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Alessandro Berti Bolla immobiliare Crisi finanziaria fiducia PMI

Con parte monografica sulle cooperative.

Con parte monografica sulle cooperative.

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Quando mi iscrissi al primo anno di Economia e Commercio in Cattolica, nel lontano 1976, scelsi per il piano di studi il corso di Economia Aziendale tenuto dal prof.Manzonetto, che conteneva una parte monografica sulle cooperative. Non avevo ragioni particolari per scegliere proprio quel docente, ma mi piaceva l’argomento: ed anche se era condiviso con gli studenti del serale (e quindi andavamo a casa tardi), mi sembrava che dare rilievo alla cooperazione fosse importante, mi corrispondesse e, in qualche modo, facesse parte dei miei valori.

Non ho capito bene fino in fondo il perchè di quella scelta se non 38 anni dopo, ovvero due giorni fa, parlando al CdA di una piccola (piccola? con 6 milioni di fatturato e punti vendita solo in montagna sei davvero piccola?) Famiglia Cooperativa Trentina, ai confini del Parco Nazionale dello Stelvio. Ora, a parte il paesaggio, che da solo sarebbe valsa la fatica, l’esperienza di parlare e, soprattutto, di conoscere queste persone

IMG_0292è stata straordinaria. Prima di tutto perché dovevo cercare di spiegare l’equilibrio economico-finanziario a gestori di rifugi alpini, insegnanti di scuola media, madri e padri di famiglia senza alcuna esperienza imprenditoriale, che facevano e fanno gli amministratori per pura gratuità ed amore del territorio. E questa sfida già sarebbe valsa la pena, perché vuol dire uscire dagli schemi.

Ma in secondo luogo l’esperienza è stata straordinaria per quello che ho imparato. A parte la cordialità, l’accoglienza e il clima, queste persone mi hanno mostrato cosa si può fare quando si ha a cuore l’obiettivo ed è chiaro il senso: aspettando di cominciare leggevo gli avvisi appesi in bacheca e in uno di questi si parla di social housing. Mi chiedo perché e, subito dopo, lo domando ai presenti. Contro ogni evidenza di ricerca di facile profitto e di scelte analoghe compiute, anche da consorelle, e nonostante le critiche ricevute, la Cooperativa ha sistemato l’immobile dismesso della propria vecchia sede, che poteva pur vendere tentando di lucrare plusvalenze (magari costruendo una costosissima ed inutile nuova sede), per affittarlo a canone calmierato, alle famiglie bisognose del territorio. Abbastanza inaudito: come inaudito è scoprire che la Famiglia Cooperativa in questione tiene aperti negozi di prossimità in luoghi dove la logica della redditività imporrebbe di chiudere, per servire il territorio. Evidentemente riuscendo, con la propria struttura di costi e ricavi, a rendere sostenibile un’iniziativa che, secondo criteri normali, sarebbe priva di senso e di logica. Lo dicono i bilanci, sostanzialmente privi di debiti bancari: e lo dicono, soprattutto, le facce e le opere di quelle persone. Spero di rivederli presto.

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Banche Fabbisogno finanziario d'impresa fiducia Indebitamento delle imprese PMI

E’ tutta colpa delle #banche.

E’ tutta colpa delle #banche.

Ricevo questa mail da un collega di Milano, che mi aveva coinvolto nella proposta di collaborazione professionale per un piano di ristrutturazione del debito di un’impresa di costruzioni della provincia di Varese, indebitata ultra vires.

Ciao a tutti
La presente solo per comunicarvi che non faremo il lavoro di ristrutturazione di cui avevamo parlato.
Il motivo è stato prettamente di soldi: pretendeva che noi gli facessimo il lavoro e lui avrebbe pagato come, quando e quanto voleva.
A nostro parere, e (..) concorda, il cliente ancora non si è reso conto della gravità della situazione.
Non esiste risposta più assurda di quella ad una domanda che non si pone. Possiamo stare a parlare, ed anche in senso costruttivo e positivo (come ha fatto Oscar Giannino nella sua magistrale trasmissione di questa mattina su Radio 24) persino dei suicidi. Ma nessuno può muovere la libertà di chi pensa che la crisi sia una passeggiata di salute, alla quale non si paga dazio: e che, in finale, la colpa sia sempre della banche.

