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Alessandro Berti Banche BCE

Dell’arte del banchiere centrale.

Dell’arte del banchiere centrale.

“La Bce deve decidere se fare veramente la banca centrale, intervenendo selettivamente sul mercato al fine di frenare la speculazione o il panico finanziario, anche se potrà essere accusata di spingersi oltre il proprio mandato.” Così scrive l’amico Daniele Forti, concludendo un suo articolo su Tempi (https://www.tempi.it/bce-finira-ipocrisia-banca-centrale/) che invito tutti a leggere per la lucidità, priva di polemica, con la quale vengono riassunte e illustrate tutte le questioni relative ai tempi che stiamo attraversando. L’inflazione e il rialzo dei tassi, da una parte, la non-tempestività (per molti non solo della Lagarde, soprattutto della Federal Reserve, ovvero Jerome Powell) sono un dato di fatto ormai acclarato. Anche se, andando indietro con la memoria, non mi viene in mente nessun altro così capace di fare bene quel mestiere lì come Mario Draghi (che entrava al Meeting passando dalle cucine per non dover parlare con i giornalisti) e come Alan Greenspan, ex-governatore FED. Il primo con l’ormai proverbiale “whatever it takes“, il secondo con l’aver assecondato lunghi anni di sviluppo per l’economia USA.

Credo, per rispondere a Forti, che l’ipocrisia faccia parte dei ferri del mestiere, dunque non accuserei la Lagarde, pure presa da molti come il sacco delle botte (ho sentito a suo tempo squinternati di ogni risma sproloquiare contro la Lagarde che avrebbe fatto arricchire chissà chi con l’insider trading) di non esercitare la nobile arte del banchiere centrale. Il tema, piuttosto, è radicalmente diverso e fondato su altre questioni, ovvero la missione dichiarata della BCE e quella FED: quest’ultima tutta tesa a ridurre per quanto possibile la disoccupazione, la prima, per volontà dei fondatori -e forzatura germanica- avente come obiettivo quello di mantenere l’inflazione entro il 2%.

Infine, e a mio parere grazie al Cielo, qualcuno ha palesemente debordato dai limiti di statuto, et pour cause, e questo qualcuno, che Dio ce lo conservi a lungo, è Mario Draghi, con il suo quantitative easing. Ma il suo carisma, purtroppo, non si trova al supermercato.

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Banca d'Italia Banche BCE Capitale circolante netto operativo Fabbisogno finanziario d'impresa Imprese Indebitamento delle imprese PMI

Se il mercato del credito non dipende solo dai tassi bassi (best practices e costi operativi).

Se il mercato del credito non dipende solo dai tassi bassi (best practices e costi operativi).

Un bell’articolo di Vito Lops e Isabella Bufacchi sul Sole24Ore di oggi esamina con attenzione e spirito critico la questione dei target di inflazione della BCE (ma anche della stessa Federal Reserve americana), ponendo l’accento, tra le altre cose, sul fatto che i tassi così bassi lasciano sul mercato le imprese marginali, quelle che dovrebbero essere espulse in quanto più rischiose e che, se pagassero il debito con il pricing corretto uscirebbero dal mercato. Ora, a parte che l’esempio dei lemons del buon vecchio Akerlof rimane valido, oltre che per il mercato delle auto usate, anche per quello del credito, il ragionamento che essi fanno presuppone un legame un po’ troppo automatico tra selezione del merito di credito e tassi di interesse. Ovvero, i tassi sono bassi, non ci sono barriere all’entrata per i cattivi prenditori e, al massimo, ci sarà un po’ di sussidio incrociato tra buoni e cattivi prenditori, con un tasso mediamente un po’ più alto per i primi e mediamente un po’ più basso per i secondi. Si tratterà comunque di tassi bassissimi, come gli attuali. Può essere che sia così ma questo presupporrebbe, nonostante dieci anni di crisi finanziaria alle spalle, che le banche valutino ancora il merito di credito sulla base delle garanzie e dei modelli anziché sui flussi di cassa, sull’Ebitda e sul DSCR: e forse è proprio su questo punto che si dovrebbe dare meno per scontato che il comportamento delle banche sia improntato a canoni di best practices, per un semplice motivo: le cose fatte bene sono costose.

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Banca d'Italia Banche BCE Liquidità Mario Draghi

Lo scopo sociale della zecca di Stato.

Lo scopo sociale della zecca di Stato.

