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Banche Vigilanza bancaria

Solidità.

In effetti siamo così sicuri che dall’applicazione delle nuove regole di Basilea 3 derivi necessariamente un effetto di credit crunch? E se avesse ragione Martin Wolf del Financial Times quando afferma che se le banche fossero più capitalizzate, la raccolta sarebbe non già più costosa ma, al contrario, molto meno cara, poiché le banche stesse risulterebbero più solide?

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Economisti informazione

Non essere precipitoso (efficienza informativa ed economia criminale)

Internazionale, 16-22 aprile
Come faccio a convincere mio fratello che non avrà futuro se continua a fare il pusher?
G.S. – Londra

Risposta

Non essere precipitoso. Prima esamina i fatti e poi stabilisci se ha fatto la scelta sbagliata. L’economista Steven Levitt e il sociologo Sudhir Venkatesh hanno analizzato la contabilità di una banda criminale. I guadagni di un pusher sono bassi: due euro all’ora quando le cose vanno male e cinque nei periodi migliori. Invece i guadagni di un piccolo boss sono ottimi: 70 euro all’ora, esentasse. Il turnover è frequente e molti sperano in una promozione. Calcolando gli scarsi guadagni iniziali e la possibilità di carriera, in media un pusher arriva a guadagnare dai cinque ai dieci euro all’ora. Può sembrare poco, ma con la disoccupazione che c’è e se non si hanno altre soluzioni è meglio di altri lavori tassati, come fare le pulizie o vendere hamburger. Tuo fratello deve immaginare i possibili guadagni futuri e valutare i pro e i contro. Tenendo presente che entro quattro anni potrebbero sparargli due volte e arrestarlo sei. E che ha una possibilità su quattro di essere ucciso. Una volta che ha deciso quanto vale la sua vita, può fare una scelta razionale. Forse ti farà piacere sapere che di solito sono le gang a pagare il funerale.
Tim Harford
(risponde ai lettori del Financial Times).

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Banche Borsa Regno Unito Unicredit

Business Square

Piazza Affari, Palazzo Mezzanotte, sede della Borsa italiana

Stefano Micossi direttore generale di Assonime, intervistato da Massimo Sideri sul Corriere di oggi ha avuto dichiarazioni di fuoco sulle “svendita della Borsa Italiana agli inglesi del London Stock Exchange (LSE): «La sostanza di quello che è accaduto è che il management di Borsa Italiana si è venduto la Borsa italiana con l’acquiescenza, a quel tempo, degli azionisti bancari che non hanno capito cosa stesse accadendo». E nemmeno Massimo Mucchetti le manda a dire, facendo nomi e cognomi di coloro che hanno consentito la svendita, ovvero quel nucleo forte di azionisti frutto dell’originaria privatizzazione, Intesa, Unicredit e MontePaschi. Leggendo l’articolo di Mucchetti si apprendono cose da rabbrividire, che non fanno onore neppure a Massimo Capuano (ex a.d.di Borsa Italiana, ora fuori dal board dell’LSE), il quale non poteva non sapere di fondersi con una società, l’LSE stessa, che presentava un patrimonio netto negativo di 300 milioni di sterline, con prelievi e dividendi straordinari a favore degli azionisti inglesi. Ai quali la fusione, con l’emersione del relativo avviamento, è servita ad evitare aumenti di capitale, mantenendo il comando. Fino all’epilogo di questi giorni. Una storia edificante, che mostra la consueta miopia delle banche italiane, che non hanno mai amato un mercato potenzialmente per esse alternativo, in quanto fattore di disintermediazione: da azionisti come questi, difficile attendersi una conclusione diversa. Ma anche una storia sulla quale sarebbe interessante ascoltare il parere di tutti coloro, e in Italia non sono pochi, che giudicano malamente tutto ciò che è fatto nel nostro Paese, invocando comportamenti e regole anglosassoni, dove le cose funzionano a dovere. Resta una domanda: se una nefandezza simile l’avesse commessa Silvio Berlusconi, il Financial Times come avrebbe titolato?

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Banche Strumenti finanziari

Giornalismo anglosassone.

La presunta truffa ai danni del Comune di Milano, il cui funzionamento riecheggia quello di tante situazioni analoghe, viste sia per gli enti pubblici territoriali, sia per le piccole e medie imprese, ha smosso l’amor patrio del Financial Times e di altri quotidiani anglosassoni, preoccupati per la deriva “giustizialista” della Procura di Milano, che se la prende con Jp Morgan, Deutsche Bank, Ubs e Depfa perché, appunto, sarebbero banche estere. Anzi, come ricorda la celeberrima rubrica Lex Column, le banche sarebbero “facili prede” sui cui avventarsi ed il Comune di Milano non starebbe facendo bella figura, poiché i derivati sottoscritti sono diffusi in tutta Europa.

A parte l’uso strumentale -di pessimo giornalistico- delle inchieste giudiziarie, valide e ben fatte quando servono per definire il Presidente del Consiglio “unfit to lead”, molto meno condivisibili se toccano il cuore dell’industria (unica) nazionale britannica, i giornalisti che si stanno occupando di difendere l’indifendibile ignorano o fingono di ignorare ciò che conosce persino il redattore di queste note (che sostiene da tempo che i professori universitari sono, absit iniuria verbis, tonti). Ovvero che esistono divisioni e settori, soprattutto nelle grandi banche internazionali, che si occupano di inventare prodotti finalizzati a procurare utili alle banche stesse, ai danni della clientela. Piuttosto, derivati o no, sarebbe ora di fare qualche ragionamento, perlomeno in Italia, su natura, qualità e durata del fabbisogno finanziario degli enti pubblici. I debiti, come insegna la tecnica bancaria, non cambiano consistenza, se si modificano le condizioni di tasso: e, soprattutto, ciò che non si modifica è la capacità di rimborso.

Buon lavoro ai Pubblici Ministeri. E per quello che ho visto in passato (caso Parmalat) buon lavoro ai colleghi che assisteranno le banche in questione: loro hanno già vinto.