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Economisti Felicità fiducia Formazione Giulio Tremonti Silvio Berlusconi Università

Professori e narrazioni.

Professori e narrazioni.

In un articolo del 16 giugno linkiesta.it titolava che “Col potere ai professori venne l’inverno della nostra civiltà“.  Qualcuno mi ha chiesto cosa ne pensassi, a quel qualcuno, così paziente, rispondo solo ora; non senza aver riflettuto, per l’ennesima volta sul lavoro di chi, come me, fa appunto il professore e dunque, secondo la vulgata (il magazziniere riminese Mario C. ne è il dimenticabile esempio), insegna perché non sa.

L’articolo di linkiesta.it è di Giulio Sapelli, professore anch’egli, di ben altro spessore rispetto al sottoscritto e non mi permetto di chiosarlo. Ma come sempre nei giornali, anche in quelli on line, contano gli articoli e, spesso, anche -se non di più- i titolisti. Del Governo Monti, che avevo tentato di esorcizzare nella sua vicinanza al mio portafoglio ed alla mia vita ho apprezzato in seguito la riforma delle pensioni ed il modo con cui è stata fatta: e la ministra Fornero è, personalmente, nella top list delle donne italiane che non solo contano, ma che fanno (ed è professoressa). Ciò che non ho apprezzato è stato il seguito, ovvero un’inconcludente concertazione, il mancato uso della forza (quella che impone di fare certe cose, costi quel che costi), i carabinieri come messi del Consiglio dei Ministri. Ma tant’è. Con il governo dei professori venne l’inverno della nostra civiltà: quale, di grazia? Quella di palazzo Grazioli? La civiltà del sorriso che raccontava un mondo neppure da sognare, un mondo già presente, dove i ristoranti erano pieni etc…un’estate fa. Perché nessuno ha titolato, il 3 agosto del 2011 per esempio, quando il Governo Berlusconi prese in giro le Camere ed il Paese con un passaggio parlamentare ignobilmente vile e ignavo, che quel governo aveva fatto scendere il buio sulla nostra civiltà?

La risposta a questo enigma, quello per cui se un governo di inetti politici non fa nulla, se non leggi ad personam, nonostante sia dotato di una maggioranza bulgara, nessuno parla di tristezza, mentre se un governo di professori (certo, con molti distinguo: Martone, Ornaghi, Ugolini, non pervenuti, Patroni-Griffi vetero sindacalista del pubblico impiego etc…) fa la riforma delle pensioni, ovvero la riforma per la quale dovremmo ringraziare Fornero e Monti medesimo vita natural durante, allora siamo tutti più tristi, la risposta a tutto questo è nella narrazione. Ovvero nella condivisione che diventa pubblica, patrimonio comune (anche luogo comune, nel vero senso della parola) di un giudizio sulla realtà, che ci riguarda, che riguarda coloro che ascoltano. Il Governo di B. era scollegato dalla realtà, ma ha saputo narrare, senza giudicare la realtà, anzi, rifuggendovi. Ha blandito il popolo senza metterlo di fronte a nulla, a nessuna responsabilità, raccontando le menzogne di chi non metteva le mani nelle tasche degli italiani, pur facendolo. Il Governo Monti, che pure ha saputo mettere, ed in che modo (!), le mani nei nostri portafogli, non è mai uscito dal binario di una narrazione seria e realista. Che gli editorialisti di Libero o del Giornale, che gli on.li Alfano, Lupi, Cicchitto, Verdini non la vogliano ascoltare, non ha importanza: quella è la situazione, quella è la narrazione.