Un bel pezzo di Marco Valerio Lo Prete sul Foglio affronta la questione del quantitative easing (QE), ovvero delle iniezioni di liquidità effettuate dalle banche centrali per stabilizzare i sistemi finanziari nelle situazioni di crisi come questa. Nel richiamare un articolo di Anatole Kaletsky sull’International Herald Tribune, Lo Prete  auspica una nuova definizione del QE, ovvero il QEP (quantitative easing for people), quello che finora non è stata fatto, quello che andrebbe finalmente a iniettare liquidità utile per la ripresa, liquidità della quale, al contrario, hanno beneficiato solo Governi e banche.

La questione ripropone, in altri termini, il tema ben più noto e popolare del dilemma delle banche centrali e dei Governi, incerti tra il salvare le banche insieme ai banchieri, che si vorrebbero invece castigati in omaggio ad un’opinione pubblica che talvolta, senza riflettere, invoca anche fallimenti bancari. La tentazione di fare a meno delle banche è suggestiva, come se il circuito finanziario potesse funzionare solo nel modo diretto, collegando datori di fondi e prenditori di fondi senza intermediazione: ma, soprattutto, come se il problema non riguardasse anche le imprese, alle quali, si dice, non arrivano denari a sufficienza, ma che nel frattempo gravano con esposizioni insopportabili sui portafogli di tante banche.

Lo scopo sociale della Zecca, a qualunque Paese ci si riferisca, non può essere limitato ad un sia pur commendevole impegno verso le famiglie consumatrici; le soluzioni che tengono conto solo di alcuni fattori della realtà sono, appunto, parziali, e perciò stesso insoddisfacenti. Continua a mancare, nel dibattito sul QE, in qualunque forma lo si voglia attuare, una riflessione seria su cosa accadrebbe veramente ad un sistema finanziario che assista senza far nulla ad uno o più fallimenti bancari: dimentichi, probabilmente, che la crisi, 5 anni fa, è deflagrata proprio per l’insolvenza di una banca.

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Banche Crisi finanziaria Economisti Liquidità USA Vigilanza bancaria

Ingiustizie intrinseche.

Ingiustizie intrinseche.

(..) Recentemente, in un articolo sulla rivista online Slate intitolato «La generosità della Fed ha regalato 13 miliardi di dollari alle più grandi banche d’America», Yglesias scrive: «Che la Banca centrale stesse erogando prestiti di emergenza su ampia scala alle banche, in una forma o nell’altra, e che alcune persone non vedessero affatto di buon occhio questi prestiti, giudicati un turpe bailout fatto per consentire alle banche di rimanere sul mercato, è sempre stato chiaro. Ma quello che sta venendo fuori inequivocabilmente ora è che questi prestiti sono avvenuti a tassi tutt’altro che punitivi: le banche hanno ricevuto liquidità a prezzi scontatissimi e questo ha consentito loro di realizzare profitti finalizzati a risolvere, almeno parzialmente, grossi problemi di solvibilità».Drum, editorialista di un’altra rivista, Mother Jones, ha scritto il 28 novembre che è d’accordo con le osservazioni di Yglesias e che «i grandi crac finanziari producono sempre ingiustizie intrinseche. Per qualche ragione, però, abbiamo chiuso un occhio su queste ingiustizie quando è stata Wall Street che è venuta a mendicare soldi, mentre sono diventate un’ossessione quando alla porta si è presentato il resto della popolazione».

Paul Krugman

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Banche Indebitamento delle imprese Mutui e tassi di interesse Rischi USA

Spazzatura?

Spazzatura?

High yield o junk bond? La platea degli investitori tenderà sempre a dividersi fra chi vede nelle obbligazioni societarie con rating più basso un’opportunità da non lasciarsi sfuggire, e chi invece teme di incappare nella classica mela marcia e di perdere così il proprio capitale. Le dispute sul nome da affibbiare ai titoli, bond ad alto rendimento o spazzatura, resteranno. La realtà invece, almeno per adesso, parla di un momento d’oro per questo genere di bond. Le emissioni, per esempio, sono a livello di record: in base ai dati raccolti da Bloomberg, nei primi quattro mesi del 2011 i nuovi titoli high yield collocati sul mercato Usa sono stati pari a 112,6 miliardi di dollari, il 18% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, che già si era chiuso con il record storico per vendite sul mercato primario (287,6 miliardi).

