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Da dove cominciamo?

Da dove cominciamo?

federico_ghizzoniCi sono due domande che mi sento rivolgere quasi ogni volta che mi capita di parlare in banca di credito deteriorato. La prima è praticamente automatica ed arriva dopo avere detto che occorre porre mano alle posizioni incancrenite, quasi sempre appartenenti a “clienti storici”, “nominativi sperimentati”, “gran lavoratori”, “ottima moralità”: come facciamo a dirglielo? Risposta: in italiano.

La seconda domanda, che segue lo sconcerto nell’apprendere che la lingua italiana è ricca di espressioni per dire ad un cliente insolvente che deve rientrare è, invece: da dove cominciamo? Anche oggi ho risposto con un’ovvietà: dai peggiori. D’altra parte, persino un’idiota capirebbe che mettere a rientro i migliori non è cosa, così come non funziona, nel dubbio, il lasciare tutto com’è. Soprattutto nelle piccole banche, dove il localismo viene troppo spesso scambiato per assistenzialismo, è naturale che non ci si decida, in particolare se si è sempre deciso di non decidere, ma le regole di Basilea 3 e le ispezioni di Bankitalia urgono, dunque si deve scegliere. Sul tema sarà opportuno ritornare, perché il ruolo delle banche come “agenti della contabilità sociale” di schumpeteriana memoria non può essere troppo a lungo tralasciato: diversamente sarebbero vuota retorica le frequenti invocazioni al mercato proprie di tanti che, tuttavia, al momento di staccare la spina si distinguono per doti insospettabili di misericordia economica.

Tant’è. Ma quanto comunicato da Unicredit, i cui conti sono stati affossati da accantonamenti per 13,7 miliardi (+46,8 miliardi su base annua) dimostra due cose, ovvero a)-che si può fare pulizia nei conti: b)-che dai conti ripuliti si può ripartire per generare reddito, perlomeno nelle intenzioni. Riporta Il Sole 24Ore che “per quanto riguarda il Piano Strategico 2013-18, che prevede un utile netto di 2 mld nel 2014 e di 6,6 mld a fine periodo, questo «è basato su fondamentali solidi, una forte cultura del rischio e uno scenario macro-economico in miglioramento» ha sottolineato Ghizzoni.”
C’è, soprattutto, una componente fortissima di riduzione dei costi del personale nel piano strategico di Unicredit, e questo non può essere dimenticato (nemmeno dalle imprese alla ricerca di una banca di “relazione”: non si fanno relazioni senza il personale); al contempo, intervenire sui costi operativi e sulla famigerata voce 130 del conto economico delle banche libera patrimonio ed aiuta il reddito solo se tali azioni sono accompagnate dalla volontà di sostenere le imprese, attraverso quella “forte cultura del rischio” menzionata da Ghizzoni. La sfida raccolta da Unicredit, in anticipo su molti concorrenti, consiste allora nel sapere gestire le relazioni con meno personale ma più preparato, più attento al rapporto con il cliente e maggiormente in grado, almeno sperabilmente, di valutarne correttamente il fabbisogno finanziario. Se Unicredit non tornerà a vendere derivati, come ai tempi di Profumo, la sfida lanciata con la pulizia dei conti ed i progetti per il dopo riguarda non solo le altre banche, ma tutto il sistema delle imprese, chiamato a scegliere e a farsi scegliere da finanziatori inevitabilmente più selettivi: nella consapevolezza che l’asticella, rispetto al passato, è molto, molto più in alto.

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Operazioni di “sistema” (Fondazione Cariverona che ne pensa?)

Operazioni di “sistema” (Fondazione Cariverona che ne pensa?)


Se il buon giorno si vede dal mattino, quello di Unicredit, novella banca “di sistema”, promette di essere plumbeo: operazioni “di sistema” come la ristrutturazione Premafin-Fonsai non sono un buon presagio di redditività, o di scintille in Borsa. Per la Consob, quella di Premafin-Fonsai è una ristrutturazione. “La società è in una situazione di crisi attestata”, e pertanto Unicredit è esonerata dall´Opa.