Siamo in dirittura. Ma per finire si deve, appunto, parlare di professori e di inverno della civiltà. Insegno tecnica bancaria, parlo di merito di credito, parlo di come si valutano le aziende, lo faccio da quasi 30 anni, in università e nelle banche. Ricordo perfettamente quando venni messo alla porta da una grossa società torinese che organizzava congressi con la motivazione “Lei è troppo severo, la gente viene per essere tranquillizzata e blandita”. La narrazione era troppo realista, non andava bene. Io ho continuato, invece, a narrare le imprese ed i loro rapporti con le banche ed in tutti questi anni, anche nelle ultime settimane, il riconoscimento maggiore non è mai stato lo stipendio o una parcella: sono state le facce, le mail, le strette di mano, l’amicizia, di tutti coloro ai quali sono state date ragioni, strumenti, metodi. Forse dovremmo chiederlo al Governo Monti, di studiare narrazione. Ma nessuno può decidere al posto nostro se stare, oppure no, di fronte alla realtà: secondo la totalità dei suoi fattori.

P.S.: nonostante l’essere tacciato di buonismo, JM questa sera tifa Grecia, indefettibilmente. Così come a Istanbul il 25 maggio 2005 tifava Liverpool. Con buona pace di tutti.

 

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Crisi finanziaria Disoccupazione Educazione Fabbisogno finanziario d'impresa fiducia PMI

Se fare una nuova impresa non è solo inventarsi un lavoro.

Se fare una nuova impresa non è solo inventarsi un lavoro.

Giovanni Muscarà

Il Corriere on line di oggi racconta una gran bella storia, tanto più che ho avuto la ventura di conoscerne il protagonista, perché è stato compagno di studi di mio figlio. Giovanni Muscarà, la cui vicenda è narrata, oltre che nell’intervista di Ilaria Morani, anche su questo link, non ha cercato di fare un’impresa per crearsi un posto di lavoro (è una della cause più diffuse di mortalità delle imprese neo-costituite, soprattutto nei primi tre anni di vita, unitamente alla mancanza di programmazione finanziaria): ha fatto impresa mentre cercava di essere attento alla realtà e ai suoi bisogni. Non ha deciso prima che avrebbe fatto un centro di riabilitazione a Londra, non ha inseguito sogni astratti o progetti di plastica, è stato alla realtà, anzitutto alla sua realtà personale. Nell’intervista, che vale la pena leggere, si parla di educazione e di lavoro, di fatica e di metodo. E si intuisce che Giovanni non è stato solo, c’è stata una compagnia, quella dei suoi amici o quella di persone come lui che lo hanno aiutato o che hanno condiviso con lui  i suoi bisogni ed hanno giudicato insieme a lui i passi da compiere. La storia di Giovanni è educativa, nel senso più vero; se essere educati è essere introdotti alla realtà secondo la totalità dei suoi fattori, Giovanni lo ha fatto anzitutto su di sè, partendo dal proprio bisogno. E poi è educativa perché mostra, al di là di ogni esito finale, cosa possa accadere ogni volta che si parte da un bisogno e lo si condivide. Poteva essere una cura che risolveva un problema personale, e finiva lì, invece è diventata un metodo e qualcosa che può essere offerto, in maniera professionale, a tanti. Queste giornate a cavallo dell’anno sono piene di storie tristi, di imprenditori soli, che si uccidono per la vergogna di non poter pagare più stipendi. Sono storie che interrogano tutti, ma interrogano di più chi lavora con le banche e con le imprese, perché queste persone potevano essere aiutate a capire che non sei definito dai tuoi limiti o dai tuoi errori. La storia di Giovanni ci insegna cosa accade tutte le volte che si costruisce qualcosa, non a prescindere dai propri limiti ma sapendo che non sei definito da loro.

Grazie a Giovanni per quello che ha fatto, spero che ce lo venga a raccontare presto, nelle Scuole d’Impresa, in banca, o in università. Lo aspettiamo.

 

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Capitalismo Crisi finanziaria Felicità fiducia Germania

Hai una ragione per vivere (you get what you give).

Hai una ragione per vivere (you get what you give).

Hai la musica nell’anima, non lasciarla andare
Hai la musica nell’anima, c’è ancora qualche ballo
questo mondo sopravviverà, non cedere
hai una ragione per vivere
non possiamo dimenticare
abbiamo solo quello che meritiamo.