Così Maximilian Cellino sul Sole 24 Ore di martedì 26 aprile, facendone quasi una questione di tassonomia (dove finisce la spazzatura e dove comincia l’alto rendimento?) e trascurando, invece, due dati di realtà molto evidenti.

Il primo è che se la domanda è elevata significa che a qualcuno interessano rendimenti elevati, a prescindere: 112,6 miliardi di $ non sono emissioni criminali destinate a rapinare povere vecchine, sono soldoni, che qualcuno ha speso a fronte di passività che qualcuno ha emesso. Prenderne atto non sarebbe male, anziché parlare di roulette degli “high yield”: rimane l’idea, sullo sfondo, che ci sia il banco che, al solito, vincerà tutto, barando, mentre potrebbe trattarsi di un prezzo (i tassi elevati) di equilibrio del mercato.

Il secondo dato di realtà è che gli emittenti sono la Corporate America, ovvero imprese più o meno razionate dal sistema bancario. Cellino sottolinea la preoccupazione relativa al fatto che il mercato, ad un certo punto, possa smettere di “digerire” tanta carta e che il rialzo dei tassi renda meno conveniente per gli investitori, favoriti dalla politica dei tassi zero della Fed, l’investimento nei corporate-bond. Ma, vivaddio, per una volta si potrebbe anche dire che qualcosa di buono Helicopter Ben l’ha fatta: sia pure attraverso le tortuose strade dei bond, i denari alle imprese sono arrivati. Se gli investitori che acquistano questo genere di titoli non paiono proprio mammolette e se il rialzo dei tassi si accompagna, come dovrebbe, ad un po’ di ripresa, forse gli elevati rendimenti troveranno non solo un paragone reale ma, soprattutto concrete possibilità di remunerazione.

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Banca d'Italia Banche USA Vigilanza bancaria

Non ci sono atei nelle trincee e non ci sono ideologi nelle crisi finanziarie.

Non ci sono atei nelle trincee e non ci sono ideologi nelle crisi finanziarie.


(..) D’altra parte, quanto sia cambiato l’orientamento delle classi dirigenti di tutto il mondo su questi temi, dopo la crisi, non c’è neanche bisogno di dirlo. A leggere i giornali, il processo ad Antonio Fazio somiglia dunque a un caso di studio: un processo per eresia cominciato in piena Controriforma, ma arrivato a sentenza dopo il Concilio Vaticano II. Rispetto ai complicati reati finanziari
in questione, naturalmente, saranno i giudici a valutare innocenza o colpevolezza di Fazio, così come del suo coimputato più famoso, l’ex capo di Unipol Giovanni Consorte. Ma la campagna di stampa del 2005 meriterebbe di essere ristudiata articolo per articolo. Come suol dirsi, col senno di poi. Non solo nei suoi effetti giudiziari (e politici), ma anche nei suoi effetti economici. Nel momento decisivo della crisi, rompendo gli indugi, Bernanke disse a Paulson: “Non ci sono atei nelle trincee e non ci sono ideologi nelle crisi finanziarie”. Ma chissà se è mai stato alla Bocconi, Bernanke. (Francesco Cundari, Il Foglio 23 aprile 2011).

Probabilmente aveva ragione Bernanke, e non ci sono né atei, né ideologi. Ma riprendere in mano tutto l’incartamento, rileggendo le cronache dei giornali nell’estate 2005, servirebbe ad annotare l’ipocrisia dei grandi giornali, prima di tutto il Corriere, sotto attacco da Ricucci e soci, e che non solo allora predicavano l’apertura delle frontiere bancarie, secondo la vulgata in auge alla Bocconi (esattamente alla Bocconi, proprio lì, nel raggruppamento scientifico disciplinare che si occupa di banche e intermediari), ma che soffrono di strabismo informativo, cadendo sovente in contraddizione negli articoli e nei servizi che propongono. Non per caso, periodicamente, vengono ripresentate inchieste su quanto costerebbe il conto corrente se arrivassero gli stranieri (sul CorrierEconomia o su Plus 24), dimenticando che gli stranieri ci sono già e pensano solo ad una cosa: fare profitti. Fazio, profondamente cattolico e filosoficamente tomista, ha una sola vera ed imperdonabile colpa, quella di avere scelto, fra tanti banchieri italiani, proprio Giampiero Fiorani, per fare un’operazione di sistema cominciata male e finita peggio. Senza dimenticare che non telefoni a mezzanotte per dare informazioni price-sensitive a qualcuno che, in preapertura, può immettere o far immettere ordini che lo faranno diventare miliardario nello spazio di un mattino. Dov’è finita l’evangelica scaltrezza del serpente?

