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Conflitti di interesse.

Conflitti di interesse.

Ed Gein, Il "macellaio" di Plainfield

Rosario Trefiletti, presidente di Federconsumatori, su Plus 24 di sabato: «È evidente che quando le banche consigliano i loro prodotti sono in conflitto di interessi. Per questo la nostra indicazione alla clientela è quella di scegliere in via prioritaria strumenti di investimento istituzionali: BoT o BTp, per esempio. Il risparmiatore in cerca di un buon consiglio lo può cercare in contrasto di interesse: chiedendo all’istituto di credito di indicargli un prodotto di un’altra banca. In ogni caso è buona regola chiedere diversi preventivi per poi scegliere a mente serena quello che risulta più conveniente: è la concorrenza che migliora l’offerta».

Chissà se Trefiletti fa il verduraio, o magari il macellaio; oppure il panettiere. Forse no. Probabilmente, per coerenza, avrebbe dichiarato fallimento, invitando i propri clienti a comprare mele e pomodori, bistecche e sfilatini presso la concorrenza. O invitandoli ad assaggiare i prodotti altrui. Nel frattempo, con proposte simili, non si dissuadono le banche dal cercare di fare raccolta a tutti i costi, anche a spese dei clienti, come ci ricorda Paolo Zucca sullo stesso giornale. «Gran parte dello sforzo delle banche – dice Giovanni Bianchini del consiglio Apb (Associazione per la pianificazione e controllo di gestione di banche e finanziarie) – è concentrato sulla raccolta, per avere la liquidità necessaria e flussi dai propri clienti. Quindi una garanzia forte contro eventuali choc esterni. Si sta tornando a un rapporto del 70-80% massimo di impieghi sulla raccolta, in parte perchè l’economia tira poco e in parte perchè una consistente raccolta diretta tranquillizza tutti, autorità comprese, ridimensionando gli eccessi nell’utilizzo dell’effetto leva. L’enfasi è quindi sulla raccolta con obbligazioni e altri strumenti “di casa”, c’è meno interesse al collocamento di prodotti di terzi».

Non è appena la concorrenza che migliora l’offerta, checché ne dica Trefiletti: se provassimo a migliorare la qualità della domanda?

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Buoni e bravi, persino gentili.

Paolo Zucca, su Plus 24 di sabato, ne “La storia di copertina” approfondisce la questione della scelta della banca, mettendo in risalto la possibilità, per i risparmiatori, di punire la banca trasferendo il conto presso un istituto concorrente: secondo i dati del consorzio Patti Chiari la mobilità, intesa come turnover, dei clienti bancari è ferma al 6/7%, spiegabile secondo il giornalista con il fatto che le banche italiane non avrebbero mai abbandonato l’attività di territorio. Il servizio riporta dati contraddittori e, soprattutto, non spiega come si concilii il turnover così modesto con l’altro fatto giustamente messo in risalto, ovvero l’esistenza di una rubrica nota come “mal di budget”, le lamentele di clienti insoddisfatti e più in generale comportamenti scorretti di parte bancaria. Forse non si tratta semplicemente di un diverso modo di comportarsi dei consumatori, come viene riportato nell’articolo, in riferimento alla più matura consapevolezza dei clienti delle banche USA rispetto a quelli europei; diversamente non si spiegherebbe come mai la cultura finanziaria difetti anche negli Stati Uniti e, di conseguenza, anche lì i risparmiatori siano impreparati, non solo tecnicamente.

Non a caso, nella stessa pagina di Plus24 che accoglie il servizio, si parla di sportellisti delle Bcc corteggiati dalle grandi banche e in un’intervista a Francesco Avallone, vice-presidente di Federconsumatori, del fatto che non basti essere gentili. Sul primo punto è bene ricordare che un modo diverso di rapportarsi con il cliente non dipende appena dall’essere stati dipendenti di una banca locale, ma dalla cultura, ovvero dal significato che la banca stessa, ed anzitutto essa, attribuisce alla propria missione e di conseguenza alla propria formula di intermediazione. Non basta avere la maglia n.22 di Diego Alberto Milito per giocare e segnare come lui, così come non è sufficiente avere giocato in una grande squadra per continuare a farlo in un’altra, magari di qualità inferiore o che utilizza tattiche di gioco e sistemi diversi. Se paghi a peso d’oro il personale delle banche locali per farlo venire a lavorare in una banca che di locale avrà solo l’immagine o la spilla sul bavero della giacca del dipendente ex-bcc, questo non basta a rendere il proprio lavoro orientato al cliente, costruendo la banca di relazione. Può essere un inizio, ma richiede un profondo ripensamento della cultura aziendale.

Infine, sempre Zucca, chiosa l’intervista ad Avallone affermando che “(…) non sempre le banche piccole o di territorio possono automaticamente definirsi migliori. E nella lunga storia bancaria italiana la cattiva gestione di banche piccole è stata poi cancellata portando gli istituti deboli nelle braccia delle big.” Non sappiamo a cosa si riferisca il giornalista con questa affermazione, in linea di principio condivisibile -la dimensione di per sé non identifica la qualità e la bontà della performance– ma troppo generica per adattarsi a quelle che in questo momento sono le uniche banche locali italiane, ovvero le Bcc, raramente in difficoltà e che, quando hanno dovuto alzare bandiera bianca, lo hanno fatto riparandosi sotto l’ombrello del Credito Cooperativo, e non del sistema bancario principale. Forse Zucca voleva riferirsi a qualche Popolare, piccola o grande che sia, che, gestita come una banca privata, in effetti ha fatto danni. Ma non ci si può dimenticare che tante altre banche locali, efficienti e funzionanti come la Cassa di Risparmio di Trento, sono state di fatto smantellate, dopo essere state pagate a caro prezzo, da grandi istituti che volevano crescere (vedi per esempio il caso Unicredit) e che, dopo l’acquisizione, hanno abbandonato il territorio non con le insegne, ma nel modo peggiore e più sostanziale, ovvero divenendo irresponsabili nei suoi confronti.