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Ma i rischi?

Ma i rischi?


(..) dalla malattia si esce o si può uscire. La malattia può essere affrontata e respinta, battuta. Ma i rischi? I rischi nascono, proliferano, si moltiplicano, ma non sono pressoché mai sconfitti, mai battuti, perché per un rischio che se ne va un rischio arriva, e magari due o tre, a prenderne il posto. Per le malattie ci sono le medicine. Ma per i rischi? Sono molto più infidi, segreti, oscuri, traditori delle malattie. C’è dunque in giro una vera e propria ripulsa del rischio. Che diventa psicosi, ossessione, fobia per quanto riguarda non semplicemente i bambini ma i figli più in generale – quale che sia la loro età. Il cinema, non solo quello italiano, abbonda ormai di storie di figli che non vogliono uscire di casa perché, lavoro o non lavoro, soldi o non soldi, non si sentono ancora pronti ad assumersi responsabilità, non si sentono ancora adulti e, in ultima analisi, non gli va neppure di diventarlo. Figli che dichiarano di sentirsi ancora adolescenti
a trent’anni e anche di più. E – e qui sta il bello – che non avvertono alcun
disagio a sentirsi ancora adolescenti a trent’anni e passa. Non per niente un nostro ultratrentenne su tre vive ancora nelle famiglie di origine, coi maschi in netto vantaggio sulle femmine. Sono le generazioni che non vogliono correre rischi, che prima di fare un passo pretendono di avere assicurazione che il terreno non gli cederà sotto i piedi. L’Italia le ha allevate con cura, queste generazioni, ma sembra che più in generale l’occidente si appresti a seguire
questa strada.

Roberto Volpi, Il Foglio, 25 marzo 2011.

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Chi non rischia, non afferra.

Chi non rischia, non afferra.

Se non vuoi correre il rischio di trovarti male fuori dalla tua famiglia di origine, in fondo non hai che da restarci il più a lungo possibile, magari per sempre. La cosa è possibile, perché quello che non ti veniva concesso prima non raramente ti viene perfino consigliato oggi. Sono spesso i genitori a mettere in guardia i figli dall’uscire di casa senza prima avere bene concretizzato, una dopo l’altra, tutte le condizioni per una fuoruscita “senza rischi”. Chiediamoci perché l’Italia ha una proporzione tanto alta di famiglie che vivono in una casa di proprietà (oltre il settantadue per cento, più un altro dieci per cento con forme di godimento gratuito) e perché questa proporzione non conosce flessioni nonostante che da due decenni almeno non si faccia che lamentare le difficoltà dei giovani a trovare lavoro e gli alti tassi di disoccupazione giovanile.
I giovani restano più a lungo in famiglia, certamente. Ma soprattutto le famiglie si preoccupano di comprare o di costruire loro stesse in economia, se possono,
e anche quando non possono, un appartamento perché il figlio ultratrentenne possa lasciare il nido senza correre rischi. La cosa più strabiliante, a pensarci, è
che tutto questo avviene in un tempo in cui l’orizzonte mai è stato tanto carico di “rischio”: il tempo della globalizzazione, della mondializzazione delle sfide, della concorrenza aperta e a tutto campo, del niente è più acquisito una volta per tutte, perché tutto può sempre cambiare da un momento all’altro. E dunque chi non rischia non afferra, non stringe, non porta a casa alcunché. Lo dicevano i nostri nonni, mangiati via dall’era digitale, mentre noi digitalizzati a furia di voler risparmiare loro “rischi inutili” abbiamo gettato i nostri giovani in bocca al più famelico e fatale, culturalmente parlando, dei rischi: quello di mettersi a rincorrere il miraggio del posto fisso nella pubblica amministrazione saltabeccando da un concorso all’altro, da un palasport all’altro (ci vogliono i palasport, in Italia, per contenere i pretendenti a un posto di vigile urbano o di usciere in un comune).
E’ terribilmente fuori tempo tutto questo.

Roberto Volpi, Il Foglio, 25 marzo 2011

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bisogni Economisti Lavoro

Nel lavoro l’uomo è mosso da una responsabilità.

Così facendo, l’uomo acquisisce maggiore consapevolezza e signoria sulla realtà e approfondisce anche concretamente la conoscenza di sé, dei propri limiti e potenzialità, delle proprie aspirazioni. Il filosofo Emmanuel Mounier lo esprimeva efficacemente così: “Tout travail travaille à faire un homme en même temps qu’une chose” (da P.Cazamian,1996, Le travail autonome. Opérativité et scientificité. Principes de l’intervention ergonomique, in P. Cazamian, F. Hubault, M. Noulin (dir.), Traité d’ergonomie, Octarès Éditions, Toulouse, 1996). Inoltre, nel lavoro, l’uomo è mosso da una responsabilità, risponde cioè all’appello suscitato dai bisogni di coloro dei quali sente di farsi carico: la famiglia, il clan, la comunità, la società.
Lo stesso svolgimento del lavoro richiede interazione, collaborazione, fiducia fra gli uomini, e poi una costruzione sociale. Il lavoro è dunque fattore di ulteriore comprensione della natura relazionale e sociale dell’io, oltre che elemento costitutivo delle società e del loro benessere.