Quanto all’ipocrisia dei grandi giornali del Nord, confindustriali e non, trova adeguata sintesi proprio nella produzione scientifica di molti colleghi bocconiani, tesi a lodare le magnifiche sorti e progressive di sistemi finanziari market-oriented, di intermediari creditizi dal conto economico leggero sui costi operativi e sempre più caratterizzato da ricavi da servizi (ovvero espressione di una banca che non intermedia più), nella continua proposizione di modelli, matematici, organizzativi e strategici, dove tutto è calcolabile, ogni rischio è misurabile e dove per affidare un’impresa non serve più parlare con l’imprenditore. Quella stessa produzione scientifica dogmaticamente accettata ed accolta, appunto, dalla vulgata dei grandi giornali, i quali perlomeno dovrebbero spiegare, come li invita a fare Cundari, come si sia passati dalla Controriforma al Concilio Vaticano II: cosa ci siamo persi?

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Banche Barack Obama Ricchezza Ripresa Risparmio e investimenti USA

Global saving glut.

Global saving glut.


Caroline Baum, su Bloomberg, pone alcune interessanti questioni a Ben Bernanke, capo della Federal Reserve americana, atteso alla Casa Bianca per il periodico incontro di redde rationem con il Presidente Obama. Le critiche intorno a “Helicopter Ben” si moltiplicano, le questioni sono varie, forse impertinenti (o inutili: a che serve sapere perché il riacquisto di T-bill a medio-lungo termine debba ammontare a 600 bilioni di $?), ma quella più interessante riguarda la bolla del risparmio o Global saving glut, teoria dell’economista Bernanke, prima ancora che del Presidente della Fed. Teoria che spiega l’eccesso di liquidità sui mercati, la bolla immobiliare, la difficoltà ad agire sulla leva dei tassi. Ma, soprattutto, secondo i critici di Bernanke, teoria che spiega troppe cose e giustifica, in finale, gli errori della Fed stessa e le sue armi (tools) spuntate. Rileggere Bernanke ed i suoi critici, tuttavia, fa venire in mente subito la cara, vecchia “trappola della liquidità”: e la sua desolante spiegazione all’inefficacia delle (sole) armi della politica monetaria.

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Banca d'Italia Crisi finanziaria Disoccupazione Ripresa USA

Too low inflation.

Ben Bernanke o “Ben Helicopter”, come è soprannominato dopo le sue note dichiarazioni circa la necessità di “bombardare” con pacchi di dollari l’economia USA per stimolarne la crescita, ha dichiarato: “(the) risk of deflation is higher than desirable. (..) High unemployment is currently forecast to persist for some time.

Per questo l’affermazione di Maurizio Sacconi sui dati emersi dall’ultimo Bollettino Economico di Bankitalia “Commento solo i dati dell’Eurostat (il centro sudi dell’Unione europea) e non quelli esoterici” pare ben più astratta e distante, esoterica appunto, di ciò che vuole criticare.

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Banche Barack Obama Borsa Liquidità Ripresa Rischi Risparmio e investimenti

To save or not to save (the banking & financial industry)

Amleto

Il New York Times si chiede, a distanza di un anno dallo scoppio della crisi, come mai siano stati così pochi i cambiamenti avvenuti a Wall Street e, soprattutto, come mai i regolatori siano stati più intenti a salvare l’industria finanziaria che a trasformarla. Ora, a prescindere da notevoli profili di criticità -come si direbbe nei manuali o, anche, nei verbali di ispezione delle Autorità di Vigilanza- derivanti dai molti conflitti di interesse, per esempio del Ministro del Tesoro USA, quello attuale e quello della precedente amministrazione, la domanda, alla quale resta difficile rispondere, non è tanto “Salvare o no l’industria bancaria e finanziaria?” ma “Cosa accadrebbe veramente se facessimo fallire banche e società finanziarie senza alcuna rete di protezione?”. Non so se accadrebbe necessariamente una ripetizione di quanto già accaduto nel 1929: ma qualcuno ha davvero voglia di provare a vedere cosa succede, mettendo in pratica l’esperimento, così da punire i cattivi banchieri? E, infine, siamo proprio sicuri che non ci sia una via di mezzo fra il fallimento indiscriminato (il massimo dell’instabilità con il massimo della competitività) ed il salvataggio altrettanto generalizzato (il massimo della stabilità con il massimo di inefficienza)? Siamo proprio sicuri che non si possano castigare i manager senza punire i piccoli azionisti ed il sistema finanziario in generale, inteso non già nel senso di community, ma di un qualcosa che è vitalmente connesso al funzionamento del sistema economico? Ovvero al funzionamento di ciò che dovrebbe tendere al conseguimento del benessere di tutti, ovvero del bene comune?