L´operazione quindi, va valutata come salvataggio. Ma di quale azienda? Più della compagnia assicurativa Fonsai, a rischio dissesto sono Premafin, che la controlla con poco meno del 42%, e le altre holding più a monte: la solita piramide con cui i Ligresti controllano Premafin. Tralasciamo per semplicità le holding a monte. Premafin è chiaramente in crisi: la sua unica attività, la quota in Fonsai, ai prezzi di mercato vale 301 milioni, ed è tutta in pegno alle banche (Unicredit capofila) a fronte di un indebitamento di 302. Di fatto, Fonsai è delle banche creditrici. L´unica attività rimasta ai Ligresti è il valore del premio di controllo.

In una situazione simile, qualsiasi banca agirebbe a tutela dei propri crediti. Potrebbe richiede il reintegro della garanzia; ma i Ligresti non hanno i soldi per farlo. O imporre la vendita della quota Fonsai al miglior offerente, e con l´incasso del premio di controllo rimborsare anche i debiti delle società a monte; ma così se ne mette a rischio l´italianità! O escutere il pegno, diventare azionista di controllo di Fonsai, ristrutturarla, valorizzarla e ricollocarla sul mercato: bella operazione di ristrutturazione, ma non “di sistema”. O convertire il debito in azioni, diluendo i Ligresti, per poi procedere come sopra alla ristrutturazione.

Invece, Unicredit mette mano al portafogli per aumentare il valore della garanzia (Fonsai) offerta dal debitore Premafin in crisi: 170 dei 450 milioni dell´aumento Fonsai saranno versati dalla banca. Stupefacente. E inefficiente: dei 170 milioni, solo il 42% (la quota Premafin) andrà ad aumentare la garanzia; il resto sarà a beneficio degli altri creditori di Fonsai (Mediobanca in primis).

Ma non basta: invece di pretendere che i Ligresti mettano nuove risorse in Premafin, Unicredit gliele elargisce a fondo perduto. Per sottoscrivere la sua quota di aumento, infatti, Unicredit non acquisterà i diritti sul mercato, ma dai Ligresti a un prezzo almeno doppio: se per esempio l´aumento avvenisse ai valori odierni, 5,8 euro, Unicredit pagherebbe ogni nuova azione 12,7 euro.

Vale a dire, le basterebbero meno di 80 milioni per rilevare il 6,6% di Fonsai pattuito, ma ne paga 170: la differenza viene elargita ai Ligresti. È un prezzo più basso di quello offerto da Groupama, argomenta Unicredit: ma i francesi pagavano per il controllo (ergo l´Opa); mentre per Unicredit è una ristrutturazione.

Tanta munificenza a vantaggio di un imprenditore straordinario colpito dalla sfortuna? Non direi. Tra operazioni in conflitto di interessi, affari immobiliari e investimenti dubbi, la gestione Ligresti di Fonsai è stata disastrosa (come ben riassunto su Affari&Finanza dal 3/5). Non bastasse, i Ligresti si sono fatti pagare emolumenti per 60 milioni in 5 anni. Almeno di questi, Unicredit dovrebbe pretendere la restituzione. Sorge il dubbio che per Unicredit sia un´operazione di marketing. Da domani, ogni imprenditore italiano vorrà essere suo cliente. Se le cose vanno male, potranno richiedere il “trattamento Ligresti” e lanciare un aumento di capitale: Unicredit sarà felice di sottoscriverlo, e di fornire all´imprenditore, a fondo perduto, le risorse per mantenere il controllo.

E non è finita. Viene richiesto un aumento da 350 milioni anche alla Milano Assicurazioni, controllata di Fonsai, che non ne ha bisogno: non serve a migliorare i solvency ratio del gruppo, non previsti dalla regolamentazione attuale; ed è l´opposto di quanto Fonsai potrebbe fare per patrimonializzarsi, ovvero, cedere attività. A meno che si stia preparando il terreno per una fusione tra le due assicurazioni: il costo, oggi, sulle spalle della minoranza della Milano; il beneficio, domani, a chi controlla Fonsai. Il gruppo smentisce. Ma a pensar male, con le operazioni di sistema, spesso si indovina.


Alessandro Penati, Repubblica.

Grazie a Cino Ripani per la segnalazione.

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Banche Unicredit

Macinare (?) utili.

Macinare (?) utili.