Gianluigi Gorla, “Logos e Agape” L’école valdôtaine, 84, 2010

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Lavoro Università

Oltre le colonne d’Ercole: avere paura dell’avventura della vita.

Le colonne d'Ercole, Non plus ultra

Sul Sole 24 Ore Job di oggi compaiono i risultati di un’inchiesta sul lavoro giovanile e le scelte che lo determinano, la cui sintesi è efficacemente descritta come segue: i giovani vorrebbero il posto fisso e vicino a casa. Nel servizio un’intervista, in particolare, è illuminante, perché mostra come le scelte siano frutto quasi esclusivo di calcolo, di convenienza. Sì, è vero, lavorare all’estero è bello, è interessante ma bisogna spendere per mettere su casa, ma ci sono problemi di doppia imposizione, etc…

Non penso che la questione si risolva definendo bamboccioni coloro che non scelgono e che hanno paura persino di mettere su casa con qualcuno, criticandone gli atteggiamenti pure, a volte, assolutamente indisponenti. La questione è di educazione, ovvero chiama in causa gli adulti, i genitori, le famiglie. Di un’educazione che non è gusto per il rischio e per l’avventura, che non insegna a stare di fronte alla realtà, ma che cerca solamente di difendere e di proteggere. Come un grande educatore ci ha insegnato, la cultura nella quale siamo immersi fa in modo che i genitori non siano come persone che stanno dietro i giovani che camminano e che, avanzando, si graffiano, cadono, si fanno male, rischiano e, affrontando la realtà, imparano cosa sia davvero la vita. No, i genitori hanno insegnato ai figli a stare dietro: protetti, coccolati ed al riparo da graffi e cadute, davanti stanno loro, a protezione.

Così si evita tutto, nel male e nel bene: ed il gusto per l’avventura, non necessariamente esotica, svanisce insipido in una pianificazione che non ammette imprevisti, perché non saprebbe come affrontarli. Montale diceva che un Imprevisto è la sola speranza. Ma anche l’Imprevisto deve fare i conti con la libertà personale, con una mossa di libertà che nessuno può decidere al posto nostro.

Indiana Jones
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Felicità Imprese Lavoro

Il perimetro geografico dell’infelicità.

Mario Sironi, Fabbrica

(..) È difficile separare dalla causa dal sintomo, la malattia dagli effetti collaterali. Se e quanto la sua decisione sia stata condizionata anche dalla recente separazione dalla moglie. Ma il suo gesto è stato inequivocabile, simile, quasi, a un giudizio inappellabile. Visto che Giuseppe Nicoletto, che aveva solo 40 anni, dopo aver ceduto a un conoscente la sua piccola azienda – il suo pezzo di sogno che qui in Veneto non è mai sradicato da un progetto familiare e comunitario – per impiccarsi ha scelto il magazzino della sua ex azienda. Potremmo chiamarlo mal di nordest, forse. Più che il solito male oscuro con cui si definisce in modo generico il mal di vivere. Che rimane sempre un mistero, quanto lo può essere l’origine e la fine di un’esistenza. In ogni caso, ciò che colpisce nel Veneto che resiste alla crisi, non è solo il perimetro geografico dell’infelicità – un triangolo fra Vicenza, Treviso e Padova – ma un altro dato: spesso, chi alza le mani in segno di resa avrebbe potuto anche non arrendersi.

Cristina Giudici, Il Foglio, 9 febbraio 2010

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Educazione Rischi

Bassa propensione al rischio.

Giuseppe Adamoli e famiglia, dalla rete

L’ISTAT ha pubblicato un rapporto dal quale, secondo Il Sole 24 Ore, si evincerebbe che i “mammoni per forza” sono un vero e proprio problema strutturale del nostro Paese e che, soprattutto, ciò sarebbe dovuto “principalmente alla difficoltà di trovare lavoro e casa: se poi si è donna e si vive nelle regioni meridionali, gli elementi di criticità si aggravano ulteriormente. E la possibilità di fare figli si allontana.”

Eppure, lo stesso articolista, qualche riga più sotto afferma, riportando i risultati del rapporto, che tra gli italiani di 18-39 anni che sono rimasti in famiglia tra il 2003 e il 2007, il 47,8% dichiara che il motivo è la presenza di problemi economici, mentre il 44,8% si confessa più «bamboccione» dichiarando di stare «bene così mantenendo la sua libertà».

Dunque quasi la metà di coloro che sono rimasti in famiglia non lo ha fatto per problemi economici, lo ha fatto perché non ha nessuna voglia di rischiare. Non si può sempre tirare in ballo la povertà per giustificare scelte che hanno una chiara e precisa radice culturale, quella di genitori che non educano, che non camminano dietro ai figli lasciando che inciampino, si graffino, imparino ad andare sulle proprie gambe: no, questi genitori camminano davanti, così che i figli non si facciano male, non sperimentino nulla di meno che sicuro, non corrano rischi. Così la vita vera si allontana ma, soprattutto, si allontana il senso e la coscienza della responsabilità personale.