New Radicals You get what you give

 

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Banche Banche di credito cooperativo Crisi finanziaria Fabbisogno finanziario d'impresa fiducia Indebitamento delle imprese PMI

Aspettando il 5 dicembre.

Aspettando il 5 dicembre.

Mentre si aspetta il d-day, il Consiglio dei Ministri che salverà l’Italia, si moltiplicano i segnali di difficoltà da parte delle imprese, sempre più a corto di liquidità, sempre più razionate dalle banche. Un gran bel post di Fabio Bolognini spiega a chiare lettere quale sia il problema, ovvero ridurre la dipendenza dal debito bancario. Obiettivo per raggiungere il quale serve solo una cura, il capitale di rischio, il grande assente dal dibattito, il grande assente nella sezione di destra dello stato patrimoniale delle imprese; e così si ritorna a parlare di Confidi e di ricette, e di imprese mal(mai) pagate dallo Stato e dalle grandi imprese. Problemi reali, per carità: ma vivaddio, non si può sempre parlare dello Stato che non paga e delle grandi imprese-canaglia. Si potrebbe anche decidere di non lavorare per lo Stato, non è obbligatorio farlo, accettando il fatto che, se non paga, probabilmente è assimilabile ad una di quelle imprese che, sulla via del default, cominciano a non pagare i fornitori. E poiché non tutte le Pmi lavorano per le grandi imprese-canaglia (e non sono tutte canaglia, grazie a Dio), si potrebbe cominciare a pensare a qualche rimedio, anche da parte bancaria, per tutte le altre imprese che non vogliono (o non possono) ricapitalizzare e non ce la fanno: ristrutturazioni del debito e piani attestati possono servire, l’accanimento terapeutico no. Il guaio delle banche, in questo come in altri casi, è la distanza dalla realtà: e questa distanza, paradossalmente, la mostrano maggiormente le banche locali, le nostre impareggiabili Bcc. Da sempre abituate ad accogliere tutti, a non dire mai di no, sono diventate incapaci di scegliere, di selezionare in base al merito, di spiegare i dinieghi o di valutare le ipotesi di ristrutturazione. Non si salvano le imprese scegliendo di non decidere, tenendo in portafoglio prestiti irrecuperabili ed aspettando Godot-Mario Monti.

I provvedimenti del CdM del 5 dicembre stanno arrivando, ma non conterranno né la soluzione della crisi, né la ricapitalizzazione delle Pmi. Occorrono, come ha detto il grande Oscar Giannino, alla ripresa non servono soldi, ma uomini.

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Crisi finanziaria Cultura finanziaria Educazione Felicità fiducia USA

Milioni di persone sole di fronte alle conseguenze dei propri atti.

Milioni di persone sole di fronte alle conseguenze dei propri atti.

New York, July 2011

Da cattolico Panayotis Kantzas ha ascoltato con attenzione la messa in guardia del cardinal Bagnasco alla comunità dei credenti. Da psicanalista si prende la libertà di qualche glossa al margine, perché ogni parola può essere interpretata. Dice al Foglio che “l’aria irrespirabile” di cui ha parlato il capo dei vescovi non deriva tanto da una dimensione etica o estetica ma logica, nel senso di logos, discorso e ragione. In tutto l’occidente, l’imperio assoluto della finanza, il denaro re, hanno indotto perdita di senso e di soggettività dell’individuo, sempre più incapace di distinguere ciò che è bene da ciò che è male, di ponderare le singole scelte. Così vive al di sopra dei propri mezzi, consuma in eccesso, compra merci di cui non ha bisogno e per lo più a debito. Kantzas sembra condividere l’opinione di quegli economisti che individuano proprio nel credito al consumo, le famose carte di debito, “revolver” puntati alla testa dei consumatori, il fattore di una crisi che potrebbe essere ben peggiore di quelle viste finora, perché centinaia di milioni di persone si ritroveranno sole di fronte alle conseguenze dei loro atti senza più contare né su una mediazione collettiva né su un possibile intervento dello stato. “E’ la conseguenza drammatica della psicosi ordinaria, della schizofrenia che dai paesi anglosassoni è dilagata in tutto il mondo”.