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Banche Liquidità Rischi

Banche & speculazione: un binomio davvero inscindibile?

Banchieri centrali, vecchi e nuovi
Banchieri centrali, vecchi e nuovi

L’intervista di Claudio Gatti all’ex presidente della FED ed attuale consigliere di Barack Obama, Paul Volcker, offre spunti di riflessione non solo per quanto concerne il contenuto dell’intervista stessa ma anche relativamente alla notizia, riportata nell’articolo di Morya Longo sul Sole 24Ore di oggi, che dalla speculazione provengono il 59% degli utili delle banche.

La prima riflessione riguarda toni e contenuti di un post di qualche tempo fa, dei quali faccio ammenda con Massimo Sideri, che commentava proprio l’uso, in verità assai spregiudicato, che le banche di tutto il mondo fanno dell’immensa liquidità messa a loro disposizione. Ciò che, da parte mia, è stato sottolineato con eccesso di sarcasmo, dal momento che le banche, ci piaccia o no, sono imprese e come tali devono fare gli utili. E’ noto, del resto, che non credo alla divisione manichea del mondo economico in buoni e cattivi ma questo non era nè doveva essere motivo di, appunto, eccessi.

Dato atto di questo, mi sembra interessante rilevare che, in modo singolare, la risposta alle preoccupazioni di Morya Longo è contenuta nell’intervista a Volcker del giorno precedente, laddove egli afferma che “si devono trattare le banche in modo diverso dalle altre istituzioni finanziarie. E si devono limitare le loro attività. Le banche non dovrebbero essere proprietarie di hedge fund o di fondi azionari e le loro attività di trading dovrebbero essere circoscritte. Un’istituzione che produce il grosso del suo reddito con il trading non dovrebbe avere la licenza bancaria.”

Volcker dice anche altre cose, il cui realismo sarebbe bene divenisse patrimonio maggiormente diffuso fra operatori, commentatori e regolatori: per esempio che, con riguardo ai tetti ai compensi dei banchieri “troverebbero il modo per aggirarli.” Il che non significa, evidentemente, decidere di non fare nulla, ma evitare velleitarismi moralistici in cui forse si sta eccedendo.

La proposta del ritiro della licenza bancaria per gli intermediari creditizi che traggano dall’intermediazione mobiliare la maggior parte dei loro ricavi mi pare un buon punto di partenza, oltre che una proposta ragionevole. In Italia si potrebbe modificare la legge bancaria, senza troppi sussulti: oppure, ancora, si potrebbero irrigidire i parametri patrimoniali imposti dalla Vigilanza, rendendo più oneroso il dedicarsi al trading stesso.

Infine, non va dimenticato un particolare non secondario: che il trend in atto sia quello descritto, non c’è dubbio. Ma sul fatto che possa durare, mi permetto di esprimere serie perplessità.

Da un lato, infatti, gli spread non possono mantenersi in eterno a questi livelli, tali cioè da rendere convenienti i comportamenti opportunistici delle banche, il cui moral hazard consiste nel ricevere risparmi dal pubblico a vista per investirli a medio-lungo termine. Moral hazard, peraltro, che si manifesta anche nei confronti di una missione troppo spesso sbandierata, ma non praticata, ovvero quella di finanziare lo sviluppo e sostenere le imprese.

Dall’altro lato, infine, ci sono evidenti considerazioni di tipo economico: per quanto tempo, infatti, potranno reggersi i conti economici di intermediari creditizi la cui struttura sul territorio è, tuttora, basata sulla filiale tradizionale che -grazie al Cielo, aggiungerei- fonda la propria operatività sul costo del personale? Il principale dei costi operativi di un intermediario è il capitale umano: all’impiego efficiente e coerente di tale risorsa forse sarebbe bene dedicare maggiore riflessione.