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welfare

Welfare all’italiana.

Foto di famiglia, dalla rete.

L’aver spostato l’assistenza (dei bimbi, degli anziani, dei disoccupati) a carico delle famiglie, non ci ha consentito la costruzione di un Welfare «leggero»: il nostro Stato sociale è tutt’altro che leggero, costa oltre un quarto del reddito nazionale, più o meno come nel resto d’Europa.
Ma mentre negli altri Paesi l’assistenza alle famiglie rappresenta il 20% della spesa per il Welfare, in Italia è solo il 6%. Il nostro Welfare si limita
sostanzialmente a pagare pensioni.
Perché abbiamo fatto queste scelte? Le istituzioni di un Paese non sono casuali, bensì riflettono le preferenze dei cittadini. Agli italiani piace una società costruita in torno alla famiglia e nel tempo hanno creato istituzioni che consentono il perpetuarsi del ruolo centrale della famiglia.

Francesco Giavazzi, Il Corriere della Sera, 29 novembre

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Banche BCE Bolla immobiliare Borsa Crisi finanziaria Imprese Indebitamento delle imprese

Il divario dei tassi: BCE versus banche italiane.

Massimo Sideri, sul Corriere economia di domenica 30 agosto, si meraviglia della distanza fra i tassi della BCE -che nell’ultima asta hanno raggiunto l’1%- e quelli applicati dalle banche italiane per comprare casa, superiori del 2,75%. Sotto al titolo occhieggia la frase “Ai massimi da sei anni i margini degli istituti sui prestiti a famiglie e piccole imprese”.
L’articolista, che ragiona a partire dalla tesi che le banche, obviously, guadagnino sempre troppo, ritiene che gli istituti di credito utilizzeranno i fondi ottenuti a tassi così bassi per fare trading nei mercati mobiliari.
E dunque, oh meraviglia! le banche pur di guadagnare facile, non darebbero denari a imprese e famiglie.
In cauda venenum, dicevano i padri latini. Nella coda dell’articolo il grande economista Patrizio Bianchi viene scomodato per dire una verità lapalissiana, ovvero  “il sistema attuale spinge le banche ad essere molto prudenti. Le banche devono basare i propri equilibri su indici che mettono in relazione i mezzi propri con gli affidavit ponderati per il rischio. Dunque esistono solo due modi per reagire: o aumentare i mezzi propri oppure diminuire gli affidamenti più rischiosi. E’ per questo che il sistema creditizio sta reagendo in maniera molto cautelativa”.

Leggendo l’articolo viene da sorridere, perchè le banche, accusate di aver fatto da booster alla crisi con la loro condotta imprudente e scellerata, sono ora diventate rispettose delle regole, il che penalizza famiglie e Pmi e, dunque, il loro comportamento non va di nuovo bene. Ma, soprattutto, viene da sorridere perchè l’articolista finge di ignorare che proprio le famiglie sono diventate prenditori rischiosissimi in relazione allo scoppio della bolla immobiliare, anche se in Italia tale circostanza è meno evidente che altrove. E, infine: ciò che l’illustre Collega definisce come indici, altri non è che l’insieme delle regole prudenziali note come Basilea 2.

Ora, forse è il caso di mettersi d’accordo: o le regole non hanno funzionato -ed è vero, ma non in tutti i campi dell’operare delle banche: Basilea 2 ha fallito nell’ambito del rischio operativo e di mercato, non in quello del rischio di credito- e quindi vanno riformate; oppure vanno applicate e non si possono accusare le banche di farlo, anche se in ritardo. La vera questione, che tocca interessi molto vasti, diffusi e “pesanti”, riguarda gli azionisti e ciò che i managers delle banche fanno per la famosa creazione di valore.

Le grandi banche italiane vedono tutte, in posizione di preminenza nell’azionariato, nei patti di sindacato o nel gruppo di controllo, Fondazioni Bancarie che hanno sempre accettato di buon grado i risultati che i loro CEO hanno portato a casa negli anni. Ed insieme ad essi soci industriali che non si sono mai posti il problema di cosa significasse fare banca, ma che, nel calcolo del ROE prospettico, chiedevano solo che crescesse il valore del numeratore (gli utili) lasciando invariato quello del denominatore (i mezzi propri). E’ proprio la carenza di mezzi propri che ha generato la diffusione del rischio sistemico in banche che operavano con una leva esagerata e fuori controllo: e sono, nuovamente, i mezzi propri, ovvero i cordoni della borsa, ciò cui si dovrebbe mettere mano nel rimettere in carreggiata le banche.

Ma si può parlare di tutto, a quanto pare, criticare, anche pesantemente, managers e CEO che mostrano di avere il cuoio al posto della pelle: ciò che invece non si può dire mai è che, in tutto questo parlare di come uscire dalla crisi, forse sarebbe opportuno rimettere al centro del dibattito la questione della capitalizzazione e, prima ancora, del ruolo delle banche nell’economia.