Lanfranco Pace, Il Foglio 1 ottobre 2010

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Crisi finanziaria

Voglio davvero continuare a stringere le mani di queste persone?

Voglio davvero continuare a stringere le mani di queste persone?

Warren Buffett, amministratore delegato di Berkshire Hathaway, noto anche come l’oracolo di Omaha, sostiene che “la situazione europea non è risolta… c’è ancora molto lavoro da fare. Quando ci sono diciassette paesi con la stessa valuta, e un rendimento dei bond diverso, la situazione non può considerarsi chiarita. E’ come se diciassette persone si tenessero per mano e un membro del gruppo decidesse di incamminarsi verso un precipizio e d’un tratto rimangono solo dodici persone a sostenerlo e allora tu inizi a chiederti – voglio davvero continuare a stringere le mani di queste persone?”.

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Crisi finanziaria fiducia Germania Mario Draghi

Il fallimento è l’alternativa.

Il fallimento è l’alternativa.

(..) Il ventinovismo con il quale è stata letta la crisi del 2008-2010 è una vera e propria mistificazione. Lo ha confermato ieri il discorso di Mario Draghi a Berlino. Il mondo ha recuperato i livelli precedenti. La recessione è durata due anni, non dieci come dopo il 1929. Si dice che l’intervento pubblico, utilizzando ancora una volta la keynesiana cassetta degli attrezzi, abbia evitato un collasso generale; in realtà, ha rinviato l’appuntamento con il destino economico di industrie, banche e governi. Adesso è in corso una dura selezione e chi non è in grado di affrontare il momento della verità, resta tagliato fuori per sempre. La concorrenza quando funziona rimette in equilibrio le forze in campo, e affinché funzioni deve lasciare aperte entrambe le porte: quella d’ingresso e quella d’uscita, cioè consentire a nuovi soggetti di partecipare al gioco senza intralci all’entrata, però chi ha perso deve abbandonare il campo. Joseph A. Schumpeter, umanista austriaco prima che economista, trasforma questo principio base nella “distruzione creatrice”, ispirata dallo “slancio vitale” di Henri Bergson.

Dunque al fallimento non c’è alternativa? Al contrario, il fallimento è l’alternativa a una lunga fase di stagnazione dell’Europa e dell’occidente. Per il mondo anglo-sassone, fallire non è morire, ma la condizione per rinascere. Non una condanna capitale, né la radiazione dal consesso umano. E’ la presa d’atto di una realtà e il civile, profondamente etico, pagamento dei propri errori, senza giustizialismo economico, ma ponendo al centro la responsabilità delle proprie azioni.

Stefano Cingolani, Il Foglio

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Banca d'Italia Banche Crisi finanziaria Mario Draghi

La prudenza non deve essere sacrificata a considerazioni di redditività.

La prudenza non deve essere sacrificata a considerazioni di redditività.

Con la crisi finanziaria, il contesto globale in cui operano le banche italiane è
cambiato. La competizione nella raccolta di fondi, anche nei confronti di debitori
sovrani, si è fatta più accesa. Il calo strutturale del volume di attività su alcuni
segmenti del mercato dei capitali comprime in via permanente i ricavi.
Nello scorcio del 2010 la posizione netta di liquidità a un mese dei principali
gruppi bancari italiani è rimasta mediamente positiva ma si è contratta. In gennaio  essi hanno tuttavia emesso obbligazioni per un ammontare – circa 10 miliardi – pari a  un quinto delle scadenze all’ingrosso di quest’anno; anche la capacità di raccolta a breve termine mostra miglioramenti, sebbene il volume e la durata dei collocamenti restino inferiori a quelli osservati prima della crisi dei debiti sovrani.
Mantenere adeguate riserve di liquidità è vitale per preservare la stabilità e per
continuare a finanziare l’economia reale, specie in un periodo in cui il mercato resta soggetto a repentine crisi di fiducia.

La prudenza non deve essere sacrificata a considerazioni di redditività.

Mario Draghi, intervento al Forex, Verona 26-2-2011