Quel che si dice il linguaggio giornalistico. Secondo Alessandro Graziani, sul Sole di venerdì, “UniCredit batte le stime degli analisti e chiude il primo trimestre del 2011 con un utile netto di 810 milioni (+55,7% rispetto ai primi tre mesi del 2010) grazie al balzo dei profitti dell’investment banking, alla ripresa in Italia e alla ulteriore riduzione degli accantonamenti su crediti. «Questo è il miglior trimestre dal secondo del 2008», ha commentato il chief executive officer Federico Ghizzoni che ha giudicato i risultati «soddisfacenti» e prevedendo che anche il secondo trimestre e i successivi «siano abbastanza positivi». Il dato più rilevante è stata «la capacità di generare capitale organicamente», come dimostra l’incremento del Core Tier 1 dall’8,58% al 9,06%. Quasi mezzo punto che vale come «un aumento di capitale da 2,5 miliardi», ha spiegato Ghizzoni, ottenuto in parte attraverso i retained earnings e in parte con la riduzione delle attività ponderate a rischio («ma non i crediti che, anzi, tornano a crescere anche in Italia», ha commentato il direttore generale Roberto Nicastro). ”

E poiché “macinare utili”, a rigore, dovrebbe significare capacità di generare reddito attraverso la gestione caratteristica, è interessante leggere le modalità di generazione dei risultati descritti: “(..) il margine d’interesse è rimasto stabile (-0,2% a 3.884 milioni), mentre il margine d’intermediazione è aumentato del 2,7% a 6.928 milioni, grazie a una ripresa delle commissioni (+1,5% a 2.168 milioni) e soprattutto al forte incremento (+24,9% da 560 a 700 milioni) del risultato netto della negoziazione, copertura e fair value. «Non abbiamo posizioni di proprietary trading, i miglioramenti dell’area investment banking derivano dalla rivalutazione dei titoli in portafoglio e dalla crescita dell’attività al servizio del corporate, soprattutto in Germania». Il calo degli accantonamenti e rettifiche su crediti (-16% a 1.504 milioni) è l’altra grande variabile positiva sui conti, con un costo del rischio credito che scende a 108 basis points (-19 punti).

Dunque, margine di interesse stabile: con questi chiari di luna, dovrebbe significare che, a dispetto di quanto sostenuto da Ghizzoni, i crediti non “continuano a crescere“, a meno che Unicredit non riesca ad applicare tassi mediamente più elevati su crediti, in termini di volumi, inferiori o, piuttosto, tassi mediamente più bassi su volumi più elevati, pagando più cara la raccolta.

Quanto alla ripresa delle commissioni, vista la stagnazione del risparmio gestito, soprattutto nel nostro Paese, non è difficile immaginare che si tratti di nuovi e/o più cari balzelli imposti ai clienti, in nome della creazione di valore. D’altra parte, se cresce fortemente il risultato netto dell’attività di negoziazione, copertura e fair value (ovvero, gli adeguamenti puramente contabili delle poste di bilancio) non è che ci sia di che stappare lo champagne; non c’è bisogno di fare proprietary trading, come Ghizzoni ha negato essere avvenuto, per fare utili da negoziazione, trading appunto, utilizzando la grande liquidità di cui dispone Unicredit non per far crescere gli impieghi economici (di essi non si parla nell’articolo) ma per fare quelli finanziari.

Infine, il calo degli accantonamenti, se in linea di principio può essere valutato positivamente, insinua più di una perplessità in chi conosca, anche solo superficialmente, lo stato dei conti delle banche italiane, grandemente influenzato, a fine 2010, da poste straordinarie e frutto di una disinvoltura contabile portata all’eccesso, pur di non documentare perdite. E quelle su crediti stanno arrivando tutte ora, con il consueto ritardo fra contabilizzazione e maturazione: o forse Unicredit le ha già spesate tutte?

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Borsa calcio minore Risparmio e investimenti Unicredit

L’importante è avere un investitore serio (un americano a Roma).

