparso all’improvviso e che Moncler ha giocato su due tavoli contemporaneamente. La politica del doppio binario sta ormai diventando una prassi: Rhiag sta facendo lo stesso col fondo Pamplona. Dopo due quotazioni saltate, a Piazza Affari l’umore verso i private equity non è dei migliori: Salvatore Ferragamo, la prossima aspirante matricola, è un’azienda familiare. Si spera che sarà per davvero la prima matricola del 2011.

Così Il Sole 24 Ore sulla mancata e cara quotazione di Moncler. Ma vivaddio, perché dobbiamo fremere per ogni nuova o mancata quotazione? Le vecchie società quotate annoiano? Bisogna trovare nuovi temi di interesse? Il capitalismo è diventato un parco giochi, dove si cerca di ammazzare il tempo: a quanto pare, senza matricole, il tempo passa più lentamente. Fino al punto di far dire che “l’eccesso di liquidità crea distorsioni“. Va bene, ne abbiamo ascoltate tante, ascoltiamo anche questa. Chiedere, soprattutto ai giornalisti (ma anche a Vincenzo Boccia, ad Emma Marcegaglia, a Giuseppe Vegas etc…) la decenza di piantarla con le lamentazioni sulla mancanza di liquidità e sulla limitatezza della Borsa, è troppo?

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Energia, trasporti e infrastrutture Giulio Tremonti Imprese Sviluppo

Annullamento.

Giulio Tremonti, Emma Marcegaglia (da Il Giornale)

L’art.45 (della manovra economica: NdR), in pratica, annulla gli incentivi per chi ha investito nelle energie rinnovabili (vedi pannelli fotovoltaici e pale eoliche) contando sui certificati verdi che ora non saranno automaticamente acquistati dal Gestore unico. Valore cifrato oltre un miliardo di euro l’anno.

R.Ba. Corriere della Sera, 5 luglio 2010.

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Banche Fabbisogno finanziario d'impresa Imprese Indebitamento delle imprese PMI

Tiramisu

Emma Marcegaglia rievoca nuovamente i fantasmi del credit crunch, chiedendo alle banche di non fermarsi alle valutazioni numeriche, per quanto riguarda i bilanci 2009, ormai in dirittura d’arrivo, ma di andare oltre. La Presidente di Confindustria afferma in particolare: «Non vogliamo che il sistema bancario supporti aziende decotte, ma chiediamo che si vada al di là della mera valutazione dei numeri specifici e si cerchi di capire, invece, la capacità delle imprese di di tirarsi sù e di cogliere le opportunità che sono sul mercato».

Il discorso di Marcegaglia è corretto e condivisibile, soprattutto laddove coglie uno dei punti sui quali le banche dovrebbero soffermarsi maggiormente, il contesto nel quale sono maturate le performances 2009: difficile immaginare bilanci in utile, aziende spensierate, in grado di fare redditi e cassa. Il discorso di Marcegaglia, però, proprio perché è corretto, è anche impegnativo. Qualche tempo fa, su questo blog è stato ricordato il caso di quell’imprenditrice veneta, Monica Galvanin la quale, nel mentre lamentava la scarsa attenzione delle banche per un’operazione palesemente sproporzionata alle proprie forse (vedi rapporto debiti finanziari/fatturato) candidamente si chiedeva che fare dei tanti capannoni vuoti e sfitti acquisiti dalla sua impresa. Uscire dalla crisi non è e non sarà facile, le banche e le imprese dovranno fare la loro parte. Ma le imprese devono cominciare ad avere maggiore consapevolezza di quello che fanno, una maggiore coscienza di natura, qualità e durata del proprio fabbisogno finanziario. Sapere il perché si chiede è il modo migliore per chiederlo.