L’offerta sarebbe sensibilmente inferiore all’attuale valore di borsa (circa 156 milioni) e prevede una ricapitalizzazione, sugli 80-100 milioni. Ma la vendita non è conclusa. E le sorprese potrebbero non essere finite, in una procedura caratterizzata fin dall’inizio da scarsa trasparenza, ritmata da voci che hanno alimentato la speculazione in borsa. Il caso più clamoroso è stato il balletto di voci intorno ad Aabar, il fondo di Abu Dhabi primo azionista di UniCredit con il 4,99%, il cui nome è apparso nella fase delle manifestazioni d’interesse ed è stato indicato, il 31 gennaio dall’Ansa, come presentatore di un’offerta vincolante attraverso una società anonima lussemburghese, la Claraz Sa, con l’assistenza dell’avvocato Nino Lombardo dello studio Dla Piper.Aabar ha smentito di essere in corsa solo due giorni dopo, il 2 febbraio, mentre alcuni legali ed esperti finanziari, scavando in Lussemburgo, stavano per denunciare che Claraz Sa non è collegata al fondo degli Emirati arabi ma ad altri soggetti, tra cui un esponente della famiglia Rothschild (lo stesso blasone dell’advisor della vendita). Strano che per settimane Aabar non avesse mai smentito le voci di partecipazione, né lo avesse fatto UniCredit. La Consob si era accontentata di dichiarazioni generiche di Italpetroli, in cui il venditore diceva di aver ricevuto «alcune» proposte e infine «alcune offerte», senza indicare il numero né i nomi. Il terreno ideale per favorire speculazioni o altre manovre. Solo ieri mattina un comunicato chiarificatore sulle «cinque offerte». Se andrà a buon fine la trattativa con Di Benedetto & C., assistiti dallo studio Tonucci e da PwC, UniCredit dovrebbe rimanere nella compagine come azionista della “nuova” Roma, con il 40% si dice. Il venditore è anche compratore allo stesso tempo. È anomalo. E forse la banca finanzierà anche l’acquisto. L’amministratore delegato di UniCredit, Federico Ghizzoni, ha confermato: «L’importante è avere un investitore serio. Poi se dobbiamo rimanere per un periodo azionisti di minoranza, possiamo anche farlo».
G.D. Il Sole 24 Ore

L’importante è avere un investitore serio: che entri e metta quattrini, ed eviti che ci si possa porre, nuovamente, domande imbarazzanti, quali quelle riguardanti la finalità del finanziamento ad A.S.Roma da parte di Unicredit, che c’entri un’operazione come questa con lo sviluppo, la crescita e l’occupazione e se anche questa operazione è stata fatta grazie ad una grande banca, come Unicredit, che fa cose che le banche locali non sono capaci di fare.

Tutto il resto, compreso il fumo in Borsa ed i rumors, l’atteggiamento della Consob e la scarsa trasparenza, sono solo dettagli. L’ultimo dei quali, se fossi un Sensi me lo chiederei, è la domanda di tutte le domande: perché ci siamo fumati il patrimonio di famiglia per la Roma? Doesn’t make sense.

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Banche Unicredit

Le luci dell’Est (excusatio non petita).

Il Sole 24 Ore dà notizia che “il gruppo UniCredit ha un piano per l’apertura di circa 900 sportelli nell’Europa Centro Orientale, concentrati soprattutto in Turchia e Romania.

Il successore di Alessandro Profumo ha tenuto a precisare cheper crescere nell’Europa Centro Orientale il gruppo UniCredit non dovrà versare «capitali addizionali», poichè le banche dell’area sono in molti casi già abbondantemente dotate di patrimonio, a volte in misura eccessiva. «Uno dei lati positivi della regione è che secondo i nostri calcoli potremo finanziare la crescita nei paesi più importanti senza capitali addizionali. Anzi, se abbiamo un problema nell’area è che in molti paesi siamo sovracapitalizzati. E uno dei punti su cui, come altre grandi banche europee, stiamo facendo una forte azione di lobbying, è di avere la possibilità di gestire il capitale complessivo attraverso l’Europa in un modo più efficiente».

Quindi più impieghi all’Est, perché più redditizi, ma senza spaventare le Fondazioni, il cui braccino corto si era rattrappito negli ultimi tempi dell’era-Profumo. Ma, forse, anche un mettere le mani avanti: investire in Italia, nelle Pmi del Nordest, è rischioso e costoso. Meglio remunerare l’azionista con impieghi ancora più a Est, alle Pmi ci penserà qualcun altro.